La paura che uccide e il coraggio che manca

Questo è un momento difficile che dobbiamo guardare e vivere sopratutto con fede, non solo con le misure sanitarie. Qualcosa è nell’aria… e non è solo il virus. 

Una riflessione di Giulio Meiattini, monaco presso l’abbazia della Madonna della Scala di Noci (Ba), è professore di teologia al Pontificio ateneo Sant’Anselmo, un’istituzione universitaria cattolica con sede a Roma.

Meiattini padre Giulio

padre Meiattini Giulio, monaco benedettino

 

di Giulio Meiattini

 

Con qualche esitazione entro nella discussione senza fine, e ormai diciamo pure quasi fuori controllo, sulla diffusione dell’ultimo virus di nuova generazione nel nostro paese e nel mondo. Sarebbe forse meglio tacere, per non amplificare ulteriormente il caso.  Tuttavia, il mio piccolo intervento vorrebbe essere proprio un tentativo di “contenere” l’epidemia mediatica e da panico, più che virale, mostrando il punto forse più profondo della nostra vulnerabilità in proposito. Se è vero che il nostro organismo non ha difese immunitarie davanti al nuovo virus (il cui grado di pericolosità, com’è noto, è molto discusso e controverso), è altrettanto vero che noi stiamo subendo soprattutto le conseguenze di una mancanza di anticorpi rispetto a pericoli e minacce che sono diversi da quelli della malattia propriamente detta.

Senza nulla togliere a una legittima, proporzionata e doverosa prudenza e alle misure cautelari di tipo sanitario, l’idea che molti si sono fatti, e che io condivido, è che il problema più serio che sta emergendo è di tipo mentale, culturale e, aggiungerei, spirituale. La verità è che si ha paura, troppa paura. E come diceva Mounier quasi un secolo fa parlando delle crisi dell’occidente, si tratta di una “piccola paura”, cioè una paura miserabile. Il nostro sistema e la nostra mentalità sono da molto, troppo tempo incentrati sulla “tutela”, sulla “sicurezza”, su un concetto esasperato di “salute”, che addirittura, secondo una definizione data dall’OMS già decenni fa, tende a identificarsi non solo con l’assenza di patologie, ma nientedimeno che col benessere. Il che è semplicemente utopico, ma è ormai mentalità.

In realtà, si ha troppa paura di morire, o anche solo di star un po’ male. E in questo momento la paura è spropositata rispetto alla minaccia in atto. E perché? Il motivo forse più profondo, o uno dei principali, penso sia una mancanza di prospettiva futura. Pensiamo un attimo a chi ha fatto l’unità d’Italia o chi ha combattuto in vario modo nella resistenza durante l’ultima guerra mondiale, a chi ha combattuto le guerre americane di indipendenza e persino per chi ha fatto la rivoluzione russa. Per costoro, la patria o la libertà valevano più della vita, perché il futuro era un bene superiore al presente, si pensava alle generazioni future (agendo realmente da adulti-genitori) dando la vita per un avvenire che si sarebbe realizzato. C’era comunque una qualche fede in un futuro (in certi casi anche ideologico o utopico) per il quale comunque valeva anche la pena morire. Analogamente, il credente che preferisce rischiare la vita e perderla, piuttosto che rinnegare la sua fede, ha davanti a sé il futuro eterno, oltremondano, il paradiso. Dunque, sia l’eroe (greco-romano, romantico o rivoluzionario) sia il martire antico (e anche i martiri contemporanei, si pensi alla ex Urss o alla Cina), sono figure emblematiche che rappresentano delle epoche, e hanno fatto epoca.

Ma, come ha fatto notare Baumann, oggi emblema della nostra epoca, non è né il martire cristiano né l’eroe, ma il divo, la celebrità, ovvero il palcoscenico, la visibilità, l’apparire e dunque l’apparenza.

Ciò significa che non disponiamo più di un futuro – l’immortale gloria presso i posteri o l’unità della patria o una società di uguali, il progresso, il paradiso e la vita eterna. La nostra cultura dispone solo del presente, di ciò che appare ora, dell’effimero. E lo vogliamo conservare disperatamente, perché ad esso non ci sono alternative o uscite di sicurezza possibili. Se perdiamo il presente, perdiamo tutto. Siamo giunti al capolinea. Sintomo di questa sindrome narcisistica è il rifiuto di invecchiare e la mancanza di coraggio e desiderio nel generare figli, attestandoci non più su un modello della vita adulta e responsabile verso i posteri, considerati come il nostro futuro, ma sempre più in un modello ideale di vita adolescenziale, l’eterna giovinezza. Ciò non significa che non esistano ancor oggi i martiri e gli eroi, ma essi non sono più additati dalla cultura dominate come modelli educativi e esempi da imitare. Si cerca di emulare il divo, l’uomo di successo. La sconfitta mondana (la morte in per un ideale o il martirio per vivere eternamente con Gesù) non fanno presa. La vita bisogna conservala a tutti i costi, eccetto quando diventa insopportabile o pesante: allora è meglio morire, perché già prima non si aveva un motivo per vivere.

In effetti, non solo non esiste più, per le masse occidentalizzate, un futuro oltre la morte, ma non abbiamo più neppure un futuro storico per cui valga la pena spendere e anche perdere la vita presente. Il filosofo Karl Loewith ha scritto nel secolo scorso un libro famoso: La fine della storia. In realtà l’umanità nata dalla crisi e dalla dissoluzione della modernità, non ha più storia, perché non ha più una mèta, un ultimo approdo, né terreno né ultraterreno (la società senza classi o la liberà della patria o il regno di Dio), e sente di non aver più un futuro “migliore” o un fine ultimo davanti a sé. Per questo neanche il progresso fa più testo. Pro-gressus e pro-gredire significa letteralmente fare un “passo in avanti”, avanzare, il ché suppone un procedere verso una direzione e verso un senso, i quali giudicano se c’è stato o no un avanzamento oppure se si è fuori strada. Oggi si parla sempre meno di progresso e sempre più di “crescita”, che è una parola neutra e proteiforme: una realtà e un corpo qualunque possono crescere sempre in dimensioni, anche a prescindere da un obiettivo. La metropoli contemporanea cresce in questo modo, aggiungendo quartieri e periferie sempre nuovi, in modo estensivo e quantitativo. In questo modello di crescita proteiforme non si perde, ma si accumula, non si avanza, ma ci si appesantisce.

Finito il mito del progresso e della società fatta di uguali, scomparso il Cielo come termine di desiderio, quale futuro ancora resiste? L’utopia superstite, è ormai quella di “uscire dall’umanità”, ormai giunta al capolinea, e accedere al trans-umano, a qualcosa cioè di non più umano, perché oltre-umano, ma che si profila, ahimé, come qualcosa anche di meno che umano. Se una volta la collocazione dell’uomo era vista in una posizione intermedia fra l’animale, da una parte, e gli dèi dall’altra (Esiodo e la Grecia classica) o fra l’animale e gli angeli o fra il mondo infra-umano e Dio, adesso la destinazione dell’uomo è quella di essere una via mediana fra l’animale e la macchina. Un essere umano, cioè, che per un verso regredisce al livello dell’istintualità non raffrenata, che soddisfa tutti i suoi bisogni senza remore (emozionalismo dell’istante) e dall’altro un uomo tecnologicamente trapiantato, munito di protesi e applicazioni sofisticate che lo avvicinano all’assemblato. Per altro verso, l’animale assurge al rango di soggetto avente diritti, compagno di vita e membro familiare a tutti gli effetti (fino a sostituire il figlio o una compagnia umana che non c’è), mentre il robot tende ad assomigliare all’essere umano, simulandone i comportamenti. Cosa è umano, cosa è animale e cosa tecnologico, lo si sa sempre di meno.

Concludendo possiamo dire che l’epidemia in atto, se così può essere chiamata a confronto con le vere e grandi epidemie di peste, vaiolo, colera, che nei secoli passati decimavano la popolazione, in questo momento attinge tutta la sua forza, non dal numero delle vittime o dalla sua obiettiva pericolosità, ma dalla debolezza spirituale dell’umanità, che è aggrappata al suo presente e non vuol perdere nulla, non vuol cedere niente e vuole perpetuarsi crescendo in modo indefinito. Mantenersi in questo stato di crescita permanente e indeterminata (senza scopo se non il crescere stesso), significa esattamente volersi mantenere adolescenti. Per questo si rischia di perdere tutto. Lì dove non c’è qualcosa di più alto e di più prezioso del presente adolescenziale non determinato, dove cioè non esiste un senso ultimo della storia e della vita a cui approdare (neppure l’età adulta dell’illuminismo) e che possa dare ragione della perdita parziale o totale del presente, se non esiste, cioè, qualcosa che valga più della vita, per cui valga la pena anche morire (non come fuga dalla sofferenza, ma come coraggio della convinzione) la vita si spegne, perché la paura uccide più della spada e più dei virus.

 

Ma la cosa più triste, e preoccupante per il futuro dell’umanità, è che la stessa Chiesa (o meglio gli uomini di Chiesa) hanno dimentica che la grazia di Dio vale più della vita presente. Per questo si chiudono le chiese e ci si allinea ai criteri sanitari e igenici. La chiesa trasformata in agenzia sanitaria, invece che in luogo di salvezza. Ci pensino bene i vescovi a chiudere le chiese e a privare i fedeli dei sacramenti, dell’eucaristia, che è medicina dell’anima e del corpo: chiudere le porte ai cristiani e pensare di potersela cavare con la scienza umana, è chiudere le porte all’aiuto di Dio. E’ confidare nell’uomo, invece che confidare in Dio.

 




Cura corporis e cura animae: La Chiesa e la crisi del Coronavirus

Afflitti o no, malati o no, le persone hanno bisogno sia dei medici del corpo che di quelli dell’anima, ora più che mai. Un articolo di della prof.ssa Ines Murzaku pubblicato su Catholic World Report, nella traduzione di Sabino Paciolla.

Piazza San Pietro e coronavirus

 

 

di Ines Murzaku

 

Dovevo essere in Italia con un gruppo di più di venti studenti per le vacanze di primavera. È una tradizione che dura ormai da quasi due decenni: trascorrere le vacanze di primavera esplorando alcuni dei luoghi più affascinanti della storia dell’umanità. Dovevamo andare in Sicilia e poi nel centro Italia, dove tutte le strade si incontrano, nella Città Eterna. Saremmo rimasti fino all’8 marzo, dando agli studenti la possibilità di partecipare alla preghiera dell’Angelus (detta anche Regina Coeli) in piazza San Pietro con Papa Francesco, un’esperienza di una vita per i giovani, cattolici e non, di vedere il Santo Padre guidare i fedeli nella preghiera e dare la sua Benedizione Apostolica agli studenti, ai loro cari, e benedire gli oggetti di devozione che avevano acquistato.

Ma il nostro viaggio di studio all’estero per le vacanze di primavera in Italia è stato annullato quest’anno, come per molte altre università degli Stati Uniti a causa dell’epidemia di coronavirus.

Non solo sono stati cancellati i viaggi di studio all’estero per le vacanze di primavera, ma anche l’Angelus dal vivo. La comunicazione più vicina del Santo Padre con i fedeli in piazza San Pietro è stata sospesa a causa del virus. Una tradizione di 66 anni è stata cancellata. Fu Papa Pio XII che nell’ottobre 1954 iniziò a recitare la preghiera con i pellegrini che si riunivano in Piazza San Pietro. Così fece anche papa Giovanni XXIII e tutti i pontefici che gli succedettero. Il dialogo tra il pontefice e il popolo è divenuto un rito, un rito di amore comunicato. Suor Pascalina Lehnert, confidente e segretaria personale del pontefice per quattro decenni, fino alla morte di Pio XII nel 1958, ricorda che il Santo Padre non rimaneva fermo dietro la sua finestra. Doveva più volte aprire e chiudere la finestra perché la folla non se ne andava, chiedendo continuamente altre benedizioni.

Secondo le ultime notizie provenienti dalla Santa Sede, l’Angelus dell’8 marzo avrà luogo “dalla Biblioteca del Palazzo Apostolico e non in piazza, dalla finestra. La preghiera sarà trasmessa in diretta dal notiziario vaticano e sugli schermi di piazza San Pietro e distribuita dai media vaticani ai media che ne faranno richiesta, in modo da permettere la partecipazione dei fedeli”. Questo significa che il virus è nell’aria? La piazza è abbastanza grande da rispettare la distanza interpersonale consigliata di un metro e ottanta, poiché si ritiene che il coronavirus si diffonda da persona a persona. Quali sono le probabilità che le persone esposte o colpite dal coronavirus, soprattutto in Italia – che è stato un hotspot geografico del virus e un’avanguardia nell’adottare misure drastiche per contenere il virus – si rechino in piazza San Pietro per l’Angelus?

D’altra parte, quali sono le probabilità che il Santo Padre possa essere infettato, data la distanza tra la piazza e la Finestra del Papa, che si trova probabilmente a più di trecento metri da Piazza San Pietro? Mi ha spezzato il cuore il fatto che il nostro studio all’estero sia stato annullato, ma l’annullamento dell’Angelus vivo mi ha fatto andare oltre una risposta personale e viscerale e riflettere più profondamente sul ruolo della Chiesa in tempi di crisi – sia in epoche passate che oggi.

I medievali pensavano che i virus fossero nell’aria, ed è a causa dell’aria, attraverso l’inalazione di goccioline infette, che le persone si infettavano. Mi vengono in mente il famoso medico e professore di medicina delle Università di Perugia e di Bologna Tommaso del Garbo (1305-1370), e il suo autorevole manuale “Come vivere in tempi di pestilenza” (Consiglio contro la Peste). Il famoso medico medievale fu elogiato da Petrarca, noto per la sua avversione ai medici e alla professione medica in generale. Sorprendentemente, in una lettera al suo amico medico Giovanni da Padova, Petrarca elogiava: “[Tommaso del Garbo era] così stimato nella sua arte da essere considerato capace di resuscitare i morti”. Del Garbo fu testimone oculare dell’epidemia del 1348 che devastò soprattutto le città urbane dell’Europa medievale, compresa la sua nativa Firenze. Alla fine, Del Garbo divenne famoso per la sua opera “Consigli su come vivere in tempi di pestilenza“, in quanto fu un medico testimone oculare che escogitò modi pratici per combattere la diffusione delle malattie.

Oltre a consigli pratici su cosa mangiare e bere, respirare e fare il bagno, nonché lavarsi le mani e il corpo, il famoso medico fiorentino sviluppò alcuni consigli pratici per i sacerdoti al tempo della pestilenza. Del Garbo dedicò un capitolo a tutti coloro che si prendevano cura dei malati al tempo della pestilenza in Italia: chi si prende cura del corpo e dell’anima, i medici sacerdoti, coloro che lavoravano disinteressatamente negli ospedali usando il potere della medicina e nelle chiese usando il potere della preghiera. Nel suo manuale di precauzioni contro la diffusione della pestilenza Del Garbo sembrava non essere molto preoccupato per i medici, perché sapevano come prendere precauzioni, ma era più preoccupato per i sacerdoti – i medici dell’anima. Mentre i medici erano in prima linea, agendo in persona Christi, fortificando gli infermi e gli afflitti caduti sul campo, questi coraggiosi sacerdoti erano la prima linea del Corpo di Cristo ferito e malato, o quello che oggi Papa Francesco chiama i sacerdoti che lavorano nell’ospedale da campo.

Per il famoso medico, prendersi cura del corpo e dell’anima era un’impresa unitaria; queste erano le “due mani giuste” dell’arte della medicina, come scriveva San Basilio il Grande (330-379), che era lui stesso un medico preparato. Secondo il manuale di Del Garbo, il sacerdote è colui che entra nelle stanze dove giacciono i malati di pestilenza, che affrontano una malattia che molto probabilmente li ucciderà. Durante il periodo della pestilenza migliaia di sacerdoti hanno affrontato la pestilenza e non hanno lasciato i malati morire da soli. Il suo consiglio ai sacerdoti era di aprire le finestre in modo che l’aria fresca entrasse e si rinnovasse; lavare le mani non con acqua e sapone, come si fa per proteggersi dal coronavirus, ma con aceto e acqua di rose (acqua rosata); e tenere due boccioli di chiodi di garofano in bocca.

Al sacerdote che confessava gli ammalati nelle loro stanze Del Garbo consigliava di chiedere ai familiari di lasciare la stanza in modo che l’infermo si confessasse con voce più forte, se possibile, in modo che il sacerdote potesse mantenere una certa distanza dall’ammalato e non mettere la bocca vicino a quella dell’infermo, in modo che [il sacerdote] potesse evitare di respirare la stessa aria. Respirare la stessa aria, che era la vicinanza del sacerdote, la Chiesa dell’ospedale a quelli ricoverati o confinati durante la pestilenza.

La Chiesa antica e medievale intendeva l’arte della medicina come il mettere in pratica la misericordia, e il sacerdote – il medico dello spirito – era la prima linea per fare proprio questo: mettere in pratica la misericordia. C’era una teologia positiva della malattia, perché la malattia viene da Dio, e nulla di ciò che viene da Dio può essere malvagio. Di conseguenza, la malattia e la sofferenza legata alla malattia era vista come un mezzo di unità con Dio o di ritorno a Dio. Questo era il beneficio della sofferenza: per i malati: partecipare in prima persona alle sofferenze di Cristo; e il sacerdote, agendo nella persona di Cristo, fortificava lo spirito con le preghiere e la confessione.

Se c’è una lezione da trarre dal coronavirus, è il fatto dell’estrema fragilità della natura umana. Le persone, nella loro impotenza, guardano in alto verso coloro che sono in prima linea. Medici, infermieri e altri operatori sanitari sono in prima linea nella lotta coraggiosa contro il virus in Cina, Iran, Corea del Sud e Italia, considerate zone di terzo livello e zone rosse del coronavirus dai Centri per il controllo e la prevenzione delle malattie.

La Chiesa è in prima linea al fronte come i professionisti del settore medico? Trasmettere in video l’Angelus, chiudere le chiese, rendere off limits le piscine di Lourdes, distribuire la Comunione solo in mano: tutte queste chiusure, cancellazioni e cambiamenti soddisfano le aspettative in prima linea dell’ospedale spirituale? Una cosa è certa: afflitti o no, malati o no, le persone hanno bisogno sia dei medici del corpo che di quelli dell’anima, ora più che mai. La presenza è un dono, e dispensare misericordia è un’alta vocazione – e in un mondo che soffre di coronavirus, la Chiesa è chiamata a fare entrambe le cose.

 

 




Al tempo del coronavirus, teniamoci cari gli anziani

mano anziano e di giovane
di Aurelio Porfiri
In questi giorni in cui combattiamo con l’epidemia di coronavirus, si sente spesso dire che i decessi procurati da questo virus riguardano per la stragrande maggioranza gli anziani. A volte, non sempre, questo viene detto con una sorta di sollievo, come dire “tocca a loro che tanto sono vicini comunque al commiato, risparmia le persone più giovani“. Ora, capisco che alcuni sotto pressione non riflettano bene sulle conseguenze di quello che dicono, ma io credo che questa mentalità sia veramente scorretta.
Dobbiamo lottare anche per fare in modo che gli anziani possano scampare questo pericolo ed essere tristi per i loro decessi come se riguardasse un giovane. Gli anziani, sono la nostra memoria. Gli anziani sono il collegamento fra noi e la generazione precedente, sono l’anello di una catena che rischia di assottigliarsi sempre più. Essi sono da tenere in grandissima considerazione, perché una società solo giovane rischia tutte le derive di quella malattia straordinaria che chiamiamo “gioventù”.
In una visita ad una casa di anziani Benedetto XVI diceva nel 2012: “Nella Bibbia, la longevità è considerata una benedizione di Dio; oggi questa benedizione si è diffusa e deve essere vista come un dono da apprezzare e valorizzare. Eppure spesso la società, dominata dalla logica dell’efficienza e del profitto, non lo accoglie come tale; anzi, spesso lo respinge, considerando gli anziani come non produttivi, inutili. Tante volte si sente la sofferenza di chi è emarginato, vive lontano dalla propria casa o è nella solitudine. Penso che si dovrebbe operare con maggiore impegno, iniziando dalle famiglie e dalle istituzioni pubbliche, per fare in modo che gli anziani possano rimanere nelle proprie case. La sapienza di vita di cui siamo portatori è una grande ricchezza. La qualità di una società, vorrei dire di una civiltà, si giudica anche da come gli anziani sono trattati e dal posto loro riservato nel vivere comune. Chi fa spazio agli anziani fa spazio alla vita! Chi accoglie gli anziani accoglie la vita!”. Penso che queste belle parole di papa Benedetto XVI possano bastare per comprendere come un cattolico deve considerare l’anziano, come portatore di un grande arricchimento per la società tutta.
Pensiamo per esempio all’importanza dei nonni. Io purtroppo non ho più i miei nonni già da qualche anno, ma la loro memoria, per quelli che ho potuto conoscere, rimane sempre nel mio cuore. La loro dedizione a me e alla nostra famiglia è qualcosa che rimane dentro come un insegnamento da portare avanti per le generazioni future. Io posso osservare anche i ragazzi un poco difficili, con problemi, per cui spesso l’unico rapporto solido che riescono a costruire è con i propri nonni. Quando i nonni se ne vanno, non se ne vanno solo le nostre memorie, ma anche le memorie dei nostri genitori, sembra veramente una doppia perdita.
Papa Francesco, durante un’udienza generale nel 2015 affermava: “Noi possiamo ringraziare il Signore per i benefici ricevuti, e riempire il vuoto dell’ingratitudine che lo circonda. Possiamo intercedere per le attese delle nuove generazioni e dare dignità alla memoria e ai sacrifici di quelle passate. Noi possiamo ricordare ai giovani ambiziosi che una vita senza amore è una vita arida. Possiamo dire ai giovani paurosi che l’angoscia del futuro può essere vinta. Possiamo insegnare ai giovani troppo innamorati di sé stessi che c’è più gioia nel dare che nel ricevere. I nonni e le nonne formano la “corale” permanente di un grande santuario spirituale, dove la preghiera di supplica e il canto di lode sostengono la comunità che lavora e lotta nel campo della vita. La preghiera, infine, purifica incessantemente il cuore. La lode e la supplica a Dio prevengono l’indurimento del cuore nel risentimento e nell’egoismo. Com’è brutto il cinismo di un anziano che ha perso il senso della sua testimonianza, disprezza i giovani e non comunica una sapienza di vita! Invece com’è bello l’incoraggiamento che l’anziano riesce a trasmettere al giovane in cerca del senso della fede e della vita! E’ veramente la missione dei nonni, la vocazione degli anziani. Le parole dei nonni hanno qualcosa di speciale, per i giovani. E loro lo sanno. Le parole che la mia nonna mi consegnò per iscritto il giorno della mia ordinazione sacerdotale, le porto ancora con me, sempre nel breviario e le leggo spesso e mi fa bene. Come vorrei una Chiesa che sfida la cultura dello scarto con la gioia traboccante di un nuovo abbraccio tra i giovani e gli anziani! E questo è quello che oggi chiedo al Signore, questo abbraccio!”. Spesso sentiamo di anziani maltrattati, trattati come scarti, ma questo fa parte di una società che oramai coltiva una cultura dell’inumanità.

 

Ecco, quando sento parlare dei decessi per coronavirus e si sente dire che “per fortuna riguardano solo le fasce delle persone anziane“, mi fa un po’ male, perché se Dio vuole un giorno anziano lo sarò anche io, e veramente non vorrei essere trattato come un qualcosa di cui si può tutto sommato fare a meno. Certamente, ho detto in precedenza, capisco che la pressione di questi giorni possa far dire cose che sembrano consolatorie mai realtà sono soltanto terribili. Ho sentito altre persone fare riferimento a questo fatto, al fatto di sentirsi sollevati perché i decessi riguardano soltanto gli anziani e non le persone nelle fasce più giovani. Ma in questa lotta contro questo virus maledetto, siamo tutti insieme, se perdiamo i giovani perdiamo la forza e la speranza per il futuro, se perdiamo gli anziani stiamo perdendo la memoria di quello che siamo, ricchezze che vengono dall’esperienza, la saggezza che viene dall’aver vissuto già tanto. Noi non possiamo permetterci di perdere nulla di questo in modo così traumatico e drammatico. La natura ha i suoi ritmi che un morbo così improvviso sta sconvolgendo. Spero questo coronavirus sarà presto un brutto ricordo e mi auguro di poter vedere nel parco giochi vicino alla mia abitazione tante persone anziane che giocano e raccontano storie ai loro nipoti.
Pubblicato su



La messa è finita

Rilancio il commento canonistico e giuridico dell’Avv. Fabio Adernò, pubblicato sul blog di Marco Tosatti, sulla decisione dirompente della Conferenza Episcopale Italiana di sospendere fino al 3 aprile prossimo qualsiasi celebrazione. Lo rilancio perché ritengo dica cose degne di riflessione.

La messa è finita, film di Nanni Moretti del 1985

La messa è finita, scena dal film di Nanni Moretti del 1985

 

La messa è finita.

È di queste ore la sconfortante notizia che la Conferenza Episcopale Italiana, con in prima fila la Diocesi di Roma, ha disposto la sospensione di ogni tipo di celebrazione, anche esequiale, “almeno” fino al 3 aprile prossimo (il venerdì della prima settimana di Passione, prima della Domenica delle Palme).

La decisione presa risulta essere stata assunta in conformità al decreto della Presidenza del Consiglio dei Ministri italiano del 4 marzo scorso, e alle nuove disposizioni della stessa emesse oggi, 8 marzo, con le quali si impone la sospensione delle «cerimonie civili e religiose, ivi comprese quelle funebri» (art. 2, lett. v).

L’Ufficio Nazionale per le Comunicazioni Sociali della CEI, in data odierna, ha accennato ad una presunta “interpretazione autentica” delle disposizioni governative che ricomprenderebbe non solo cerimonie straordinarie ma ogni Santa Messa.

Nelle disposizioni appena diffuse dal Vicariato di Roma a firma del Card. De Donatis si legge che «sono sospese le celebrazioni liturgiche comunitarie» esplicando subito dopo tra parentesi «(eucaristie feriali e festive, esequie, etc.)».

Sic stantibus rebus, da ora fino al 3 di aprile la totalità dei cattolici italiani – come già quanti abitavano nella cosiddetta “zona rossa” – saranno privati del conforto dei sacramenti, e a nulla vale sottolineare – crediamo –  che «le chiese rimangono aperte per la preghiera personale».

Una decisione simile apre una serie di riflessioni che si affollano a cascata nel cuore e nella mente di quanti, già impauriti e sconfortati dal clima di ansia e di paura che si respira ovunque, hanno tutto il diritto di ricevere il sostegno spirituale ed il sollievo sacramentale del Cibo dell’anima da parte dell’unica realtà, incarnata e visibile, che per divina istituzione ha un unico e solo fine “costituzionale” (cfr. can. 1752 CIC): la salvezza delle anime!

Negare il conforto sacramentale alle anime di quanti, tanto vivi quanto morti (sic!), sono nel bisogno è una gravissima omissione dolosa del mandato di Cristo alla Chiesa e ai suoi ministri che sono chiamati ad assolvere al dovere di dispensare i mezzi di salvezza in ogni umana circostanza, in pace e in guerra, rischiando anche la vita se necessario.

Eppure questa decisione annienta il mandato di Cristo, e lo subordina – per volontà di coloro ai quali è affidato, per divina volontà, di pascere il Popolo di Dio (cfr. can. 1008 CIC) – a una disposizione secolare di un governo che, nonostante l’indipendenza e la sovranità tra Stato e Chiesa consacrate dall’art. 7 della Carta Costituzionale, si spinge a interpretare da sé il significato dell’espressione “cerimonie religiose” identificando con esse “ogni Santa Messa anche esequiale”.

Tale interpretazione, d’altra parte, viene poi accettata supinamente dall’Autorità Ecclesiastica del territorio italiano e fatta propria, con una pedissequa applicazione.

Tuttavia si tratta sia di una interpretazione illegittima (perché non spetta all’autorità statale identificare la natura di cosa sia o meno una “cerimonia religiosa”, bensì all’Autorità Ecclesiastica), ma più ancora di una disposizione che lede, insieme, l’autonomia e la sovranità “nel proprio ordine” della Chiesa Cattolica (cfr. art. 7 cost.) e, al tempo stesso, la libertà religiosa del singolo cittadino cattolico al quale, è vero, non è impedito di entrare in chiesa, ma di fatto è proibito esercitare il proprio credo religioso, in aperto contrasto alla libertà di culto riconosciuta dalla Costituzione (cfr. art. 19 cost.) d’uno stato in cui vige un regime concordatario.

Una applicazione sensata della disposizione del Governo – che qui non si vuole né minimizzare né biasimare per la sollecitudine con la quale s’intende fronteggiare l’emergenza della propagazione d’una infezione virale – avrebbe dovuto richiedere un approccio di gran lunga più equilibrato e prudente da parte dei pastori, e sicuramente meno supino e ciecamente arrendevole d’una disposizione che da un fine prettamente precauzionale assume tonalità fattualmente sanzionatorie.

Avrebbe dovuto applicarsi con più ragionevolezza il can. 838 del Codice di Diritto Canonico che sancisce che spetta «unicamente all’autorità della Chiesa» regolare la Sacra Liturgia, implementando la possibilità di accedere ai sacramenti, cioè moltiplicando le celebrazioni durante le giornate, in modo tale da permettere una partecipazione più diffusa e, al tempo, più controllata ai Riti, magari applicando, di volta in volta, un criterio di conteggio numerico proporzionato alla capienza delle singole chiese, nelle quali, d’altra parte, disporre un sistema di igienizzazione continua tra una celebrazione e l’altra.

Invece il nichilismo razionalista ha preso il sopravvento anche su coloro i quali dovrebbero essere gelosi dispensatori dei mezzi salvifici anche nelle condizioni più perigliose, e la paura – che è quasi sempre la prima nemica della ragione e la costante nemica della fede – ha pietrificato cuori e menti portando ad un congelamento del Sacro, anestetizzando ogni pulsione di speranza e di fiducia nella trascendenza, annientando ogni approccio soprannaturale alle presenti contingenze di collettiva agitata preoccupazione.

Nei fatti, d’un colpo solo si nega tutta la libertà di culto ai cattolici che non solo non potranno accedere ai sacramenti ma sarà loro, di fatto, impedito di radunarsi in comunità: e cos’è la Chiesa se non comunità che vive dei sacramenti, in cui la liturgia è fonte e culmine della vita del cristiano (cfr. Sacrosanctum Concilium n. 10)? Cos’è la Chiesa se non propriamente assemblea dei credenti secondo l’espressione paolina ripresa dal Catechismo al n. 752?

È logico infatti ipotizzare – applicando un semplice principio analitico consequenziale – che insieme alle Messe anche l’amministrazione degli altri mezzi di salvezza sarà facilmente ostaggio dell’igienismo, per cui battesimi, cresime, e persino l’unzione degli infermi potranno avere gravi compromissioni e significative limitazioni, con un ingente danno spirituale per le anime e dei vivi e dei morti.

E già, perché nemmeno i defunti potranno ricevere i conforti religiosi delle esequie, cagionando un ulteriore evidente abominio agli occhi del Creatore, già privato del suo culto pubblico.

La facilità con la quale la Chiesa italiana si allinea alle disposizioni governative apre uno scenario molto rischioso per la libertas Ecclesiae, di fatto assai compromessa anche da un punto di vista formale, oltre che sostanziale, e giuridico.

La limitazione della libertà di culto, si sa, ha il suo margine essenziale solo nel “buon costume” (art. 19 cost.) né può applicarsi al caso l’art. 32 della Costituzione che tutela la salute pubblica, poiché le disposizioni di legge di cui alla norma primaria non possono integrare la lesione di un diritto soggettivo quale è quello di «professare liberamente… in qualsiasi forma, individuale o associata, in pubblico e in privato» la propria fede religiosa.

Appare sempre più evidente quanto la prudenza, l’auriga virtutum tanto celebrata dall’Aquinate (cfr. II Sent., d. 41, q. 1, a. 1, ob. 3), sia una tra le virtù più sconosciute al giorno d’oggi, e come la frettolosità dell’allineamento pratico conduca ad un oblio di secoli e secoli di preghiere e di azioni a supporto della fede del popolo, che nemmeno in tempi oscuri come quelli delle pestilenze e delle carestie, hanno mai subito limitazioni, ma che anzi hanno avuto incrementi maggiori per impetrare l’azione prodigiosa e salvifica di Dio.

Secoli e secoli di processioni penitenziali durante epidemie di peste e di colera, di messe tempore pestilentiae, di suffragi, di voti pubblici di borghi, città, di nazioni intere cancellate da una disposizione statuale che la Chiesa accoglie prona, mettendosi alla stregua di qualsivoglia realtà temporale, mostrandosi sorda alle esigenze vere delle anime che cercano in Lei conforto e speranza.

Il terrore ha preso il sopravvento, come nelle epoche più buie della Cristianità, e tristemente constatiamo come la Chiesa abbia smesso il suo ruolo di “segno di contraddizione”  e si sia allineata, inerme, alla confusione, mancando persino di assicurare agli spiriti che gl’incruenti Sacrifici Eucaristici si leveranno ugualmente, nonostante ogni contingenza, sugli altari d’ogni angolo d’Italia per impetrare a Dio la fine di questa infezione, dando così triste e sconfortante dimostrazione d’una crescente apostasia dilagante che sacrifica i diritti di Dio alle psudo-impellenze degli uomini.

Agli uomini e alle donne d’Italia, anziché chiudere le porte delle chiese si sarebbero dovute spalancare le braccia, dando prova di vivere con spirito soprannaturale questa ulteriore prova della storia dell’umanità, sull’esempio dei grandi Santi dell’apostolato ospedaliero.

Tale approccio non vuol dire superficialità o leggerezza o, peggio, sottovalutare l’entità della problematica,   ma significa non privare anche del dovuto conforto spirituale quanti sono nel bisogno, nello sconforto, nell’abbandono. Ma ma la soluzione applicata vuol dire anche privare il mondo – in primis i non credenti – di una coraggiosa testimonianza di fede. E cos’è questo se non un scandalo?

La missione della Chiesa prescinde dalle contingenze storiche in cui vive: essa, Corpo Mistico di Cristo, ha saputo in ogni epoca conservare e dispensare i mezzi necessari alla salvezza dell’anima, non temendo coloro che possono uccidere il corpo (cfr. Mt 10, 28), ma amando sempre e solo il Giusto Crocifisso.

Abdicare a questa missione significa rinunciare al suo dovere primario, il conforto e la salvezza delle anime, in nome di una opzione pseudo-pastorale ambigua e orizzontale, che anziché alleviare le sofferenze dell’ora presente le aggrava con un vuoto immanente, sconsiderato, esasperante ben più grave e più lungamente dannoso per l’anima e il corpo.

Voglia Iddio avere pietà di noi, e confidiamo nelle intenzioni con le quali – sono certo – migliaia di sacerdoti “refrattari” applicheranno le loro Messe, anche se private, anche se celebrate come ai tempi della rivoluzione.

E anche se per molti, da oggi fino al 3 di aprile “la messa è finita” per noi continui ad “essere” (“Missa est”), essendo, come ha insegnato tra gli altri Padre Pio, “infinita” come Colui che in Essa è significato, offerto e ricevuto.