Cancellare le messe non è la risposta al Coronavirus

Continuo a non capire, con le misure prese dal Governo con decorrenza oggi 10 marzo, continueremo a poter fare la spesa nei negozi, nei centri commerciali e negli ipermercati, andare nei bar e nei ristoranti, ad usufruire dei relativi servizi forniti, mantenendo però la distanza di sicurezza, ma continueremo a non poter assistere alla santa messa. Posso andare in chiesa a pregare, ma non posso usufruire del “servizio” che in chiesa posso ricevere e che è costituito dalla santa messa, anche se mantengo la distanza di sicurezza da un altro fedele. Dunque, se ho ben capito, mi è consentito andare a pregare in chiesa, anche se all’ora della messa, nel caso il sacerdote la celebrasse, sarò invitato dallo stesso sacerdote ad uscire dalla chiesa? Come è mai possibile questo? Come è mai possibile che la Chiesa non abbia fatto obiezione? Del resto, proprio oggi Papa Francesco, nella sua omelia mattutina da Casa S. Marta, ha detto: “Preghiamo il Signore anche per i nostri sacerdoti, perché abbiano il coraggio di uscire e andare dagli ammalati, portando la forza della Parola di Dio e l’Eucarestia”. E allora, se sono invitati a portare l’Eucarestia ai malati, perché non la possono fare a colori che possono permettersi di andare in chiesa?

A tal proposito, riprendo un articolo di mons. Charles Pope, pubblicato sul  National Catholic Register, in cui egli mostra la stessa incredulità. E ci spiega anche il perché.

Eccolo nella mia traduzione. 

 

Mons. Charles Pope

Mons. Charles Pope

 

Le Scritture ci mettono in guardia da una minaccia gravissima per il nostro benessere spirituale, che è la paura della morte:

Ora, Poiché dunque i figli hanno in comune il sangue e la carne, anche Cristo allo stesso modo ne è divenuto partecipe, per ridurre all’impotenza mediante la morte colui che della morte ha il potere, cioè il diavolo, e liberare così quelli che, per timore della morte, erano soggetti a schiavitù per tutta la vita. (Ebrei 2, 14-15).

Eppure, ora, stiamo manifestando un attacco di panico quasi mondiale per un virus che, per quanto cattivo possa essere, non ha alcun potere di per sé stesso di “separarci dall’amore di Cristo” (Romani 8:35).

Si possono scusare i non credenti, che San Paolo descrive come “coloro che non hanno speranza” (1 Tessalonicesi 4:13), ma cosa dire dei vescovi e degli altri capi della Chiesa che hanno ceduto alle pressioni per cancellare le messe pubbliche mentre i bar e i ristoranti rimangono aperti (anche se in misura ridotta)? Cibo e bevande sono essenziali per la nostra sopravvivenza fisica, ma la Santa Eucaristia è ancora più essenziale per la nostra sopravvivenza spirituale: Davvero, davvero, vi dico, se non mangiate la carne e non bevete il sangue del Figlio dell’uomo, non avete vita in voi (Giovanni 6:53). E così ci troviamo di fronte a una profonda indignazione per la mancanza di disinfettanti per le mani e di maschere chirurgiche, ma troppo poca indignazione per gli stupefacenti limiti e il rifiuto assoluto di offrire i sacramenti ai fedeli di Dio.

Dove sono le nostre priorità? Siamo ossessionati da un virus, ma prestiamo poca attenzione alle pulsioni peccaminose che possono uccidere le nostre anime in eterno. Troppi pastori che per lungo tempo si sono rifiutati di delineare le esigenze di una degna accoglienza della Santa Comunione hanno improvvisamente scoperto un motivo per limitare l’accesso alla Santa Comunione a persone che, anche in modo molto remoto e solo potenziale, potrebbero incorrere in minacce fisiche alla loro salute.

Vi chiedo semplicemente: Ci stiamo specializzando nelle cose minori? La salute fisica ha il suo posto, ma anche quella spirituale – e il suo posto è molto più importante.

“Siate pronti ad abbandonare questa vita mortale piuttosto che le persone impegnate nelle vostre cure”, diceva San Carlo di Borromeo ai sacerdoti mentre la peste del 1576 travolgeva Milano. “Andate avanti tra gli appestati come per la vita, come per una ricompensa, anche se ci fosse una sola anima da conquistare a Cristo”.

Mi preoccupa il fatto che abbiamo perso il nostro coraggio e la nostra fede e subordinato le cose sante allo Stato in questa vicenda. Cancellare la messa mentre bar e ristoranti rimangono aperti durante il giorno è ottuso e sembra dimostrare una mancanza di determinazione da parte dei nostri leader. San Carlo Borromeo non si è accucciato durante l’epidemia di peste del suo tempo – è andato tra i fedeli e si è preso cura di loro come un sacerdote dovrebbe fare. Ha anche detto ai leader civili non credenti del suo tempo di riconoscere che la fede, il pentimento pubblico e il culto erano parti essenziali di ogni soluzione. Oggi abbiamo molto meno della peste e siamo troppo disposti a lasciare che un governo laico ci dica di annullare le nostre preghiere pubbliche.

Alcuni mi definiranno irresponsabile per aver chiesto la ripresa delle messe pubbliche e comunitarie. “La gente sta morendo”, diranno. Posso rispondere solo dicendo che le anime muoiono per paura e per l’ossessione mondana della morte. La morte arriverà a tutti noi, e probabilmente non per un coronavirus. La domanda più profonda e più importante è questa: Siete pronti a morire e ad affrontare il giudizio [di Dio]?

Prendiamo ragionevoli precauzioni. Lavatevi le mani; evitate di toccarvi il viso; rispettate che alcuni non vogliano stringere la mano proprio ora. Ma soprattutto, non abbiate paura e non pensiate che Dio non abbia più il controllo. Andate a Messa e abbiate fiducia in Dio! Ora è il momento della fede, non di un abbandono insensato della liturgia che rimane il nostro aiuto per la salvezza in un mondo intriso di peccato e di empietà. Corri a Dio! Non scappare da Lui e dai suoi sacramenti.

Signore, salvaci da preoccupazioni sciocche e senza fede! Dacci la salute. Ma, soprattutto, donaci una fede che non teme i semplici attacchi al corpo, ma ricordaci con sobrietà che gli attacchi all’anima sono molto più gravi di quanto il mondo pensi. Aiutaci ad essere più preoccupati per ciò che ti sta a cuore. I nostri corpi moriranno, ma le nostre anime resisteranno. Con la tua grazia possiamo tendere alle nostre anime affinché i nostri corpi possano un giorno risorgere alla gloria.

 




La messa è finita. Tutti al supermercato (e un grazie speciale a Mara Venier)

chiesa con un solo fedele

 

di Miguel Cuartero Samperi 

 

Oggi, domenica 8 marzo, ho partecipato alla messa delle 11 ignaro del fatto che sarebbe stata l’ultima celebrazione eucaristica a cui sarà possibile partecipare fino al prossimo 3 aprile.

L’ultima Messa. Voglio ricordarla così: con poche persone, quelle giuste, il numero esatto. Come se la parrocchia avesse stabilito il numero massimo di partecipanti e avesse distribuito i biglietti per convalidarli all’ingresso. Pochi fedeli ordinatamente seduti a un metro di distanza, uno per panca, alle estremità opposte. Al mio arrivo c’erano ancora metri di panca liberi, in prima e seconda fila.

Il Vangelo della Trasfigurazione mi ha ricordato qualcosa che ho sentito gridare (certe cose non si dicono ma si affermano con enfasi e determinazione) da Kiko Agüello in una sua recente catechesi, ossia che «non siamo stati creati per i cimiteri ma per la vita eterna, perché Cristo è Risorto, veramente risorto» (… non per modo di dire).

Se inizialmente non riuscivo a capire il collegamento tra quel brano del Vangelo e la Quaresima (cosa che ora riflettendoci mi sembra ovvia!), ho pensato al coronavirus. Ho pensato che a tutti noi, accorsi in quella chiesa nonostante il pressante invito a non uscire di casa, la Parola stava suggerendo: “non temete di ammalarvi, non temete di morire, perché siete fatti di una sostanza immortale, siete chiamati alla luce, alla trasfigurazione”. E ancora “Noi tutti saremo trasfigurati, Cristo ha aperto il cielo e il nostro destino è la vita eterna, non il tampone e la terapia intensiva”.

Nulla di tutto ciò nell’omelia, perché purtroppo il sacerdote ha volutamente evitato di parlare dell’unica cosa di cui – verosimilmente – i presenti avrebbero avuto voglia sentire parlare. In maniera quasi imbarazzante, non c’è stato nessun riferimento al virus, all’epidemia, alla malattia, alla polmonite che sta colpendo in maniera estremamente seria il paese, mietendo vite e seminando panico. Chi si aspettava parole concrete di incoraggiamento, di speranza, di fede, di fronte alla paura reale del virus, sarà probabilmente rimasto deluso. Ma se l’omelia non parla delle nostra paure concrete, per dare una risposta di fede, di cosa ci deve parlare?

Un accenno si è fatto durante le preghiere universali, quando il sacerdote ha aggiunto una sua preghiera a quelle presenti sul “foglietto”; una preghiera a Dio affinché ci protegga “dalle malattie” e guidi la “comunità scientifica”.

Come ogni cosa preziosa di cui disponiamo quotidianamente senza riuscirne ad apprezzare sufficientemente il valore, ogni Eucaristia dovrebbe essere vissuta come l’ultima. Non l’ho fatto con quella consapevolezza, eppure la ricorderò come l’ultima eucaristia per qualche settimana, sperando che l’emergenza non costringa a procrastinare la ripresa delle celebrazioni.

La celebrazione si è svolta nel pieno e ferreo rispetto delle norme igenico-sanitarie e delle disposizioni governative per prevenire il contagio di coronavirus. Oltre alla distanza di sicurezza, comunione obbligatoriamente sulle mani, divieto dello scambio della pace e di ogni contatto fisico (baci e abbracci) dopo la celebrazione. Ci si guardava appena, e un colpetto di tosse (sul fazzoletto, ché il gomito in Chiesa non sono ancora abituato ad alzarlo, mi sembra scomposto e indecoroso) mi ha fatto guadagnare una brutta occhiataccia da un’anziana signora ubicata a tre metri di distanza in direzione nord-ovest.

Prima della benedizione finale il celebrante ha trasmesso (a dire il vero a modo suo) il messaggio che il cardinale Vicario ha voluto inviare a tutti i fedeli di Roma. Il cardinale De Donatis ha chiesto «un giorno di digiuno e preghiera». Il parroco ha interpretato e riferito chiedendo «un giorno di preghiera e una piccola rinuncia per chi se la sente…». Moriremo senza sforzarci.

Finita la celebrazione mi sono recato al supermercato di fronte alla Chiesa per acquistare alcune provviste necessarie per il pranzo. Come si suol dire: «Dopo la mistica, la mastica!». Com’è facile prevedere, quel supermercato si riempie regolarmente alla fine di ogni celebrazione; dunque molti dei fedeli usciti poc’anzi dalla Messa, ci siamo ritrovati al bancone dei salumi e del pane col numeretto in mano, gomito a gomito (si sa’, alcune signore sgomitano di fronte al San Daniele in offerta), ma anche faccia a faccia, quasi mano a mano. L’emergenza è alta ma sembra che il supermercato sia considerata zona franca, qui non sembra sia necessario mantenere il metro di distanza tra persone. Neanche alla cassa, lungo la fila che occupava un intero corridoio, nessun direttore o commesso ha chiesto alla clientela di mantenere distanze prudenziali. Tutto comprensibile: “Sine manducare non possumus“.

Solo nel pomeriggio sono venuto a sapere che la Diocesi di Roma ha disposto di sospendere ogni celebrazione eucaristica fino al 3 aprile in ottemperanza al decreto del Presidente del Consiglio. La notizia è arrivata grazie a Domenica In, noto programma di intrattenimento nazionale che da quasi cinquat’anni anima (si fa per dire) è il sopore pomeridiano del focolare domestico italiano, mentre si combatte col “demone meridiano”. È toccato a Mara Venier dare il messaggio a tutti i fedeli della Diocesi governata dal Sommo Pontefice (Vescovo di Roma). Nel suo studio televisivo, infatti, un sacerdote si dibatteva animatamente per difendere a gran voce il proprio diritto di celebrare l’Eucaristia, pur prendendo le dovute precauzioni e nel rispetto delle norme diramate dal governo, perché – affermava – «C’è un diritto del cristiano di avere Gesù» e su questo si diceva disposto a disobbedire al Governo. La conduttrice lo bacchettava con severità: «Sei un pericolo pubblico».

È a questo punto che – per porre fine all’accesa diatriba del salotto televisivo – è arrivata, in diretta, la telefonata del portavoce del Vicariato che ha dato ragione alla Venier (che prontamente posa un microfono sul cellulare in contatto dal Laterano) zittendo il sacerdote. La Venier viene dunque, avvisata in anteprima, che la Diocesi è in procinto di comunicare a tutti che non si potranno più celebrare le Sante Messe in pubblico… La telefonata termina col sentito ringraziamento del portavoce del Vicariato alla “Signora della domenica” e Domenica In «per il servizio che state facendo a tutti». Anche noi ringraziamo Mara per aver dato a tutti l’annuncio della sospensione delle Messe nell’Urbe. Dopo gli orrori della comunicazione del Governo Pd-5stelle e i continui grattacapo della comunicazione vaticana… il Vicariato si adegua: dal Signore della domenica, alla signora della domenica.

Certamente in Francia la situazione non è seria come lo è in Italia. Ma la posizione di monsignor Pascal Roland, vescovo di Belley-Ars, colpisce per la distanza da ciò a cui siamo abituati nel nostro paese. In una lettera alla sua diocesi (che vale la pena leggere e meditare per esteso) ha espresso con chiarezza e coraggio la sua posizione. Parole di un pastore che ama le sue pecore e che onora la sua missione:

«Da parte mia, mi rifiuto di cedere al panico collettivo e di sottomettermi al principio di precauzione che sembra muovere le istituzioni civili. […] Lungi da me, quindi, l’idea di prescrivere la chiusura delle chiese, la soppressione delle messe, l’abbandono del segno di pace durante l’Eucaristia, l’imposizione di questa o quella modalità per ricevere la Comunione, considerata più igienica, perché una chiesa non è un luogo di rischio, ma un luogo di salvezza. È uno spazio in cui accogliamo Colui che è la Vita, Gesù Cristo, e dove, attraverso Lui, con Lui e in Lui, impariamo a vivere insieme. Una chiesa deve rimanere quello che è: un luogo di speranza. Dovremmo sigillare le nostre case? Dovremmo saccheggiare il supermercato del quartiere e accumulare riserve per prepararci ad un assedio? No! Perché un cristiano non teme la morte. È consapevole di essere mortale, ma sa a chi si è affidato. Crede in Gesù, che lo afferma: “Io sono la risurrezione e la vita. Chi crede in me, anche se muore, vivrà; e chiunque vive e crede in me non morirà in eterno” (Gv 11, 25- 26) Sa di essere abitato e animato dallo “Spirito di colui che risuscitò Gesù dai morti” (Rm 8,11)».

Mentre scrivo, in televisione parla un esperto che invita a starsene a casa: si vada al lavoro, si faccia la spesa, si assolvano i doveri fondamentali e urgenti. Si tralasci il resto. Il passatempo, il passeggio, il cazzeggio, il diletto. Insomma, ciò che è inutile e di cui possiamo fare tranquillamente a meno.