Cosa dirà il documento post sinodale sull’Amazzonia riguardo al celibato?

Nei prossimi giorni uscirà l’attesa esortazione post-sinodale Querida Amazonia sul quale nelle ultime settimane sono uscite diverse e contrastanti anticipazioni. Il giornalista Edward Pentin in questo articolo di NCRegister ci presenta alcune ipotesi su cosa potrebbe effettivamente contenere e alcuni scenari che ne potrebbero scaturire.

Ecco l’articolo nella mia traduzione.

 Annarosa Rossetto

 

Sinodo dell'Amazzonia

Sinodo dell’Amazzonia

 

Diverse ipotesi sono possibili a proposito del documento papale che sarà pubblicato mercoledì prossimo.

Un misto di impazienza e apprensione circonda l’esortazione apostolica di papa Francesco sul sinodo panamazzonico, che il Vaticano ha annunciato sarà pubblicato mercoledì in una conferenza stampa vaticana.

La ragione è che attraverso il documento, intitolato Querida Amazonia (Amata Amazzonia), il Papa potrebbe apportare una modifica storica alla regola obbligatoria del celibato per i sacerdoti di Rito Latino.

La maggior parte dei padri sinodali durante il sinodo dello scorso ottobre ha votato a favore di un’eccezione per consentire l’ordinazione a sacerdote dei diaconi permanenti sposati, ufficialmente per aiutare a far fronte alla difficoltà di accesso ai sacramenti nelle regioni amazzoniche remote.

I critici però avvertono che se portato avanti potrebbe equivalere all’abolizione, o per lo meno all’indebolimento, della disciplina del celibato sacerdotale perché le Chiese locali di paesi che soffrono di crisi vocazionale – come la Germania, i cui vescovi stanno sostenendo tale cambiamento – potrebbero invocare lo stesso principio.

Nelle ultime settimane sono circolate voci secondo cui il documento probabilmente conterrebbe esattamente la proposta che i padri sinodali avevano votato in ottobre, altri che non faccia alcun riferimento a viri probati  (l’ordinazione al sacerdozio di uomini sposati “di comprovata virtù”), e altri ancora che affermano di aver visto il testo ma dicono che contenga solo una menzione fugace e poco significativa.

Secondo un funzionario della comunicazione vaticana, il documento è stato consegnato al Papa il 27 dicembre, e da allora non ha subito alcun cambiamento nei contenuti a parte gli adattamenti di stile per le traduzioni. Il testo definitivo è stato completato il 2 febbraio.

Date le ipotesi relative al suo contenuto, quali scenari potrebbero emergere?

Il primo potrebbe essere che l’esortazione apostolica post-sinodale in realtà non contenga alcun riferimento a viri probati, e quindi il documento non presenti alcun pericolo per la regola obbligatoria del celibato. Questo è possibile, data l’apparente ambivalenza diFrancesco sulla questione, sebbene nessuno sappia esattamente cosa ne pensi della questione. Potrebbe essere che nessuna azione sia stata intrapresa anche a causa delle continue critiche dei fedeli preoccupati che vogliono che la Chiesa universale mantenga la disciplina del celibato sacerdotale. Al coro si è aggiunto il recente libro a difesa del celibato sacerdotale di Benedetto XVI e del cardinale Robert Sarah.

Papa Francesco potrebbe inoltre non aver fatto alcun riferimento al problema con l’intenzione di lasciarlo semplicemente risolvere da un suo successore. Ma la possibilità che questo problema venga ora lasciato da parte è generalmente considerata improbabile in quanto pone la domanda: perché aprire il vaso di Pandora mettendo in discussione questa regola attraverso il processo sinodale, con il danno che questo potrebbe fare alla fede delle persone, se non perché c’è la volontà di cambiarlo?

La seconda possibilità è che il documento riaffermi fermamente la disciplina della Chiesa e quindi aderire apparentemente all’ortodossia, ma consenta un’eccezione alla proposta del Sinodo dell’Amazzonia. Ciò corrisponderebbe a ciò che ha detto il cardinale Walter Kasper lo scorso giugno, secondo cui se i padri sinodali avessero votato a favore tale misura per l’Amazzonia, Francesco “in linea di principio probabilmente lo accetterebbe”. Ma sarebbe vista come una grande sconfitta per i difensori del celibato sacerdotale che credono che i motivi per consentire una simile eccezione per l’Amazzonia verrebbero immediatamente utilizzati anche altrove, sebbene ciò non sia consentito nel documento. (Esistono numerosi esempi postconciliari di eccezioni che sono diventati la regola, come l’uso del volgare, la Comunione nella mano, la messa celebrata verso il populum e l’ampio uso di ministri straordinari.) Per tali critici, sarebbe quindi equivalente all’abolizione della regola, per quanto gran parte del celibato sacerdotale possa essere valorizzato e consolidato nell’esortazione.

Un terzo scenario è che il documento non contenga riferimenti a viri probati e la regola del celibato sembri essere rimasta intatta. Ma in realtà, anziché essere completamente accantonata, la questione verrebbe semplicemente trasferita alla nuova costituzione per la Curia romana e, a sua volta, alle conferenze episcopali. Ciò è possibile dato il progetto di costituzione rivelato l’anno scorso , che ha conferito maggiore autorità alle conferenze episcopali, in linea con i piani di papa Francesco delineati nella sua prima esortazione apostolica, Evangelii Gaudium. Quindi, piuttosto che decidere autonomamente sulla questione con l’esortazione, Francesco delegherà in effetti la responsabilità di consentire i sacerdoti sposati ai vescovi che potrebbero gestirla in base alla loro particolare situazione locale.

Una possibile ragione, detta o non detta, potrebbe essere perché il cambiamento della regola del celibato sacerdotale sarebbe in realtà un onere costoso per le finanze diocesane, a causa dell’assistenza economica aggiuntiva che le diocesi dovrebbero provvedere alle famiglie dei sacerdoti, e così Francesco potrebbe passare la responsabilità ai vescovi regionali di decidere se possono permetterselo.

Una quarta ipotesi è che il Papa affermi che l’esortazione debba essere letta alla luce del documento finale, consentendogli di non fare alcun riferimento alla questione dei viri probati e quindi almeno di evitare l’accusa di aver egli stesso causato l’abolizione del celibato sacerdotale. Il cambiamento verrebbe comunque attuato, basandosi sulla costituzione apostolica di Papa Francesco 2018 sul Sinodo dei vescovi, Episcopalis Communio (Comunione episcopale) che stabilisce che “se è espressamente approvato dal Romano Pontefice, il documento finale partecipa a il magistero ordinario del Successore di Pietro.” Potrebbe in effetti agire come la nota in calce 351 nella sua esortazione apostolica Amoris Laetitia, che ha permesso ad alcuni divorziati cattolici risposati di ricevere la Santa Comunione, anche se il testo principale, in questo caso l’esortazione stessa, potrebbe essere letto in modo diverso.

Una quinta possibilità è che non si faccia riferimento a viri probati e si rinvii  una modifica della regola del celibato sacerdotale. La questione sarebbe quindi trattata dopo il prossimo Sinodo dei vescovi, che probabilmente sarà sul tema della sinodalità. Questo sinodo potrebbe benissimo creare un nuovo quadro istituzionale e canonico, forse comportando anche un “sinodo permanente”, analogo ad una rivoluzione permanente, secondo le linee immaginate dal defunto cardinale Carlo Martini. Tutto questo potrebbe, quindi, andare in due possibili direzioni: come esperimento sinodale a livello locale, simile all’attuale percorso sinodale in Germania, per il quale attualmente non esiste una struttura canonica e un sinodo vaticano ne fornirebbe uno. Oppure un “sinodo permanente” potrebbe essere istituito a livello universale, creando una sorta di “parlamento sinodale” in cui i vescovi sarebbero in grado di garantire sempre più eccezioni per consentire ai sacerdoti sposati. Ognuna di queste opzioni fornirebbe l’opportunità di cambiare la regola del celibato con mezzi alternativi.

 




Cardinal Sarah: il Sacerdozio oggi è in “pericolo mortale”

In un’intervista esclusiva in lingua inglese, il cardinale africano parla del suo nuovo libro, la situazione del sacerdozio cattolico, e si rivolge a coloro che gli contestano di opporsi a papa Francesco.

Il cardinale Robert Sarah ha fatto un ulteriore appello appassionato per non indebolire la regola del celibato obbligatorio per i sacerdoti, dicendo che sarebbe una catastrofe che equivarrebbe a un “attacco alla Chiesa e al suo mistero”.

In un’intervista esclusiva del 7 febbraio con Edward Pentin, pubblicata sul National Catholic Register, poco prima della pubblicazione della traduzione inglese di Dal profondo del nostro cuore, il cardinale guineano spiega perché lui e Benedetto XVI hanno scritto il libro. – in particolare per avvertire che separare il celibato dal sacerdozio, anche solo come un’eccezione, eliminerebbe l’imitazione da parte del sacerdote di Cristo quale sposo della Chiesa e la trasformerebbe in un “mera istituzione umana”.

E, poco prima dell’uscita mercoledì prossimo dell’esortazione post-apostolica di papa Francesco sul sinodo panamazzonico, il cardinale, Prefetto della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, spiega anche come l’eccezione proposta nel sinodo sia diversa dalle precedenti eccezioni, dalla situazione nelle Chiese orientali o dallo status dei sacerdoti sposati nella Chiesa primitiva, che vivevano una vita casta.

Parla anche di quello che vede come uno dei problemi più gravi che il sacerdozio deve affrontare oggi: la mancanza di fervore apostolico nella Chiesa e la tiepidezza esortando ad un discepolato radicale e a un sacerdozio di preti che siano “radicalmente santi”.

Il cardinale Sarah tocca anche i problemi del lancio del libro in Francese, sottolineando che non vi sono stati malintesi ma piuttosto “sordide macchinazioni” emanate da “detrattori del sacerdozio”, intenti a distogliere l’attenzione dal “contenuto del libro”.

“Sanno che i loro argomenti si basano su errori storici, su equivoci teologici”, afferma. “Sanno che il celibato è necessario per l’evangelizzazione nei paesi di missione. Quindi cercano di delegittimare il libro stesso.”

La traduzione in italiano è a cura di Annarosa Rossetto

 

Card. Robert Sarah (Twitter)

Card. Robert Sarah (Twitter)

 

Eminenza, perché ha voluto scrivere questo libro?

Perché il sacerdozio cristiano è in pericolo mortale! Sta attraversando una grave crisi.

La scoperta del grande numero di abusi sessuali commessi da sacerdoti e persino da vescovi, ne è un sintomo indiscutibile. Il Papa emerito Benedetto XVI aveva già parlato con forza su questo argomento. Ma poi il suo pensiero è stato distorto e ignorato. Proprio come oggi, sono stati fatti tentativi per zittirlo. E come oggi, sono state montate manovre diversive per distogliere l’attenzione dal suo messaggio profetico. Eppure sono convinto che ci abbia detto l’essenziale – quello che nessuno vuole sentire. Ha dimostrato che alla radice degli abusi commessi dai chierici c’è un profondo difetto nella loro formazione. Il sacerdote è un uomo dedicato al servizio di Dio e della Chiesa. È una persona consacrata. Tutta la sua vita è dedicata a Dio. Eppure si è voluto desacralizzare la vita sacerdotale. Si è voluto banalizzarla, renderla profana, secolarizzarla. Si è voluto rendere il prete un uomo come un altro. Alcuni sacerdoti si sono formati senza mettere Dio, la preghiera, la celebrazione della Messa, l’ardente ricerca della santità al centro della loro vita.

Come ha detto Benedetto XVI, “Perché la pedofilia ha raggiunto tali proporzioni? In ultima analisi, la ragione è l’assenza di Dio. È solo dove la Fede non determina più le azioni dell’uomo che tali crimini sono possibili ”.

 

Più precisamente, in che senso è stata povera questa formazione di cui lei parla, e quali sono stati gli effetti?

I sacerdoti sono stati formati senza insegnare loro che Dio è l’unico punto di appoggio per le loro vite, senza far loro sperimentare che le loro vite hanno significato solo per mezzo di Dio e per Lui. Privati ​​di Dio, non è rimasto loro che il potere. Alcuni sono caduti nella diabolica logica dell’abuso di autorità e dei crimini sessuali. Se un sacerdote non sperimenta quotidianamente di essere solo uno strumento nelle mani di Dio, se non sta costantemente davanti a Dio per servirLo con tutto il suo cuore, allora rischia di intossicarsi con un senso di potere. Se la vita di un sacerdote non è una vita consacrata, allora è in grande pericolo di illusione e sviamento.

Oggi alcuni vorrebbero fare un ulteriore passo in questa direzione. Vorrebbero relativizzare il celibato dei sacerdoti. Sarebbe una catastrofe! Perché il celibato è la manifestazione più evidente che il sacerdote appartiene a Cristo e che non appartiene più a se stesso. Il celibato è il segno di una vita che ha significato solo per mezzo di Dio e per Lui. Volere ordinare uomini sposati significa implicare che la vita sacerdotale non è a tempo pieno, che non richiede un dono completo, che lascia tempo libero per altri impegni come una professione, che lascia tempo libero per una vita privata. Ma questo è falso. Un prete rimane sempre un prete. L’ordinazione sacerdotale in primo luogo non è una generosa dedizione; è una consacrazione di tutto il nostro essere, una conformazione indelebile della nostra anima a Cristo, il Sacerdote, che richiede da noi una conversione permanente per corrispondere a Lui. Il celibato è il segno incontestabile che essere sacerdote richiede di lasciarsi possedere interamente da Dio. Metterlo in discussione aggraverebbe ulteriormente la crisi del sacerdozio.

 

Papa Emerito Benedetto XVI condivide questo punto di vista?

Ne sono certo, e me lo ha detto di persona in diverse occasioni. La sua più grande sofferenza e la prova più dolorosa della Chiesa Latina è il crimine dei preti pedofili, preti che violano la loro castità. Basta leggere tutto ciò che ha scritto su questo argomento come cardinale, poi durante il suo pontificato e, più recentemente, in Dal profondo del nostro cuore.

Non ha mai smesso di sottolineare l’importanza del celibato sacerdotale per l’intera Chiesa. Lasci che le ricordi le sue parole: “Se separiamo il celibato dal sacerdozio, non vedremo più il carattere carismatico del sacerdozio. Vedremo solo una funzione che l’istituzione stessa provvede alla propria sicurezza e alle proprie esigenze. Se vogliamo considerare il sacerdozio in questa luce … la Chiesa non è più intesa se non come una semplice istituzione umana ”.

Ma hanno voluto mettere il bavaglio a Benedetto XVI. Devo confessare la mia ribellione alla diffamazione, la violenza e la maleducazione cui è stato sottoposto. Benedetto XVI voleva parlare al mondo, ma hanno cercato di screditare le sue parole. So che condivide con determinazione tutto ciò che è scritto in questo libro e so che è felice della sua pubblicazione. Voleva scrivere ed esprimere pubblicamente questa gioia, ma avrebbero voluto impedirgli di esprimerla. Ma ripercorrere in dettaglio, ora per ora, queste manovre è inutile. Preferisco non soffermarmi su queste sordide macchinazioni, per le quali i responsabili un giorno dovranno rendere conto davanti a Dio.

 

 Cosa c’è dietro questa opposizione?

I detrattori del sacerdozio non vogliono arrivare in fondo al dibattito. Sanno che i loro argomenti si basano su errori storici, su equivoci teologici. Sanno che il celibato è necessario per l’evangelizzazione nei paesi di missione. Quindi cercano di delegittimare il libro. Non avendo nulla per opporsi al testo, attaccano la copertina. Che peccato! Vogliono far passare il papa emerito per un vecchietto. Ma ha letto cosa scrive? Pensa che si possano scrivere pagine di tale profondità senza avere tutte le facoltà? Qualcuno vuol farci passare per ingenui. Tentano di farci credere che i nostri editori ci abbiano manipolato e abbiano approfittato di un malinteso per montare non so che tipo di acrobazia comunicativa. Questo è totalmente falso! Non ci sono stati malintesi. Il nostro editore francese ha semplicemente realizzato ciò che ho personalmente elaborato con il Papa Emerito. Ne ho già parlato. Vorrei rendere ulteriormente omaggio alla lealtà e alla professionalità di tutti i miei editori, in particolare il mio editore francese.

Tutte queste polemiche sono una tattica diversiva per evitare di parlare dell’essenziale, del contenuto del libro.

 

Alla luce della tempistica del libro, in uscita poco prima della prevista pubblicazione dell’esortazione apostolica post-sinodale che potrebbe accogliere la proposta dei padri sinodali di ordinare sacerdoti alcuni uomini sposati in Amazzonia il 12 febbraio, voleva mettere pressione su papa Francesco?

Ho già scritto che “chiunque sia contro il Papa è fuori dalla Chiesa”, ma vengo sempre fatto passare come se mi opponessi a lui. Sono anche in cima alla lista degli avversari di Papa Francesco. Queste accuse mi spezzano il cuore e mi rattristano profondamente. Ma rimango sereno e fiducioso che il Papa non presti attenzione a tali false insinuazioni.

Non sono affatto un oppositore di Papa Francesco! Coloro che affermano che sto cercando di dividere la Chiesa mentono e fanno il gioco del diavolo. Ho scritto questo libro per offrire umilmente e in modo filiale il mio contributo al Papa in uno spirito di vera sinodalità. Vi sfido a trovare in tutto ciò che ho scritto una sola riga, una sola parola di critica contro il Papa!

Ma sono preoccupato. In Germania, uno strano sinodo intende chiaramente mettere in discussione il celibato. Volevo esprimere la mia preoccupazione: non lacerate la Chiesa! Attaccando il celibato dei sacerdoti, state attaccando la Chiesa e il suo mistero!

La Chiesa non ci appartiene; è un dono di Dio. Si perpetua attraverso il ministero dei sacerdoti, che sono anch’essi un dono di Dio e non una creazione umana. Ogni sacerdote è il frutto di una vocazione, di una chiamata personale e interiore da parte di Dio stesso. Benedetto XVI lo spiega in modo approfondito in questo libro. Non si decide da soli di diventare sacerdote. Si è chiamati da Dio e la Chiesa conferma questa chiamata. Il celibato garantisce questa chiamata. Un uomo può rinunciare a formare una famiglia e ad avere una vita sessuale solo se è certo che Dio lo sta chiamando a questa rinuncia. Il nostro sacerdozio dipende dalla chiamata di Dio e dalla preghiera della Chiesa per le vocazioni.

Quindi mettere in discussione il celibato significa voler rendere la Chiesa un’istituzione umana, in nostro potere, a portata di mano. Significa rinunciare al mistero della Chiesa come dono di Dio.

 

Il sinodo amazzonico non ha proposto una messa in discussione generale del celibato sacerdotale, ma solo per consentire eccezioni per far fronte alla carenza di sacerdoti. Questo le sembra possibile?

L’ordinazione di uomini sposati è una fantasia di accademici occidentali che sono alla ricerca di violazioni. Voglio affermarlo con forza: i poveri, i semplici, i Cristiani comuni non chiedono la fine del celibato! Si aspettano che i sacerdoti siano santi, che siano interamente dediti a Dio e alla sua Chiesa. Si aspettano sacerdoti celibi che incarnino nella loro vita la figura di Cristo, sposo della Chiesa. Volevo affermare in questo libro che dobbiamo aiutare Papa Francesco a stare dalla parte dei poveri e dei semplici e a rifiutare la pressione dei potenti, quelli che hanno i mezzi per finanziare campagne mediatiche. Alcune organizzazioni ecclesiali che gestiscono molti soldi credono di poter fare pressione sul papa e sui vescovi. Lo vediamo in Germania. Alcuni vogliono imporre i loro progetti a tutta la Chiesa. Preghiamo per il Papa; dobbiamo aiutarlo a resistere alle pressioni di questi ricchi e potenti corpi ecclesiali. Dobbiamo aiutarlo a difendere la fede dei semplici. Dobbiamo aiutarlo a difendere i poveri dell’Amazzonia da coloro che cercano di sfruttarli privandoli di un sacerdozio pienamente vissuto nel celibato. Questo libro è stato scritto soprattutto per sostenere il Papa nella sua missione.

D’altra parte, come ha sottolineato Papa Francesco alla fine del Sinodo, il vero problema in Amazzonia non è l’ordinazione dei diaconi sposati. Il vero problema è quello dell’evangelizzazione. Abbiamo rinunciato a proclamare la fede, la salvezza in Gesù Cristo. Troppo spesso siamo diventati filantropi o assistenti sociali. In Amazzonia ci mancano i laici che prendano sul serio la loro vocazione missionaria. Abbiamo bisogno di catechisti. Consentitemi di fare riferimento ad una situazione che ho vissuto personalmente. All’inizio del 1976, la mia esperienza di giovane prete mi portò in contatto con villaggi sperduti in Guinea. Alcuni di loro non erano stati visitati da un prete da quasi 10 anni, perché i missionari europei erano stati espulsi nel 1967 da Sékou Touré. I catechisti avevano continuato a insegnare il catechismo ai bambini e a recitare le preghiere del giorno. Recitavano il Rosario. Si incontravano la domenica per ascoltare la Parola di Dio. Ho avuto la grazia di incontrare questi uomini e queste donne che hanno mantenuto la Fede senza alcun sostegno sacramentale, per mancanza di sacerdoti. Non dimenticherò mai la loro gioia inimmaginabile quando celebrai la Messa cui non assistevano da davvero tanto tempo. Credo che se fossero stati ordinati degli uomini sposati in ogni villaggio, la fame eucaristica dei fedeli si sarebbe estinta. Il popolo sarebbe stato escluso dalla gioia di ricevere, nel sacerdote, un altro Cristo. Sì, con l’istinto della Fede, i poveri sanno che un prete che ha rinunciato al matrimonio dà loro il dono di tutto il suo amore come un marito.

Per quanto riguarda la carenza di preti, è reale. Ma credo che Papa Francesco abbia ragione quando scrive: “In molti luoghi scarseggiano le vocazioni al sacerdozio e alla vita consacrata. Spesso questo è dovuto all’assenza nelle comunità di un fervore apostolico contagioso, per cui esse non entusiasmano e non suscitano attrattiva. Dove c’è vita, fervore, voglia di portare Cristo agli altri, sorgono vocazioni genuine”( Evangelii Gaudium , 107).

 

Ma che dire delle eccezioni alla legge del celibato che già esistono, ad esempio nei riti dei Cattolici d’Oriente o nell’Ordinariato Anglicano?

Un’eccezione è transitoria per definizione e costituisce una parentesi nello stato normale e naturale delle cose. È il caso dei pastori anglicani che sono tornati alla piena comunione. Ma la mancanza di un prete non fa eccezione. È lo stato normale di qualsiasi chiesa nascente, come in Amazzonia, o di chiese morenti, come in Occidente. Gesù ci ha avvertito: “La messe è molta ma gli operai sono pochi”. L’ordinazione di uomini sposati in comunità cristiane giovani impedirebbe l’aumento delle vocazioni di preti non sposati. L’eccezione diventerebbe uno stato permanente. Un indebolimento del principio del celibato, anche se limitato ad una regione, non sarebbe un’eccezione, ma una violazione, una ferita nella coerenza interna del sacerdozio. D’altra parte, la dignità e la grandezza del matrimonio sono sempre più ben comprese. Come sottolinea Benedetto XVI in questo libro, questi due stati non sono compatibili perché entrambi richiedono un dono assoluto e totale

In Oriente, alcune chiese hanno il clero sposato. Non metto in alcun modo in dubbio la santità personale di questi sacerdoti. Ma una situazione del genere è vivibile solo a causa della massiccia presenza di monaci. Inoltre, dal punto di vista del segno dato a tutta la Chiesa dal sacerdozio, esiste il rischio di confusione. Se un sacerdote è sposato, ha una vita privata, coniugale e familiare. Deve trovare il tempo per moglie e figli. Non è in grado di dimostrare, per tutta la sua vita, che è totalmente e assolutamente donato a Dio e alla Chiesa. San Giovanni Paolo II lo ha affermato molto chiaramente: la Chiesa vuole essere amata dai suoi sacerdoti con lo stesso amore con cui Gesù l’ha amata, vale a dire con l’amore esclusivo di un coniuge. È importante, ha detto il santo Papa polacco, che i sacerdoti comprendano la motivazione teologica del loro celibato. Egli ha detto: “Il celibato sacerdotale non è da considerarsi come semplice norma giuridica, né come una condizione del tutto esteriore per essere ammessi all’ordinazione, bensì come un valore profondamente connesso con l’ordinazione sacra, che configura a Gesù Cristo buon Pastore e Sposo della Chiesa”. (Pastores Dabo Vobis, 50). Questo è ciò che volevamo ricordare con Benedetto XVI. Il vero fondamento del celibato non è giuridico, disciplinare o pratico; è teocentrico. Su questo argomento vi rimando allo straordinario discorso di Benedetto XVI alla Curia romana del 22 dicembre 2006. Il celibato per Dio è un’assurdità agli occhi del mondo secolarizzato e ateo. Il celibato è uno scandalo per la mentalità contemporanea. Mostra che Dio è una realtà. Se la vita dei sacerdoti non mostra concretamente che Dio è abbastanza per renderci felici e dare un senso alla nostra esistenza, allora chi Lo proclamerà? Più che mai le nostre società hanno bisogno del celibato perché hanno bisogno di Dio.

 

Cosa pensa dell’opinione che il celibato sacerdotale sia una norma relativamente recente nella Chiesa cattolica?

Spesso siamo vittime di una profonda ignoranza storica su questo argomento. La Chiesa aveva sacerdoti sposati durante i primi secoli. Ma non appena venivano ordinati, dovevano astenersi completamente dai rapporti sessuali con le loro mogli. Benedetto XVI ce lo ricorda molto chiaramente in questo libro. Tutti conoscono la sua profonda cultura storica e la sua perfetta conoscenza della tradizione antica. Questo è un dato di fatto ed è dimostrato dalla più recente ricerca storica. Non c’erano tabù in questo requisito, nessuna paura della sessualità. Si trattava di affermare che il sacerdote è sposo esclusivo, corpo e anima, della Chiesa. Dal punto di vista storico, le cose sono molto chiare: dall’anno 305, il Concilio di Elvira ricorda la legge, “ricevuta dagli apostoli”, della continenza dei sacerdoti. Dato che la Chiesa stava appena emergendo dall’età del martirio, una delle sue prime preoccupazioni era affermare che i sacerdoti dovevano astenersi dai rapporti sessuali con le loro mogli. In effetti, il Concilio afferma: : “I Padri sinodali sono d’accordo sul divieto completo, per tutti i chierici impegnati nel servizio dell’altare, di astenersi dalle loro mogli e non generare figli. Chi ha fatto questo deve essere escluso dallo stato clericale” (Canone 33). Se questo requisito fosse stato un’innovazione, non avrebbe mancato di provocare una protesta diffusa tra i sacerdoti. Nel complesso, invece, è stato accettato tranquillamente. I Cristiani erano già consapevoli che un sacerdote che celebra la Messa, cioè il rinnovarsi del sacrificio di Cristo per il mondo, deve anche offrire sé stesso a Dio e alla sua intera Chiesa, corpo e anima. Non appartiene più a sé stesso. Fu solo molto più tardi, a causa della corruzione dei testi, che l’Oriente si sarebbe evoluto nella sua disciplina, senza mai rinunciare al legame ontologico tra sacerdozio e astinenza.

 

In questo libro ritorna più volte alla necessità di evangelizzazione radicale. Crede che stiamo affrontando una diminuzione del fervore apostolico, che la Chiesa abbia perso il sale?

Sono contento che lei abbia posto questa domanda. È certamente l’aspetto più importante di questo libro, ma nessuno lo ha notato o commentato. Ci accontentiamo di polemiche secondarie e sterili. Penso che siamo stati sopraffatti dalla tiepidezza e dalla mediocrità. Dobbiamo aspirare alla santità. Benedetto XVI, con coraggio profetico, osa affermare che “senza un tale abbandono delle proprie cose non c’è Sacerdozio. La chiamata alla sequela non è possibile senza questo segno di libertà e di rinunzia di qualsiasi compromesso.” Pone così le basi per una vera riforma del clero. Chiede un cambiamento radicale nella vita quotidiana dei sacerdoti mentre continua: “Il celibato non può raggiungere il suo pieno significato, se noi per il resto seguiamo le regole della proprietà e del gioco della vita oggi comunemente accettata” Sono convinto che in verità è la radicalità di questa chiamata alla santità che disturba e che non vogliamo ascoltare. Questo libro è inquietante perché il papa emerito offre una prospettiva esigente e profetica.

Da parte mia, ho cercato di sviluppare questa chiamata sottolineando che i sacerdoti devono trovare modi concreti per vivere i consigli evangelici. I vescovi devono riflettere su questo, per se stessi e per i sacerdoti: dobbiamo concretamente mettere Dio al centro della nostra vita. La vita dei sacerdoti non può essere una vita secondo il mondo. “Nessuno può servire due padroni.” L’Occidente ha il fiato corto. L’Occidente è vecchio, con tutte le sue rinunce e dimissioni. Aspetta, senza forse esserne consapevole, la giovinezza, l’autenticità della richiesta di santità del Vangelo. Quindi attende sacerdoti che siano radicalmente santi.

 




Che società è quella che chiama la vita “un inferno” e la morte “una liberazione”?

Oggi è la ricorrenza della morte di Eluana Englaro. Ripropongo un volantino di Comunione e Liberazione del novembre 2008, scritto prima della morte, in occasione della annunciata sospensione dell’alimentazione, che esprime bene il giudizio sui fatti della realtà. Esso è quanto mai attuale, visto che oggi il suicidio assistito sta diventando un fatto “normale”.

Eluana Englaro

Eluana Englaro

 

«Capire le ragioni della fatica è la suprema cosa nella vita, perché l’obiezione più grande alla vita è la morte e l’obiezione più grande al vivere è la fatica del vivere; l’obiezione più grande alla gioia sono i sacrifici… Il sacrificio più grande è la morte» (don Giussani).

 

Che società è quella che chiama la vita “un inferno” e la morte “una liberazione”? Dov’è il punto di origine di una ragione impazzita, capace di ribaltare bene e male e, quindi, incapace di dare alle cose il loro vero nome? L’annunciata sospensione dell’alimentazione di Eluana è un omicidio. La cosa è tanto più grave in quanto impedisce l’esercizio della carità, perché c’è chi si è preso cura di lei e continuerebbe a farlo.

Nella lunga storia della medicina il suo sviluppo è diventato più fecondo quando, in epoca cristiana, è cominciata l’assistenza proprio agli “inguaribili”, che prima venivano espulsi dalla comunità degli uomini “sani”, lasciati morire fuori dalle mura della città o eliminati. Chi se ne fosse occupato avrebbe messo a rischio la propria vita. Per questo chi cominciò a prendersi cura degli inguaribili lo fece per una ragione che era più potente della vita stessa: una passione per il destino dell’altro uomo, per il suo valore infinito perché immagine di Dio creatore.

Così il caso Eluana ci mette davanti alla prima evidenza che emerge nella nostra vita: non ci facciamo da soli. Siamo voluti da un Altro. Siamo strappati al nulla da Qualcuno che ci ama e che ha detto: «Persino i capelli del vostro capo sono contati».

Rifiutare questa evidenza vuol dire, prima o poi, rifiutare la realtà. Persino quando questa realtà ha il volto delle persone che amiamo.

Ecco perché arrivare fino a riconoscere Chi ci sta donando la presenza di Eluana non è un’aggiunta “spirituale” per chi ha fede. È una necessità per tutti coloro che, avendo la ragione, cercano un significato. Senza questo riconoscimento diventa impossibile abbracciare Eluana e vivere il sacrificio di accompagnarla; anzi, diventa possibile ucciderla e scambiare questo gesto, in buona fede, per amore.

Il cristianesimo è nato precisamente come passione per l’uomo: Dio si è fatto uomo per rispondere all’esigenza drammatica – che ognuno avverte, credente o no – di un significato per vivere e per morire; Cristo ha avuto pietà del nostro niente fino a dare la vita per affermare il valore infinito di ciascuno di noi, qualunque sia la nostra condizione.

Abbiamo bisogno di Lui, per essere noi stessi. E abbiamo bisogno di essere educati a riconoscerLo, per vivere.

 

Comunione e Liberazione

Novembre 2008




Benigni a Sanremo: l’endorsement dei cattolici e una precisazione sull’eternità

Benigni a Sanremo 2020

 

 

di Miguel Cuartero Samperi

 

Sanremo è Sanremo e Benigni è Benigni. Il suo lungo monologo sul palco dell’Ariston dedicato al Cantico dei Cantici, ha suscitato numerose polemiche a causa della personale rilettura e travisamento del testo sacro. Gli osservatori più acuti (come ad esempio Diego Fusaro e Tommaso Scandroglio su La Nuova Bussola Quotidiana) hanno visto nella desacralizzazione e nella derisione del cristianesimo una delle peculiarità di questa settantesima edizione del Festival. Dal siparietto iniziale di Fiorello travestito da prete che invita gli spettatori a scambiarsi un segno di pace, a Lauro che emula san Francesco, dal “Non sia fatta la tua volontà” di Tiziano Ferro a Zucchero che insegna che “Solo una sana e consapevole libidine salva il giovane dallo stress e dall’azione cattolica”. Per finire col bacio tra Fiorello e Ferro, seguito dalle pubbliche scuse al legittimo marito (sic!) del secondo.

Un attacco al sacro e alla trascendenza che è la cifra dell’intervento di Benigni che spoglia il Cantico dei Cantici di ogni riferimento a Dio e all’anima per convertirlo in un manifesto sessantottino di elogio dell’amore (omo)sessuale, novello Decameron boccacciesco. Una imbarazzante performance che tradisce le intenzioni di un comico di fama internazionale.

Tra le tante voci che si sono elevate in ambito cattolico contro questa vergognosa desacralizzazione della Parola di Dio, sorprende leggere alcuni endorsement d’eccellenza. In effetti che a qualcuno il Cantico di Benigni è piaciuto assai. È piaciuto ad esempio a uno studioso che ha collaborato col comico nella stesura del monologo: si tratta, niente meno, che del Presidente del Pontificio Consiglio per la Cultura, biblista di fama internazionale e prolifico scrittore, il cardinale Gianfranco Ravasi che con orgoglio ha pubblicato su Twitter il ringraziamento di Benigni alla sua persona per i buoni consigli sul testo. Non si riesce a comprendere come si possa essere orgogliosi per aver contribuito a un tale indecente spettacolo, tra l’altro pieno di inesattezze dal punto di vista storico, biblico e interpretativo.

Un secondo incredibile applauso a Benigni arriva dalla Associazione Papaboys che non risparmia gli elogi: “Grazie Roberto Benigni. Questo è il tuo omaggio a Giovanni Paolo II che ti ha toccato il cuore”. Non sappiamo che film abbiano visto quelli di Papaboys, ma la cosa lascia a dir poco perplessi. Viene da domandarsi a quale “papa” appartengano questi “boys” che a dicembre hanno esplicitato il loro sostegno alle Sardine in vista delle elezioni regionali in Emilia Romagna (Sartoriboys?). Di certo pensare che Benigni, con il suo monologo, abbia voluto omaggiare Giovanni Paolo II è – ad essere buoni – fuorviante: una storpiatura dello storpiatore.

Un endorsement d’eccellenza nei confronti del Cantico Benigni lo si trova invece sulle colonne di Avvenire dove la biblista Rossanna Virgili afferma che: «L’idea di far conoscere e gustare il Cantico è stata davvero stupenda, appropriata, preziosa per un pubblico tanto vasto e popolare come quello del Sanremo in mondovisione». Un’idea che neanche la “licenza interpretativa” di Benigni può inficiare, nonostante abbia «tradotto, tradendolo, l’amore tra amato e amata in altri amori che sono lontani e fuori dal limpido orizzonte biblico». Noi, al contrario, temiamo che l’idea di Benigni non sia stata proprio così felice, l’idea di proporre la propria personalissima idea del mondo, dell’uomo e della sessualità strumentalizzando a questo fine la Sacra Scrittura e approfittando della propria popolarità per politicizzare il testo sacro. Dispiace che a non notarlo sia una nota biblista sul giornale dei vescovi. Giusto però far notare che sullo stesso giornale l’inviata a Sanremo Lucia Bellaspiga sottolinea con dispiacere la sottomissione di Benigni ai diktat del “politicamente corretto”.

Me per amore di verità e per carità cristiana verso il comico e verso i suoi più attenti ascoltatori vorremmo rispettosamente cercare di rispondere su un punto (tralasciando la questione, già largamente affrontata altrove, riguardante il senso, l’origine e l’interpretazione del Cantico dei Cantici). Benigni ha parlato di eternità, affermando che l’amore (concetto che lui identifica e scambia volentieri col “fare l’amore”) offre agli uomini la possibilità di divenire immortali.

Eternità. Sì Benigni, lei ha ragione, nel cuore dell’uomo c’è un profondo anelito, il desiderio di eternità. Nessuno vuole che i propri giorni finiscano; la paura della morte ci stringe, ci lega, al punto che spesso darci alla “pazza gioia” ci sembra una via percorribile per raggiungere l’illusione di allontanare la fine. Anche il sesso è una scappatoia, ci offre l’illusione dell’immortalità, per poi abbandonarci alla nostra pensante, ingombrante e caduca umanità dai giorni contati. Il libro della Sapienza ci mostra in maniera plastica questa dolorosa realtà:

Dicono gli empi sragionando: «La nostra vita è breve e triste; non c’è rimedio, quando l’uomo muore, e non si conosce nessuno che liberi dagli inferi. Siamo nati per caso e dopo saremo come se non fossimo stati. La nostra esistenza è il passare di un’ombra e non c’è ritorno alla nostra morte, poiché il sigillo è posto e nessuno torna indietro. […] Su, godiamoci i beni presenti, facciamo uso delle creature con ardore giovanile! Inebriamoci di vino squisito e di profumi, non lasciamoci sfuggire il fiore della primavera, coroniamoci di boccioli di rose prima che avvizziscano; nessuno di noi manchi alla nostra intemperanza. Lasciamo ovunque i segni della nostra gioia perché questo ci spetta, questa è la nostra parte» (Sap 1, 1-2. 6-9).

Così pensano coloro che non conoscono Dio. E cercano in ogni modo di scappare alla paura della morte. Ma – continua la Sapienza – «Dio ha creato l’uomo per l’immortalità; lo fece a immagine della propria natura. Ma la morte è entrata nel mondo per invidia del diavolo; e ne fanno esperienza coloro che gli appartengono» (Sap. 2, 23-24).

Siamo stati creati per l’immortalità ma viviamo circondati di morte. Solo l’incontro con Cristo, che è Via, Verità e Vita, può restituirci – a noi che viviamo da schiavi – la nostra dignità di Figli di Dio, coeredi di Cristo, destinati al cielo e non al cimitero. Non è dunque la sfrenatezza dei sensi (la chiami pure amore) e l’ebrezza dell’amore libero a donarci l’immortalità.

L’immortalità è un’altra cosa. Come afferma San Paolo nella lettera ai Romani: «liberati dal peccato e fatti servi di Dio, voi raccogliete il frutto che vi porta alla santificazione e come destino avete la vita eterna. Perché il salario del peccato è la morte; ma il dono di Dio è la vita eterna in Cristo Gesù nostro Signore».

Ecco in cosa consiste l’immortalità. E questi versi del Cantico dei Cantici, che San Tommaso d’Aquino, sollecitato dai suoi compagni, commentò in punto di morte nella Abazia di Fossanova, la descrivono con densità poetica e profondità spirituale: «Ho cercato l’amato del mio cuore… quando lo trovai lo strinsi fortemente e non lo lascerò mai» (Cdc 3,4)

 

Card. Gianfranco Ravasi tweet

Card. Gianfranco Ravasi tweet

 

Papaboys omaggiano Benigni a Sanremo 2020




Boccia…te le Sardine

Sardine incontrano Boccia

 

di Romano Colozzi

 

Che il Ministro Boccia incontri le sardine sul tema dell’autonomia, la dice lunga su come questo governicchio sia alla canna del gas.

Essendo paralizzato praticamente su tutto, a causa dei veti incrociati degli “alleati”, deve riempire il vuoto cercando di aggrapparsi a tutto ciò che sembra avere un qualche appeal negli elettori.

Ma interloquire con le sardine su un tema difficile e complesso come quello dell’attuazione del terzo comma dell’art. 116 della Costituzione, è davvero troppo.

Fino ad ora, almeno, le sardine avevano avuto l’onestà di declinare qualsiasi invito ad entrare nel merito di proposte su problemi specifici, dicendo che la loro funzione, non essendo un partito, non era quella di indicare soluzioni per la crisi dell’Ilva o per la stagnazione dell’economia, ma richiamare tutti ad un modo meno bellicoso di far politica e costruire un argine a quello che loro chiamano il pericolo sovranista e populista, senza neppure accorgersi che i primi populisti sono proprio loro.

Ebbene, adesso ritengono di essere pronti di entrare nel merito proprio di una delle questioni più complesse e spinose che sono sul tappeto.

Perfino alcuni degli addetti ai lavori, su tale questione, rischiano di non andare oltre ad uno schieramento preventivo su un supposto derby nord-sud, senza neppure conoscere i contenuti veri delle richieste di autonomia rafforzata e le implicazioni di essa, a livello istituzionale e fiscale.

In questo momento, di tutto c’era bisogno tranne che aggiungere la voce delle sardine ai cori da stadio di chi si schiera, senza conoscere e senza approfondire.

Qualcuno sta cercando di far passare l’idea che la richiesta di autonomia sia semplicemente una forma di “egoismo istituzionale” delle regioni del Nord, per drenare risorse a scapito dei cittadini del sud: si tratta di chi ha tutto l’interesse a tenere ben stretto il potere degli apparati centrali dello Stato, nonostante la dimostrazione di inefficienza che in molti settori è sotto gli occhi di tutti.

Sono personalmente convinto che, al contrario, la partita dell’autonomia, se ben giocata, con competenza, visione strategica e senza paraocchi, potrebbe essere una formidabile occasione di rilancio per TUTTO il Paese.

Boccia lasci in pace le sardine a cantare “Bella ciao” e faccia il suo lavoro di Ministro, con meno proclami e più fatti.