La Germania ai tempi del Coronavirus…

Coronavirus

Coronavirus (foto: AP)

 

di Alessandra Carboni Riehn

 

Mentre anche dalle nostre parti si comincia a fare i conti con l’epidemia e tutti si ritrovano a confrontarsi con la debolezza umana di fronte al più invisibile microbo (mentre una famosa canzone tedesca recita “la natura è così buona, perché noi uomini invece no”… epigona degli epigoni dei cantori del Buon Selvaggio illuminista-romantico), nella Chiesa tedesca sta avvenendo un piccolo terremoto senza che molti ne prendano grande nota.

Dopo che il Cardinal Marx ha annunciato di non essere disponibile per un nuovo periodo in carica come presidente della Conferenza Episcopale Tedesca (DBK) “per motivi di anzianità” (al termine del periodo in carica avrebbe 72 anni), ora anche il gesuita Langendörfer, uno dei più strenui sostenitori del Cammino Sinodale in Germania, annuncia di voler lasciare l’importante carica di segretario della stessa DBK, carica che riveste dal 1996, per lasciare il compito a una persona più giovane, volentieri donna e non necessariamente ordinata. Anche se già la Conferenza Episcopale Nordica (Scandinavia e Islanda) ha per segretaria una monaca, Anna Marika Kaschner, questo in Germania sarebbe un unicum nei 172 anni di storia della conferenza episcopale.

Ad ogni modo non si hanno altri dettagli sui motivi di questo vero e proprio terremoto. Ma sembra di vedersi aprire uno spiraglio di speranza per la minoranza ortodossa cattolica. Forse la maggioranza “progressista” ha un po’ esagerato nella sua sicumera, dando per certo l’appoggio del Papa prima ancora di averlo, e chi finora era stato a guardare rattristato la deriva della Chiesa Cattolica tedesca ha compreso di dover fare un passo avanti per evitarne la totale protestantizzazione. Dio voglia che sia così.

Nel contempo, si capisce, continuano su numerose riviste diocesane gli articoli a sostegno dei temi caratteristici del Cammino Sinodale, per esempio la benedizione in chiesa di coppie omosessuali e la revisione della morale sessuale cattolica. Ne è un esempio lampante “Bene”, rivista mensile dell’arcidiocesi di Essen diretta dal vescovo Franz-Josef Overbeck, noto per le sue posizioni ultraprogressiste, che nell’ultimo numero (qui), in un unico articolo, riesce a mettere insieme: il dipendente della diocesi di Essen che da 16 anni è sposato con un uomo (errore: solo da pochi anni è possibile in Germania il matrimonio omosessuale, prima era una cosiddetta “Eingetragene Lebenspartnerschaft”, ovvero una convivenza registrata da notaio) e sogna la benedizione in chiesa, mentre lui nel 2004 aveva dovuto ricorrere alla benedizione di un pastore protestante in un ristorante; il fondatore di un “centro di consulenza sessuale” a Duisburg che lamenta la triste condizione dei poveri cattolici che non vanno da un prete ma da lui a sfogarsi raccontando delle loro difficoltà a quadrare il cerchio, ovvero a combinare la morale sessuale cattolica con la loro vita reale (convivenza prematrimoniale, nuova convivenza dopo un divorzio, omosessualità) – e io che vivo in Germania mi domando come sia possibile che esistano ancora giovani cattolici che sentono rimorsi di coscienza all’idea di non attendere fino al matrimonio con il sesso. Io non ne conosco uno, la convivenza prematrimoniale è standard assoluto e non c’è un prete che metta a tema il perché valga la pena aspettare…; infine last but not least, Ansgar Wucherpfennig, sacerdote professore di teologia e dal 2014 rettore dell’Università Teologica Gesuita di Sankt Georgen a Francoforte sul Meno, che all’inizio dell’anno accademico 2018 non aveva ricevuto il nihil obstat del Vaticano per continuare la sua attività, dopo essersi espresso più volte anche per iscritto in aperto contrasto con la dottrina cattolica. Era stato invitato a ritrattare, non l’aveva fatto ed era stato reinserito in carica dopo la pressione esercitata da diversi organi e vescovi cattolici tedeschi. Anche in questo articolo Wucherpfennig ripete la nota e arcinota teoria della Chiesa rimasta indietro di 40 anni che deve aggiornarsi su tutti i temi relativi a (omo)sessualità e famiglia – con una pervicacia che meriterebbe ben altri meritevoli obiettivi.

E mentre la Chiesa cattolica continua ad autodistruggersi come una maionese impazzita, succede in Germania quello che doveva succedere: il 26 febbraio scorso la Corte costituzionale tedesca ha accolto il ricorso di associazioni a favore dell’eutanasia e di malati gravi contro il divieto di eutanasia attiva, sancito dall’art. 217 del Codice Penale che prevedeva pene fino a 3 anni di detenzione per chi procurasse eutanasia come attività regolare (cioè in modo organizzato, con o senza intenzione di guadagno). Qualche giorno prima la stampa aveva riferito che più della metà dell’opinione pubblica tedesca interpellata aveva confermato di essere a favore di una morte “autodeterminata” e di non ritenere giusto che Stato e medici si “immischiassero” in questa questione di pura libertà individuale.

Ora tutti, la Chiesa evangelica, quella Cattolica, i medici palliativisti, le associazioni per la vita, stanno protestando. Ma la falla è aperta e si è fatto un passo avanti in una direzione che proprio in Germania, un Paese traumatizzato dai programmi eutanasici promossi dai nazisti contro anziani, deboli e malati mentali, sembrava impossibile. Ma non è questa una conseguenza logica della vita senza Dio? I nazisti erano fieramente pagani e anticristiani e ritenevano degna di essere vissuta solo la vita sana, forte, capace di lottare e portare avanti la purezza della razza destinata a dominare il mondo. Oggi, sempre più, tra aborto, selezione prenatale e eutanasia, siamo esattamente allo stesso punto: la vita che non reca in sé la scintilla divina, la vita che non è specchio di un amore infinito non può più essere degna di essere vissuta in sé. Ecco che allora, come ha detto un prelato tedesco, non siamo più destinati a morire mano nella mano con un altro, ma per mano di un altro. Un altro che – quando saremo troppo malati, troppo pesanti da curare, troppo cari, troppo soli – ci dirà e ci suggerirà gentilmente, misericordiosamente, che è meglio togliere il disturbo.

 




“Chiunque mette la famiglia o la nazione prima di Dio finirà per tradire tutte e tre”

Matthew Schmitz ha scritto un interessante articolo intitolato “Orban e il problema con l’“dentità cristiana’” che è stato pubblicato sul Catholic Herald. Esso, come dice il titolo, riflette sul rapporto tra le politiche che dicono di difendere l’identità cristiana e l’insegnamento della Chiesa Cattolica. Matthew Schmitz mette in evidenza che non sempre vi è coerenza. 

Propongo l’articolo alla riflessione dei lettori di questo blog nella  mia traduzione. 

Riccardo Zenobi

 

Viktor Orban, primo ministro ungherese

Viktor Orban, primo ministro ungherese

 

Dal primo febbraio, le coppie in Ungheria sono state autorizzate a far ricorso alla fertilizzazione in vitro senza spese. Il governo di Viktor Orban ha portato sei cliniche della fertilità precedentemente private sotto il controllo statale, dichiarando la procreazione una questione di “importanza strategica nazionale”. Approssimativamente 4.000 bambini sono fatti nascere in Ungheria con i mezzi della IVF ogni anno. Miklós Kásler, il ministro ungherese delle risorse umane, spera di raddoppiare il numero.

Questa è l’ultima mossa in una campagna di ampio raggio per incrementare il tasso fertilità ungherese, che si attesta a 1,48 nascite per donna – molto sotto la soglia di rimpiazzo di 2,1. Il governo di Orban ha messo in atto generosi incentivi finanziari per coppie con figli, compresa un’esenzione dalle tasse sui guadagni per le madri di quattro figli.

I cristiani hanno risposto caldamente alla politica family-friendly di Orban. Brian Brown, presidente dell’Organizzazione Nazionale per il Matrimonio, ha chiamato Orban “uno dei massimi leader pro-family nel mondo”. Tony Perkins, presidente del Family Research Council, afferma che Orban “ha sostenuto valori biblici in Ungheria”.

Orban ha dichiarato la sua intenzione di trasformare l’Ungheria in un nuovo tipo di democrazia cristiana, una che rigetta esplicitamente il liberalismo mentre afferma la famiglia e la nazione. “Ogni nazione europea ha il diritto di difendere la sua cultura cristiana, e il diritto di rigettare l’ideologia del multiculturalismo”, ha detto nel 2018. “Ogni nazione ha il diritto di difendere il modello famigliare tradizionale, ed è titolata ad affermare che ogni bambino ha il diritto ad una madre e un padre”.

Il supporto statale per l’IVF incrementerà senza dubbio il tasso di fertilità ungherese, anche se marginalmente. Ma porterà anche alla creazione di embrioni superflui, che saranno o distrutti o congelati in perpetuo. L’insegnamento cattolico ha decisamente rifiutato questa pratica. Papa Francesco ha descritto l’IVF come “costruire bambini invece di accettarli come dono…un peccato contro il Creatore”.

Il supporto di Orban per l’IVF è un promemoria che i “valori della famiglia” non sempre si allineano con la fede cristiana. Sì, il cristianesimo insiste che il matrimonio può esistere solo tra un uomo e una donna. Sì, celebra la nascita di bambini. Ma non vede il matrimonio e le nascite come il bene più alto. San Paolo ha detto che è meglio per gli uomini non sposarsi, un giudizio riflesso nell’onore che il mondo cattolico dà a suore e preti.

Identificare l’etica cristiana con quella dei “valori famigliari” non sarà mai perfettamente accurato. Il cristianesimo non insiste che ognuno deve sposarsi e riprodursi. “Valori famigliari” descrive più esattamente le priorità del natalismo nazionalista, che celebra la famiglia e la fertilità perché lo Stato ha bisogno di uomini per combattere le sue guerre o riempire la sua forza lavoro.

La mossa di Orban riflette anche la tensione tra cristianesimo e ciò che spesso è chiamata “identità cristiana”. Gli scrittori occidentali a volte presentano Orban con un aspirante teocrate. Ma la forma di cristianesimo che sostiene è meno religiosa che culturale. “La democrazia cristiana non riguarda la difesa di articoli di fede”, ha detto nel 2018, “ma le forme di essere che sono cresciute da esse…dignità umana, famiglia e nazione”. Nel suo uso del termine, il cristianesimo ha più a che vedere con l’identità nazionale che con il culto di Dio. Come ha detto nel 2017, “il cristianesimo è una cultura e una civilizzazione…L’essenza non è quante persone vanno in chiesa, o quante pregano con vera devozione”.

La politica di Orban sull’IVF conferma ciò che ha detto da molto tempo ma troppi cristiani non hanno sentito. La sua visione del cristianesimo ha più a che vedere con l’affermazione culturale che la sottomissione al ruolo della fede. Questo deve essere tenuto a mente quando Orban giustifica altre politiche, inclusa la sua risposta ai flussi migratori, nel nome del cristianesimo.

In zone educate dell’occidente, i cristiani sono spesso tentati di identificare la loro fede con un imberbe antinazionalismo che nega ogni legittimazione alle attuali comunità politiche. O nel nome di una falsa accettazione, ridefiniscono la famiglia per includere ogni coppia. È necessario opporsi a questi errori. Ma quelli che lo fanno dovrebbero guardarsi dal cadere nell’errore opposto, nel quale la nazione o la famiglia è esaltata sopra l’universale legge della carità.

Non meno del liberalismo, il natalismo e il nazionalismo possono andare contro il cristianesimo. Nella ricerca della sopravvivenza nazionale, l’Ungheria sostiene una politica che implica la distruzione della sua progenie. Nel nome dei valori della famiglia, dà il potere ai genitori di sbarazzarsi della loro prole. In difesa dell’identità cristiana, persegue una corsa contro il cristianesimo.

Forse queste contraddizioni mostrano che sebbene la famiglia e la nazione comandino giustamente la lealtà dell’uomo, la sua prima e ultima lealtà deve essere verso qualcosa di più alto. Se ciò è vero, chiunque mette la famiglia o la nazione prima di Dio finirà per tradire tutte e tre.

 




SAN BENEDETTO vs ARISTOTELE: il lavoro di Adamo e lo schiavismo dei moderni

Monaci che lavorano nei campi

 

di Pierluigi Pavone

 

1.

“Fuori del tempo politico, lontano dalla storia”. Ciò che in questa frase de Vogüe (San Benedetto uomo di Dio, San Paolo, 1999, p. 44) attribuisce a San Benedetto stride con le intenzioni monastiche.

E non solo per il fatto che il monachesimo occidentale fu l’immenso orizzonte di significato che alimentò e conferì limite, identità e senso a secoli interi di papi e sovrani, diritto e tradizione scritta, economia e evangelizzazione. I monaci furono allo stesso tempo le radici di un mondo che sopravvisse alla barbarie e le fronde di un universo di fede e lavoro.

Il monachesimo benedettino fu questo anche di diritto. Papi e Imperatori “dipesero” dal monastero: la teologia, fino alle Università, fu una teologia monastica, figurativa e meditativa. E proprio la meditazione, la lectio divina, la lettura dei Salmi, mediava la preghiera e l’attività lavorativa, l’occupazione pratica.

Nessuno fuggiva. Si combatteva il diavolo; si arava il campo; si confermava la Chiesa nell’opera di evangelizzazione dei pagani; si mediava tra Cielo e Terra, in una trasformazione visibile del mondo e in una traslatio dall’Impero Romano all’Impero Sacro. Assoluta politica. Assoluta storia.

2.

L’otium era piuttosto ciò che il monaco rifuggiva. Quell’otium che invece era il vanto e privilegio del saggio greco, di chi contemplava e godeva della sua libertà “dalle” attività lavorative. Libertà dal lavoro, secondo una sensibilità che nessun uomo moderno avrebbe mai compreso.

I moderni infatti faranno del lavoro l’azione di emancipazione, oggettivazione della propria umanità, legittimazione del possesso. Ma per Aristotele è l’agire costretto. Per definizione non libero e dell’uomo non libero, perché determinato dalle necessità biologiche. Se per Locke  e Smith (i padri del liberalismo politico ed economico) la libertà come diritto naturale è la libertà di determinare il profitto, la proprietà mediata proprio dal lavoro, per Aristotele il lavoro è del servo, nel senso che è l’attività servile.

3.

Si tratta della più grande differenza “sociale” tra Aristotele e san Tommaso: se entrambi, e diversamente dai moderni, sono convinti che l’uomo sia un animale politico, non allo stesso modo valutano il lavoro. Già il Dio di Aristotele, pur compreso e valorizzato nelle “cinque vie” della teologia razionale tomista, era comunque un Dio che non creava e non si interessava del mondo. Ora, il saggio – l’uomo libero, il maschio-adulto-cittadino, che già partecipa della vita politica, proprio perché è libero dal lavoro – imita Dio, proprio nell’otium di chi contempla se stesso, realizza le virtù etiche (giustizia su tutte) e soprattutto dianoetiche (arte, saggezza, scienza, intelligenza, sapienza). Persino Platone aveva reso la filosofia più funzionale alla vita politica (i saggi erano coloro che governavano e dovevano farlo, perché sapienti e col fine di realizzare la giustizia come bene di tutti): nello Stato organico di Platone, che pur contempla una distinzione in classi e un comunismo per la classe dirigente, il lavoro ha una sua dignità politica. I lavoratori sono comunque una delle tre classi, in un sistema generale di parità dei sessi e assenza di schiavitù. Per Aristotele, invece, la società deve contemplare gli schiavi, in quanto lavoratori.

4.

A essere precisi, però, non in senso razzistico. I moderni saranno coloro che vedranno lo schiavo come colui che lavora per il padrone, nella proprietà dell’uomo libero, in quanto è inferiore, sul piano “raziale”. La razza è la causa della inferiorità. E il lavoro senza diritti ne è la logica conseguenza. Per Aristotele, invece, i rapporti sono invertiti, perché il criterio non è la razza, ma l’elevazione dell’uomo al di sopra della bestia. In questo caso, lo schiavo è colui che umanamente si rende inferiore perché – lavorando – resta legato ad un’attività animale: nel senso che l’uomo non si eleva dalla sua bestialità, proprio perché compie un lavoro in analogia alla caccia della bestia. Attività, entrambe, che vengono realizzate per rispondere alle necessità biologiche. Il lavoro è la causa della “inferiorità umana”, è ciò che rende schiavi.

Nella valorizzazione monastica, al contrario, persiste l’idea che il lavoro sia un’attività propria dell’uomo, perché apparteneva già ad Adamo, prima del peccato originale, il quale ha aggiunto la fatica come punizione e pena.

 




Contro la confusione dottrinale e il modernismo teologico, ritornare al tomismo (e alla Veritatis Splendor).

Per gentile concessione del prof. Maurizio Moscone, riporto una sua riflessione sul pensiero di san Tommaso d’Aquino in vista della conferenza che terrà il 26 marzo assieme al prof. Stanislaw Gryegel, amico personale di papa Giovanni Paolo II. Durante l’incontro, organizzato in occasione il centenario della nascita di Karol Wojtyla, verranno presentati i due ultimi libri del prof. Moscone: “Da Cartesio alla Rivoluzione Francese” (Cantagalli 2019) e “Metafisica. Una sintesi tomistica (Aracne 2020).

 

Maurizio Moscone libro

La crisi in atto oggi nella Chiesa risale al periodo del post-Concilio, quando un’errata interpretazione del Concilio Vaticano II promossa e diffusa da teologi, che si erano allontanati dal tomismo, indusse molti presbiteri a seguire teorie filosofiche e teologiche in contrasto con la tradizione e il magistero della Chiesa.

La confusione dottrinale che ne seguì comportò (e comporta oggi) una profonda crisi di fede tra i sacerdoti, come testimoniato dalla meditazione svolta durante la Via Crucis del 2005, dall’allora card. Joseph Ratzinger: «Quante volte celebriamo soltanto noi stessi senza neanche renderci conto di lui! Quante volte la sua Parola viene distorta e abusata! Quanta poca fede c’è in tante teorie, quante parole vuote! Quanta sporcizia c’è nella Chiesa, e proprio anche tra coloro che, nel sacerdozio, dovrebbero appartenere completamente a lui! Quanta superbia, quanta autosufficienza!» (J. Ratzinger, Via Crucis al Colosseo, IX stazione, Roma, Venerdì Santo 2005).

Certamente la crisi di fede ha investito in larga parte tutto il popolo di Dio, fino al punto da fare affermare a san Giovanni Paolo II che «la cultura europea dà l’impressione di una “apostasia silenziosa” da parte dell’uomo sazio che vive come se Dio non esistesse» (Giovanni Paolo II, Ecclesia in Europa, n. 9, Roma, 28 giugno 2003).

Il card. Robert Sarah parla non di crisi, ma di “crollo” della fede, di cui sono “primariamente” responsabili i preti. Sostiene infatti: «Sono convinto che la responsabilità primaria del crollo della fede debba essere assunta dai preti. Nei seminari e nelle università cattoliche non abbiamo sempre insegnato la dottrina. Abbiamo insegnato quel che ci piaceva» (R. Sarah, Intervista a Valeurs Actuelles, La Chiesa è immersa nell’oscurità del venerdì santo).

In effetti oggi nei seminari e nelle università cattoliche si sta affermando sempre più una nuova forma di modernismo rappresentato da teologi che si sono formati alla scuola di Kant, di Hegel e di Heidegger e hanno elaborato una inedita teologia che è una sintesi del pensiero dei suddetti filosofi.

A questa situazione si può porre rimedio proponendo nuovamente alle istituzioni educative cattoliche il pensiero tomista, cioè quella corrente filosofica e teologica che si ispira a san Tommaso d’Aquino, cioè al pensatore definito da san Giovanni Paolo II “apostolo della verità” (Giovanni Paolo II, Fides et ratio, Roma, 14 settembre 1998, n. 44), punto di riferimento stabile per tutti i Papi che si sono succeduti dal Concilio di Trento fino al Papa attuale.

Papa Francesco, infatti, rispondendo a una domanda rivoltagli da un gesuita riguardante l’Amoris laetitia, ha affermato: «Alcuni sostengono che sotto Amoris laetitia non c’è una morale cattolica o, quantomeno, non è una morale sicura, su questo voglio ribadire con chiarezza che la morale dell’Amoris laetitia è tomista, quella del grande Tommaso» (Francesco, “La grazia non è un’ideologia”. Un incontro privato del Papa con alcuni gesuiti colombiani, in “Civiltà Cattolica”, quaderno 4015, vol. IV, 7 ottobre 2017, p. 10).

Il libro che viene presentato, intitolato M. Moscone, Metafisica. Una sintesi tomista, (Aracne 2019), è un sussidio didattico rivolto, oltre ai cultori della filosofia, in particolare ai seminaristi e intende essere un contributo per la riscoperta del tomismo.

Il tomismo è quella corrente filosofica che si ispira a san Tommaso d’Aquino, il quale come afferma san Giovanni Paolo II, «amò in maniera disinteressata la verità. Egli la cercò dovunque essa si potesse manifestare, evidenziando al massimo la sua universalità. In lui, il Magistero della Chiesa ha visto ed apprezzato la passione per la verità; il suo pensiero, proprio perché si mantenne sempre nell’orizzonte della verità universale, oggettiva e trascendente, raggiunse “vette che l’intelligenza umana non avrebbe mai potuto pensare”» (Giovanni Paolo II, Fides et ratio, n. 44).

Giovanni Paolo II ha fortemente rivalutato il pensiero di san Tommaso, soprattutto nel campo della teologia morale, nel quale, come afferma Benedetto XVI, si è affermata un’etica relativista. La sua enciclica Veritatis Splendor del 1993 è un faro di luce per tutti coloro che ricercano dei criteri oggettivi per distinguere ciò che è assolutamente bene e ciò che è assolutamente male.

Gli insegnamenti morali contenuti nell’enciclica devono essere riproposti nelle università cattoliche e nei seminari per riaffermare i principi immutabili della morale cattolica e aiutare, soprattutto le nuove generazioni, a sapere discernere ciò è bene in sé e ciò che è male in sé, e superare, di conseguenza, il relativismo morale oggi imperante anche nelle istituzioni cattoliche.

L’attualità e la fecondità del pensiero di Giovanni Paolo II riguarda svariati ambiti: soprattutto l’antropologia filosofica e teologica, l’arte, la storia.
Leggendo e rileggendo i suoi scritti si trovano spunti di riflessione che necessitano di essere approfonditi a vari livelli: filosofici, teologici, storici, artistici.

Personalmente, rileggendo Fides et RatioMemoria e identità e Varcare le soglie della speranza, ho rilevato un filo logico che, secondo il Papa, collega la filosofia moderna, in particolare cartesiana, l’Illuminismo, la Rivoluzione francese e le odierne “ideologie del male”.

Ho voluto approfondire sul piano filosofico e storico questo percorso tracciato da Giovanni Paolo II scrivendo il libro: M. Moscone, Da Cartesio alla Rivoluzione francese. Il cammino tracciato da san Giovanni Paolo II, Cantagalli, Siena 2019, che viene presentato insieme a Metafisica. Sintesi tomista, Aracne, Roma 2019, con lo scopo di evidenziare la fecondità e l’attualità del pensiero del grande Papa polacco.

I libri verranno presentati dal Prof. Stanislaw Gryegel, giovedì 26 marzo 2020 alle ore 21, presso la Parrocchia San Cipriano. Via di Torrevecchia 169, Roma.

 

Locandina su San Giovanni Paolo II

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Quaresima. Preghiera, sicurezza del compimento (don Giussani)

William Congdom Ego sum

William Congdom Ego sum

 

di Giorgio Canu

 

«Tu ci hai proposto, a rimedio del peccato, il digiuno, la preghiera e le opere di carità fraterna» 

abbiamo letto nella colletta della terza domenica di Quaresima.  Dobbiamo perciò richiamarci, richiamare la nostra vita, alla verità di quei tre punti.

1. Iniziamo dalla Preghiera.
Innanzitutto, occorre che in questo periodo rispondiamo all’invito a ricuperare più profondamente il senso della preghiera.

E il senso della preghiera cristiana è uno solo: l’attesa di Cristo. 

«Il profeta rende presente a Dio tutto il popolo, nella preghiera e nell’implorazione» (Es 33,12-13): in essa egli chiede non una cosa o un’altra, ma Dio stesso, la sua presenza, la sua compagnia manifesta, il suo aiuto, il continuo rendersi attuale dell’alleanza (Es 33,14-17)

 Ma che cosa chiedeva il profeta, per il popolo, a Dio? Chiedeva Dio.

Così, per quel pezzo di popolo che abbiamo più vicino a noi, che siamo noi stessi, noi non possiamo che domandare Dio, il manifestarsi di Dio, l’attesa della «beata speranza», il ritorno di Cristo o, che è lo stesso, il compiersi della Sua risurrezione, perché la manifestazione finale è già incominciata con la risurrezione di Cristo.
E l’essere stati presi dentro la «nuova ed eterna alleanza» col Battesimo, significa che questa fine è già presente in noi.
Questo è il pensiero esaltante, questo è il pensiero della liberazione, questa è la liberazione. Allora, l’unico vero desiderio è che questa manifestazione si compia, ovvero che si compia la manifestazione di ciò che abbiamo già addosso: Cristo risorto. E questo, guardando il tempo con l’occhio, con lo sguardo normale dell’uomo, è lo stesso che «attesa del Suo ritorno».

La preghiera cristiana è l’attesa del Suo ritorno, la domanda del Suo ritorno, questo maranathà, «Signore, vieni», con cui conclude l’Apocalisse.  È questa l’essenza della preghiera cristiana.

Se qualunque nostra preghiera, se qualunque nostra domanda, se qualunque nostro sguardo a Dio, se qualunque nostra riflessione non è sottesa da questo: «Signore, vieni!», non è preghiera o è preghiera ancora pagana.

Si potrebbe dire tutto questo in un’altra versione: la preghiera è memoria di Cristo, è la memoria della risurrezione. E la memoria della risurrezione, per la nostra situazione esistenziale, coincide con la domanda che avvenga in noi questa risurrezione, che si compia in noi e nel mondo. È lo stesso.
Perciò, non è memoria di Cristo, se non è attesa del Suo ritorno.

Se un uomo è innamorato, la memoria della sua donna coincide col desiderio di rivederla. 

Questa essenza della preghiera,  proprio in vista della conversione quaresimale, vuole sottolineare soprattutto due implicazioni.

a) La prima implicazione è la sicurezza; la sicurezza che, avendoci chiamato a domandarlo, a far memoria di Lui e a domandarlo, Egli compirà il suo disegno in noi.

Perciò è la sicurezza della liberazione. Proprio questa attesa è la garanzia della fede, è la garanzia che la fede ci condurrà fino alla fine; è garanzia, sicurezza o pegno.
Ma la parola “pegno” aggiunge qualche cosa, perché il pegno è la garanzia, la sicurezza che è data da una già iniziale esperienza della definitività. Non per nulla il pegno è dello Spirito in noi, vale a dire della potenza trasformatrice, della potenza che opera la liberazione, perché è lo Spirito che opera la liberazione.

 «Egli ha dato il pegno del suo Spirito nei nostri cuori, per cui gridiamo: “Abbà, Padre”». 

Non si può dire a uno: «Padre», se non in assoluta certezza e sicurezza, come ha già detto il Signore nell’undicesimo capitolo di san Luca, versetti 1-11, quando parla del padre che, se il figlio gli domanda un pezzo di pane, non gli dà un sasso:

«Se dunque voi, che siete cattivi, non potete negare ai figli vostri le cose buone quando ve le chiedono, a maggior ragione il Padre vostro non potrà negare a voi lo Spirito Santo quando glielo chiedete». 

Che cosa vuol dire chiedere lo Spirito? Vuol dire chiedere il ritorno di Cristo, chiedere che avvenga la risurrezione, chiedere che avvenga la liberazione propria e del mondo, che è Cristo – perché la liberazione è Cristo, non è un’altra cosa -, chiedere che avvenga la risurrezione di Cristo.

Innanzitutto, dunque, l’aspetto di sicurezza, di cuore garantito, di pegno già sperimentato.

Sottolineo queste due implicazioni – la seconda la dirò adesso – perché sono le più difficili: per il nostro orgoglio, il nostro amor proprio, per il nostro razionalismo, per il nostro naturalismo, per la nostra carnalità, per la nostra autonomia, per il nostro attaccamento a noi stessi, sono i due aspetti più difficili della preghiera. “Difficili”: sono i due aspetti più dimenticati della preghiera, più lasciati da parte. Si potrebbe pregare eludendo questi due aspetti del «sacrificium fidei vestrae», del sacrificio della vostra fede.

Luigi Giussani – ritiro di Quaresima dei Memores Domini. Pianazze, 16 febbraio 1975  (2- continua) 

 

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Benedetto XVI, 28.02.2013: la triste partenza

Qui il trasferimento in elicottero:

Qui l’ultimo saluto da Castel Gandolfo:


Benedetto XVI 28.02.2013
Benedetto XVI 28.02.2013
Benedetto XVI 28.02.2013
Benedetto XVI 28.02.2013

Benedetto XVI 28.02.2013




La prossima persecuzione dei cristiani sarà attuata dagli Stati

Le nuove sfide che l’Occidente deve affrontare quattro decenni dopo la decisiva alleanza tra Papa Giovanni Paolo II e il Presidente degli Stati Uniti Ronald Reagan per sconfiggere il comunismo sono state al centro di una conferenza internazionale che si è tenuta a Roma il 4 febbraio scorso. Il convegno ha riunito diverse personalità di spicco del rinnovamento culturale e politico conservatore in Europa e negli Stati Uniti. Tra questi anche Rod Dreher,  senior editor e blogger di The American Conservative e autore di lOpzione benedetto: Una strategia per i cristiani in una nazione post-cristiana. Un commento a questo libro lo trovate qui. Il suo libro di prossima pubblicazione si concentrerà sulle nuove forme di totalitarismo e sul modo di affrontarlo e sconfiggerlo.

Rod Dreher è stato intervistato in proposito da Solène Tadié corrispondente da Roma del National Catholic Register. Riprendo da questa intervista alcuni brani. Potete leggere l’intera intervista sul qui.

Eccoli nella mia traduzione. 

 

Rod Dreher, scrittore

Rod Dreher, scrittore

 

Nel suo discorso incentrato sul totalitarismo e sulle sue nuove forme, lei ha sottolineato che il contesto storico e l’ambiente sociale sono totalmente diversi oggi rispetto al XX secolo. Quali sono le differenze e le evoluzioni contestuali più profonde?

Penso che uno dei più grandi cambiamenti sia la perdita del cristianesimo come forza guida della società, il processo di scristianizzazione. Viviamo in una società post-cristiana. Non intendo dire che non ci siano più cristiani, siamo ancora qui. Ma la storia cristiana non è più la narrazione che i Paesi occidentali usano per capire se stessi. È stata sostituita dal culto di sé, dalla dittatura del relativismo e dalla tirannia di sé. Questo rende così difficile riconoscere il totalitarismo che sta arrivando, perché sei stato addestrato a pensare che questa sia la libertà, che scegliere ciò che vuoi sia la libertà. Le persone che sono cristiane sono state formate in un modo più classico di pensare, teologia morale o ragionamento morale. Capiscono che la libertà non è la capacità di fare quello che si vuole. La maggior parte delle persone nella società è diventata molto fragile. Sono arrivati a pensare che tutta la vita pubblica sia un’espansione dei diritti. Quindi, sotto quei regimi di “giustizia sociale”, come li chiamano, e diritti civili, non essere d’accordo con qualcuno significa ferirlo, significa minacciarlo. E questo rende patologici tutti i disaccordi. Questo rende la persona che non è d’accordo un criminale.

 

Quali sono gli strumenti che si usano per far rispettare quello che spesso si chiama “totalitarismo soft”?

Uno degli strumenti principali per far rispettare la legge è la vergogna, la cosiddetta “cultura dell’annullamento” che abbiamo negli Stati Uniti. Se dici una piccola cosa che diverge dalla loro ideologia, cercheranno di distruggere te e il tuo nome, soprattutto professionalmente. Anche se non sei colpevole. Questo è esattamente ciò che hanno fatto i regimi comunisti. Questa è la principale forma di applicazione negli Stati Uniti, ma ci sono anche leggi sui diritti civili e l’idea di uno “spazio sicuro”. Tutti vogliono che ci sia uno spazio civile di discussione. Ma gli ideologi di sinistra fanno di te una persona insicura se non sei d’accordo con loro, e ti spingono fuori. Ancora una volta i comunisti hanno fatto la stessa identica cosa. Proprio la settimana scorsa ho visto che un produttore svizzero di cioccolato, che era a favore della vita e impegnato nell’attivismo cristiano nel suo Paese, è stato abbandonato dalla Swiss International Air Lines dopo che alcune persone “LGBT” hanno costretto l’azienda a smettere di usare il suo cioccolato. Le compagnie sono dei veri e propri codardi, e si sottomettono alle intimidazioni perché sanno che i cristiani non hanno potere, mentre gli LGBT hanno tanto potere culturale.

 

Il fatto che quasi il 60% dei giovani americani sia favorevole al socialismo è un sintomo della marcia verso il ritorno degli ideali totalitari?

Non credo che il socialismo in termini di socialdemocrazia sia necessariamente totalitario. L’esperienza dell’Europa occidentale ce lo dice. Ma il fatto che tanti giovani siano così rapidi nell’abbracciare il socialismo mi dice che non sanno nulla della storia della sinistra. Infatti, negli Stati Uniti non si parla di storia. Nessuno ha la memoria di qualcosa che sia accaduto più di cinque minuti fa. Questo è un grande problema. E questo ci dice anche che lo stato di polizia di cui parlavo nel mio discorso è qualcosa che i giovani apprezzerebbero perché promette di dare loro tutta la libertà sessuale che vogliono, tutta la libertà del consumatore che vogliono, per proteggerli dalle conseguenze delle loro decisioni. Lo Stato paternalistico si occuperebbe di tutto ciò che li riguarda, in modo che possano essere liberi di vivere come vogliono. Il fatto che vogliano il socialismo mi dice che esiste una mentalità pre-totalitaria. Ad essere onesti, vorrei dire che mio figlio ha 20 anni, è cristiano ma è a favore di Bernie Sanders (esponente indipendente affiliato al Partito Democratico, si qualifica come un socialista democratico, uno degli sfidanti di Donald Trump, ndr), e la ragione è che è molto preoccupato per il suo futuro economico. Penso che sia un problema della destra politica: Abbiamo adorato talmente tanto il mercato che non ci siamo resi conto di quanto siano fragili le condizioni per l’affermazione delle giovani generazioni. Se non saremo in grado di capire come affrontare questo problema in modo efficace, manderemo tanti giovani nelle mani dei socialisti.

(…)

Parliamo de Opzione Benedetto. Ha avuto un successo e un impatto significativo in Europa. Pensa che il suo successo nel Vecchio Continente possa essere spiegato dalle stesse ragioni del suo successo negli Stati Uniti?

Il libro ha venduto bene negli Stati Uniti, ma credo che abbia venduto proporzionalmente di più in Europa. Ora è in 11 lingue, e la Francia è stato il primo paese a pubblicare una traduzione. Quando ho visitato la Francia nell’autunno del 2017 per il tour del libro, sono rimasto stupito nel vedere che il pubblico del mio libro era composto da cattolici di età inferiore ai 40 anni. Ed è quasi lo stesso in tutti gli altri Paesi d’Europa. Come mai? Mi rendo conto che nel mio libro ho sostenuto che siamo in una società post-cristiana e che se vogliamo salvare la nostra fede, dobbiamo vivere in modo più radicale. Le generazioni più anziane, che hanno più di 53 anni, non vogliono credere che sia vero; vogliono credere che se facciamo quello che abbiamo fatto, ma lo facciamo con più abitudine, tutto cambierà. Al contrario, coloro che hanno 40 anni ed anche meno in Europa sanno che è un’illusione. Hanno già vissuto la scristianizzazione delle loro società. Penso che sia il motivo per cui il libro ha avuto tanto successo qui in Europa.

Mentre negli Stati Uniti devo ancora convincere i cristiani che per noi è finita – finita nel senso che non hanno più potere culturale. Ho la sensazione che quando Trump lascerà il suo incarico, che sia l’anno prossimo o tra quattro anni, le cose diventeranno molto più chiare per i cristiani che credevano ancora che tutto andasse bene. Perché c’è questa aggressiva laïcité [secolarismo] del Partito democratico, che arriverà con grande forza contro le istituzioni cristiane, soprattutto verso le scuole cattoliche e protestanti. Dovranno affrontare le persecuzioni dello Stato.

 

In che modo il patrimonio europeo e la situazione attuale l’hanno ispirata a scrivere questo libro?

L’Europa è la mia patria. Tutti coloro che vivono nella civiltà occidentale vengono da Atene, Roma e Gerusalemme. Sono diventato cristiano grazie a Chartres. Avevo 17 anni. Mia madre vinse un viaggio in Europa attraverso la sua chiesa, e mi mandò al suo posto. Ero l’unico giovane a salire sull’autobus. Il tour in autobus si fermava in diverse chiese in Francia, e mi dava fastidio vedere tante chiese, come il ragazzo diciassettenne che voleva solo vedere Parigi. E sulla strada per Parigi, si è fermato in una chiesa a un’ora di distanza dalla città: Era la cattedrale di Chartres. Lì ho incontrato Dio. Ero così sopraffatto dalla presenza di Dio e dal vetro e dalla pietra di questa cattedrale. Sapevo di essere alla presenza del Divino. Uscii da quella chiesa non come cristiano, ma come qualcuno che era alla ricerca. E la mia ricerca alla fine mi ha portato al cristianesimo. Queste vecchie chiese in Europa sono la mia casa spirituale e culturale. La amo e voglio difenderla.

 

Ha mai incontrato una figura religiosa che potrebbe essere il nuovo Benedetto di Norcia, e se no, come pensa che un tale personaggio dovrebbe affrontare le sfide attuali? 

Per ora non ho incontrato nessun potenziale San Benedetto. Ma incoraggio le persone a trovare il Benedetto in sé. Il mio eroe è Benedetto XVI perché gli voglio tanto bene, ma vorrei anche menzionare Marco Sermarini. È un avvocato di cinquant’anni, un uomo comune di una piccola città italiana che ha avuto l’ispirazione di costruire una comunità [la Compagnia dei tipi loschi del Beato Pier Giorgio Frassati]. È molto tradizionale nel suo cattolicesimo, ma la sua comunità non è opprimente, è piena di gioia. Per me è un ideale.

Cito anche un altro ragazzo dell’Opzione Benedetto che si chiama Giovanni Zennaro. È un ragazzo giovane con quattro figli. Lui e sua moglie hanno deciso di mettere insieme una piccola comunità di giovani famiglie benedettine, e hanno appena comprato una casa vicino a Norcia. E vogliono trasferirsi tutti lì e cercare di lavorare e vivere in una comunità di famiglia. È stata ispirata da l’Opzione Benedetto. Questi giovani hanno molto da perdere, ma vedono un obiettivo più grande e più alto per la loro vita. Vogliono dimostrare che un diverso stile di vita è possibile. Hanno ricevuto la benedizione del loro vescovo, e stanno lavorando con i monaci di Norcia. Credo che questo sia il genere di cose di cui abbiamo bisogno.

 

C’è qualche paese o gruppo europeo specifico che può essere una forza trainante per l’Occidente?

Come persona cresciuta ai tempi di Giovanni Paolo II, ho sempre pensato alla Polonia come a una fortezza della fede. Quando ci sono andato per la prima volta l’anno scorso, sono rimasto scioccato nel sentire i giovani cattolici che vanno ancora a messa. Sentono che alla Polonia mancano forse 10 o 20 anni per diventare come l’Irlanda. Temono che il cattolicesimo sia diventato per lo più culturale. Non so se sia vero, ma questa preoccupazione è molto reale.

Nei miei viaggi non ho trovato molte ragioni per sperare in modo molto ampio per la Chiesa, perché siamo tutti in crisi. Ma quando incontro queste piccole comunità di giovani cattolici che vedono davvero attraverso la nebbia la realtà della nostra situazione e vogliono trovare il modo di vivere secondo le verità che la Chiesa, le loro famiglie e le loro tradizioni hanno insegnato loro, è una cosa bellissima.

Non posso dire che un paese stia meglio dell’altro, ma ho visto nei paesi dell’Est europeo come la Polonia o la Slovacchia un senso molto forte di ciò che stiamo perdendo, soprattutto perché hanno un ricordo di come era sotto il comunismo e di ciò che i comunisti hanno cercato di portargli via.

Una cosa che trovo anch’io è la sensazione che dobbiamo formare reti al di là dei confini nazionali. È stato un grande piacere per me, da quando ho iniziato il progetto “Opzione Benedetto” di connettermi con i cristiani in Italia, Francia, Germania, Spagna ed Europa dell’Est, in modo che possano conoscersi. Dobbiamo conoscerci perché non sappiamo quanto sarà importante in futuro sapere dove sono i tuoi amici. Una cosa che ho imparato parlando con i cristiani che hanno sofferto a causa del comunismo è quanto la situazione possa peggiorare molto rapidamente. Continuo a parlare di “totalitarismo soft”, ma le persone con cui parlo, che sono cresciute sotto il comunismo, mi dicono: “Smettila di dire ‘soft’; quello che sta succedendo sta diventando molto duro”. Quindi, forse non sono abbastanza allarmista, ma vedremo.

Dobbiamo respingere con forza gli attacchi che stiamo ricevendo, ma una cosa importante è che non possiamo dire contro che cosa siamo senza dire per che cosa siamo. La prima volta che sono andato a Subiaco, sono stato così sopraffatto dalla bellezza di quello che il Signore ha fatto per San Benedetto; e una delle ragioni per cui sono cristiano oggi è per quello che è successo in quella grotta nel VI secolo. Fa parte dell’essenza della civiltà romana ed europea. Se non la amiamo e non la difendiamo, è come tradire il proprio padre.

(…)




Io omosessuale sono stato incoraggiato alla omosessualità da sacerdoti della Chiesa cattolica

Phil Lawler, scrittore e giornalista, recensisce il nuovo libro di Joseph Sciambra, un omosessuale convertito che conosce molto bene gli ambienti della sottocultura omosessuale. L’articolo è pubblicato su Catholic Culture

Eccolo nella mia traduzione. 

Joseph Sciambra

Joseph Sciambra è un uomo arrabbiato. Ha scandagliato le profondità della sottocultura omosessuale. Ha sofferto per il suo coinvolgimento nella promiscuità, nella pornografia, nell’abuso di droghe e nell’autolesionismo. Ne sta pagando ancora il prezzo, nella sofferenza fisica e psicologica. Ha visto un amico dopo l’altro morire di AIDS. Ora, avendo riscoperto la sua fede cattolica e riformato la sua vita, osserva frustrato come i preti cattolici incoraggiano i giovani uomini ad esplorare la stessa strada che lo ha quasi portato alla rovina, e come i vescovi cattolici si rifiutano di intervenire.

Nel suo libro Disordinato [Amazon porta solo la versione Kindle; copie cartacee sono disponibili sul sito web dell’autore], Sciambra racconta come si è immerso nella vita spericolata del famigerato quartiere di Castro di San Francisco. In alcuni dettagli espliciti descrive le degradanti pratiche sessuali che lì vengono accettate, pratiche che sono state guidate dalla disperazione emotiva. (Questo libro rimarrà su uno scaffale alto; non vorrei che i giovani impressionabili scoprissero questo tipo di squallore morale). In piena confessione, Sciambra non si risparmia, ma descrive i suoi peccati. Allo stesso tempo riesce a dare al lettore un forte senso di quanto fosse orribilmente infelice. Questo libro illustra vividamente come il peccato grave porta a una vita di desolazione.

Finalmente questo giovane autodistruttivo raggiunge un punto di non ritorno. La sua salute si deteriora completamente; è vicino alla morte, e non è molto interessato a rimanere in vita. Ma chiede aiuto, la madre risponde, e inizia il lungo cammino verso il recupero fisico e il ravvedimento morale.

Per questo lettore, la conversione spirituale è arrivata appena in tempo; non avrei potuto sopportare molto di più il tour che fa venire il volta stomaco attraverso un mondo di perversione e sfruttamento senza gioia. Ma la storia di Sciambra non è finita affatto.

Per prima cosa c’è la storia della conversione stessa. È sempre affascinante vedere come il “Segugio del Cielo” insegua un’anima errante. Nel caso di Sciambra, c’è la graduale realizzazione che per tutta la sua vita ha desiderato un rapporto intimo con un uomo da poter ammirare e di cui potersi fidare, fino a quando finalmente incontra il Dio-Uomo che solo Lui può riempire quel bisogno doloroso.

Ma c’è di più, purtroppo. Sciambra non può dimenticare che quando ha iniziato a esplorare la vita omosessuale, è stato incoraggiato dai sacerdoti cattolici.

Non dimenticherò mai come, durante un intervento fallito di una cena organizzata dai miei genitori, il prete abitualmente felice che avevano invitato per mettere il figlio ribelle sulla retta via mi dette una pacca sulla schiena e mi dice che stavo facendo proprio bene; appartenevo a Castro [quartiere gay di San Francisco] con coloro che mi capivano.

Non è stato un incidente isolato. In diverse occasioni, i sacerdoti a cui il giovane Sciambra si rivolse per un consiglio gli diedero lo stesso tipo di consiglio: abbracciare la sua omosessualità, continuare a fare le stesse cose che stavano torturando e corrompendo la sua anima.

Triste a dirsi, la stessa modalità continuò dopo la sua esperienza di conversione. Recuperando la sua fede, la sua salute e la sua sanità mentale, si fermò per un po’ di tempo presso una comunità religiosa – e lì scoprì la sottocultura omosessuale. Quando riferì il problema ai funzionari della Chiesa, aspettandosi una risposta rapida, rimase molto deluso.

Nella migliore delle ipotesi, la risposta che ho ricevuto è stata quella di un freddo sospetto… Nella comunità omosessuale maschile, non sono riuscito a trovare un solo uomo; nella gerarchia maschile della Chiesa cattolica, ho scoperto lo stesso dilemma. Per un minuto ho pensato di andarmene. Non ne vale la pena. Ma, dove potrei andare? L’angoscia che ho sopportato nella Chiesa cattolica ha superato quella che ho vissuto a Castro.

E continua ancora oggi. Spinto dallo zelo di un convertito e dal ricordo di amici morti miseramente per malattie autoinflitte, Sciambra si assume la responsabilità di agire come missionario verso gli omosessuali. Torna a Castro, distribuendo grani di rosario. Va alle sfilate del Gay Pride e dice ai partecipanti che Gesù li ama. Cerca, nei suoi modi non convenzionali, di diffondere il messaggio di guarigione del Vangelo. E si arrabbia, perché non riceve alcun aiuto dalla Chiesa che ama.

Peggio ancora: incontra l’opposizione, non solo occasionalmente ma costantemente. I vescovi che appoggiano il messaggio sovversivo di padre James Martin, naturalmente, non avranno tempo di parlare con Sciambra. Ma anche altri vescovi – quelli che hanno la reputazione di essere ortodossi – lo evitano. È un paria.

Così Sciambra ha portato la sua causa su Internet. Con una presenza molto attiva sui social media, denuncia la sottocultura gay all’interno della Chiesa e la negligenza della gerarchia che permette a questa sottocultura di prosperare. Non tira pugni.

Prima che iniziassi questa campagna di sensibilizzazione, pensavo che la mia lotta sarebbe stata con la comunità gay laica. No, quello non è stato il fronte di battaglia. C’è una guerra civile gay nella Chiesa. Quelli che si battono per la verità sono pochi e mal equipaggiati; non abbiamo quasi nessun sostegno da parte della gerarchia. Nel frattempo la parte che sostiene la cultura gay controlla intere parrocchie e ministeri LGBT in quasi tutte le principali arcidiocesi… e decide anche chi deve parlare al più grande raduno di cattolici degli Stati Uniti: il Congresso dell’Educazione Religiosa di Los Angeles.

Disordinato è un libro strano che, ad essere sinceri, avrebbe potuto beneficiare del lavoro di un buon editore. Ci sono alcuni errori sintattici, alcuni passaggi ripetitivi, e alcuni problemi generali di organizzazione del materiale. Ma anche la presentazione grezza a volte trasmette un senso di urgenza che aumenta la potenza della presentazione.

Dopo aver raccontato la sua storia di vita, Sciambra aggiunge una serie di saggi, tutti riguardanti le sfide dell’affrontare l’omosessualità. Alla fine, il messaggio dell’autore è abbondantemente chiaro. Ma il saggio finale del libro è un altro resoconto autobiografico, di natura molto diversa. Sciambra racconta come lui e suo padre hanno evitato per un pelo la morte in un incendio nel bosco. Il racconto della sua frenetica, ultima disperata fuga – letteralmente guidare attraverso le fiamme – conclude il libro in modo emozionante, e rappresenta una metafora appropriata per la vita di Sciambra.

 




Jean Vanier e la depravazione totale

Un articolo di padre Dwight Longenecker apparso sul suo blog che, partendo dalla notizia che ha sconvolto molti, gli abusi sessuali di Jean Vanier, considerato, insieme a Madre Teresa, un santo vivente, mette in evidenza il realismo cattolico sulla natura umana.

Ecco l’articolo nella mia traduzione.

Elisa Brighenti

 

Jean Vanier

 

La notizia è trapelata stamattina: Jean Vanier, il fondatore delle comunità de L’Arche per disabili, si è reso colpevole di abusi sessuali manipolativi su almeno sei donne, nel corso degli anni. La delusione e lo shock si ripercuotono in tutto il mondo cattolico perché egli era considerato, insieme a Madre Teresa, un santo vivente.

Allo stesso tempo, i titoli dei giornali risuonano di indignazione per il bigottismo e la misoginia del candidato Bloomberg, il presunto razzismo di Donald Trump, il processo per abusi sessuali contro Harvey Weinstein e gli echi del predatore Jeffrey Epstein e dei suoi vari compagni, dal principe Andrea fino a un’intera ciurma di pirati scorbutici.

Sapete una cosa? Non mi stupisce. Non sono troppo deluso da tali notizie e non ne esco devastato, e credo di sapere il perché. A torto o a ragione, sono stato cresciuto in un ambiente religioso costruito sulle fondamenta del calvinismo, e uno dei principi del calvinismo è la dottrina della “depravazione totale”. Questa è la dottrina del peccato originale basato sugli steroidi. Ci è stato insegnato non solo che “non c’è nessun giusto, nessuno”. (Romani 3:10-12) ma anche “Tutta la tua giustizia è come uno straccio sporco”. (Isa. 64,6) e alcuni predicatori non si sono preoccupati di dirci che la traduzione di “panni sporchi” era “panni mestruali”.

Questo è stato uno shock ed esprime la visione estrema della depravazione totale.

La dottrina protestante viene corretta dalla verità cattolica, secondo la quale tutti siamo creati buoni perché siamo stati creati a immagine e somiglianza di Dio, ma siamo tutti caduti attraverso il peccato originale e la ferita del peccato deve essere guarita.

La conseguenza della dottrina della depravazione totale è che le persone diventano troppo pessimiste sulla natura umana. La “depravazione totale” diventa tanto dura e terribile quanto le parole stesse suonano. Voi concludete che non c’è niente di buono in voi e i maestri, i genitori e i predicatori severi possono sbattere nelle anime sensibili l’idea che sono una schifezza. Subiscono la vecchia immagine di Lutero per la quale sono solo un letamaio e se sono fortunati, il letamaio è coperto di neve e questa è la grazia di Dio che ti copre, ma nel profondo del tuo cuore è ancora un mucchio di schifezza.

La conseguenza della dottrina cattolica è che troppo spesso le persone diventano troppo ottimiste sulla natura umana. Questo è il tipo di impostazione predefinita all’interno di una società liberale come la nostra. Noi pensiamo che siamo tutti buoni. Tutti siamo un tesoro. Tutti meritiamo di vincere un premio. Pensiamo che tutti siamo davvero buoni di cuore e se solo ci appellassimo alla nostra natura migliore, saremmo tutti dolci, gentili e cortesi come Dorothy del Mago di Oz. Questo ottimismo liberale sulla natura umana è il motivo per cui ci sconvolgiamo improvvisamente e rimaniamo delusi e disincantati quando si rivela che i nostri eroi hanno i piedi d’argilla.

In realtà, essere troppo ottimisti sulla natura umana è tanto distruttivo per la percezione della realtà, quanto troppo pessimista riguardo la natura umana, perché gli eccessivamente ottimisti sono molto più propensi a giustificare il peccato, a chiudere un occhio e a dare una seconda possibilità al verme. È stato questo eccesso di ottimismo liberale che ha permesso agli elitisti occidentali, per esempio, di continuare a immaginare per molto tempo che Stalin fosse un bravo ragazzo e che il comunismo fosse perfetto.

La vera posizione cattolica è realistica. Insegna che siamo davvero creati bene perché siamo creati a immagine e somiglianza di Dio, ma è anche vero che fin dal primo momento siamo creature decadute. Siamo persone della menzogna e il Nuovo Testamento insegna chiaramente che la regola generale è che siamo condannati. La regola generale – senza la grazia di Dio – è che siamo alienati da Dio. Se questo vi mette a disagio, mi dispiace, ma ecco le belle e terribili parole del terzo capitolo del vangelo di Giovanni.

16 Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna. 17 Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui. 18 Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio. 19 E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno preferito le tenebre alla luce, perché le loro opere erano malvagie. 20 Chiunque infatti fa il male, odia la luce e non viene alla luce perché non siano svelate le sue opere. 21 Ma chi opera la verità viene alla luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio. (Giovanni 3, 16-21)

Vedi il versetto 18? “Chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio”. Questa è una valutazione realistica della nostra condizione umana. Non è una depravazione totale come insegnano i calvinisti, ma non è nemmeno l’ottimismo allegro e ingenuo degli universalisti liberali che pensano che Dio sia così buono e gentile e dolce che alla fine nessuno andrà all’inferno.

Se avessimo quindi questa visione realistica della natura umana, non saremmo così delusi, sdegnati e indignati a sentire che Jean Vanier era un peccatore. Non saremmo così arrabbiati e costernati dallo scandalo e dallo strazio di pastori e sacerdoti abusivi, corrotti e immorali. Non saremmo sorpresi perché saremmo stati realistici sulla natura umana fin dall’inizio.

Inoltre, se fossimo più realistici, saremmo in grado di essere più equilibrati nel nostro giudizio e nella valutazione di tali problemi. Così com’è ora, perché siamo stupidamente ottimisti sulla natura umana, quando si scopre che qualcuno è stato cattivo, tendiamo a condannarlo completamente. Lo buttiamo sotto un autobus. Lo scomunichiamo completamente e li cacciamo via. Inoltre, andiamo incontro ad un’epurazione irrazionale, infuriandoci contro chiunque voglia far notare che nessuno di noi dovrebbe essere definito solo dalle cose cattive che ha fatto.

Non molto tempo fa un prete è stato accusato di un’indiscrezione sessuale nei confronti di una donna adulta. Quando ho suggerito che era un uomo buono che era inciampato e caduto e che dovremmo ricordare sia il buono che il cattivo, sono stato sottoposto a un festival dell’odio su Twitter da persone che una volta erano  tutte dolci e leggere come Pollyanna, ma che, da deluse, sono diventate cattive.

Se fossimo stati più realistici all’inizio, avremmo capito che un uomo può essere colpevole di azioni terribili e commettere errori gravi e peccaminosi, ma allo stesso tempo può aver fatto molto più del bene ed essere stato una persona molto migliore di quanto pensiamo. Se fossimo stati realistici sulla natura umana e non avessimo vissuto in una sorta di terra di fantasia teologica di plastica, avremmo saputo in anticipo che tutti, tranne i santi, hanno il loro lato oscuro e non dovremmo sorprenderci. Se fossimo stati più realistici avremmo saputo che più una persona è santa, più tentazioni le vengono date.

Questo non è per scusare il peccato o per lasciar andare la persona, ma è semplicemente un equilibrio nelle nostre percezioni e reazioni.

Infine, se fossimo stati più realistici sulla natura umana negli altri, saremmo più realistici verso la nostra autostima. A causa di questi due estremi di eccessivo ottimismo o pessimismo, tendiamo a cadere nella stessa trappola su noi stessi. Se troppo ottimisti, perdoniamo il nostro peccato. Trascuriamo i nostri fallimenti e cadiamo nella stupida trappola di pensare di essere brave persone solo perché non abbiamo mai ucciso o stuprato nessuno o rapinato una banca. D’altra parte, quelli di noi che sono troppo pessimisti pensano che non potranno mai fare niente di buono, si appesantiscono di scrupoli e negano la misericordia e il perdono di Dio.

La via dell’equilibrio è quella di essere realistici su noi stessi e sugli altri. Siamo creati a immagine e somiglianza di Dio, ma siamo anche nati nel peccato, e ci vorrà una vita di pensiero, di preghiera, di disciplina e di devozione perché quella ferita del peccato (per grazia di Dio) sia guarita. Se comprendiamo questo, allora guarderemo a noi stessi e agli altri come Dio guarda a noi: con pietà, non con biasimo.

 




La meraviglia della vita

 

«La meraviglia della vita»

 

dialoghi e testimonianze per conoscere e riflettere sulla cultura della vita e del fine vita

 

Ospiti:

Francesco Ognibene, Roberto Respinti, Giuliana Ruggieri, Antonella Goisis

 

riflessioni su:

«La vita tra desideri, diritti e doveri»

 

 

 




Sulla strada della libertà

Amato a Radio Padania 01.03.2020




Il sacro Roger Scruton

Rod Dreher ci segnala questi passi di un articolo di Mark Dooley che parla del filosofo Sir Roger Scruton. Eccoli nella mia traduzione.

             Riccardo Zenobi 

 

Sir Roger Scruton

Sir Roger Scruton, filosofo

 

Quando parlammo quel week end, né Roger né io avevamo la sensazione che fosse così vicino alla morte. In effetti, era convinto di essere sull’orlo della ripresa, e che dovevamo pianificare libri e interviste per il suo canale YouTube. E ancora, ero colpito da come ha ripetutamente insistito che il lavoro della sua vita è stato uno sforzo spirituale. In tutto il tempo che l’ho conosciuto, raramente ha usato quel termine. Diceva che i suoi copiosi erano in qualche modo quasi-religiosi, o che offrivano una visione mistica del mondo? Col senno di poi, penso che lo stesse usando come sinonimo di un altro termine che usava regolarmente: il sacro. Nei miei libri su Scruton, enfatizzo molto questo tema del sacro che è in primo piano, sia direttamente che implicitamente, fin dal suo primo lavoro sull’estetica e l’architettura. Ma cosa intendeva con ciò? La migliore intuizione è offerta da un saggio del 1986, intitolato “Il filosofo a Dover Beach”: “L’essere libero è incarnato, e vedere la vita umana come veicolo per la libertà – vedere un volto dove gli scienziati vedono carne e ossa – è riconoscere che questo, almeno, è sacro, che questo piccolo pezzo di materia terrestre non dev’essere trattato come un mezzo per i nostri scopi, ma come un fine in sé stesso”.

Quando amiamo osservare un’altra persona, o quando contempliamo un’opera d’arte, ascoltiamo musica o ci meravigliamo di fronte a un bell’edificio, facciamo esperienza di qualcosa che trascende il costrutto materiale. Quel “qualcosa” non è separabile dall’ordine materiale o biologico che lo contiene. Ma ogni volta che ci perdiamo negli occhi di un’amata, o quando assaporiamo la nostra preferita sinfonia o preghiamo in un bel santuario, incontriamo “personalità e libertà” splendenti da ciò che è “contingente, dipendente e comune”. Vediamo la fabbrica del mondo perforata da luce da un’altra sfera. In questo punto d’intersezione dell’eterno con il tempo, catturiamo scintille del trascendentale e riceviamo accenni dell’infinito.

Scruton ha speso la sua vita denunciando tentativi filosofici, politici e culturali di “desacralizzare” o “depersonalizzare” il mondo. Se desiderate veramente comprendere la sua opposizione tranchant alla politica di sinistra o alla filosofia radicale o all’arte moderna, dovete vedere ciò come una profetica chiamata di opporsi a ciò che avrebbe “eliminato il sacro dal nostro modo di vedere le cose”, e messo al suo posto “una presuntuosa ignoranza fortificata dalla scienza”. In ogni cosa che ha scritto, il suo principale intento era di mostrare che attraverso amore e arte, religione, musica, caccia e vino, vediamo e facciamo esperienza di qualcosa che la scienza non può spiegare, ma che è non di meno reale per tutti noi. Pensate, per esempio, ad un bambino che sorride. La scienza spiega il sorriso in un modo puramente meccanico, mentre noi lo comprendiamo in modo piuttosto diverso. È una rivelazione di innocenza, bellezza e amore – una rivelazione della persona libera che è mischiata con la sua carne. In breve, quando guardate alle persone come meri oggetti, vedete che Darwin aveva ragione. Ma quando “guardate ad essi come esseri liberi, vedete che le cose più importanti su di loro non hanno posto nella teoria di Darwin”.

L’idea di sacro di Scruton, o del trascendentale, non è una filosofia religiosa. Ma suggerisce che c’è un mistero profondo al nucleo dell’esperienza umana. Amiamo la persona che è rivelata attraverso la carne, ma che non può ridursi ad essa. Ci inginocchiamo di fronte alla Pietà di Michelangelo, riconoscendo che è solo pietra, ma vedendo lo stesso in lei una sublime risposta al caratteristica fondamentale della situazione umana. Allo stesso modo, le nostre case, i templi e le istituzioni, e lo stesso ambiente fisico, sono, dalla prospettiva scientifica, nient’altro che i materiali di cui sono fatti. E ancora, dalla prospettiva di coloro che vivono sulla superficie del mondo, esse sono dotate di “libertà, traslucenza e presenza morale”. Offrono sicurezza, consolazione e rassicurazione. Invocano sentimenti di soggezione, rispetto e, nel caso, anche adorazione. Questo perché “il significato che troviamo nella persona esiste anche, in modo più elevato e magnifico, fuori di noi, in luoghi e tempi e manufatti, in un santuario, in un’assemblea, un posto di pellegrinaggio o preghiera”.