Il Card. Marx, l’esortazione Querida Amazonia e i vescovi tedeschi

Card. Reinhard Marx

Card. Reinhard Marx

 

 

di Sabino Paciolla

 

Qualche giorno prima della pubblicazione della esortazione Querida Amazonia un amico mi ha chiesto un parere su cosa il Papa avrebbe deciso sulla questione spinosa della eccezione al celibato sacerdotale e del diaconato femminile. Ho risposto che, molto probabilmente, rispetto al quadro iniziale che vedeva una scontata approvazione di quelle due eccezioni, la situazione avrebbe potuto essere parzialmente diversa a causa del trambusto sviluppatosi con la pubblicazione del libro sul celibato sacerdotale del Card. Sarah-Papa emerito Benedetto XVI.

Quel mio convincimento si era fatto ancora più consistente quando si è diffusa la notizia che il card. Reinhard Marx aveva annunciato che non si sarebbe più candidato per un secondo mandato alla presidenza della Conferenza Episcopale Tedesca.

Perché mi ero sempre più convinto che la situazione stesse per cambiare?

Per capirlo, basta dare uno sguardo a chi è il cardinale Marx e alle motivazioni che accompagnavano la comunicazione della sua indisponibilità a ricandidarsi.

1) Chi è il Card. Marx: Egli è a capo di una delle conferenze episcopali più potenti al mondo, sicuramente la più ricca, seconda solo al Vaticano. Marx è arcivescovo della diocesi di Monaco e Frisinga, una delle due diocesi più prestigiose della Germania. Nel 2014, dopo solo un anno dalla elezione di Papa Francesco, è diventato presidente della Conferenza episcopale tedesca. Dal 2012 al 2018, Marx è stato anche presidente della Commissione delle Conferenze episcopali della Comunità europea. E’ strettissimo collaboratore di Papa Francesco in quanto è stato da questi nominato membro dell’iniziale C9, il Consiglio esclusivo di 9 cardinali consiglieri di Papa Francesco (ora ridottosi a 6 per il venir meno di alcuni), che sta elaborando e portando a termine una riforma della Curia romana. I vescovi tedeschi, che sono tra i più liberali al mondo in questioni di fede e morale, hanno appena avviato un percorso sinodale che si prefigge risultati che, se raggiunti, potrebbero rendere la Chiesa tedesca effettivamente scismatica. Infatti, tra gli obiettivi in discussione vi sono l’abolizione del celibato sacerdotale, l’equiparazione della eterosessualità alla omosessualità, con conseguente benedizione delle coppie omosessuali, diaconato femminile, ecc. ecc.

Come ampiamente riportato dalla stampa, la Conferenza Episcopale Tedesca ha investito risorse sia intellettuali sia finanziarie nel Sinodo dell’Amazzonia con l’auspicato intento di far approvare una eccezione al celibato sacerdotale ed il diaconato femminile. Una volta approvate tali eccezioni per quella regione, automatica sarebbe stata la traslazione delle stesse alla Germania. Pertanto, visto che tali eccezioni erano state approvate dai vescovi sinodali, scontata appariva l’approvazione da parte del Papa con il loro inserimento nella sua esortazione post sinodale.

Sappiamo però come sono andate le cose: fortissima apprensione mostrata da una parte della cattolicità per l’eventuale abolizione del celibato sacerdotale e l’istituzione del diaconato femminile, riti paganeggianti nei giardini vaticani, processione con la Pachamama, veglie con la Pachamama nella chiesa di Santa Maria in Traspontina, furto delle Pachamama e relativo volo con tuffo catastrofico nel Tevere, scuse del Papa per il furto delle Pachamama. Tutto ciò ha creato un clima rovente che ha avuto il suo momento topico con la pubblicazione del libro sul celibato sacerdotale scritto a quattro mani dal Card. Sarah e da Benedetto XVI.

2) Le motivazioni delle dimissioni: Nella sua lettera, il Cardinale Marx ha detto che la sua decisione è stata presa tempo fa. “La mia considerazione è che compirei 72 anni alla fine di un eventuale secondo mandato, e poi sarà vicina anche la fine del mio compito di arcivescovo di Monaco e Frisinga. Penso che dovrebbe essere il turno delle giovani generazioni”.

A molti sono apparse non convincenti tali motivazioni in quanto il cardinale al momento ha soli 66 anni e far riferimento ai 72 anni al termine del mandato non dice granché. Infatti, a 72 anni si è ben al di sotto della soglia dei 75 anni, al compimento dei quali qualsiasi vescovo consegna le dimissioni nelle mani del Papa, che però è libero di accettarle o meno. In caso di non accettazione, il vescovo rimane in carica per qualche altro anno. Infine, un cardinale di quella levatura, che dice “largo ai giovani”, lui che è ancora “giovane”, non aiuta a crederlo.

E allora, le sue dimissioni, comunicate poco prima della pubblicazione della esortazione Querida Amazonia, hanno il sapore di una sconfitta, di un gettar la spugna, sembrano rappresentare il mancato raggiungimento dell’obiettivo epocale che si era prefisso, anche a nome della maggioranza dei vescovi tedeschi, di introdurre in Germania una eccezione al celibato sacerdotale, di aprire alle diaconesse prima ed al sacerdozio femminile dopo (comprese le “vescove”).

È oggettivo che il card. Marx non sia riuscito a convincere Papa Francesco, come invece aveva fatto in precedenza, vedi con l’ambigua soluzione trovata alla pubblicazione dei libretti sullintercomunione in Germania.

Come farà ora la maggioranza dei vescovi tedeschi a portare avanti il “cammino sinodale” da poco iniziato, e che tante polemiche ha già suscitato, senza alla sua guida un prestigioso rappresentante come Marx, che per altro è molto vicino a Papa Francesco? Al posto del card. Marx verrà eletto un vescovo che sarà molto più esplicito nel richiedere l’abrogazione del celibato sacerdotale, le donne vescovo, la benedizione delle coppie omosessuali? Se sarà così, allora la mancata rielezione di Marx avrà il merito di rendere il quadro più chiaro, mettendo la maggioranza dei vescovi tedeschi su un percorso scismatico.

La maggioranza dei vescovi tedeschi e l’influente Comitato Centrale dei Cattolici Tedeschi (ZdK) hanno preso male, molto male, la mancata copertura ai loro obiettivi di riforma della Chiesa tedesca che sarebbe invece avvenuta se Querida Amazonia avesse contenuto l’esplicita menzione e la formale accettazione della eccezione al celibato sacerdote e l’introduzione delle diaconesse.  Ricordiamo infatti che il  vescovo Franz-Josef Overbeck di Essen aveva detto che  il sinodo amazzonico avrebbe rappresentato “un punto di non ritorno” per la Chiesa e che “nulla sarà più come prima”.

Ricordiamo infine la boriosa affermazione di padre Langendörfer, segretario della Conferenza Episcopale Tedesca, quando aveva detto che il Sinodo tedesco avrebbe preso delle decisioni del livello di Papa Francesco, cioè del magistero universale.

Ma i vescovi tedeschi si arrenderanno? È possibile che il card. Marx abbandoni la scena, lui che ha soltanto 66 anni?

Gli osservatori non ne sono convinti.

A ben guardare, il card. Ouellet, Prefetto della Congregazione dei vescovi è prossimo alla scadenza del suo mandato, ha infatti 75 anni. Si vocifera che possa essere sostituito nel suo incarico già in questo 2020. Chi prenderebbe il suo posto? E qui arriva la sorpresa. Alcuni avanzano l’ipotesi che possa essere proprio il card. Marx. E perché mai?

A tal proposito, è bene ricordare che il card. Ouellet è stato colui che per conto della Curia romana ha inviato ad ottobre scorso la lettera con le valutazioni canonico-legali sul percorso sinodale tedesco, valutazioni che definivano tale cammino sinodale “ecclesiologicamente invalido”. Il Card. Ouellet è anche colui che ad inizio Sinodo amazzonico aveva scritto un libro a sostegno del celibato sacerdotale. Un pezzo da 90 che si schierava a favore del celibato sacerdotale. Quindi il card. Ouellet è per i vescovi tedeschi una figura scomoda, una pietra di inciampo.

Se dunque il card. Marx dovesse ricevere una promozione alla Curia romana, in particolare, se dovesse prendere il posto del card. Ouellet, allora potrebbe mettere le mani sulla bozza finale della riforma della Curia dove in uno degli articoli, il cui testo sembra sia stato influenzato proprio da lui, si concede autorità magisteriale alle conferenze episcopali in ossequio ad una malintesa sinodalità.

Se questo dovesse accadere, la copertura che non è arrivata tramite Querida Amazonia, potrebbe giungere via riforma della Curia. Infatti, se alle conferenze dovesse essere riconosciuta una certa autorità magisteriale, allora i vescovi tedeschi potrebbero pretendere autorevolezza magisteriale anche per le radicali decisioni che potrebbero prendere tra due anni alla conclusione del loro cammino sinodale.

Come si vede, la partita non è conclusa perché sia i vescovi tedeschi sia quelli della regione amazzonica non si daranno per vinti.

 




Di Renzo: “Fare della Chiesa il luogo del proprio apparire e non dell’apparire del Verbo di Dio è tradire Dio e la Chiesa, origine di scismi e divisioni”

Querida Amazonia

 

 

di Giuliano Di Renzo

 

Ha lasciato un diffuso mugugno, in modo non dissimile da quel che si ebbe alla pubblicazione dell’enciclica Humanae Vitae da parte di San Paolo VI, l’Esortazione Apostolica di Papa Francesco, Querida Amazonia, per aver chiusa ancora una volta la Chiesa di rito latino alle istanze di coloro che avrebbero voluto permettere ai sacerdoti di sposarsi e sbarrata la via al sacerdozio femminile.

Dovrebbe già indurre qualche sospetto il fatto che Lutero così come eretici e scismatici tra le prime cose che hanno messe in atto contro la fede cattolica fatto è stato la laicizzazione del presbiterio e dissacrazione dell’altare concedendo il matrimonio a sacerdoti e consacrati.   

E si sa che è poi emerso quanto fosse invece vera e profetica l’incompresa, combattuta e da non pochi rifiutata enciclica Humanae Vitae di San Paolo VI (1968). 

Le donne cattoliche tedesche scrivono che “La lettera del Papa è un duro colpo per tutte le donne per tutte le donne che avevano sperato un’indicazione mirante all’attribuzione di pari diritti (per l’uomo e per la donna) nella Chiesa Cattolica”. 

La Chiesa non è un’associazione, per cui valgono le indicazioni della sociologia umana. La Chiesa è Sposa e Corpo Mistico di Cristo e la sua femminilità si esprima già così, la donna già viene elevata nell’esprimere la nuzialità della Chiesa con l’uomo-Cristo Dio.

Nella Chiesa il primato lo ha l’amore, mistero che è Cristo stesso unito alla “sua” Chiesa. Sua perché sposa di Lui. Non si può parlare di diritti dove la realtà è l’amore e l’amore è dedizione e servizio. 

Queste donne fanno dell’auctoritas non un ministero ma l’esercizio di un potere, prestigio esteriore, non un carisma di guida e di amore, di fedeltà e manifestazione del mistero della Chiesa. 

“I re delle nazioni dominano su di esse e coloro che hanno il potere su di esse si fanno chiamare benefattori. Non così voi. Il maggiore tra voi sia come il più piccolo e chi conduce come chi serve. E infatti chi è maggiore chi siede a mensa o colui che serve? Colui che siede. Eppure io sono tra voi come colui che serve” (Lc 22,25-27).

Gesù è “mite e umile di cuore” (Mt 11,28) e non è venuto per essere servito ma per servire e dare la vita per tutti (cfr Mc 10,45).

Nella Chiesa non c’è posto per il nostro orgoglio, icona della Chiesa è “l’umile e alta più che creatura” Madre di Dio (Dante. Par. XXXIII, 2), la sola capace tra tutte le creature di spalancarsi all’invasione dello Spirito di Dio per legarsi con Lui con legame assolutamente sponsale: “Eccomi, sono la schiava del Signore, avvenga di me secondo la tua parola” (Lc 1,38).   

Usare la Chiesa per il proprio apparire e non invece dell’apparire del Verbo di Dio è tradire la Dio e la Chiesa. Perseguire in essa un prestigio umano non permette di avere gli occhi limpidi dei poveri e puri dei fanciulli dei quali Gesù dice essere il Regno dei Cieli e permette di entrare nei misteri di Dio.

In questo peccato dello spirito sta l’origine di tutti i mali e scismi e divisioni ne sono la conseguenza tanto nella Chiesa come nella società.     

Il Papa non avrebbe avuto il coraggio? E invece ha avuto il coraggio di….essere Papa ! Si ricordi il Santo Padre Paolo VI quando pubblicò l’Humanae Vitae? Tutti aspettavano… la propaganda creò attese, il Papa stesso sembrava propendere verso una “apertura”. Poi invece…fu uno “scandalo” perché Gesù fa scandalo, Gesù è scandalo… Il Papa pensava, il Papa pensa …Ma lo Spirito Santo non pensa ma è. E “obbliga” Montini o Jorge Mario Bergoglio a dare la voce a Lui per “confessare” cattolicamente ciò Egli è, ciò Egli vuole e non può non volere.

Nel marasma dei conflitti e crisi generale della fede nel 1967 San Paolo VI indisse l’Anno della Fede nel decimonono centenario del martirio dei Santi Apostoli Pietro e Paolo, fondatori della Santa Chiesa Romana, di sua iniziativa  “confessò” pubblicamente a nome di tutta la Chiesa il Credo del Popolo di Dio. Come di sua personale iniziativa alla chiusura del Concilio Vaticano II aveva “confessata” Maria Madre del Signore “Madre della Chiesa tanto dei fedeli che dei pastori”.

Fu così che la Vergine chiese cortesemente a una sua confidente, figlia spirituale di San Pio da Pietrelcina: “Ringrazia Pietro per me”.

Perché Dio, che pur essendo Maestro e Signore ringrazia, in Paradiso si ringrazia. Non come noi che ci teniamo arroccati in noi stessi e dimentichiamo sovente chi ci ha fatto del bene.

Dio non è il dispotico misterioso Allah, o il Fato antico, la Norma dell’antica Cina ma ha rispetto di noi sue creature. Egli chiede e offre, non impone.

Ci dice che se ci rechiamo all’altare per deporvi la nostra offerta, non l’accetta se non ci siamo riconciliati prima col nostro fratello che abbiamo offeso (cfr Mt 5,23-24).

Per questa la ragione nella Santa Messa, prima della Comunione, ci si scambia vicendevolmente il segno della pace. Non sia un inutile gesto di cortesia, ma serio gesto di riconciliazione. E’ infatti un gesto inserito nella liturgia che rende presente a noi il sacrificio di Cristo sulla croce. Non ci si può accostare quindi alla Santa Comunione, unirci a quel Sacrificio con  della ruggine nel cuore, se non ci siamo riconciliati tra noi con una convinzione che ha suo fondamento nell’amore di Cristo immolato per noi. Non è quel saluto di semplice convenienza, come purtroppo si fa, ma è una conversione di riconciliazione nel Sangue di Cristo.

Il Signore non usa il diritto che gli competerebbe in quanto è nostro creatore e ci conserva nell’essere per sostituirsi a noi offesi e dare Lui il perdono. Essendo Santo ha rispetto della persona umana che ha fatta a sua immagine. Chiunque questa persona l’abbia offesa deve chiedere perdono prima ad essa e solo poi può chiederlo a Dio.

Così pure, la salvezza eterna il Signore la propone, magari insistendo pure. Ma sempre sollecitando con delicatezza la nostra coscienza e con amorevoli ispirazioni e mozioni interiori al bene. Non prende per la collottola e ci obbliga a salvarci. E dire che siamo costati dolore, sofferenze e sangue a Lui e al suo Figlio. Al suo unico Figlio ed è per quelle sofferenze che accogliendo il Figlio in noi diventiamo in Lui figli di Dio.

L’amore non s’impone, ma si dona. E’ il merito della libertà 

“Haec est fides catholica. Petrus per Leonem (Magno) locutus est”, acclamarono i Padri al Concilio di Efeso del 451 dopo Cristo appena letta la Lettera dogmatica di San Leone Magno nella quale il Papa esponeva la fede della Chiesa Romana e imponeva ai Padri di firmarla senza discuterla. Tanto era stato fortemente deluso delle litigiose discussioni precedenti (Latrociunium Ephesinum).

E: “Roma ha parlato, la causa è finita”, disse Sant’Agostino.

E lo stesso San Leone Magno: “Ogni giorno Pietro confessa nella Chiesa: Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente”. E ancora: “Io sono l’erede di Pietro. Un indegno erede, ma erede”.

La Tradizione nella Chiesa non va confusa con gli usi e le abitudini che via via si formano nel tempo ma è la coscienza che ha la Chiesa del mistero che è Cristo, è il Deposito della Fede. Ai discepoli scandalizzati dopo l’annuncio della Ss.ma Eucarestia nella sinagoga di Cafarnao e pertanto lo abbandonarono perché sembravano discorsi assurdi Gesù disse ai restanti: “Ve ne volete andare anche voi?” Ma Pietro rispose: “Da chi andremo, Signore? Tu hai parole di vita eterna” (Gv 6,68-70). “Chi ama suo padre, sua madre e se stesso più di me non è degno di me” (Mt 10, 24-37).

 

 




Vittorio Bachelet: scelta religiosa o politica?

A ridosso del quarantennale dalla morte di Vittorio Bachelet (1926-1980) è utile ripercorre brevemente la questione della “scelta religiosa”, che trasformò l’Azione Cattolica in profondità. Apparentemente, Bachelet credeva di poter affrancare l’Azione Cattolica dall’impegno politico. Nei fatti, però, il cattolicesimo azionista scivolò e prese la china a sinistra: posizione che non avrebbe più abbandonato.

 

Vittorio Bachelet

Vittorio Bachelet

 

 

di Silvio Brachetta

 

Tempo fa, mons. Giampaolo Crepaldi, Arcivescovo di Trieste, era tornato a parlare di «scelta religiosa», nell’intervista su Vita Nuova rilasciata a Stefano Fontana (22 gennaio 2016). La scelta religiosa – ha detto – «è un modo per negare un rapporto strutturato tra la Chiesa e il mondo, come se la Chiesa non avesse un “corpo” dentro la storia e una “dottrina” per far luce sul mondo».

In una precedente intervista (giugno 2013) mons. Crepaldi aveva affermato che «la cosiddetta “scelta religiosa” fu interpretata dagli uomini di Azione Cattolica in modo ambiguo». Avrebbe dovuto, cioè, «comportare il concentrarsi sul proprium dell’Azione Cattolica, quello che Benedetto XVI ha poi chiamato “il posto di Dio nel mondo”».

Invece, «è stata vissuta come un apparente disimpegno rispetto ad una presenza visibile e organizzata, condannata troppo frettolosamente come preconciliare». E perché «apparente»? Poiché – spiega – non ci fu alcun reale disimpegno: da quel periodo, «moltissimi dirigenti dell’Azione Cattolica s’impegnarono direttamente in politica, prevalentemente nei partiti di sinistra».

Il problema sta soprattutto in un paradosso. Da quando, in quel remoto 1969, l’Azione Cattolica (Ac) cominciò a contemplare nei suoi statuti la scelta religiosa, non si estinse affatto la ‘scelta politica’ che, secondo le intenzioni, si sarebbe voluta cancellare. Non solo, ma la scelta politica fu specialmente o esclusivamente volta a quel settore di sinistra da sempre ostile all’insegnamento cattolico sociale.

Per Mario Casella, che sull’Ac ha scritto vari libri, la «scelta religiosa» fu un termine «non felicissimo», come scrive Vittorio De Marco nel suo Storia dell’Azione Cattolica negli anni settanta (Città Nuova, 2007). Anche De Marco, vicino ad Ac quanto Casella, sostiene che dagli anni Sessanta si trattava appena «di elaborare quasi una “dottrina” della scelta religiosa, da studiare e sviluppare all’interno di ogni gruppo». La scelta religiosa, insomma, nasceva da subito come termine ambiguo.

Cos’era successo? Nel 1964 Paolo VI nominava il giurista Vittorio Bachelet presidente generale di Ac e lo incaricava di rinnovare l’Associazione laicale secondo lo spirito del Concilio Vaticano II. Bachelet aveva però già ricevuto un incarico simile, quando Giovanni XXIII lo nominò vicepresidente nazionale, nel 1959.

Bachelet non era affatto entusiasta della prassi consueta di Ac, che prevedeva – specialmente sotto la presidenza di Luigi Gedda (1952-1959) – una testimonianza schietta di Gesù Cristo anche nell’ambito politico. L’idea era di non essere collaterali a nessun partito e, pur rimanendo nel sociale, Ac si sarebbe dovuta impegnare solo nell’educazione alla fede e nell’annuncio del Vangelo. È quello, tuttavia, che Ac faceva normalmente e con successo, contro l’imporsi del modernismo prima e delle forze social-comuniste nell’immediato dopoguerra.

Eppure, «sulla scelta religiosa si attuerà una sorta di catechesi permanente, proprio per la difficoltà a fornire una definizione valida per tutti e per tutte le stagioni» – scrive De Marco. Lo stesso Bachelet non chiarificò granché: il «senso positivo» della scelta religiosa – disse nel 1971 – è comprendere come l’autenticità dell’esperienza cristiana sia essenziale nella stessa salvezza dell’uomo quaggiù. E tanto più lo è quanto più autentica e meno strumentalizzata a soluzioni terrene». Forse per Bachelet i progetti, spesso audaci, dei cattolici in politica sono equiparabili a strumentalizzazioni? E perché il cattolico laico non dovrebbe prospettare soluzioni terrene?

Cosa sia accaduto dopo quegli anni, nell’Ac come in molti altri settori cattolici, è noto: la scelta religiosa divenne spesso un pretesto per il disimpegno, politico e non. O addirittura – e qui sta il paradosso – per l’impegno politico a favore dei partiti della sinistra, a cui va la responsabilità diretta o indiretta di molte leggi contrarie all’insegnamento cristiano. Non fu certo una prassi circoscritta ad Ac, ma la scelta religiosa portò ad una certa debolezza dinnanzi alle ideologie del mondo e all’indebolimento dell’identità cattolica.

Eppure oggi vi è chi non desiste nemmeno di fronte all’evidenza. Il sociologo Luca Diotallevi scrive: «La scelta religiosa non limita la rilevanza del Vangelo a un determinato ambito (quello della religione). Al contrario, essa è affermazione del fatto che in ogni scelta, in qualsiasi ambito essa avvenga, la libertà può farsi guidare e sostenere dalla luce e dalla forza del Vangelo» (in L’ultima chance. Per una generazione nuova di cattolici in politica, Rubbettino, 2011).

Diotallevi nega che la scelta religiosa abbia a che fare con l’eliminazione della scelta politica. E perché, allora, l’opera di Gedda cadde nel dimenticatoio? Perché, se la rilevanza del Vangelo è per tutti gli ambiti, si è preferito un concetto ambiguo e fuorviante come “scelta religiosa”?

Continua Diotallevi: «La scelta religiosa nasce dall’accoglienza di quel duro combattimento interiore che richiede di essere liberi dal mondo – accettando sempre più l’unica signoria di Gesù Cristo – per essere liberi nel mondo, e per quanto riguarda il caso di cui ci stiamo occupando: di essere liberi dalla politica per essere liberi nella politica». Ma se «l’unica signoria di Gesù Cristo» è assodata nella persona, non vi sarà certamente in essa alcun «duro combattimento interiore». Al contrario, l’unico combattimento sarà esteriore, contro quel mondo che non accetta l’unica signoria di Gesù Cristo.

A Matteo Truffelli, attuale presidente nazionale dell’Ac, parve strano (nel 2015) cha alla scelta religiosa sia stato rimproverato di «uscire dalla storia», inducendo «i propri aderenti a ritirarsi dall’impegno nel mondo e per il mondo» e «accontentandosi di formare le persone a una fede intimistica, da vivere solo “nel privato”». Al di là delle intenzioni, però, è proprio quello che è successo. Il significato autentico della scelta religiosa non fu affatto frainteso.

 




Card. Brandmuller: le richieste del “percorso sinodale” tedesco sono le stesse preoccupazione di Lutero.

Il cardinale Walter Brandmüller, uno dei due cardinali dei dubia rimasti, ha pubblicato sul quotidiano cattolico tedesco Die Tagespost un’analisi approfondita del documento preparatorio del percorso sinodale tedesco. 

Egli dice che il documento preparatorio del cammino sinodale dei vescovi tedeschi è ossessionato dal “potere” e trasformerà la Chiesa in una ONG. In questo modo sta minando la struttura gerarchica della Chiesa così come è stata stabilita da Gesù Cristo stesso.

Maike Hickson ha tradotto il documento dal tedesco all’inglese su LifeSiteNews. Ve lo propongo nella mia traduzione. 

 

Card. Walter Brandmüller

Card. Walter Brandmüller

 

Il “percorso sinodale” tedesco

 

Ora è iniziato il “cammino sinodale”. Per vedere dove dovrebbe portare, non è forse troppo tardi per dare uno sguardo attento al “Working Paper of the Preparatory Forum” (lo strumento base di lavoro, ndr) del settembre dello scorso anno. Per il momento, potrebbe essere sufficiente dare un’occhiata al documento di lavoro specificamente dedicato al tema “Potere e separazione dei poteri nella Chiesa – Partecipazione comune e condivisione nella missione”. Anche se questo testo può sembrare nel frattempo superato per quanto riguarda la relativizzazione delle spiegazioni, rivela tuttavia in modo del tutto indifeso il mondo delle idee e delle intenzioni dei suoi autori.

Ora, si potrebbe pensare che si tratti delle verità centrali della Fede e del loro convincente annuncio nel mondo del XXI secolo – quanto sarebbe necessario!

Ma nulla di tutto ciò è menzionato nel documento preparatorio – proprio come nella discussione all’interno della Chiesa in Germania.

Ciò che viene discusso e deciso, piuttosto, è il potere nella Chiesa, il ruolo delle donne, il celibato e la morale sessuale, come è stato fatto incessantemente e faticosamente dal Sinodo di Würzburg del 1971 [un sinodo tenuto a Würzburg dai vescovi tedeschi dal 1971 al 1975 -M.H.].

È sconvolgente vedere come, con questa scelta di argomenti o con l’esclusione degli oggetti realmente centrali, si renda ora visibile la vera e propria malattia del cattolicesimo ufficiale tedesco: il girarsi intorno a sé stessi, l’autoreferenzialità che sostituisce l'”andare in tutto il mondo”, l’annuncio del Vangelo.

Si nota poi con stupore quanto spesso in questo testo il termine “potere” si presenti, quando nella Chiesa – a differenza della società civile – non deve trattarsi di “potere”, ma di “autorità”.

Ma questo significa che deve essere esercitato, conferito e di cui si deve rispondere con un mandato. Tanto per il “termine chiave” del testo.

Quando poi si parla di “norme di una società plurale in uno Stato costituzionale democratico”, la cui osservanza ci si attende avvenga da parte di molti cattolici “anche nella loro Chiesa”, allora ci si chiede comunque cosa agli occhi degli autori distingua ancora oggi la Chiesa da una comunità laica.

Se si tratta proprio di questo, allora si possono effettivamente cominciare a fare delle richieste con un “Vogliamo…” e a formulare intenzioni, ecc. Per esempio, si parla di partecipazione (a cosa?) di tutti i membri del Popolo di Dio e di separazione dei poteri. Il “potere”, si dice lì, è finora “legato unilateralmente alla consacrazione”. Si parla di una “unilateralizzazione del ministero ordinato”. Si pone quindi la questione di una partecipazione comune di tutti i fedeli all’assunzione, all’esercizio, alla responsabilità e al controllo del potere.

Ora finalmente anche la questione: “Come sono collegati l’ufficio e l’ordinazione?” In una tale prospettiva, anche questa domanda viene poi posta: “come il potere della leadership (!) nella liturgia, nell’insegnamento e nella diaconia [la carità, la cura pastorale] è diviso in modo tale che…”. Alla fine, si tratta quindi fondamentalmente di “potere, partecipazione e separazione dei poteri” nella Chiesa. Infine, il documento si basa “sull’intuizione del popolo di Dio”, sulle “possibilità della teologia di pensare la Chiesa in modo diverso”, con cui “i segni del tempo” devono essere considerati.

Così, la Chiesa potrebbe essere condotta nella larghezza che Dio apre. “Non vogliamo una Chiesa nuova, ma una Chiesa rinnovata. Vogliamo vivere e pensare la Fede in modo diverso da com’era prima della svolta, che si stabilisce facendo i conti con gli abusi”. Tanti saluti al capitolo introduttivo.

Di seguito, il testo arriva al punto in modo più chiaro. Qui gli autori notano una “comprensione diffusa della Chiesa in Germania”, “che è caratterizzata da un’accusa del ministero ordinato come ‘santa violenza’”, che corrisponde “meno a una necessità cattolica che a una tendenza antimoderna”. Ma quella è stata una nuova invenzione dopo l’Illuminismo. Significativamente, non viene data alcuna prova – poiché è difficile da dare.

Poi gli autori trovano particolarmente offensiva “la concentrazione dell’autorità sacramentale, legislativa, esecutiva, amministrativa e legale”, che si dice sia solo uno sviluppo del XIX secolo. Anche i punti interrogativi devono essere posti dietro questa affermazione.

E ancora una volta, le “pretese normative che sono prassi vissuta negli Stati costituzionali democratici moderni”, così come nella Chiesa, sono decisamente opposte a questo sistema messo in discussione.

“La rivendicazione universale di libertà e di uguaglianza, che la Chiesa solleva [?!], non può essere da lei affermata senza contraddizione quando rimbalza sulle mura istituzionali della Chiesa”. Gli autori hanno pensato qui alla scrittura di Lutero “Alla nobiltà cristiana…”, che parla proprio di queste mura? Inoltre, bisogna distinguere tra “essere di pari valore” e “essere uguali”!

Ancora una volta, gli autori si avventurano sul pendio scivoloso quando affermano che dal XIX secolo la Chiesa si è “fortemente organizzata secondo il modello della monarchia” – davvero? In che modo, allora?

Alla fine della sezione – per quante volte e in modo indifferenziato – si invocano i “principi normativi di libertà e di uguaglianza”, secondo i quali la Chiesa doveva essere “organizzata a livello delle possibilità istituzionali del tempo”.

Lasciamo le cose al punto in cui siamo arrivati per il momento. La direzione in cui la Chiesa deve essere guidata è chiaramente riconoscibile.

Ma ora, alla fine, si formulano dei “principi”, che però richiedono un esame critico. L’affermazione introduttiva, “la comprensione e l’esercizio del potere, la partecipazione e la separazione dei poteri sono questioni chiave” è di fatto essa stessa la chiave per comprendere l’intero testo, anzi l’effettiva intenzione alla base dell’impresa chiamata “cammino sinodale”.

Secondo il testo, la Chiesa ha bisogno di una “nuova riflessione sulla chiamata e sulla responsabilizzazione di tutta la Chiesa [!] per annunciare il Vangelo”.

Questa richiesta si concretizza subito: si tratta di niente di più e niente di meno che dell’abolizione del celibato e dell’accesso delle donne all’ordinazione dei sacerdoti e dei vescovi, di cui si deve discutere apertamente. Il riferimento alla necessità di un regolamento per tutta la Chiesa è solo una foglia di fico, con la quale il chiaro impegno per il sacerdozio femminile è per il momento ancora nascosto.

E poi: La base teologica per esso consiste nella fondamentale uguaglianza di tutti i membri della Chiesa, che è sacramentalmente suggellata nel Battesimo e nella Cresima e si esprime nel “sacerdozio comune di tutti i credenti”. Perché allora l’ordinazione sacerdotale sarebbe ancora necessaria non è stato detto. Ancora una volta, non si riconosce che l’eguale rango di tutti i membri della Chiesa è comunque legato a una differenza di vocazione. Gli autori erano consapevoli che – ad eccezione della menzione della Confermazione – stavano semplicemente ripetendo le affermazioni degli opuscoli di Lutero del 1520?

Quando si parla di una fondamentale uguaglianza di tutti i membri della Chiesa, allora è ovvio che, se correttamente intesa, è una cosa ovvia, ma in questo contesto si tratta solo di una copia di Lutero: “Perché ciò che è strisciato fuori dal Battesimo può vantarsi di essere già stato ordinato sacerdote, vescovo e papa…” che “siamo tutti ugualmente sacerdoti”. Così dice Lutero in “Alla nobiltà cristiana della nazione tedesca sul miglioramento dei cristiani”, uno scritto in cui, tra l’altro, non solo deride, ma nega il sacramento dell’ordine sacro. È sorprendente fino a che punto le richieste del documento sinodale corrispondano alla preoccupazione di Lutero.

Si parla poi anche della separazione dei poteri, dei diritti dei fedeli – e della pretesa che “il potere di comando e di decisione non può essere vincolato esclusivamente all’ordinazione”. “Anche la direzione delle congregazioni è uno di questi compiti”. Non è vincolato all’ordinazione!

Il successivo argomento è la selezione dei vescovi, per i quali si ritiene necessaria la “partecipazione degli interessati”. Infine, il “cammino sinodale” dovrebbe decidere anche un quadro di differenziazione e di cooperazione dei diversi ministeri della Chiesa, compreso il ministero episcopale. E ancora una volta viene criticata un’immagine “problematica-monopolistica” della Chiesa, che dovrebbe essere spezzata da processi di “responsabilità e controllo, di partecipazione e separazione dei poteri”.

Quindi è molto sorprendente quando si legge in conclusione: “Il ministero pastorale dei vescovi e dei pastori [!!] è indiscusso nella Chiesa cattolica. Tuttavia: non giustifica l’assolutismo nell’esercizio dell’autorità ecclesiastica”. Certo! Ma questo è mai stato negato? Tuttavia, “anche i poteri decisionali comuni e condivisi” erano necessari. I “diritti di avere voce in capitolo, i diritti di decisione” – ovviamente da parte dei laici – erano già documentati qua e là. Sono ipotizzabili anche differenze regionali.

Ancora una volta si parla di “uffici dirigenziali ed esercizio del potere”, che sono “da investire in modo partecipativo e da praticare in modo sostenibile”, quando si tratta di decisioni sul personale, sulla distribuzione delle finanze e sulla determinazione delle “linee principali (ecclesiali-politiche e pastorali)”. Se non si parlasse anche di politica ecclesiale e pastorale, si potrebbero ricordare i temi della riunione del consiglio di vigilanza di una società industriale.

È già abbastanza sorprendente che alla fine compaia il termine “autorità sacramentale”, anche se di nuovo si tratta subito di “autorità di governare”. Naturalmente, non va trascurata la menzione che le procedure per la separazione dei poteri (che significa questo?) come controllo del potere hanno “dato prova di sé nelle moderne democrazie”.

Se ora si chiede anche che la “direzione della Chiesa” (che significa questo?), la legislazione e la giurisdizione non siano nelle mani del solo vescovo, ciò non solo va oltre l’ambito della legge esistente, ma contraddice anche la struttura gerarchica della Chiesa fondata sul sacramento dell’Ordine. È abbastanza sorprendente che sia comunque riconosciuta in modi occasionali: “L’episcopato è indispensabile e centrale per la struttura della Chiesa”, come del resto “il ministero del vescovo nell’ordinazione e nell’assegnazione alla guida” è chiarito nella Chiesa cattolica.

È difficile vedere come le affermazioni o le richieste contraddittorie riguardanti l’episcopato possano essere riconciliate tra loro. Infine, il testo compie passi da gigante verso l’obiettivo di democratizzare la Chiesa: processi di selezione sotto forma di elezioni “e deliberazioni” (che significa questo?) con la partecipazione di rappresentanti eletti di tutto il Popolo di Dio, responsabilità di tutti coloro che rivestono una carica verso “organi democraticamente eletti”, limitazione nel tempo – cioè, probabilmente, limiti di durata – per importanti incarichi esecutivi… avrebbe un risultato che avrebbe solo il nome in comune con la “Chiesa di Gesù Cristo”.

Tutto questo per caratterizzare il vero scopo di questo lavoro – e quindi di tutta l’impresa sinodale. L’ovvio tentativo di imporre alla Chiesa strutture laiche e democratiche con le sue procedure è fondamentalmente diretto contro l’essenza, il mistero stesso della Chiesa.

 

II

 

Letto con la dovuta attenzione, il nostro testo offre così una profonda comprensione non solo delle idee e delle intenzioni degli autori, che vanno trovate probabilmente nella comunanza con il “Comitato centrale dei cattolici tedeschi”. Il lettore qui ascolta anche il linguaggio, che di solito si sente nell’ambiente politico. È un vocabolario politico che il lettore incontra in un testo ecclesiale. È abbastanza caratteristico che nelle sue 19 pagine la parola “potere” appaia 79 volte – un’osservazione che mostra ciò di cui gli autori si occupano in ultima analisi: il potere. Sembra che si sia dimenticato che l’autorità può esistere nella Chiesa solo come autorità esercitata dal Signore della Chiesa in virtù di un mandato, e che tale autorità è conferita dal sacramento dell’Ordine, e non dall’elezione popolare. Le frasi religiose e le frasi pie inframmezzate contrastano in modo piuttosto brusco con il vocabolario politico del testo. Probabilmente si tratta di un riferimento all’esistenza di diversi autori. Ma l’impressione generale rimane: si tratta di politica. “La tua lingua ti tradisce – sei un galileiano” (Mt. 26,73).

Un’ulteriore caratteristica del testo è l’accento unilaterale sulla partecipazione dei laici alla Chiesa. Si potrebbe pensare che ciò fosse in precedenza sconosciuto. Nel frattempo, gli autori qui sfondano porte aperte – e rivelano così la loro semplice ignoranza del diritto canonico, che – secondo il Codex Iuris Canonici Can. 224-231 – determina i diritti e i doveri dei laici.

Le richieste fatte nel testo a nostra disposizione, però, vanno ben oltre. Qui si è fin troppo evidentemente orientati al modello delle chiese regionali protestanti, alle loro strutture e ai sinodi. Questo vale, difficile da capire, anche per la composizione e le strutture del “cammino sinodale”. Un tale modello di chiesa – il “cammino sinodale” – corrisponde, lo ammetto, più a quello di un’organizzazione non governativa con struttura socio-pedagogica che alla Chiesa di Gesù Cristo.

È tanto significativo quanto strano vedere quanto poco gli autori del nostro testo abbiano compreso che la Chiesa di Gesù Cristo non è né una monarchia né una democrazia, ecc. È un mistero di fede che non può essere adeguatamente compreso dalle categorie umane, e di cui anche la Sacra Scrittura può parlare solo per immagini. Ma dov’è questa intuizione nel testo attuale – a parte il leggero uso di un vocabolario teologico e pio?

Si potrebbe pensare che per il “cammino sinodale” dei cattolici tedeschi, la Costituzione Lumen Gentium del Concilio Vaticano II sia prima di tutto decisiva. Nel testo attuale, però, non vi si fa alcun riferimento. Inoltre, dove sono i documenti rilevanti dell’autorità didattica postconciliare?

E che dire di quei passi dei Vangeli dove si parla della missione degli apostoli, dove si parla della natura della Chiesa come Corpo di Cristo, come Casa di Dio, come vite? Ebbene, Gesù non disse alla folla o alle donne e ai discepoli che lo seguirono: “Chi ascolta voi, ascolta Me, riceve lo Spirito Santo. Se perdonate i peccati di qualcuno”, eccetera, ma, piuttosto, solo ai Dodici, che erano riuniti nel Cenacolo, e ai quali fu dato l’incarico “Fate questo in memoria di Me”.

Tutto questo, e anche Paolo con la sua visione piena di spirito del mistero della “Chiesa” – tutto questo non dovrebbe avere alcun significato per il “cammino sinodale”? Apparentemente, questo vale anche per la costituzione del Vaticano II Lumen Gentium sulla Chiesa.

Quanto è urgente, anche evocativa, l’ammonizione dell’apostolo Paolo: “Non rendetevi uguali a questo mondo” (Rm 12,2). Questo appello vale oggi in modo particolare per i vescovi, i cattolici della Germania.