Esiste un diritto di resistenza al Papa nella Chiesa?

San Pietro statua in piazza San Pietro a Roma

San Pietro, statua in piazza San Pietro a Roma

 

di Nicola Lorenzo Barile

 

In una conversazione con i suoi confratelli in occasione del suo viaggio apostolico in Cile e Perù (2018), Papa Francesco si dimostrò consapevole degli ostacoli da lui incontrati nel corso del suo pontificato e documentati, ad esempio, dal recente Comment l’Amérique veut changer de pape di Nicolas Senèze (2019, di prossima pubblicazione in italiano): una reazione che nasce da un fraintendimento”, più che “una resistenza quando qualcuno vuol fare dei cambiamenti. Credo che la sfumatura terminologica del papa sia stata suggerita non solo da ragioni di prudenza, ma dal confronto con il diritto di resistenza nella Chiesa, ovvero il diritto di opporsi a un potere ritenuto ingiusto, alla cui elaborazione proprio la Compagnia di Gesù ha dato un importante contributo.

La tematica della resistenza alla tirannide o, comunque, a un ordine illegittimo nel nome di una legge superiore alla legge positiva, era già presente nel mondo greco-romano, com’è testimoniato dall’Antigone di Sofocle (496 a.C.-406 a.C.). Successivamente, essa venne ereditata dal cristianesimo (in particolare, da san Paolo: Rm 13, 1-6); furono poi soprattutto la prima scolastica e, in particolare, S. Tommaso d’Aquino (1225-1274), che si impegnarono a precisare con sempre maggiore raffinatezza un vero e proprio diritto di resistenza, e armonizzarlo con i princìpi di fratellanza e amore per il prossimo del cristianesimo.

Punto di partenza è sicuramente il fondamento e fine dello Stato, ovvero la realizzazione della giustizia, senza la quale lo Stato perde la sua legittimità, in quanto privo della ragione che ne giustifichi l’esistenza. Gli scolastici, pertanto, non esitarono ad affermare che sarebbe stato perfettamente naturale il diritto di deporre il governante che avesse distolto il suo operato dal raggiungimento della giustizia, poiché così facendo avrebbe perso il diritto, ovvero la legittimità, di governare.

Secondo gli scolastici, tuttavia, bisognava sempre riscontrare nelle azioni del reggente un abuso grave, permanente e universale, altrimenti si rischiava di autorizzare i suoi avversari ad ucciderne anche uno non malvagio (San Tommaso, De regimine principum, I, 64). Non tutti, però, giunsero tutti alle stesse conclusioni; qui basti ricordare che furono i teologi della seconda scolastica a far raggiungere al diritto di resistenza l’apogeo della sua teorizzazione nell’ambito della cristianità, grazie anche alla progressiva valorizzazione di San Tommaso.

Fra il XV e il XVI secolo, infatti, gli Ordini mendicanti (soprattutto Domenicani) riuscirono a imporre come testo base dell’insegnamento della teologia la Summa Theologiae di San Tommaso al posto delle Sentenze di Pietro Lombardo (1100- circa 1160), in ciò seguiti dai Gesuiti della Scuola di Salamanca che, sentendosi più liberi dei Domenicani, si distinsero per un approccio al tomismo più originale.

Fra questi, Francisco Suárez (1548-1617), sicuramente l’esponente maggiore e più innovativo, pur seguendo l’eredità del pensiero tomista, la rilesse e l’adeguò nello stesso tempo alla situazione politico-sociale del suo tempo. Suárez costruì la sua dottrina del diritto di resistenza al re malvagio, sottoponendone l’uccisione a tutta una serie di limiti e distinzioni legali: egli ammise al diritto di resistenza un compito prettamente auto-difensivo, ovvero il potere di deporre il governante solo se il suo agire avesse messo in pericolo l’integrità e la conservazione della comunità: un uso ingiustificato di tale potere da parte della comunità, infatti, sarebbe stato illegittimo, poiché non avrebbe avuto fondamenti validi per essere attuato, contravvenendo quindi al perseguimento del bene comune.

Altra importante limitazione era la motivazione religiosa che, secondo il teologo gesuita, non poteva giustificare la sollevazione della comunità contro il re malvagio poiché, se anche la potestà era stata affidata da Dio direttamente alla collettività, la religione aveva comunque sfera d’azione e finalità nettamente separate dall’organizzazione politica. Ne conseguiva, pertanto, che la cura e il perseguimento del bene dell’anima erano entrambi necessari per il bene comune ma che, nel loro perseguimento e nella loro evoluzione, fosse necessario che seguissero percorsi diversi; da qui, la critica che Suárez mosse anche alle guerre di conquista del suo tempo, che spesso trovavano 1) una legittimazione etico-morale e religiosa nella conquista e sottomissione della popolazione per evangelizzarla e cristianizzarla; e 2) una prettamente giuridica, secondo cui ogni popolazione libera doveva poter gestire la propria organizzazione societaria e decidere autonomamente la propria forma di governo e, quindi, in base a ciò perseguire con i propri mezzi e il proprio governo il raggiungimento del bene comune.

Data la sua rilevanza e complessità, il diritto di resistenza non travagliò solo i teologi, ma anche filosofi della politica come Thomas Hobbes (1588-1679) e, soprattutto, John Locke (1632-1704), anche se nei secoli successivi subì un appannamento, spiegabile con l’avvento dei regimi democratici: non è un caso che Norberto Bobbio (1909-2004) insegnò che la democrazia fosse un metodo per risolvere i conflitti politici senza ricorrere alla violenza.

Secondo Maurizio Viroli, tuttavia, c’è stato un momento nella storia d’Italia in cui si è andati vicini ad avere nella nostra Costituzione il diritto di resistenza ai poteri arbitrari e illegittimi. Nel testo provvisorio, infatti, si poteva leggere: “Quando i poteri pubblici violino le libertà fondamentali e i diritti garantiti dalla Costituzione, la resistenza all’oppressione è diritto e dovere del cittadino”; questo comma, tuttavia, non fu approvato. Anche se la Costituzione non afferma il diritto di resistenza, il cittadino comunque avrebbe il dovere di contrastare ogni forma di potere arbitrario, anche per mezzo della resistenza civile: un’eco di questo diritto e dovere si può trovare nel primo comma dell’articolo 52: “La difesa della patria è sacro dovere del cittadino” (solo nel secondo comma si nomina il cittadino in armi): poiché la patria non è solo il territorio, difendere la patria può significare anche, per esempio, resistere agli attacchi alla Costituzione. A parte questa riflessione di Viroli, sembra piuttosto che nella storia dell’Italia repubblicana abbia prevalso chi, abusando del diritto di resistenza, si sia lasciato poi andare ad azioni violente e intollerabili, come le Brigate rosse.

È negli Stati Uniti d’America, invece, che il diritto di resistenza continua a essere ancora fondamentale: coloro che distruggono il vivere civile con l’inganno o con la violenza, o con l’uno e con l’altro, sono nemici da contrastare con tutte le forze; renderli inoffensivi è, pertanto, un dovere morale, com’è stato recentemente sostenuto da Estremi rimedi. Come resistere a uno Stato ingiusto di Jason Brennan (2019).

Anche nel magistero della Chiesa oggi rimane ben poco del tradizionale diritto di resistenza, fatta eccezione, ad esempio, per il Catechismo della Chiesa cattolica (1992), ove si tratta del rifiuto d’obbedienza alle autorità civili, quando le loro richieste contrastino con quelle della retta coscienza, e della resistenza all’oppressione del potere politico e, a certe condizioni, del legittimo ricorso alle armi (§§ 2242-2243).

Esiste nella Chiesa la possibilità di resistere all’autorità non civile ma di vescovi e papa? Stando a Lumen Gentium, la costituzione dogmatica del Concilio Vaticano II sulla Chiesa (1964), “I vescovi che insegnano in comunione col romano Pontefice devono essere da tutti ascoltati con venerazione quali testimoni della divina e cattolica verità; e i fedeli devono accettare il giudizio dal loro vescovo dato a nome di Cristo in cose di fede e morale, e dargli l’assenso religioso del loro spirito. Ma questo assenso religioso della volontà e della intelligenza lo si deve in modo particolare prestare al magistero autentico del romano Pontefice, anche quando non parla ex cathedra. Ciò implica che il suo supremo magistero sia accettato con riverenza, e che con sincerità si aderisca alle sue affermazioni (…)” (§ 25).

Benché questo solenne pronunciamento escluda chiaramente che a nessuno nella Chiesa è conferita la facoltà di accettare o rifiutare l’insegnamento del papa, dopo il Concilio non sono mancati episodi di aperta critica, e perfino rifiuto, dell’insegnamento magisteriale, come nel caso della condanna della moralità della contraccezione artificiale ribadita dall’enciclica Humanae Vitae (1968). Forse che esista allora nella Chiesa, se non un diritto di resistenza, almeno la possibilità di dissentire dall’autorità e dall’insegnamento di vescovi e papa? Il magistero sembra escluderlo, come si è visto a proposito di Lumen Gentium § 25, ma è invalsa l’abitudine di risolvere semplicisticamente dubbi o questioni controverse solo in punto di diritto, senza tener conto anche delle autorevoli opinioni dei teologi che, proprio di fronte ad una decisione imprudente dell’autorità ecclesiastica, hanno ammesso esser lecito al cattolico consapevole non solo negare il suo assenso a tale decisione, ma anche, in alcuni casi estremi, opporvisi perfino pubblicamente.

L’esempio portato per illustrare questo punto di vista riguarda l’opposizione dei fedeli al patriarca eretico di Costantinopoli Nestorio (381-451 circa). Ritengo che sia un caso più che estremo: non si deve mai dimenticare, infatti, che ogni vescovo è pur sempre di diritto un maestro di fede nella sua diocesi e, per questo, collegato direttamente al papa.

E se invece il caso estremo riguardasse una decisione del papa? Si chiedeva, fra i tanti, il Cardinale Gaetano (1469-1534) se sarebbe stato legittimo resistere, ad esempio, di fronte ad un papa che distruggeva pubblicamente la Chiesa, concedendo benefici ecclesiastici in cambio di denaro o di servizi. La risposta dei teologi a un quesito del genere è stata positiva, sulla base per lo più dell’episodio del rimprovero rivolto da san Paolo a san Pietro (Gal 2, 11), oggetto di una serrata esegesi, da sant’Agostino a san Tommaso, ma senza che da esso si potesse dedurre esplicitamente un diritto di resistenza all’autorità del papa: un’evidente difficoltà che, evidentemente, non deve essere sfuggita ai teologi successivi della seconda scolastica. Questi, in relazione a un documento pontificio erroneo, insegnarono a distinguere sottilmente fra “assenso interno” e “silenzio ossequioso”, ovvero “la sottomissione esterna e reverenziale all’autorità ecclesiastica” sempre dovuta dal fedele (Joseph Mors SJ). Seppure disposti a concedere la sospensione dell’assenso interno in relazione a un documento pontificio erroneo, non prima naturalmente di aver esperito tutti i mezzi ragionevoli per correggerne eventuali errori, i teologi non furono altrettanto unanimi ad ammettere la rottura del silenzio ossequioso e, quindi, un esplicito diritto di resistenza al papa, per quanto, secondo il diritto naturale, fosse ovviamente sempre lecito difendersi, ma non nel senso che si potesse giudicare il papa, o avere autorità su di lui.

Senza entrare ulteriormente in sottigliezze da teologi, si può concludere, allora, con le parole, non di resistenza, ma di esortazione a essere un buon papa, che san Bernardo di Chiaravalle (1090-1153) rivolse a Eugenio III (1080 circa-1153): “Dovrebbe proseguire ancora la ricerca di questo Dio, che non è ancora abbastanza cercato, ma forse si può cercare meglio e trovare più facilmente con la preghiera che con la discussione. Mettiamo allora qui termine al libro, ma non alla ricerca” (De consideratione, XIV, 32).

 




La teologia in ginocchio di San Bonaventura da Bagnoregio

Nell’epoca in cui la teologia ha perso la capacità di divenire sapienza, cioè “sapida scientia”, è bene ripercorrere brevemente la vicenda del Dottore Serafico, che ha percorso la via dell’umiliazione e dell’obbedienza alla verità rivelata e tramandata.

 

San Bonaventura da Bagnoregio

San Bonaventura da Bagnoregio

 

di Silvio Brachetta

 

Non solo san Bonaventura da Bagnoregio si fa francescano, ma anche sant’Antonio da Padova, ad esempio, o il beato Cesario da Spira: tutti in qualche modo grandi teologi. Già prima della morte di san Francesco d’Assisi, l’Ordine francescano si stava lentamente (e stranamente) clericalizzando. E non si deve intendere “chierico” nell’accezione moderna, come sinonimo di “prete”. I chierici, nel medioevo, erano solitamente i letterati, i dotti, coloro che avevano studiato in una qualche schola.

Il chierico era contrapposto al medievale “idiota”, all’illetterato, a colui che non sapeva leggere né scrivere. È dunque strano che tra le fila dei seguaci di san Francesco, il quale si era presentato al mondo come ignorans et idiota, trovassero sempre maggiore spazio e vocazione frati istruiti o, comunque, amanti dello studio e della conoscenza.

 

Ci fu chi protestò con forza (ad esempio Jacopone da Todi) contro la clericalizzazione dell’Ordine, che apparve come un tradimento, non tanto e non solo della vocazione francescana, ma addirittura di San Paolo, che aveva preferito la stoltezza della Croce alla sapienza dei pagani: «E mentre i Giudei chiedono i miracoli e i Greci cercano la sapienza, noi predichiamo Cristo crocifisso, scandalo per i Giudei, stoltezza per i pagani» (1Cor 1, 22-23).

Eppure il santo d’Assisi, forse dopo qualche titubanza, a chi richiedeva un suo parere circa la presenza dei letterati nell’Ordine e lo studio della Sacra Scrittura, rispondeva: «Sì, a me piace, purché, secondo l’esempio di Gesù Cristo, – del Quale sappiamo che attese più a pregare che a leggere – non trascurino di applicarsi alla preghiera. Né debbono studiare soltanto per saperne parlare, ma per mettere in pratica le verità apprese e, dopo averle praticate, insegnarle agli altri». Così, almeno, riferisce lo stesso san Bonaventura nella Legenda Maior (XI, 1).

 

Jacques Guy Bougerol (1908-1997), uno tra i maggiori studiosi francescani, scrive che il Poverello pose due condizioni all’ingresso dei chierici nell’Ordine: innanzitutto, che «i frati siano liberati dallo spirito di possesso, totalmente»; poi, che «essi siano teologi “in ginocchio”» (da Introduzione generale alle opere di San Bonaventura). C’è chi prese alla lettera le parole di san Francesco e, fra i teologi, frate Bonaventura, futuro Dottore Serafico della Chiesa, fu tra coloro che seppero meglio incarnare lo spirito della povertà e dell’obbedienza, tanto nel vestire il saio della penitenza, quanto nel sottomettere le pose superbe della ragione e della volontà alla verità rivelata.

Nel Breviloquium – una sorta di breve summa del suo pensiero teologico – Bonaventura manifesta il proprio umiliarsi dinnanzi al mistero divino, a cominciare dal metodo: per ogni questione egli enuncia ciò che si deve credere (hoc tenendum est) e poi dà una spiegazione logica di quanto esposto (ratio autem ad intelligentiam praedictorum). È l’esatto contrario – è bene evidenziarlo – della prassi di certi teologi odierni, i quali prima esprimono una loro privata opinione e poi pretendono di piegare ad essa la Rivelazione.

 

Che la teologia del Serafico sia una teoresi in ginocchio lo si avverte immediatamente nel Prologo al Breviloquium, in cui è riportato in apertura un passo della Lettera di san Paolo agli Efesini (3, 14-19) «Piego le mie ginocchia al Padre del Signore nostro Gesù Cristo […]». Nel Prologo, anzi, c’è un’originalissima esposizione dell’essenza della teologia che, principalmente, consiste nell’«origine, svolgimento e punto finale della Sacra Scrittura» («ortum, progressum et statum sacrae Scripturae»).

Nell’origine, infatti, vi è l’«influenza della beatissima Trinità», nello svolgimento è richiesta l’operazione della «capacità umana», mentre alla fine c’è il «frutto» che consiste nella «più che completa felicità». La felicità, beninteso, di chi cerca la scienza di Dio umiliando la propria soggettività, in ossequio alla verità oggettiva, da cui tutto procede.

Bonaventura, dunque, pone all’inizio – o meglio, come condizione a priori – di ogni speculare teologico la fede, grazie alla quale «Cristo abita nei nostri cuori» e senza la quale «è impossibile che qualcuno acceda alla sua [della Scrittura] comprensione».

 

Al capitolo primo della prima parte del Breviloquium il santo Dottore precisa meglio quali siano gli argomenti trattati dalla teologia e, soprattutto, dà ragione del perché trattarli. Quanto agli argomenti, ne elenca sette: Trinità di Dio, creazione del mondo, corruzione del peccato, incarnazione del Verbo, grazia, sacramenti e giudizio finale.

È ben visibile, in questa ripartizione, tutta la storia della salvezza che, dal primo Principio, esamina ogni aspetto del mistero d’amore tra Dio e l’uomo. Non solo, scrive Bonaventura, la teologia è una scienza, affinché si conosca Dio e tutto ciò che è necessario alla salvezza, ma inoltre la teologia è «la sola sapienza perfetta» che include l’inizio (la causa somma) e la fine della conoscenza (il creato). E in questa conoscenza «vi è il sapore perfetto (sapor perfectus), la vita e la salvezza delle anime». Per questo la sapienza in san Bonaventura è sapida scientia.

 




Impressionante intervista a Jim Caviezel, il volto di Gesù nel film di Mel Gibson

Jim Caviezel, attore di professione da molto tempo, era un nome sconosciuto ai più. Poi, un giorno, ricevette una telefonata dal regista Mel Gibson che gli propose di interpretare Gesù Cristo in un film lungamente meditato, “La passione di Cristo”. Ma il giorno dopo gli giunge una nuova telefonata dallo stesso regista in cui Gibson cerca di convincerlo a non accettare la parte che il giorno prima gli aveva proposto….

E’ una intervista che vi invito a vedere con i sottotitoli in italiano. Rimarrete colpiti e affascinati!!!

 

 

Vi propongo anche quest’altra intervista sulla sua esperienza a Medjugorje.

In una intervista, rilasciata alla rivista “Oasi della Pace”, ha dichiarato che senza le sue esperienze a Medjugorje, dove gli è stata donata una nuova dimensione della fede, non avrebbe potuto interpretare questo ruolo.

L’attore, che nello scorso febbraio ha visitato Medjugorje per la sesta volta, di passaggio a Vienna, ha rilasciato al dott. Christian Stelzer l’ intervista qui di seguito riportata.

 

Jim, potresti raccontaci la tua esperienza a Medjugorje?

Mentre giravo in Irlanda il film “Montecristo”, mia moglie si recò a Medjugorje. Le cose non andavano tanto bene in quel momento anche se ogni settimana lavoravo sette giorni su sette. Un giorno mi telefonò e io dalla sua voce avvertii che c’era stato un cambiamento in lei. Mi cominciò a raccontare di Medjugorje e disse che uno dei veggenti sarebbe venuto in Irlanda. La interruppi con queste parole: “ Io ho un lavoro molto importante da fare. Non posso trovare il tempo per i veggenti” Per di più pensai che io, come cattolico, non dovevo necessariamente accettare né Fatima né Lourdes né Medjugorje. Queste furono le mie riflessioni. E in più mi ricordai che avevo già sentito parlare delle apparizioni di Medjugorje quando frequentavo la scuola cattolica e che io e i miei compagni eravamo molto colpiti, ma, alla notizia che il vescovo del posto aveva dichiarato che le apparizioni non erano vere, avevamo perso ogni interesse.

Il veggente di Medjugorje, Ivan Dragicevic, venne in Irlanda. Da parte mia ero certo che non avrei avuto tempo per lui poiché dovevo lavorare tutti i giorni. E tuttavia un giovedì il mio partner nel film, Richard Harris, si sentì improvvisamente male ed io così fui libero per il resto della giornata. Potei così assistere all’apparizione. Stavo in fondo alla chiesa piena di gente e non avevo idea di ciò che sarebbe successo…………….

Nel momento dell’apparizione un uomo accanto a me si alzò dalla sua sedia a rotelle e si lasciò cadere in ginocchio; io fui molto colpito: “Questo invalido – pensai – nonostante il suo dolore, s’inginocchia sulle fredde pietre del pavimento per pregare!”

Oggi so che solo Dio poteva sapere esattamente quando e come afferrarmi. Anche se può sembrare assurdo, la domenica successiva inaspettatamente fui ancora libero e così potei incontrare il veggente, come tanto desiderava mia moglie. Durante l’apparizione, inginocchiato accanto a lui, dissi nel mio cuore: “OK, sono qui. Sono pronto. Fai di me quello che vuoi.” In quello stesso momento sentii che qualcosa penetrava in me ; era una sensazione semplice eppure unica.

Quando mi rialzai gli occhi mi si riempirono di lagrime e cominciai a piangere con tutto il cuore.

 

Con Medjugorje avevo cominciato a credere che Gesù è veramente presente nell’Eucarestia e che perdona i miei peccati.

Ivan mi disse: “Jim, l’uomo ha tempo per ciò che ama. Se uno che non ha tempo, improvvisamente incontra una ragazza e se ne innamora, allora lo trova il tempo per lei. Chi non ha tempo per Dio è perché non Lo ama.” Mi domandai impressionato se io avessi tempo per Dio.

Ivan continuò: ”Dio ti chiama e ti invita a pregare con il cuore”. “Come si fa?” gli chiesi. “Comincia a pregare e vedrai”. In quel momento si aprì una finestra nel mio cuore. Mai prima di allora avevo pensato che potesse essere possibile. Andammo poi in un ristorante e devo confessare che il cibo ed il vino non mi sono mai più così piaciuti come quella sera.

In me qualcosa cominciò a cambiare. Varie volte mia moglie aveva provato a coinvolgermi nella recita del rosario, ma io mi ero rifiutato. Adesso però lo volevo recitare, anche se non sapevo esattamente come si faceva. Avevo l’impressione che il mio cuore si era aperto solo per questo. Un giorno mi rivolsi all’autista, che ogni giorno mi portava sul set, dicendogli: ”Non so come voi la pensiate, ma io desidero recitare il rosario.” Con mia sorpresa ricevetti questa risposta: “OK, lo facciamo”.

Alla debole luce di questo amore, che ora sentivo in me, cominciai a riconoscere dove io veramente stavo, quante tentazioni avevo, dov’erano i miei sentimenti, come io ero fragile e come giudicassi dentro di me gli altri.

 

In quale anno sei andato per la prima volta a Medjugorje?

Dopo le ultime riprese del film, che si svolsero a Malta, mi decisi ad andare a Medjugorje. Dentro di me ero pieno di aspettative. All’età di venti anni c’era stata come una voce dall’intimo che mi aveva detto che sarei stato un attore. Quando, a quell’epoca, lo raccontai a mio padre ebbi da lui questa risposta: “Se Dio vuole da te qualcosa, allora l’unica cosa certa è che diventerai prete. Perché dovresti diventare un attore?” Neanche io lo capii a quell’epoca. In questo momento mi posi di nuovo la domanda se la volontà di Dio su di me fosse quella di diventare attore e pertanto quella di guadagnare tanto denaro e diventare ricco. Mi rendevo conto della disuguaglianza nel mondo tra quei pochi che hanno fin troppo e quei tanti che non hanno il sufficiente per vivere ed ero sicuro che Dio non volesse ciò e che dovevo dunque decidere chi volessi servire o la ricchezza che non può darmi una felicità durevole o Dio che voleva guidare la mia vita.

Medjugorje mi richiamò alla mente Betlemme e pensai che, come Gesù aveva voluto nascere in un piccolo villaggio, così la Madonna appariva qui, in questo povero paese “in mezzo alle montagne”. (Questa è la traduzione dal croato del nome Medjugorje)

All’inizio fui sorpreso vedendo quanto tempo qui era dedicato alla preghiera. Feci un parallelo con un campo di basket e pensai che anche lì non si gioca una sola volta al giorno, ma continuamente. E tutto sommato anche nella scuola non si legge una volta al giorno, ma continuamente.

Durante i primi giorni a Medjugorje dentro di me ero irrequieto durante la preghiera poiché non ero abituato a pregare così tanto e perciò pregai Dio di aiutarmi. Dopo quattro giorni non volevo far altro che pregare poiché nella preghiera mi sentivo in comunione con Dio. E’ questa una tale esperienza che non posso far altro che augurarla ad ogni cattolico. Forse l’avevo già avuta da bambino e poi l’avevo dimenticata; ora mi veniva di nuovo donata.

Questa esperienza è continuata anche a casa. In famiglia partecipiamo insieme ai sacramenti. Mentre accompagno i figli a scuola recito con loro il rosario e, se a volte non inizio subito, comincia mio figlio a pregare.

La seconda volta che andai a Medjugorje cercai di ripetere la stessa esperienza della prima visita. Questa volta, però, fu differente. Un giorno, dopo pranzo, un gruppo di pellegrini mi invitò ad andare a Siroki Brijeg per visitare Padre Jozo Zovko. Era proprio quello che più desiderava mia moglie. Non conoscevo Padre Jozo, ma lo sentii dire alcune cose che mi commossero molto. Andai verso di lui ed egli mi pose le mani sulle spalle, così anche io feci lo stesso sulle sue. Poi mi impose le mani sul capo e anche io feci altrettanto sul suo. In quel momento io sentii dentro di me queste parole: ” Ti voglio bene, fratello. Quest’uomo ama Gesù.” Padre Jozo si rivolse allora all’interprete chiedendo in croato chi fossi e dicendo che voleva parlare con me. Questo fu l’inizio di un’amicizia che dura ancora.

“Quando sentii Papa Giovanni Paolo II esortarci a non aver paura, pensai che tutto per me andasse bene e che io non avevo motivo di avere paura. Durante le riprese della “Passione di Cristo” cominciai, però, a comprendere che oggi più che mai la figura del Cristo è controversa.

Quando avevo appena concluso le riprese della “Passione di Cristo” dovetti sperimentare più volte varie forze che volevano distogliermi dal girare quel film.

 

Puoi raccontarci perché hai vissuto così questa esperienza e che rapporto c’è tra il film e Medjugorje?

Tu forse conosci il detto “passare il Rubicone”, che significa che non puoi più tornare indietro. Ecco, per me il film “La Passione di Cristo” è stato questo. Avevo 33 anni quando è iniziata la lavorazione del film, cioè tanti quanti ne aveva Gesù quando fu crocifisso. Mi veniva sempre il dubbio se ero degno di interpretare Gesù. Ivan Dragicevic mi incoraggiava e diceva che Gesù non sempre sceglie i migliori e che lui stesso era la prova di questo.

Senza Medjugorje, che ha aperto il mio cuore alla preghiera e ai sacramenti, non avrei interpretato questo ruolo. Sapevo che, se volevo rappresentare Gesù, dovevo essere vicinissimo a lui. Ogni giorno mi confessavo ed adoravo il SS Sacramento. Anche Mel Gibson partecipava alla messa, se era celebrata in latino, e questo fu un bene per me poiché imparai il latino.

Sempre mi venivano tentazioni dalle quali mi dovevo difendere e in questa lotta sperimentavo una grande pace interiore. Per esempio nella scena dove Maria, la Madonna, si imbatte in Suo Figlio mentre porta la croce, io dovevo dire la seguente battuta: ”Guarda, io faccio ogni cosa nuova” Abbiamo ripetuto questa scena quattro volte, ma io sentivo che c’ero sempre io in primo piano. Poi qualcuno urtò contro la croce ed io sentii la mia spalla sinistra uscire dall’articolazione. Quel subitaneo tremendo dolore mi fece perdere l’equilibrio e caddi pesantemente a terra. Sbattei il viso sulla terra polverosa e mi uscì il sangue dal naso e dalla bocca. Ripetei le parole alla Madre: ”Guarda, io faccio ogni cosa nuova”. Il dolore alla spalla era indescrivibile mentre lentamente abbracciavo la croce ed io sentivo che la scena era di grande impatto. Io avevo cessato di recitare ed era Gesù che si vedeva. La scena era venuta fuori quasi come risposta alla mia preghiera: “Voglio che gli spettatori vedano te, Gesù, non me”.

Durante le riprese non so quanti rosari recitai e questo mi fece vivere in un’atmosfera particolare. Mi rendevo conto che non potevo bestemmiare o lasciarmi andare, se volevo comunicare qualcosa alla troupe dei miei collaboratori. Erano attori famosi, che nella maggior parte dei casi non conoscevano Medjugorje, e noi eravamo felici di averli. Come avrei potuto trasmettere loro qualcosa di Medjugorje se non con la mia stessa vita? Medjugorje significa per me vivere, attraverso i sacramenti, in unità con la Chiesa.

Con Medjugorje avevo cominciato a credere che Gesù è veramente presente nell’Eucarestia e che perdona i miei peccati. Con Medjugorje ho sperimentato quanto è potente la preghiera del rosario e quale dono rappresenta la Messa quotidiana.

Come posso aiutare le persone, se non credendo in Gesù? Ho idea che questo possa accadere quando Gesù Eucarestia è in me e quando le persone, attraverso la mia vita, scorgono Gesù.

Quando girammo la scena dell’ultima cena, io avevo, in tasche speciali all’interno della mia veste, alcune reliquie di santi e anche un pezzetto della croce di Cristo. Era così grande il mio desiderio che Gesù fosse presente che pregai un sacerdote di esporre il Santissimo. Sulle prime rifiutò, ma io lo pregai insistentemente perché ero convinto che, se io avessi fissato Gesù, gli spettatori avrebbero riconosciuto Lui in me. Il sacerdote, con l’Ostia consacrata nelle mani, si mise poco dietro il cameramen e insieme a lui si avvicinava a me. Quando gli spettatori vedono la luce nei miei occhi non si rendono conto che quello è il riflesso dell’Ostia nelle mie pupille e pertanto essi, in realtà, vedono Gesù.

Anche durante la scena della Crocifissione, mentre io pregavo ininterrottamente, il sacerdote era presente con il SS Sacramento nelle sue mani.

La sfida più grande per me, in questo film, non è stato, come all’inizio avevo pensato, l’imparare a memoria i testi in latino, aramaico e ebraico, ma piuttosto le fatiche fisiche cui dovetti far fronte. Nell’ultima scena, per esempio, quando fui inchiodato sulla croce, avevo una spalla lussata che usciva ogni volta. Durante la flagellazione fui colpito due volte dalla sferza e ne risultò una ferita sulla schiena lunga 14 centimetri, inoltre mi presi un’infiammazione ai polmoni che si riempirono di liquido. Oltre a ciò bisogna calcolare la cronica mancanza di sonno: per mesi mi dovetti svegliare alle tre del mattino per il trucco che richiedeva almeno otto ore.

Un’altra sfida fu anche rappresentata dal freddo che, soprattutto durante la crocifissione, mi fece quasi venir meno; ero vestito solo con una sottile veste di lino e la temperatura esterna era di appena qualche grado sopra lo zero.

Quando girammo l’ultima ripresa c’era una fitta coltre di nuvole e un fulmine colpì la croce dove io ero legato. All’improvviso tutto fu silenzio intorno a me e io sentii i miei capelli rizzarsi sul capo. Circa 250 persone che stavano intorno a me videro come il mio corpo all’improvviso emanò luce e videro un fuoco alla destra e alla sinistra della mia testa. Parecchi, a questa vista, subirono uno schock.

So che “La Passione di Cristo” è un film straordinariamente grande sull’amore, forse uno dei più grandi.

Mai come oggi la figura di Cristo è motivo di controversie. Il creato è oggi minacciato da tanti fattori eppure la fede in Gesù è la fonte della felicità.

Penso che Dio, in questo nostro tempo, ci chiami in modo particolare e che noi perciò dobbiamo dare una risposta nel nostro cuore e con la nostra vita.

L’intervista con Jim Caviezel è stata realizzata da Christian Stelzer ed è stata pubblicata nel numero di marzo 2010 della rivista “Oasi della pace”, pubblicata a Vienna. www.oasedesfriedens.at

Traduzione: Anna Maria Spinetti

 

fonte: Medjugorie Web Site




Roubini: “Questa crisi da coronavirus strariperà e porterà a un disastro”

In un’intervista con il giornale tedesco Der Speigel, Nouriel Roubini, il dottor Doom (il dott Sventura, nomignolo affibbiatogli, ndr) – che ha correttamente previsto lo scoppio della bolla immobiliare statunitense e la conseguente crisi finanziaria del 2008, insieme alle conseguenze delle misure di austerità per la Grecia piena di debito – ritiene che il coronavirus porterà a un disastro economico globale.

Molto spesso non condivido il pensiero di Roubini, riprendo però alcuni passi, quelli economici, della sua intervista poiché piuttosto esemplificativi della situazione attuale. Pur ritenendo difficile la situazione odierna, non è detto che il punto di vista di Roubini si verifichi nella realtà.

 

Nouriel Roubini (AP Photo/Chiang Ying-ying)

Nouriel Roubini (AP Photo/Chiang Ying-ying)

 

DER SPIEGEL: Quanto è grave l’epidemia di coronavirus per la Cina e per l’economia globale?

Roubini: Questa crisi è molto più grave per la Cina e per il resto del mondo di quanto gli investitori si aspettassero, per quattro motivi: Primo, non è un’epidemia limitata alla Cina, ma una pandemia globale. Secondo, è ben lungi dall’essere finita. Questo ha conseguenze enormi, ma i politici non se ne rendono conto.

 

DER SPIEGEL: Cosa intende dire?

Roubini: Basta guardare il suo continente. L’Europa ha paura di chiudere le sue frontiere, il che è un errore enorme. Nel 2016, in risposta alla crisi dei rifugiati, Schengen è stato effettivamente sospeso, ma questa è ancora peggiore. Le frontiere italiane dovrebbero essere chiuse al più presto. La situazione è molto peggiore di quella di un milione di rifugiati che arrivano in Europa.

 

DER SPIEGEL: Quali sono le altre due ragioni?

Roubini: Tutti credono che sarà una recessione a forma di V (cioè velocemente verso il punto basso del ciclo economico, con una pronta ripresa, ndr), ma la gente non sa di cosa sta parlando. Preferiscono credere nei miracoli. È semplice matematica: Se l’economia cinese dovesse ridursi del 2 per cento nel primo trimestre, ci vorrebbe una crescita dell’8 per cento negli ultimi tre trimestri per raggiungere il tasso di crescita annuale del 6 per cento che tutti si aspettavano prima che il virus scoppiasse. Se la crescita fosse solo del 6 per cento a partire dal secondo trimestre, che è uno scenario più realistico, vedremmo l’economia cinese crescere solo del 2,5-4 per cento per l’intero anno. Questo tasso significherebbe essenzialmente una recessione per la Cina e uno shock per il mondo.

 

DER SPIEGEL: E il suo ultimo punto?

Roubini: Tutti pensano che i politici reagiranno rapidamente, ma anche questo è sbagliato. I mercati sono completamente deliranti. Guardi alla politica fiscale: Si possono fare cose fiscali solo in alcuni Paesi come la Germania, perché altri come l’Italia non hanno alcun margine di manovra. Ma anche se si fa qualcosa, il processo politico richiede un gran parlare e negoziare. Ci vogliono dai sei ai nove mesi, che sono decisamente troppo lunghi. La verità è che: L’Europa avrebbe bisogno di stimoli fiscali anche senza la crisi de coronavirus. L’Italia era già sull’orlo della recessione, così come la Germania. Ma i politici tedeschi non pensano nemmeno agli stimoli, nonostante il Paese sia così esposto alla Cina. La risposta politica è una barzelletta – i politici sono spesso dietro la curva (cioè in ritardo, ndr). Questa crisi strariperà e si tradurrà in un disastro. 

 

DER SPIEGEL: Che ruolo hanno le banche centrali?

Roubini: La Banca centrale europea e la Banca del Giappone sono già in territorio negativo. Certo, potrebbero abbassare ulteriormente i tassi sui depositi per stimolare l’indebitamento, ma questo non aiuterebbe i mercati per più di una settimana. Questa crisi è uno shock dell’offerta che non si può combattere con la politica monetaria o fiscale.

 

DER SPIEGEL: Cosa può aiutare?

Roubini: La soluzione deve essere di tipo medico. Le misure monetarie e fiscali non aiutano quando non si ha sicurezza alimentare e idrica. Se lo shock porta a una recessione globale, allora si ha una crisi finanziaria, perché i livelli di debito sono saliti e il mercato immobiliare statunitense sta vivendo una bolla come nel 2007. Finora non è stata una bomba a orologeria, perché abbiamo assistito a una crescita. Ora è finita.

 

DER SPIEGEL: Questa crisi cambierà il modo in cui il popolo cinese pensa al suo governo?

Roubini: Gli uomini d’affari mi dicono che le cose in Cina sono molto peggiori di quanto il governo stia ufficialmente denunciando. Un mio amico di Shanghai è chiuso in casa da settimane. Non mi aspetto una rivoluzione, ma il governo avrà bisogno di un capro espiatorio.

 

DER SPIEGEL: Ad esempio?

Roubini: Ci sono già state delle teorie cospirative sulle interferenze straniere quando si tratta di influenza suina, aviaria e della rivolta di Hong Kong. Suppongo che la Cina inizierà a creare problemi a Taiwan, Hong Kong o anche in Vietnam. Prenderanno provvedimenti contro i manifestanti a Hong Kong o manderanno combattenti nello spazio aereo taiwanese per provocare l’esercito americano. Basterebbe un solo incidente nello Stretto di Formosa e si assisterebbe a un’azione militare. Non una guerra calda tra Cina e Stati Uniti, ma una qualche forma di azione. Questo è ciò che vogliono le persone nel governo degli Stati Uniti, come il segretario di Stato Mike Pompeo o il vice presidente Mike Pence. È la mentalità di molte persone a Washington.

 

DER SPIEGEL: Questa crisi è ovviamente una battuta d’arresto per la globalizzazione. Pensa che i politici come Trump, che vogliono che le loro aziende abbandonino la produzione all’estero, ne trarranno beneficio?

Roubini: Cercherà di raccogliere i frutti di questa crisi, questo è sicuro. Ma tutto cambierà quando il coronavirus arriverà negli Stati Uniti. Senta, io vivo a New York City e la gente lì non va quasi mai nei ristoranti, nei cinema o nei teatri, anche se finora nessuno è stato contagiato dal virus. Se arriva, siamo completamente fottuti.

 

 




Film: Fatima – “La fede inizia ai margini della comprensione”

Il 24 aprile, il film Fatima sarà proiettato su 1.000 schermi negli Stati Uniti. Parla della notevole serie di apparizioni della Madre a tre giovani pastorelli a Fatima, in Portogallo, nel 1917. “Questo film è stato fatto perché entrasse nei media mainstream”, mi ha detto la produttrice Natasha Howes in un’intervista. “È bellissimo, e tutti dovrebbero andare a vederlo”. Aspettatevi lo splendore”.

Ecco l’intervista fatta da Patti Armstrong a Natasha Howes, pubblicata sul National Catholic Register. Ve la propongo nella mia traduzione. 

 

FATIMA film

FATIMA film

 

Il 24 aprile, il film Fatima sarà proiettato su 1.000 schermi negli Stati Uniti. Parla della notevole serie di apparizioni della Madre a tre giovani pastorelli a Fatima, in Portogallo, nel 1917. “Questo film è stato fatto perché entrasse nei media mainstream”, mi ha detto la produttrice Natasha Howes in un’intervista. “È bellissimo, e tutti dovrebbero andare a vederlo”. Aspettatevi lo splendore”.

E’ difficile credere a tali elogi quando vengono espressi da qualcuno che ha effettivamente prodotto il film, quindi sono stata prudente. Dopo tutto, non tutti i film cristiani sono stati… beh, sapete. Sapevo che aveva un cast di prima categoria e che il compositore italiano Paolo Buonvino aveva creato l’intera partitura, compresa “Gratia Plena” (Full of Grace), la canzone dei titoli di coda eseguita dal tenore superstar Andrea Bocelli. E la storia stessa è un messaggio avvincente di cui il nostro mondo ha disperatamente bisogno. Sono stata felice, dopo aver visto in anteprima il film, di vedere che Howe avesse detto davvero la verità: è un bel film.

Le apparizioni della Madonna di Fatima hanno generato più devozione di qualsiasi altra apparizione mariana approvata dalla Chiesa. I messaggi riguardavano la riparazione del peccato, l’inferno che è un vero e proprio luogo dove i peccatori vanno, la recita del rosario ogni giorno per la pace. Fatima (il film) racconta la storia attraverso gli occhi di Lúcia Santos, 10 anni, era la più grande dei bambini. Francisco e Jacinta Martos, i suoi due giovani cugini, avevano 8 e 7 anni.

Uno dei messaggi chiave era un invito a pregare per la pace. In quel momento, la prima guerra mondiale stava infuriando e la gente si uccideva a vicenda in numeri mai sentiti prima. I bambini hanno trasmesso il messaggio della Madre perché ci si allontanasse dal male e si tornasse a Dio per guarire la loro terra. È un messaggio che vale ancora oggi,

Le rivelazioni dei bambini attirarono folle di credenti, ma fecero arrabbiare sia i funzionari della Chiesa che quelli del governo, che cercarono di costringerli a ritrattare la loro storia. All’ultima apparizione del 13 ottobre, una folla stimata di 70.000 persone rimase sotto la pioggia battente ed fu testimone del “miracolo del sole”. [Quell’evento] fu ampiamente riportato con foto e testimonianze oculari dai giornali dell’epoca.

 

Il film originale di Fatima, Il miracolo di Nostra Signora di Fatima, fu realizzato nel 1952. La versione de Il 13° giorno è stata pubblicata nel 2009, ed è stata anch’essa prodotta da Howe. Questo nuovo film, secondo lei, è unico nel suo genere, in quanto viene raccontato in gran parte dal punto di vista dei bambini e guarda al rapporto tra Lúcia e sua madre. “C’è il vantaggio della prospettiva di Lúcia da adulta”, ha detto Howe. “Abbiamo usato le sue memorie. Lei era la messaggera principale e l’ultima veggente rimasta”. Il film, inoltre, di tanto in tanto si sofferma sulla prospettiva di suor Lúcia, nel 1989, come monaca carmelitana di clausura, quando il professor Nichols, autore e religioso scettico, le fa visita e la interroga.

“In tutto il film si arriva a comprendere la storia umana dietro la storia di Fatima e a comprendere le relazioni familiari di Lúcia e di come i pellegrini  abbiano sconvolto la loro vita familiare”, ha detto Howe. “E non abbiamo quella di Maria che è sospesa nell’aria. Lei appare invece come una donna bellissima, gentile e materna che viene dal cielo, così possiamo identificare come questi bambini si sono innamorati di questa esperienza”. Howe ha osservato che l’idea della mortificazione e di cosa significhi soffrire è anche raffigurata.

Sebbene Giacinta e Franciso siano stati canonizzati nel 2017 e la causa di canonizzazione di Lúcia sia stata aperta nello stesso anno, Howe ha spiegato che volevano ritrarre i bambini come bambini. “Abbiamo la tendenza a immortalare la vita dei santi, piuttosto che concentrarci sui loro tratti umani”, ha detto. “Erano esseri umani comuni come te e me, anche se avevano delle caratteristiche belle e sante”.

Il film è stato approvato dal Santuario della Madonna del Rosario di Fatima, che è servito anche come risorsa durante la realizzazione del film. Provvidenzialmente, secondo Howe, Fatima sta uscendo in concomitanza con il lancio da parte dell’Apostolato Mondiale Internazionale di Fatima di una campagna di preghiera per raccogliere un bouquet spirituale di 5 milioni di Rosari da offrire alla Madonna nel Santuario di Fatima.

“Abbiamo un rapporto simbiotico”, ha detto Howe. “Ci sosteniamo l’un l’altro”. Entrambi hanno la stessa missione di diffondere il messaggio di Fatima, soprattutto chiedendo alla gente di recitare il Rosario ogni giorno. “Il film parla del piano di pace dal cielo”, ha detto. “E’ un modo per fare la differenza nel mondo e, si spera, raggiungere un ampio pubblico mainstream”.

Il sito ufficiale è www.FatimaTheMovie.com. I biglietti sono ora disponibili online in alcuni luoghi selezionati del teatro, tra cui AMC, Cinemark, Harkins e Regal.