Mons. Camisasca: “La grande opera della vita non è decidere che cosa fare, ma aderire a ciò che ci è chiesto.”

Ampi stralci della lezione che ha tenuto mons. Massimo Camisasca sulla missione ai sacerdoti e alle missionarie durante le vacanze estive della Fraternità san Carlo (luglio 2019). 

Pietro Perugino (1450-1523),  particolare de “Consegna delle Chiavi” (1481-82) nella Cappella Sistina, a Roma.
Pietro Perugino (1450-1523), particolare de “Consegna delle Chiavi” (1481-82) nella Cappella Sistina, a Roma.

 

(…) Mi chiedevo stamane: “Che cosa posso dire della mia esperienza missionaria?”. Dirò, come ho sempre fatto e come sempre di più faccio quanto più passano gli anni, semplicemente ciò che sto vivendo. O forse ciò che desidererei vivere e che, quindi, in parte sto vivendo. Perché nella tensione all’infinito c’è sempre un’esperienza presente.

La missione è l’opera di Dio

(…) Da dove sono nate tutte le nostre missioni? (…) la prima immagine che vorrei suscitare in voi è lo stupore per l’opera di Dio. (…)

L’opera di Dio all’inizio – quante volte lo abbiamo ribadito tra noi e l’ho ripetuto a me stesso! – è una cosa piccolissima. È come una polla, le due o tre gocce d’acqua da cui nascerà un fiume. L’immagine del fiume è proprio quella che più mi è stata chiara in questi giorni: un fiume di grazia di cui noi non conosciamo i confini. Ascoltando i vostri racconti sulle persone incontrate, sui malati, sui giovani, sulle scuole… tutto è veramente un fiume di grazia! Un fiume alla cui origine è Dio e il cui percorso è scelto da Dio ed è determinato da Lui soltanto.

La grande opera della vita non è decidere che cosa fare, ma aderire a ciò che ci è chiesto. Ciò non vuol dire rinunciare alla nostra libertà: ogni decisione umana porta in sé la libertà della persona, comprende la nostra creatività, le nostre fatiche, i nostri rifiuti, la nostra conversione e, infine, il nostro riconoscere: “Sì, Signore, tu sei tutto”. La missione non è una “parte”, fosse anche la più importante, del cristianesimo. Essa è il cristianesimo.

Ricordo una frase di padre De Lubac che diceva: “Tanto più si parla di missione, tanto meno la si vive”. Aveva ragione, nel senso che spesso le parole, per il modo in cui le usiamo, oscurano la realtà più che rivelarla. (…)

Maturando nella vita, attraverso le esperienze che vivo, l’avvenimento che guardo con più attenzione, con più gioia, ma anche con ammirazione e sgomento, è il sì di Maria. Esteriormente non c’era nessuno; erano presenti però milioni di angeli e di santi, i santi dell’Antico Testamento, in attesa di quel sì. San Bernardo lo descrive con drammaticità teatrale e plastica (cfr. Bernardo di Chiaravalle, Omelie sulla Madonna, 4, 8-9.).

Pensiamo anche alla furtività con cui è avvenuta la vita di Gesù, il suo bisogno di ritirarsi per potersi esporre, la solitudine della croce, la misteriosità della resurrezione. L’inizio e gli inizi sono sempre circondati da questa semplicità che poi, a poco a poco, genera storie sempre nuove, nella misura del nostro sì, che rivive il sì di Maria e di cui Dio è l’attore. Dio che ha mandato suo figlio.

Riassumendo: la missione è aderire alla volontà di Dio, entrare nella vita del Figlio. Non ci sono tante missioni, c’è una sola missione: quella del Figlio che cerca l’uomo. Dobbiamo entrare nella missione del Figlio, nella sua vita, nella realtà personale di Gesù Cristo che cerca l’uomo ed è cercato dall’uomo.

Cristo cerca l’uomo e l’uomo cerca Cristo. Lo cerca seguendo tante strade. Non c’è nessuno che non cerchi Cristo. Nel fondo di ogni uomo abita Dio, ogni uomo è immagine di Dio. E noi dobbiamo aiutare gli uomini a riconoscere questo e custodirlo; a riconoscere Cristo che abita nel fondo della loro vita, a custodire questa immagine e somiglianza e a chiamarla per nome. Il mistero del battesimo è tutto qui: chiamare per nome. Non c’è altro. La missione è tutta opera di Dio che avviene e che è percepibile soltanto dai pastori e dagli angeli. Nella misura in cui noi cioè diventiamo pastori, diventiamo poveri di spirito. Solo allora vediamo Dio all’opera. Nella misura in cui siamo pieni dei nostri problemi e delle nostre recriminazioni, non vediamo più Dio, ma soltanto noi stessi.

Dio sceglie per mandare

(…) Dire che la missione è tutta opera di Dio non mette assolutamente da parte l’evento che avviene tra Dio e l’uomo. Dio sceglie, per mandare. 

Dopo il mistero della nascita o dentro il mistero della nascita, ecco il mistero dell’elezione: “Potevo non esserci e ci sono”. Perché ci sono? Per essere scelto. In fondo tutte le riflessioni che l’uomo ha formulato in migliaia di anni di storia, tutta l’arte, la poesia, la letteratura, la musica, tutto è solo legato a due eventi: la nascita e la morte. Nascita e morte sono due eventi che non si possono trascendere, che non possono essere diluiti. È vero che oggi le persone possono in taluni casi decidere se essere biondi o mori, con gli occhi azzurri o marroni… Ma nessuno di noi ha potuto decidere se essere o non essere. Purtroppo, e tragicamente, oggi si va anche verso la possibilità di decidere della propria morte o, peggio ancora, di lasciare in mano ad altri la decisione al riguardo della propria sopravvivenza. Nessuno, ad ogni modo, può però eludere il mistero della morte.

Dio sceglie. Dopo il mistero dell’essere e il mistero della nascita (potete rileggere con frutto la conversazione fra don Giussani e Testori su questo tema), il mistero dell’elezione. Quando sono stato in India, in alcune zone terribili di Calcutta e Mumbai, mi sono chiesto: perché Dio non mi ha fatto nascere in India? Perché mi ha misteriosamente risparmiato di essere qui in questi crocicchi in cui le persone si ammassano, si addensano, muoiono l’una sull’altra? Perché mi ha fatto nascere in Italia? Perché ha fatto in modo che i miei genitori andassero a Milano e io incontrassi don Giussani? Ecco il mistero dell’elezione.

Questo mistero è vero per tutti, perché così come è vero che ciascuno è nato, è anche vero che ciascuno è scelto da Dio. E questo è un mistero incomprensibile sulla terra. Quindi non dobbiamo perdere tempo a cercare di rispondere a queste domande: “Perché qui e non là? Perché me e non te?”. Dobbiamo guardare la risposta a questa domanda nella realtà della predilezione di Dio e di Cristo per me. Non ha senso chiedersi perché l’amore ama. Occorre invece aprirsi ogni giorno a questo amore, a questa predilezione che è sempre anche responsabilità. Infatti, così come non c’è altra iniziativa se non quella di Dio, così non c’è altro amore se non quello del Padre per il Figlio. Non c’è un altro amore. C’è una partecipazione a quell’amore, non un altro amore. La nostra missione nasce dalla scoperta dell’elezione, la scoperta che Lui mi ha scelto perché mi ha amato. Ha amato me e si è donato per me (cf. Gal 2,20): questa improvvisa rivelazione che san Paolo ha ricevuto è stata la scintilla e il fuoco che ha alimentato tutta la sua vita. Se non entriamo in questo fuoco, non possiamo capire cos’è la missione. “No, non è questione di giustizia tra me e voi, ma soltanto di carità”. In queste parole di Claudel ne L’annuncio a Maria c’è, a mio parere, tutta una teologia della missione, una teologia della Chiesa, una teologia della rivelazione, che forse dovremmo riscoprire e continuamente approfondire.

Il mio peccato

La terza parola che vorrei dirvi è questa: dopo la sorpresa dell’opera di Dio che ha creato dal nulla l’universo, quindi anche noi e anche questa Fraternità; dopo la sorpresa dell’elezione che dovrebbe farci tutti un po’ tremare; la terza sorpresa, la più sconvolgente, è che Dio non solo ha scelto me, ma ha scelto me peccatore. Questa consapevolezza cresce dentro di noi solo col tempo. Andando avanti negli anni la percezione dei miei peccati aumenta enormemente e potrebbe paralizzarmi, se non rimandasse alla tenerezza di Cristo.

(…) La tenerezza di Cristo non è qualcosa di sentimentale. La tenerezza di Cristo è la cosa più incomprensibile della vita: è il fatto che Lui ama il mio niente. La missione in fondo è questo: è essere eco della tenerezza di Cristo, amare il niente che c’è nell’altro. Soprattutto, innanzitutto e prima di tutto, amare il niente dei miei fratelli, di quelli che sono nella mia casa. Quella tenerezza che dovremmo avere tra noi e che non riusciamo ad esprimere, perché molte volte non abbiamo pietà gli uni degli altri.

Parlare di Cristo

Come quarto punto, vorrei sottolineare che la missione è entrare nella vita dell’uomo per fargli conoscere Dio che lo abita e il Figlio che lo ama. La missione è trasmissione di conoscenza. Vorrei insistere su questo. Innanzitutto la missione è conoscenza di Cristo perché egli è il missionario. Ricordate quel testo bellissimo di don Giussani in cui dice che se avessero chiesto a Cristo “Chi sei?”, egli non avrebbe potuto rispondere altro che: “Io sono il missionario del Padre”? (cfr. L. Giussani, Vita e spirito nel sacerdote cattolico, 19 ottobre 1993). Mi ha molto colpito l’incontro che abbiamo avuto ieri con due nostri sacerdoti cappellani di ospedale a Praga e a Bologna, sul tema della vicinanza ai malati e ai morenti. Noi siamo mandati per far conoscere Cristo, non semplicemente per fare compagnia agli uomini, perché la compagnia vera agli uomini è Cristo. Certo, non chi dice Signore Signore entrerà nel regno dei cieli (Mt 7,21). Non si tratta di sbandierare l’appartenenza a un partito, o ostentare parole e certezze. Si tratta di custodire dentro di sé Cristo, così che egli possa emergere non appena uno spiraglio si apra. Dobbiamo essere portatori di Lui, non di noi stessi. Attraverso di noi, è Lui che deve regnare. Proviamo, quando lo riteniamo opportuno, a cominciare a pregare con coloro cui insieme ai quali camminiamo.

La missione è parlare a Cristo ed è parlare di Cristo. Oggi si sottolinea giustamente l’importanza della testimonianza, ma non si sottolinea a sufficienza l’importanza della Parola. Forse troppe volte, e questo è innegabile, la Parola “Cristo” viene giustapposta, se ne abusa. Questo però non significa che dobbiamo cadere nel silenzio. La Parola “Cristo”, cioè l’annuncio di Cristo, è il tutto della missione. Noi non siamo chiamati a portare un’etica mondana né una saggezza umana. Noi siamo chiamati a portare un Altro, a portare Lui, a rivelare Lui.

Quando tutte le sere prima di addormentarci pronunciamo nel Cantico di Simeone: lumen ad revelationem gentium, “luce per rivelarti alle genti” (Lc 2,32), parliamo di Cristo come di colui che toglie il velo dalla realtà dei popoli e ne svela il compito nel mondo. Proprio questo significa parlare di Cristo: togliere il velo dalla vita e svelarne il senso. Si comprende così l’importanza di accostare la persona di Cristo anche attraverso lo studio, durante gli anni di seminario, ma anche da sacerdoti.

Per parlare di Cristo dobbiamo mostrarci padri, madri, amici. Essere padri e madri per le persone che hanno bisogno è una strada fondamentale della rivelazione di Cristo.(…)

Trovo attualissime oggi queste parole che don Giussani ci ripeteva spesso: “La compagnia più grande è la comunità stessa”. La paternità e la maternità devono guardarsi dall’essere un richiamo a sé, un possesso dell’altro. È anche vero però che nelle realtà, spesso fragili, tenui e scolorite delle nostre comunità, molte persone hanno bisogno, oggi più che tempo fa, di una mano personale, di qualcuno che sia l’eco della paternità di Dio e della maternità della Chiesa.

Risposta ad alcune domande

Il metodo della missione

(…) il cristianesimo, non cresce per una forma che dall’alto viene applicata alle persone, ma è un’esperienza che uno vive e trasmette accompagnandosi alla loro vita. Ed è un’esperienza che si mantiene viva nella misura in cui essa rinasce in noi, dentro il luogo in cui siamo. Se dunque all’inizio questa esperienza non può che essere comunicata attraverso la traduzione di parole nostre, nel tempo deve essere detta attraverso le parole che nascono da loro. Finché non diventa una cosa “loro” insieme a noi, non sarà mai un’esperienza che rimane.

Sappiamo che ci sono due tentazioni estreme. La prima ci porta a dire: “Devo diventare come loro”. L’altra, all’opposto, vuole convincerci che loro devono diventare come noi. La Chiesa ha percorso tutte e due queste strade, ma ha percorso anche una terza strada, più complessa: quella di generare il Verbo dall’interno di un popolo, di un contesto storico, di una lingua. Tutto questo tentativo è determinato dalla profondità dell’esperienza che noi viviamo.

Ferite e bisogno

(…) La più grande ferita nella vita dell’uomo è il bisogno di Dio. Certamente noi arriviamo al bisogno di Dio attraverso altri bisogni che abbiamo e che altri hanno: attraverso il bisogno che abbiamo arriviamo al bisogno che siamo. Ma la nostra vita non può mai trovare una risposta alle ferite, se non arriva fino a Dio. Questo non vuol dire che le mie ferite saranno tutte risanate. Forse alcune resteranno. Oggi purtroppo si sta facendo strada una “teologia delle ferite” ed una “teologia della tenerezza”, che trovo pericolosa se non è collocata in un quadro totale. È vero, lo ripeto: Dio ha creato la Fraternità per curarmi dalle mie ferite, non per baloccarmi nelle mie ferite. Per dirmi: “Svegliati e cammina: camminando ti curo”. In questo senso Egli ci guarisce. Non mi ha guarito dalle mie ferite perché queste non ci siano più, ma perché si manifesta e si è manifestato nella mia vita attraverso di esse. Questa è la guarigione. Noi oggi talvolta abbiamo una visione parziale delle ferite. Ad esempio: “Quel nostro fratello è ferito perché non ha più il lavoro o perché la moglie lo ha abbandonato”. Tutte cose serie e di grandissima importanza, ma non possiamo fermarci lì! Ciò di cui ha bisogno quella persona è una presenza che le dica che non è stata abbandonata, che c’è Qualcuno che non abbandona.

È così anche all’interno della Fraternità: è vero, ci sono delle ferite fra di noi, ma la più grande ferita è che noi dimentichiamo Dio. Solo se arriviamo lì possiamo curare anche il resto. Altrimenti saranno semplicemente rimedi moralistici che applichiamo, come dei cerotti provvisori. La ferita più grande è l’assenza della fede, l’assenza dello sguardo di Dio sulla vita. Lo sguardo di Dio si compone sempre (è uno sguardo solo!) di due momenti: ci rialza, perché esso è misericordia, ma nello stesso tempo ci corregge, perché esso è verità e giustizia.

Dice Gesù all’adultera: “Chi ti ha condannato?” “Nessuno” “Bene, neanche io ti condanno. Va’ e non peccare più” (cfr. Gv 8,10-11). Sento citare molte volte questa frase, ma la seconda parte spesso viene omessa. Giudizio e misericordia vanno invece sempre assieme, perché il giudizio di Dio è misericordia e la misericordia di Dio è giudizio. Che Dio, per correggere il suo popolo che era diventato idolatrico, abbia permesso la deportazione a Babilonia, è un fatto che costituisce giudizio e misericordia assieme: esso è l’inizio del ritorno del popolo a Dio! Il Signore non vuole il male, ma talvolta permette il male perché abbiamo a riscoprire il bene. Non possiamo mai separare giudizio e misericordia: sono due facce di una stessa realtà.

(Lezione alle vacanze estive della Fraternità san Carlo. Campo Carlo Magno,TN, 26 luglio 2019.)

 

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Il papa può errare? Certo, perché è il vicario di Cristo, non il suo sostituto.

Oggi nella Chiesa c’è una forte contrapposizione tra coloro che sono spesso accusati di essere cripto-scismatici o sedevacantisti e coloro che possiamo definire ultramontani, cioè coloro che parlano come se (anche se non ci credono) il Papa non possa sbagliare mai. Matthew Schmitz, in questo articolo pubblicato sul Catholic Herald, spiega come siano irragionevoli le due posizioni. 

Ecco l’articolo nella mia traduzione.    

Negli ultimi mesi, le controversie nella Chiesa cattolica hanno raggiunto un nuovo traguardo. Da una parte ci sono i critici del Papa, spesso accusati di essere cripto-scismatici o sedevacantisti. Dall’altra parte ci sono gli ultramontani – persone che parlano come se (anche se non ci credono) il Papa non possa sbagliare. Pur essendo superficialmente opposte, queste due fazioni hanno molto in comune, e condividono un errore fondamentale.

Nel XIX secolo, un gruppo di cattolici cercò di resistere ai poteri laici insistendo sull’autorità del papa, che risiedeva “sopra le montagne”. Questi “ultramontani” avevano ragione a sottolineare l’autorità del papa, ma col tempo le loro polemiche sono diventare anguste ed estreme.

Per ottenere un vantaggio retorico sui loro nemici, parlavano come se ogni parola del papa fosse vera e vincolante, ogni atto al di sopra di ogni rimprovero. Come osservò San John Henry Newman, divennero “una fazione aggressiva e insolente”.

Gli ultramontani andarono ben oltre la dottrina dell’infallibilità papale proclamata al Vaticano I. Contrariamente a quanto molti credono, questa dottrina è accuratamente circoscritta. Significa che il Papa non chiederà mai ai cattolici di credere a ciò che è falso. Non significa che ogni volta che il Papa fa una dichiarazione forte, i cattolici la ritengono corretta. Il Papa parla infallibilmente solo quando parla in un certo modo su certe questioni.

Il Sedevacantismo è il lato oscuro dell’ultramontanismo. Come gli ultramontani, i sedevacantisti rifiutano di ammettere che il papa possa commettere gravi errori; essi differiscono solo nelle conclusioni a cui questo rifiuto li porta. Quando vengono presentate le prove che un papa ha agito male, gli ultramontani negano che ciò che il papa ha fatto sia sbagliato. I Sedevacantisti, a cui vengono presentate le stesse prove, negano che colui che ha sbagliato sia il papa.

Come mostrano la storia e le scritture, i papi possono e fanno gravi errori, anche se mai quelli che contrastano con le affermazioni della Chiesa sull’infallibilità papale. Basti pensare alla carriera del primo papa, San Pietro. Cristo stesso rimproverò Pietro – “Va’ dietro a me, Satana!” – e Pietro continuò ancora a negarlo. In un’occasione successiva, Paolo, che era subordinato a Pietro, tuttavia “gli si oppose a viso aperto, perché evidentemente aveva torto”. San Tommaso spiegò l’idoneità dell’azione di Paolo, dicendo che Paolo “si oppose a Pietro nell’esercizio dell’autorità, non nella sua autorità di governare”. L’Aquinate riteneva che la critica fosse necessaria, nonostante ogni timore di scandalo, perché “dove il pericolo è imminente, la verità deve essere predicata apertamente e l’opposto non deve mai essere perdonato per paura di scandalizzare gli altri”. Paolo sapeva che era possibile, anche necessario, dire che Pietro aveva agito male, senza mettere in discussione l’autorità di Pietro.

Forse le nostre attuali controversie sono una sorta di nervoso ritiro dagli altipiani ultramontani della Chiesa. Dall’ultima parte del XIX secolo, la Chiesa è stata benedetta da una serie di papi insolitamente santi e brillanti. In questo periodo, la Chiesa potrebbe essersi aspettata troppo dai successori di San Pietro. Le aspettative sono ora così alte che nemmeno Pietro ha potuto corrisponderle. Twitter avrebbe una giornata campale con la sua negazione di Cristo. Alcuni luminari dei social media dichiarerebbero che la cattedra di Pietro è vuota, mentre altri spiegherebbero che Pietro ha detto qualcosa di incontestabilmente vero.

I cattolici conservatori, quelli che hanno sostenuto Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, sono particolarmente inclini alla delusione. Giovanni Paolo II ha testimoniato la verità di Cristo contro le menzogne della tirannia sovietica. Ha commesso gravi errori, in particolare nella sua disattenzione agli abusi sessuali, ma pochi uomini hanno presentato al mondo un’immagine così completa dell’eccellenza umana. E’ stato allo stesso tempo studioso, statista, sportivo e santo. Benedetto XVI è stato a suo modo non meno impressionante. Non è stato solo Vescovo di Roma, ma una delle più grandi menti del suo tempo. Nulla di simile si potrebbe dire della maggior parte dei papi, ma ciò non li squalifica dall’ufficio.

In vari punti, Benedetto XVI ha messo in discussione le nozioni esasperate di autorità papale. Alla domanda se lo Spirito Santo sceglie il Papa, ha detto di no. Dopo tutto, “Ci sono troppi casi contrari di papi che lo Spirito Santo ovviamente non avrebbe scelto!” Forse sperava che le sue dimissioni avrebbero diminuito la tendenza di alcuni cattolici a considerare il papa in termini ultramontani. Qualunque cosa si pensi delle sue dimissioni, sarebbe un’eredità encomiabile. Molto meno gradita sarebbe una Chiesa divisa tra cripto-sedevacantisti e papalisti estremi uniti dalla convinzione che un papa legittimo non possa sbagliare veramente.

Forme di sedevacantismo più o meno esplicito rimarranno nella Chiesa finché i cattolici si aggrapperanno a un’idea esagerata di infallibilità papale, che va oltre (e mina) la fede cattolica. Il papa è il vicario di Cristo, non il suo sostituto. Respingendo le critiche al Papa con effusioni ultramontane si rafforzerà il cripto-sedevacantismo, piuttosto che indebolirlo. Il modo più sicuro per fermare le critiche esagerate al Papa è fermare le lodi esagerate.

Matthew Schmitz e senior editor al magazine First Things

 

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Arcidiocesi del Texas sfida le leggi antidiscriminazione LGBT

Un’arcidiocesi texana vuole diventare un fornitore di affido, ma solo se può essere esente dall’aderire alle leggi federali contro le discriminazioni anti-LGBT. Un articolo dello staff della Associated Press nella traduzione di Riccardo Zenobi. 

Daniel-DiNardo-Arcivescovo-di-Galveston-Houston
Daniel DiNardo Arcivescovo di Galveston-Houston

 

Un’arcidiocesi texana vuole diventare un fornitore di affido, ma solo se può essere esentata dall’aderire alle leggi federali contro le discriminazioni anti-LGBT.

L’arcidiocesi di Galveston-Houston sta unendosi all’ufficio del procuratore generale del Texas e al dipartimento per la famiglia e servizi protettivi nello sfidare le leggi che proibiscono le discriminazioni basate sull’orientamento sessuale di una persona, sulla sua identità sessuale ed altre caratteristiche, come riporta lo Houston Chronicle.

“L’arcidiocesi può provvedere servizi di affido in
accordo con le sue sincere credenze nella dottrina cattolica e
nell’insegnamento sociale”, ha detto la causa intentata il 31 ottobre. “In tal
modo, l’arcidiocesi non può provvedere studi domestici e certificazioni per
coabitanti non sposati o coppie omosessuali sposate”.

Il Texas ha una lunga storia di carenza di posti di
affido che ha costretto alcuni bambini a dormire in uffici statali la notte.

Gli avvocati del welfare per bambini avvertono che la
causa può ridurre la già scarsa presenza di affidatari.

“Quando chiudi completamente la porta a molte buone
persone perché sono genitori omosessuali o single, non si sta incrementando una
capacità, è ridurre la capacità a certi gruppi”, ha detto Will Francis, il
direttore esecutivo del National Association of Social Workers Texas Chapter.

Né il procuratore generale Ken Paxton né il DFPS hanno
risposto alla richiesta giornalistica per commenti riguardanti la causa.

Il giorno dopo che la causa fu intentata, il dipartimento federale della salute e dei servizi umani ha rivelato i suoi piani di riscrivere una legge antidiscriminazioni dell’era Obama per permettere servizi di adozioni basati sulla fede e agenzie di adozione che escludano genitori LGBT.

La causa è l’ultimo attacco sulla libertà religiosa e la protezione contro le discriminazioni nel Texas.

Jonah Dycus, un portavoce dell’arcidiocesi – che è
rappresentata dal Becket Fund per la libertà religiosa con sede a Washington
D.C. – ha detto che la causa non vuole escludere nessuno, comprese le coppie
LGBT, dal diventare affidatari.

“L’unico obiettivo dell’arcidiocesi nell’unirsi alla
causa legale del Texas è di espandere il numero dei genitori e affidatari
disponibili ad aiutare i bambini a trovare case amorevoli”, ha affermato Dycus
in una dichiarazione scritta. “Per questo scopo, speriamo che questa causa
rimuova una grande barriera che sta tenendo le organizzazioni religiose al di
fuori degli affidamenti e possa invece permettere al Texas di prendere un
approccio ‘tutti gli aiuti possibili’ per gli affidi e la regolamentazione
delle adozioni”.

Non è chiaro come l’ufficio del procuratore generale ha
formato una relazione con l’arcidiocesi. Nick Reaves, consigliere al Becket
Fund for Religious Liberty, ha rifiutato di commentare come è avvenuto.

 

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Eri il nostro bisbiglio d’Amore

Dopo aver visto il post di ieri sulle due donne che hanno fatto indossare ad un bambino di pochi mesi una tutina con su scritto “Thank God for Abortion” (tradotto: “Grazie a Dio per l’aborto”), ho ripreso una poesia che ho scritto tempo fa, che vi propongo, quando appresi la storia di una bambina nata ma non voluta e non accettata. E invece la vita è più grande delle nostre voglie, dei nostri progetti e anche di ogni circostanza che apparentemente sembra negarla.
La bambina è diventata grande, si è sposata e ha avuto vari figli.

paesaggio

 

di Giorgio Canu

Non sei nata
per caso,
dove qualcosa
è andato storto
in un amore
fatto in fretta,
senza pensare
al dopo,
e tu che non
c’entravi
nulla….

non sei nata
dal nulla….

“Ecco,
Io ti ho amata
da sempre,
prima che tu
entrassi
nelle viscere
di tua madre
Io ti ho pensata:
eri il Nostro
bisbiglio
d’Amore…”

dice Dio.

 

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fonte: giorgiocanupoesie.blog




Video, McNicholas: “L’aborto è morale! È importante! È assistenza sanitaria!”

Ciò che colpisce dell’abortista Colleen McNicholas della Planned Parenthood di St. Louis, la multinazionale americana dell’aborto, è la sicumera, il sorriso, quasi lo sberleffo che traspaiono dall’atteggiamento, dal viso, dalle parole pronunciate. Pensando alla macellazione umana che comporta un’aborto, sembra che in questi frangenti la parola “umanità” sia diventata qualcosa d’altri tempi, si sia ridotta ad uno sbiadito concetto che si è perso nelle nebbie della presunta e pretesa pianificazione della  propria vita ma, soprattutto, di quella degli altri, in particolare di quella indifesa. Infatti, la multinazionale si chiama Planned Parenthood, cioè “Genitorialità pianificata”.

Ecco un articolo di Stefen Ertelt pubblicato su LifeNews, nella mia traduzione. 

Colleen McNicholas della Planned Parenthood di St. Louis

 

 

Colleen McNicholas, un abortista che mette fine alla vita dei bambini nel Centro per la salute riproduttiva della Planned Parenthood (multinazionale dell’aborto, ndr)  di St. Louis, ha detto ai membri del Congresso durante un’udienza sull’aborto che uccidere i bambini mediante aborto è “morale”.

“L’aborto è morale”, ha affermato McNicholas. “È importante. È assistenza sanitaria. E sostengo le persone che sono esperte nella loro vita e che prendono decisioni per se stesse”. (andate al minuto 1.19.48)

 

I suoi commenti hanno ricevuto un severo e immediato rimprovero da Allie Beth Stuckey, una scrittrice del partito conservatore che è parte nel panel del Congresso come testimone.

“In quale altra situazione, oltre a quando un bambino è indifeso nel grembo materno, chiamiamo uccidere qualcuno come assistenza sanitaria? Definiamo l’uccidere qualcuno una cosa morale?”, ha chiesto.

Un sondaggio Gallup mostra che gli americani non sono d’accordo con McNicholas.

La metà degli americani crede che gli aborti siano moralmente sbagliati, la percentuale più alta in sette anni, un nuovo sondaggio Gallup ha riscontrato in giugno.

Il sondaggio Valori e credenze, che Gallup conduce ogni anno, ha scoperto che il 50% degli americani crede che gli aborti siano moralmente sbagliati, mentre il 42% ha detto che sono moralmente accettabili.

Gallup ha anche suddiviso i numeri in coloro che si identificano come liberali o conservatori. Appena il 23 per cento dei conservatori ha detto che gli aborti sono moralmente accettabili, al contrario del 73 per cento dei liberali.

L’opposizione all’aborto non è stata così alta in sette anni, quando il 51 per cento ha detto di credere che l’aborto sia moralmente sbagliato.

(fine dell’articolo) ___________________________

La dottoressa Colleen McNicholas dice con tanta sicurezza che l’aborto è “morale”? Dalla foto che segue non si direbbe!

 

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