Coronavirus: lo Stato, la Chiesa, l’obbedienza. Alcune riflessioni.

Riguardo alla sospensione delle messe per i fedeli a causa della crisi da epidemia da coronavirus abbiamo pubblicato due articoli, quella del monaco teologo dom Giulio Meiattini (qui) e quella di mons. Charles Pope (qui). Oggi voglio rilanciare, poichè ritengo degno di nota, un articolo di don Marco Begato, sdb,  che è stato pubblicato sul sito de l’Osservatorio Internazionale Cardinale Van Thuân sulla Dottrina Sociale della Chiesa.

 

Coronavirus (fonte ANSA)

Coronavirus (fonte ANSA)

 

Voglio condividere una meditazione che, muovendo dallo stato di emergenza del Covid-19, vada a diagnosticare la situazione spirituale, culturale e cultuale del popolo cristiano in Italia.

Pongo due premesse, necessarie al fine di inquadrare eticamente e responsabilmente il discorso che segue:

1.Sono d’accordo che dobbiamo usare prudenza e seguire protocolli sanitari al fine di contenere ed estinguere l’epidemia.

2.Sono d’accordo che dobbiamo obbedire ai vescovi e alle indicazioni date, condivisibili o meno.

Con ciò confido che legislatori, medici e inquisitori siano consolati e confortati.

Ciò posto, credo sia degno di un uomo porsi delle domande, che guardino anche al di là dell’hic et nunc.

 

Il punto fondamentale, da un’ottica prima teologica e poi politica

La mia domanda muove da un orizzonte squisitamente teologico: che valore ha nella storia l’attuale sospensione della Santa Messa col popolo?  Se modulata in termini cristiani: cosa vuole dirci Dio ponendoci in tale situazione?

In questa fase, pur non avendo risposte e non volendomi inoltrare in ipotesi ardite, reputo un dovere in coscienza sostare su questa domanda. Un simile colpo alle cerimonie non può essere considerato alla stregua di un qualsiasi altro impedimento sociale, è necessario lasciarsi interrogare da esso.

Per elaborare lo stato di cose, ricorrerò alla categoria del castigo divino. Esso ha il merito di poter supplire all’assenza di risposte teoriche, con il ricorso a risposte pratiche: al castigo divino i fedeli, prescindendo da qualsivoglia elaborazione teoretica del fenomeno, reagivano inaugurando tempi di penitenza comunitaria e personale, moltiplicando le preghiere e ponendo maggior attenzione agli atti di misericordia.

In tale ottica, i commenti che sento, tutti tesi a normalizzare la situazione da un punto di vista psicologico (mi piace la Messa alla radio) o spiritualista (anche i santi hanno obbedito a leggi ingiuste), spesso peraltro formulati in modo impreciso e invocati piuttosto secondo una deduzione paralogistica anziché sillogistica, cioè ragionando per impressioni anziché per argomentazioni, non sono pertinenti e non colgono la portata del problema.

Dobbiamo lasciarci interrogare dall’eccezionalità, non tentare di normalizzarla strumentalmente.

Quale valore possiamo dare al concetto di castigo divino e quali limiti pone?

L’uso del concetto di castigo divino, cui ricorro in tale contesto, è giustificato dalle Scritture (ira di Dio), dalla teologia (S. Tommaso, autore accreditato anche dal Concilio Vaticano II), dalla liturgia (meritati castighi) e dal tempo liturgico (in Quaresima il ciclo mosaico delle piaghe e dell’esodo è centrale).

Va dichiarato peraltro che la gente non è stata abituata ad adoperarlo e a comprenderlo, e si aggiunga che malauguratamente la gente anche cattolica è un po’ troppo abituata a giudicare Dio, quantomeno nel parlato quotidiano. L’uno e l’altro fattore però sono incompatibili con la vita religiosa cristiana autentica, che è chiamata a rendere ragione della propria fede e non può mai decadere in atteggiamenti irreligiosi tipici del mondo secolarizzato.

Se mi mancano gli elementi che mi permettano di definire con certezza il Coronavirus un castigo di Dio, sono invece propenso a ritenere che il vero castigo di Dio che incombe sulla nostra vita cristiana non sia appunto l’epidemia, ma la sospensione del culto eucaristico liturgico in senso pieno.

Quando definisco la situazione attuale come castigo di Dio, non intendo poi in alcun modo leggere il termine in senso psicologico, ma ontologico. Dio non sceglie di castigare, quasi fosse un interlocutore capriccioso e ciecamente vendicativo, preda di passioni volubili. Dio reagisce al male e lo fa in proporzione al male stesso e nella Sua imperscrutabile Sapienza.

Dire castigo di Dio allora significa disporsi praticamente a mettere tutto il presente nelle sue mani e chiederne da Lui la salvezza, significa poter fondatamente sperare che, alla luce di una conversione personale unita alla conversione del popolo, Dio potrà donare salvezza alle anime e ai corpi in tale caotico contesto.

O riteniamo che il solo intervento di medici e governatori ci aiuterà?

Veniamo ora alla posizione dei politici: atea e irreligiosa, da qualsiasi punto la si guardi.

Il decreto governativo è redatto in modo tale da far risultare sospesi “eventi in luogo pubblico o privato, ivi compresi quelli di carattere culturale, ludico, sportivo o religioso, anche se svolti in luoghi chiusi ma aperti al pubblico, quali, a titolo d’esempio, grandi eventi, cinema, teatri, discoteche, cerimonie religiose”.

Così i fenomeni religiosi vengono di fatto equiparati a quelli culturali, ludici e sportivi. Una simile equazione è intollerabile. L’apporto del fenomeno religioso alla società, specialmente in occasioni di simili catastrofi che superano l’abilità dell’intervento umano, spicca di per sé, non solo ponendosi su tutt’altro piano rispetto agli eventi culturali, ludici e sportivi, bensì offrendosi come fonte di sostegno per la società e per lo Stato stesso.

Ciò è scritto nella coscienza di milioni di cittadini, direi della maggior parte di essi, nonostante la forte secolarizzazione del nostro Paese.

Ma procediamo, ben oltre il sentimento della coscienza religiosa dei cittadini, ne va del senso oggettivo delle cose. Qual è il fondamento del reale? Abbassiamo la domanda: qual è il fondamento della convivenza umana? Possiamo dire che sia lo Stato con le sue prescrizioni giuridiche positive? O esiste un fondamento al di là di esso?

Se rispondiamo essere lo Stato, allora è legittimo che esso misconosca la qualità eminente del fenomeno religioso rispetto a quelli culturali, ludici e sportivi. Tale tesi però è universalmente riconosciuta come una tesi politica propria dell’ateismo nelle sue differenti declinazioni. Parliamo in tal caso di stato laicista.

Se invece cerchiamo un ulteriore fondamento e riconosciamo che la divinità precede e fonda lo Stato, allora siamo in una visione politica religiosa, tipica appunto di uno Stato che si riconosce non assoluto e sempre inferiore al senso religioso del reale.

Il decreto e i decreti emanati fino ad oggi, esprimono una visione laicista di fatto. Non la dichiarano, può darsi non volessero nemmeno assumerla, ma di fatto la esprimono.

Cosa avrebbe dovuto fare lo Stato e come avrebbe dovuto muoversi? Senza entrare nei dettagli, ritengo che lo Stato avrebbe dovuto distinguere gli eventi religiosi dagli altri. Secondariamente, così come è stato fatto per le manifestazioni sportive, avrebbe dovuto stilare un protocollo che ne consentisse lo svolgimento a certe condizioni, in ottemperanza al contenimento dell’epidemia.

Invece lo Stato ha dato indicazioni per il proseguimento di attività sportive, ha dato indicazioni blande per il contenimento di attività commerciali, incluse quelle associate tradizionalmente alla viziosità e alla superficialità (ricordo che il Folle di nietzschiana memoria getta la sua lanterna nel cuore di un mercato, in mezzo a una folla di senza Dio; cfr. Gaia Scienza n° 125), ma non ha speso parole altrettanto puntuali per il culto.

Cosa mi sarei atteso da uno Stato laico e non laicista? Che permettesse e magari invitasse la Chiesa, con la quale è legato nello specifico dagli accordi concordatari, a pregare secondo i propri riti per propiziare il nume e scongiurare il male. Ribadisco, ponendo certe condizioni di prudenza.

Come è stato commentato, affrontato e recepito dai nostri Pastori? Con un adeguamento sine glossa. Davanti al morbo i Pastori hanno scelto di sposare in toto il decreto laicista. Poche le lamentele levatesi ad oggi da parte dei porporati.

Non ci è dato sapere se vi sia stata una polemica a porte chiuse tra Chiesa e Stato. Di certo non vi è stata lamentela successiva.

Anche questa posizione rientra nel novero dei fatti che mi obbligano ad interrogarmi. Qual è il senso teologico di tale resa incondizionata a decreti di impianto laicista da parte dei Pastori? Cosa li ha impediti o nel proporre adattamenti del decreto o nel lamentarne l’attuazione?

Il cristiano può ancora recarsi nelle chiese per la preghiera personale, ma se a un tratto inizia la celebrazione di una Messa, tutti devono uscire. Illogico da ogni punto di vista. Dal punto di vista teologico provocante e tragico: cosa ci sta dicendo l’Altissimo?

Tale domanda, che abbiamo fin qui riletto nei suoi fondamenti, chiede ora una riflessione sui suoi sviluppi, tanto individualmente quanto comunitariamente.

 

Esiti nel rapporto Stato-Chiesa futuro

Da un punto di vista comunitario e quindi politico, è necessario analizzare il messaggio lanciato dai Vescovi del nord, coesi nel recepire il Decreto – di fatto laicista – senza in nulla opporsi.

Notiamo nel frattempo che i Vescovi del centro-sud hanno talvolta assunto posizioni più critiche e meno supine.

La dinamica di tali fatti lascia perplessi. Ma stupisce solo relativamente coloro che hanno seguito gli sviluppi della teologia degli ultimi decenni. Augusto Del Noce ha speso molte pagine e sottili intuizioni nel descrivere l’esito inevitabilmente ateo di una posizione filosofica secolarizzante, nel senso che la storia ha dato alle svolte avviate da Cartesio [1]. In parallelo il filosofo torinese ha già mostrato come una teologia della secolarizzazione non potesse se non portare a uno svuotamento del messaggio cristiano e a una sottomissione del pensiero politico ecclesiale a quello statale [2].

I Vescovi possono ben chiedere obbedienza e ne avranno – sul tema torneremo subito sotto. Ma il vero punctum quaestionis non è anzitutto se dare obbedienza ai preposti. La domanda è quale modello di convivenza Chiesa-Stato stiamo inverando.

Non starò a precisare se l’idea di una comunità ecclesiale ormai del tutto politicamente prona al Governo italiano sia stata concepita nell’emergenza Coronavirus, oppure se sia ad essa precedente e l’emergenza ce l’abbia solo palesata. Il fatto basilare però permane: l’epidemia ci consegna una comunità ecclesiale prostrata allo Stato.

Davanti a ciò si prospetta un futuro atro. Ovunque in Europa dilagano forme di cristianofobia che colpiscono la Chiesa a vari livelli: culturale, educativo, liturgico, fino al puro e semplice vandalismo senza tutele e senza echi mediatici.

La Chiesa all’indomani del Coronavirus rischia di presentarsi come una realtà inerme e passiva. Tale posizione metterà i Suoi nemici in condizione di abusarne notevolmente.

A partire da quali basi e con quanto margine di svantaggio speriamo di trovarci allora pronti a reagire, tenuto conto che ora ne siamo stati del tutto impotenti? E teniamo conto che stiamo plasmando la coscienza della massa cattolica all’obbedienza indiscussa e alla resa totale. Resa culturale prima – si pensi alla polarizzazione del dibattito politico cattolico in senso prettamente piddino e sardiniano – e cultuale adesso.

 

Sul concetto di obbedienza

Circa l’esortazione a obbedire, mi sia concesso qualche appunto, dal tenore più blando dei precedenti.

Anzitutto mi insospettisce questo ricorso quasi militare all’obbedienza. Tutta la teologia conciliare e post-conciliare ha lavorato sul concetto di coscienza, libertà e senso. Ora pare sia tutto dimenticato.

Si citano i santi, i quali spesso furono sottoposti a obbedienze ingiuste e mai disobbedienti. A parte il rischio di sancire con tale argomento l’ingiustizia del comando episcopale vigente, va detto che i santi affrontavano obbedienze personali, qui si discute invece di una obbedienza collettiva. L’obbedienza personale, checché di fronte a ingiustizia, può essere santificante. Lo è in quanto rafforza le virtù del singolo e la sua imitatio Christi. Questo è assodato.

A livello collettivo però il discorso è differente. Si santifica l’individuo e non il collettivo, al quale interessa piuttosto la convenienza politica. Se le Guide daranno indicazioni errate e il popolo le seguirà, ciò significa che il popolo dovrà accettare anche le conseguenze sbagliate che ne scaturiranno. Le accetterà anche a nome delle prossime generazioni. Con che diritto? Con che coscienza?

Obbediscano dunque i singoli, quanto più sono interessati alla propria individuale santificazione. Si esprimano nel frattempo pubblicamente coloro che sono preoccupati dello sviluppo politico cioè condiviso, e quindi del bene comune.

Ora, che il bene del popolo possa venire dall’avvilimento dei gesti chiamati a edificarlo (quali la liturgia, id est azione del e per il popolo) questo pare non condivisibile.

Infine, come anticipavo, ci vuole prudenza nell’usare taluni concetti. Il concetto di obbedienza, se frainteso, può riportarci agli esempi tristi dei soldati obbedienti delle ultime due grandi guerre. Non a caso il teologo Ratzinger mosse i suoi studi sulla coscienza proprio alla luce delle gesta nefaste degli obbedienti delle fila naziste [3]. Nel concetto di obbedienza insomma ne va del vero concetto di coscienza e libertà, anche per i cattolici. Quindi sarebbe bene non abusarne.

L’impressione è che l’obbedienza sia usata come uno slogan e come un guinzaglio delle coscienze, esattamente al modo in cui risuonava fino a poche settimane fa l’invito a una certa disobbedienza. Ma se fosse davvero così e se quindi la gerarchia volesse barattare la verità con la retorica, ci sarebbe poco di cui stare tranquilli e poco da cui venir santificati.

Vado a concludere. Indico corsivamente un criterio cristologico per sciogliere il nodo dell’obbedienza, tale criterio ci servirà per dare un commento sintetico a cornice delle riflessioni fin qui vergate.

Se leggiamo le scritture notiamo che l’azione di Gesù Cristo non è banale, come alcuni oggidì tendono a dipingerla. Nel caso dell’obbedienza, per esempio, è evidente che il Signore porta un criterio rinnovato, difficile da sintetizzare. Dichiara assoluta fedeltà a tutta la Scrittura, fino all’ultimo iota, poi però non tiene in considerazione varie delle norme religiose: il sabato, le abluzioni, i digiuni. Peraltro non si presenta mai come un disobbediente, bensì come il vero obbediente, colui che obbedisce non alla lettera legalistica, ma alla volontà di Dio.

Senza altro approfondire, stiano attenti gli apologeti dell’obbedienza senza se e senza ma: il rischio di fariseismo è dietro l’angolo e non ha a che vedere con l’itinerario di Cristo né del cristiano.

Questa superficialità, con la quale si predica dimenticando la novità dell’esempio del Cristo, ha un precedente – se mi è concessa una deviazione – nel ragionamento usato per imporre l’accoglienza indiscriminata degli ultimi: come Cristo si è immolato, così noi dobbiamo essere disposti a tutto, immolandoci per i fratelli (es. migranti). Eppure sono i Vangeli stessi a mostrare che Gesù ha fuggito più volte la cattura, la lapidazione e il giudizio, arrivando ad accettarlo solo nell’Ora stabilita e non senza pregare il Padre di allontanare da lui il calice delle sofferenze. Anche qui, l’esempio cristiano autentico sfugge alle riduzioni di convenienza propagandate ultimamente.

Ciò significa che a più riprese ci troviamo di fronte a casi di manipolazione culturale del fenomeno religioso. Di cosa è indice un simile approccio, che travisa il modello di Gesù e lo strumentalizza al fine di imporre ideologie moderniste? Se fosse un approccio deliberato, sarebbe un atto di alta menzogna. Non penso sia deliberato e studiato, non penso sia quindi indice di alcunché, bensì sintomo. Tale approccio è sintomo di una visione religiosa insidiosa ormai infilitratasi nella vita e nel pensiero dei cristiani, ad essa darei senza tanti giri di parole il nome di gnosticismo. La proiezione gnostica si è introdotta così sottilmente e radicalmente nel sentire comune, che ormai il cristiano medio non se ne avvede più e la fa propria.

Uno spiritualismo che va a confondersi con forme di ateismo secolaristico e che usa ricostruzioni – mitologiche più che teologiche, mediatiche più che scritturistiche – della immagine del Cristo: questa è la gnosi che oggi sembrerebbe traboccare nel sentimento del popolo cristiano, senza garanzia di eccezione per governatori e pastori [4].

E tale cornice interpretativa mi pare renda conto con puntualità dell’ora presente che ci tocca in sorte. La prima parte di questo mio discorso la reputo una descrizione oggettiva, la seconda è un’interpretazione. Lascio ai lettori competenti di valutarla. Personalmente non mi sbilancio oltre, non so cioè dire quanto sia diffusa tale visione gnostica, né tantomeno saprei indicare nominatim esponenti della medesima, men che meno tra i nostri pastori, cui ripeto il mio ossequio e destino la mia preghiera filiale. Non sto dunque lanciando giudizi contro nessuno, ho solo condiviso una meditazione, sia pure pungente. Auguro che possa servire agli uomini di buona volontà per esaminarsi non tanto a livello della propria coscienza, quanto della propria conformazione culturale. Dal Covid-19 ci rialzeremo sicuramente, come da ogni epidemia passata, dall’ignoranza religiosa invece no, se non decidiamo di farlo intenzionalmente, in caso contrario le conseguenze politiche e individuali sarebbero nefaste.

Marco Begato

 

 

[1] A. Del Noce, Il problema dell’ateismo, 1964.

[2] A. Del Noce, Il cattolico comunista, 1981.

[3] https://lanuovabq.it/it/la-lezione-di-san-newman-e-ratzinger-sulla-coscienza

[4] Ho approfondito tale prospettiva nel saggio Res Amissa. La perduta cosa, in Campari&deMaistre (ed.), Fino alla fine del mondo, Historica Edizioni 2017, pp. 109-163.

 




Il presidente della Conferenza episcopale tedesca segnala l’apertura ai “diaconi” femminili

Nei giorni scorsi il vescovo Bätzing, presidente della Conferenza episcopale tedesca, ha rilasciato un’ampia intervista ad una radio tedesca in cui ha parlato di alcuni scottanti temi che il “percorso sinodale” della Chiesa locale della Germania sta affrontando. Ve ne parliamo traendo le notizie da due diversi articoli usciti per LifeSiteNews e The Catholic Herald.

 

mons. Georg Bätzing, presidente della Congerenza Episcopale Tedesca

mons. Georg Bätzing, presidente della Congerenza Episcopale Tedesca

 

di Annarosa Rossetto

 

In un’intervista con WDR5 – una emittente radio tedesca – il 9 marzo, il vescovo Bätzing, neoelètto presidente della Conferenza Episcopale Tedesca, ha risposto a domande sul ruolo e sul futuro delle donne nella Chiesa. Ha detto che se il “percorso sinodale” in corso in Germania richiederà l’ordinazione delle donne al diaconato, Roma dovrebbe concedere un indulto per consentire ai vescovi tedeschi di ordinare le donne. In tal caso, ha affermato, sarebbe importante che l’assemblea sinodale chieda il cambiamento con “una voce molto forte”.

“Qui è necessario un atteggiamento molto forte”, ha spiegato. “E sarebbe più forte se verrà formulato congiuntamente dal popolo di Dio, ben rappresentato in questa assemblea sinodale, di vescovi e laici. Così avrebbe più peso.”

“E se questo verrà deciso, sono pronto a sostenerlo, e come membro del comitato direttivo sono persino obbligato a riportarlo a Roma”, ha affermato il vescovo del Limburgo.

In questa intervista poco dopo la sua elezione della scorsa settimana, ha affermato che il ruolo delle donne “è la questione più urgente che abbiamo riguardo al futuro” della Chiesa. “È in questo campo che la Chiesa è davvero in ritardo. Non possiamo più aspettare. Le donne devono avere pari diritti”, ha affermato il vescovo durante il programma radiofonico.

Bätzing ha anche affermato che Papa Francesco “non ha preso posizione” sulla possibilità di ordinare donne al diaconato, su cui il Sinodo dell’Amazzonia dell’anno scorso ha chiesto ulteriori considerazioni, e che l’argomento era ancora aperto.

L’intervista del lunedì del vescovo è coincisa con la Giornata Internazionale della Donna. In Germania la giornata è stata contrassegnata da manifestazioni all’esterno di chiese e cattedrali cattoliche da parte di organizzazioni che chiedevano una partecipazione “equa” delle donne alla vita della Chiesa attraverso l’ordinazione sacramentale a tutti i ranghi del clero. A Colonia circa 700 manifestanti, guidate dal gruppo Maria 2.0, hanno protestato contro l’insegnamento della Chiesa sull’ordinazione sacerdotale riservata ai soli uomini e hanno chiesto la fine del celibato clericale.

A mons. Bätzing è stato chiesto un parere sulla proposta del professore tedesco di Diritto Canonico Bernhard Sven Anuth che a novembre 2019 aveva detto a Zwei Köpfe (sito di informazione online tedesco, ndt) che i vescovi tedeschi avrebbero dovuto chiedere al papa il permesso di avere “diaconi” donne.

“Non serve nemmeno cambiare la legge canonica per tutta la Chiesa, ma il Papa potrebbe creare un’eccezione per l’area di una conferenza episcopale”,  aveva sostenuto Anuth.

Egli ha spiegato che questa idea non è una novità. “Questa proposta è stata fatta dai Canonisti americani a metà degli anni ’90, ed è sul tavolo da 25 anni. Il sinodo di Würzburg si era già pronunciato a suo favore negli anni ’70”, ha affermato l’Avvocato Canonico. “E il cardinale Lehmann, negli ultimi anni della sua vita, ha fatto riferimento a questo voto e ha detto che i vescovi tedeschi dovrebbero tornare ad esso”.

Papa Giovanni Paolo II ha dichiarato nella sua lettera apostolica Ordinatio Sacerdotalis del 1994 che è ontologicamente impossibile per le donne essere “ordinate”.

Anuth affermava che il primo stadio del sacramento dell’Ordine Sacro, il diaconato, non è influenzato da un divieto nei confronti di donne sacerdote.

“Benedetto XVI ha modificato specificamente il Codice di Diritto Canonico per chiarire che i diaconi non rappresentano Cristo quale Capo della Chiesa – cosa che fino ad allora era sempre stato un argomento fondamentale contro le donne diacono. Ciò è stato cambiato nel Catechismo nel 1997 e nel 2010 nel Diritto  Canonico”, aveva spiegato Anuth.

Aveva poi aggiunto: “Solo dopo la sua ordinazione al sacerdozio un uomo può rappresentare Cristo come capo della Chiesa. E con ciò, secondo me, è stata abbandonata una discussione teologica contro i diaconi femminili ”.

L’ex capo della Congregazione per la Dottrina della Fede, il cardinale Gerhard Müller, ha detto cose molto diverse in un’intervista del 2002. All’epoca Müller non era ancora un vescovo, ma professore di teologia dogmatica a Monaco.

Müller ha spiegato che il sacramento dell’Ordine Santo è uno, “come il pieno esercizio nello Spirito Santo della missione, unico nella sua origine, degli apostoli di Cristo, esercitato nella sua pienezza dal vescovo. Secondo il suo grado di specificità, la partecipazione differenziata in esso è chiamata presbiterato o diaconato. ”

A causa dell’unità del sacramento, queste tre fasi di partecipazione non possono essere separate l’una dall’altra. Quindi,  aveva spiegato Müller, “sarebbe una vera discriminazione per la donna, se fosse considerata adatta al diaconato, ma non al sacerdozio o all’episcopato”.

“La Chiesa non ordina le donne, non perché mancano di qualche dono spirituale o talento naturale, ma perché – come nel sacramento del matrimonio – la differenza sessuale e la relazione tra uomo e donna contiene in sé un simbolismo che presenta e rappresenta in sé una condizione preliminare per esprimere la dimensione salvifica della relazione di Cristo e della Chiesa ”, ha continuato Müller.

Aveva sottolineato che nemmeno il Papa ha il potere di cambiare l’insegnamento della Chiesa sull’oridinazione di “diaconi” donne.

“Tenendo presente la fede della Chiesa, che si esprime nella sua pratica dogmatica e liturgica, è del tutto impossibile per il Papa intervenire nella sostanza dei sacramenti, a cui essenzialmente la questione del soggetto che può leggittimamente ricevere il sacramento degli Ordini appartiene.”

In passato, Bätzing ha sostenuto posizioni che chiedono una revisione della disciplina della Chiesa sull’Eucaristia, ma ha insistito sul fatto che qualsiasi deviazione dalla pratica universale richiede l’approvazione romana.

Nel settembre 2019, Bätzing ha presieduto un gruppo di lavoro ecumenico di teologi cattolici e protestanti che ha prodotto un documento, intitolato “Insieme alla tavola del Signore”, che ha concluso che “la partecipazione reciproca alla celebrazione della Cena / Eucaristia del Signore è teologicamente giustificata “.

Al momento della pubblicazione del documento, Bätzing ha spiegato di essersi unito al gruppo alla fine del processo e inizialmente si è chiesto “se essere d’accordo o no”.

“Ma devo dire che la giustificazione teologica in questo documento di base è così chiara per me che non ho voluto e non ho potuto evitarlo.”

Nella Chiesa cattolica, solo i cattolici battezzati in stato di grazia possono ricevere la Comunione. Il Codice di Diritto Canonico delinea circostanze molto strette in cui i non cattolici possono essere ammessi alla Comunione. Nonostante vescovi di diversi paesi del nord Europa abbiano ripetutamente chiesto l’intercomunione eucaristica, questa è stata sempre respinta da Roma.

Riconoscendo ciò al momento della pubblicazione del rapporto, Bätzing disse che la sua certezza sulla questione non significava che egli fosse libero di modificare la disciplina sacramentale.

“Ora la discussione teologica deve essere portata al livello dell’ricezione dottrinale, cioè un’accettazione da parte del Magistero della Chiesa cattolica. E questo processo è in sospeso”, ha detto.

A conclusione del processo sinodale, tutte le varie proposte  – compresa quella della ZdK (Comitato Centrale dei Cattolici) di ordinare donne e benedire le unioni dello stesso sesso –  saranno sottoposte all’assemblea per un voto, con la partecipazione egualitaria di vescovi e laici

 




Gilberto Gobbi e la questione dell’omosessualità nella vita consacrata

L’Osservatorio Internazionale Cardinale Van Thuân sulla Dottrina Sociale della Chiesa ha da poco pubblicato la recensione all’ultimo libro di Gilberto Gobbi, dal titolo “Uomini e donne di Dio. Omosessualità e formazione della personalità nella vita consacrata” (Sugarco Edizioni, 2020). Di seguito il testo.

 

Gilberto Gobbi Libro su omosessualità e vita consacrata

 

 

di Silvio Brachetta

 

Gilberto Gobbi intuisce che a monte della questione dell’omosessualità nel sacerdozio cattolico, assieme a diverse concause, c’è soprattutto il crollo della figura paterna. Il padre – ma anche il Padre, nel senso di Dio Padre – e stato tolto di mezzo dalla modernità, specialmente negli anni a seguito del Sessantotto. Non si tratta soltanto di rammentare la dottrina, pure importante, di Freud e della sessualità infantile, ma c’è qualcosa di più sostanziale: il Padre, nella Rivelazione e, a maggior ragione, nel sacerdozio cattolico, è un fattore ontologico; è costitutivo dell’essenza del cristianesimo.

Non si può, dunque, valutare il fenomeno dell’omosessualità nel sacerdozio, sul medesimo piano di altri ambiti sociali. Se il sacerdote ha qualcosa di freudianamente irrisolto con il padre (o, spiritualmente, con il Padre), ne va della fede stessa. Anche il fedele chiama “padre” il sacerdote e lo stesso prete, non di rado, si rivolge al confratello come “padre”. Nella Chiesa – scrive Gobbi – «nel momento in cui va in crisi la figura del padre, viene messa in discussione l’autorità del Padre Eterno».

 

Gobbi fa il quadro di una Chiesa assai sollecita, nei suoi pronunciamenti magisteriali, nello scoraggiare l’ordinazione al sacerdozio non solo di coloro i quali praticano abitualmente l’omoerotismo, ma anche di chi ha una semplice tendenza all’omosessualità. Dal 1961 alle ultimissime disposizioni di Papa Francesco, la Chiesa sconsiglia risolutamente l’ingresso di persone omosessuali nel sacerdozio, sia pure «nel dubbio». Si tratta di una serie di documenti pubblicati nell’arco di mezzo secolo (o di semplici affermazioni pontificie) puntualmente disattesi, nella prassi, dalle decisioni dei direttori spirituali; di coloro, cioè, che devono accertare l’idoneità del candidato all’ordinazione sacerdotale.

Il direttore spirituale, di solito, è di manica larga: è un formatore non «formato», che senza molti scrupoli dichiara idonei al sacerdozio omosessuali potenziali o praticanti. Il risultato di queste scelte dissennate si manifesta negli scandali degli ultimi decenni, poiché – osserva Gobbi – «il 90% dei preti condannati per abusi sui minori, sono preti omosessuali». C’è dunque «uno stretto legame tra l’omosessualità dei preti e gli abusi sessuali sui minori». Ma anche volendo considerare la sola dimensione soprannaturale, è sufficiente costatare quanto il pansessualismo dilagante sia in contrasto con la purezza e la castità richiesta a tutti i fedeli e, a maggior ragione, ai sacerdoti.

 

Il nucleo delle disposizioni magisteriali, nel merito, si possono riassumere nell’Istruzione del 2005, a cura della Congregazione per l’Educazione Cattolica e controfirmata da Benedetto XVI. In essa – ricorda l’autore – si vieta l’accesso al Seminario e agli Ordini Sacri per tre categorie di persone: «coloro che praticano l’omosessualità», coloro che «presentano tendenze omosessuali profondamente radicate» e, infine, coloro che «sostengono la cosiddetta cultura gay». E, infatti, non è solo una questione di omosessualità: una certa parte dei formatori ha ceduto all’omosessualismo, ovvero a quell’«ideologia del gender» o «queer», che sta imponendo ovunque – anche in certi ambienti ecclesiali – la sua visione del mondo, amorale e anticristiana.

L’omosessualismo o il pansessualismo hanno pervaso, nell’ultimo mezzo secolo, ogni settore della società e nemmeno la Chiesa ne è rimasta immune. Una certa idea libertaria del Decalogo si è fissata stabilmente nelle coscienze di laici e chierici, raffreddando la fede e inducendo gli stessi sacerdoti a trascurare con leggerezza il sesto comandamento. L’omoerotismo, a seguito di questo convincimento, non è più considerato un ostacolo insormontabile e nei Seminari molti preferiscono chiudere un occhio di fronte alle vocazioni legate, in qualche modo, all’omosessualità. Le disposizioni del magistero sono così ignorate e si preferisce, eventualmente, rimuovere il problema a posteriori, magari per mezzo della psicoterapia.

 

E, in quanto psicoterapeuta, Gobbi ha seguito alcuni di questi casi. Nel suo libro, ne descrive due, assai significativi. Il primo comincia con l’ordinazione presbiteriale del candidato e finisce con l’abbandono della propria omosessualità, ma anche del sacerdozio, perché il chierico chiede una dispensa canonica e va a convivere con una donna. Cos’era accaduto? Che il giovane si è accorto, nel periodo pre-vocazionale e, poi, durante gli anni del Seminario, che l’istituzione ecclesiastica è spesso latitante e carente, soprattutto nell’ambito della formazione. Il prete racconta a Gobbi che «al catechismo il sesto comandamento era stato solo accennato». In seguito, quanto al suo direttore spirituale, «non ricorda una volta che gli venga chiesto se ha le “normali” attrazioni verso le donne» o se abbia «guardato giornalini e film porno». Eppure, il suo caso è stato quello di un soggetto non solo orientato all’omosessualità, ma praticante ordinariamente l’omoerotismo.

Fu dunque ammesso al diaconato, «con qualche dubbio da parte di un solo superiore». Nella confessione, inoltre, era minimizzata la pederastia e la masturbazione, con la scusa che «Dio è misericordia» e che sant’Agostino sentenziò: «Ama e fa’ quello che vuoi». Tanta superficialità non poteva che portare al fallimento e, di fatto, il novello prete fallì e sì trovò a dover abbandonare la tonaca, a causa dell’inconsistenza vocazionale.

 

Il secondo è un caso di orientamento omosessuale, che non si è concretizzato in atti peccaminosi. Il sacerdote, grazie ad una buona direzione spirituale, alla confessione e alla psicoterapia, è riuscito ad ottenere il controllo delle proprie pulsioni. Come nella precedente, però, anche in questa situazione, tanto il candidato quanto l’istituzione ecclesiastica non hanno ritenuto che quelle che lui chiama le «tentazioni sinistre» fossero in «contrasto con l’ordinazione presbiteriale».

Il sacerdote, tuttavia, ha mutato parere nel tempo. Divenuto egli stesso direttore spirituale del Seminario maggiore, al momento di votare l’ammissione al sacerdozio di due giovani con tendenza e pratica omosessuale, espresse parere negativo, convinto che i due «non dovevano essere ordinati sacerdoti».

In entrambe le vicende, comunque, i candidati o gli stessi superiori comprendono (o intuiscono) che l’omosessualità è un problema, se non un ostacolo al sacerdozio. Pur nell’esistenza di diverse tipologie di omosessualità – che l’autore elenca – ci sono evidenze che non possono essere ignorate, come l’incompatibilità tra sacerdozio e la violazione sistematica dei comandamenti divini. Se non altro, i candidati hanno sempre cercato un aiuto nelle istituzioni e nel supporto psicologico.

 

Gobbi presenta la sessualità, nel suo testo, come positiva, cioè come «progetto di libertà» e non come elemento opprimente della vita umana. Il sacerdote, ad esempio, che voglia abbracciare il celibato, non dovrebbe mai praticare la castità «come obbligo, ma come scelta di libertà». È certamente possibile «rendere la sessualità libera nella sua conflittualità», ma solo «a condizione di portarla sotto la guida dello spirito». Non ha molta importanza, cioè, se la vocazione è orientata al matrimonio, al sacerdozio o verso altre strade, ma è sempre essenziale che sia lo spirito a guidare il corpo e non viceversa. Altrimenti – scrive l’autore – la sessualità regredisce «al livello della pura genitalità».

Sull’«onda della “rivoluzione sessuale”» sessantottina c’è stata una grande frattura, che ha danneggiato il singolo e la società. In particolare si sono affermati tre errori: «la scissione tra sessualità e procreazione, la sostituzione dell’identità psicosessuale con l’orientamento sessuale e l’aver affermato e proposto l’equiparazione tra eterosessualità e omosessualità». Un tale cambiamento di prospettiva – continua Gobbi – «è lentamente penetrato nella Chiesa cattolica ed è stato il cavallo di Troia» che ha messo in discussione la verità su Dio e sull’uomo, «creato a sua immagine, maschio e femmina». Al contrario di quanto sostiene il pansessualismo contemporaneo, il linguaggio del corpo, «parole e gesti, è fatto per corrispondere alla verità e non alla falsità, perché la perfezione dell’uomo sta nella verità».

 




Coronavirus, Arcivescovo polacco: “è impensabile che non si preghi nelle nostre chiese”

Il presidente della Conferenza episcopale polacca ha chiesto un aumento del numero di Messe domenicali celebrate nel Paese, in modo che più persone possano partecipare in sicurezza nel mezzo all’epidemia di coronavirus.

Ecco un articolo dello staff del Catholic News Agency nella mia traduzione. 

 

Basilica di Santa Maria a Cracovia

Basilica di Santa Maria a Cracovia

 

Il presidente della Conferenza episcopale polacca ha chiesto un aumento del numero di Messe domenicali celebrate nel Paese, in modo che più persone possano partecipare in sicurezza nel mezzo dell’epidemia di coronavirus.

“In relazione alle raccomandazioni dell’ispettore capo dei servizi sanitari, secondo le quali non dovrebbero esserci grandi raduni di persone, chiedo di aumentare – per quanto possibile – il numero delle Messe domenicali nelle chiese, in modo che un certo numero di fedeli possa partecipare alla liturgia … secondo le direttive dei servizi sanitari”, ha scritto l’arcivescovo Stanisław Gądecki di Poznań in un comunicato inviato il 10 marzo alla CNA.

Poiché tra le funzioni di una chiesa c’è quella di curare le malattie spirituali, “è impensabile che non si preghi nelle nostre chiese”, riflette.

Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, ci sono 11 casi confermati di coronavirus in Polonia e zero morti. Il Paese ha solo casi importati, cioè tutti i casi sono stati acquisiti al di fuori del suo territorio.

In tutto il mondo ci sono 109.577 casi confermati e 3.809 decessi.

L’arcivescovo Gądecki ha ricordato che in queste circostanze, gli anziani e i malati non hanno l’obbligo di partecipare alla Messa, e ha aggiunto che “non c’è l’obbligo di scambiare il segno della pace stringendo la mano durante la Santa Messa”.

Ha chiesto preghiere per coloro che sono morti a causa del coronavirus, aggiungendo: “Preghiamo per la salute dei malati e per i medici, il personale medico e tutti i servizi che lavorano per fermare la diffusione del virus” e “affinché l’epidemia finisca”.

L’arcivescovo Gądecki ha incoraggiato in modo particolare, “secondo la tradizione della Chiesa”, pregando il Trisagion (“tre volte santo”), dall’Adorazione della Croce durante la Messa del Venerdì Santo.

Molte Chiese in tutto il mondo hanno emanato linee guida precauzionali per le Messe, o hanno cancellato completamente le Messe pubbliche, a causa dell’epidemia di coronavirus che ha avuto origine in Cina alla fine dello scorso anno.

Il nuovo ceppo del coronavirus causa una malattia respiratoria, COVID-19, e ha un tasso di mortalità di circa il 3%. La stragrande maggioranza dei casi e dei decessi si è verificata in Cina.

 




L’Angelus e le litanie lauretane con il cardinale Comastri per chiedere la liberazione dall’epidemia

A partire da ieri per una settimana in Vaticano, per iniziativa del cardinale Angelo Comastri, arciprete della Basilica di san Pietro, ogni giorno alle 12.00 verrà recitata la preghiera dell’Angelus seguita dalle litanie lauretane, per invocare l’intercessione di Maria in questo momento così difficile.

 

 

Un atto di invocazione filiale a Maria per essere liberati dall’epidemia del Coronavirus che sta dilagando nel mondo. E’ la preghiera dell’Angelus seguita dalle litanie lauretane che a partire da oggi per una settimana, ad eccezione di domenica, per iniziativa del cardinale Angelo Comastri, arciprete della Basilica di san Pietro e vicario generale del Papa per la Città del Vaticano., si svolge ogni mattina in Vaticano alle 12.00. Un’iniziativa – spiega un avviso firmato dal porporato – “per invocare l’intercessione di Maria in questo momento così difficile”. “Nei momenti di pericolo, spontaneamente, i figli si rivolgono alla mamma. Nella particolare circostanza che stiamo vivendo, ci rivolgiamo a Maria, la Madre che Gesù ci ha donato dalla croce”.

 

L’invocazione alla Madre

“O Maria, per il tuo sì umile e libero
sei diventata la prima culla di Dio,
il primo tabernacolo dell’Altissimo,
l’inizio dell’ultimo capitolo della storia.

Tu hai visto gli apostoli felici attorno a Gesù.
Poi li hai visti tristi nell’ora della Passione
e hai raccolto nel cavo della tua mano
le loro lacrime di paura e di smarrimento.

Maria, Madre della Chiesa,
tu non hai avuto paura quando è giunta la Croce.
E provasti di nuovo l’emozione di Betlemme
quando Gesù dalla Croce ti chiamò Madre
aprendo nuovi orizzonti alla tua maternità.

Tu hai sentito il fremito della Pentecoste
 e hai visto gli apostoli uscire dal Cenacolo
 spinti da un’onda di entusiasmo
 che giunge inalterata fino a noi.

Maria, Madre della Chiesa,
stringici al petto
 e donaci il battito del Cuore del tuo Figlio Gesù.
Amen”.

L’invito ad unirsi alla preghiera dell’Angelus da casa propria è rivolto a tutti. E’ possibile partecipare attraverso la diretta streaming, ogni giorno alle 12.00, su Vatican News.