Card. Burke: “So che devo rendere conto a nostro Signore e vorrei potergli dire che anche se avessi commesso degli errori, ho cercato di difenderlo, di servirlo.”

“Burke: Sebbene il documento finale [del Sinodo dell’Amazzonia]sia meno esplicito nell’abbraccio del panteismo, non ripudia le affermazioni nel documento di lavoro che costituiscono un’apostasia dalla fede cattolica.

Il documento di lavoro non ha valore dottrinale. E se il papa dovesse mettere il suo timbro su quel documento? La gente dice che se non lo accettassi, sarei scismatico – ma io ribadisco che non sarei scismatico io perché il documento contiene elementi che difettano della tradizione apostolica. Quindi il mio punto sarebbe che è scismatico il documento. Non io.

Douthat: Ma come può essere possibile? Sta effettivamente insinuando che il papa guiderebbe uno scisma.

Burke: Sì.”

Così alcuni passaggi di questa importante intervista che il Card. Raymond Burke ha concesso a Ross Douthat del New York Times, che Annarosa Rossetto ha tradotto per i lettori di questo blog.

 

Card. Raymond Burke (Credit...Alessandra Tarantino/Associated Press)

Card. Raymond Burke (Credit…Alessandra Tarantino/Associated Press)

 

 

Ross Douthat: Cominciamo dal personale piuttosto che dal teologico. Mi dica come è diventato sacerdote.

Cardinale Raymond Burke: Beh, sono cresciuto in una piccola fattoria nel Wisconsin rurale. I miei genitori erano devoti cattolici. A quei tempi era naturale: ogni ragazzo pensava di essere un prete Ma quando ero in seconda elementare, nel 1955, a mio padre fu diagnosticato un tumore al cervello. Ed è stato operato alla Mayo Clinic, ma in realtà non potevano fare molto. Era a casa durante gli ultimi mesi della sua vita, e il sacerdote era solito venire per ascoltare la confessione di mio padre e portargli la Santa Comunione. In quei giorni, quando il sacerdote veniva per la Santa Comunione, si andava alla porta e lo si riceveva con una candela accesa. C’era una piccola processione verso la camera da letto dove mio padre era nel suo letto di malattia, e il sacerdote ascoltava la sua confessione e poi ci invitava a rientrare per il rito della Santa Comunione. Questo mi ha impressionato moltissimo. Solo negli anni successivi ho compreso l’intero significato della sofferenza e della morte di mio padre. Ma ebbi la percezione di un bambino riguardo a quello che stava succedendo. Ho visto come questo prete portava, da quello che potevo percepire, l’aiuto più importante a mio padre.

Quindi l’idea è cresciuta in me. Quando ero in terza media, chiesi a mia madre se potessi entrare nel seminario minore della diocesi. Era un po’ preoccupata. Ero il più piccolo di sei figli ed ero piuttosto fragile e il seminario era un po’ come una scuola militare. Ma alla fine accosentì.

 

Dopo il seminario minore, Burke continuò la sua formazione a Washington, DC, arrivando nell’autunno del 1968, quando lo sconvolgimento politico fu accompagnato da uno sconvolgimento nella Chiesa. (“Fu scioccante in quegli anni, il numero di uomini che lasciarono il seminario”.) Da lì andò a Roma, dove fu ordinato sacerdote da Papa Paolo VI nel 1975.

 

Douthat: E come fa un prete a diventare cardinale?

Burke: Ho iniziato come assistente del parroco nella cattedrale di La Crosse, Wis. E poi mi è stato chiesto di insegnare al liceo cattolico, e dopo tre anni di insegnamento il vescovo mi ha chiesto di studiare Diritto Canonico. Non ne ero proprio entusiasta, ma sono tornato all’Università Gregoriana di Roma. C’erano alcuni preti eccezionali lì, e uno di loro ha scoperto che non ero molto felice di essere lì. E così mi prese sotto la sua ala. E mi sono appassionato al Diritto Canonico …

 

Il Diritto Canonico alla fine condusse Burke ad un incarico alla Segnatura Apostolica, la Corte Suprema della Chiesa. Nel 1994 è stato nominato vescovo di La Crosse; nel 2004 divenne arcivescovo di St Louis; e poi nel 2008, sotto Papa Benedetto XVI, fu richiamato a Roma per diventare il Prefetto della Segnatura (il Tribunale Supremo, ndr) e diventare cardinale nel 2010.

 

Douthat: Già a quel tempo lei aveva una reputazione non solo di conservatore, ma di uno tra i più importanti “tradizionalisti”. Questo era dovuto in parte per la sua reputazione di rigoroso avvocato canonico, ma in parte aveva a che fare con la sua affinità con la liturgia tradizionale, la Messa in Latino. È giusto?

Burke: Deve sapere che nella Chiesa, anche prima del Concilio Vaticano II, ma soprattutto dopo, c’è stata una perdita di rispetto per la legge della Chiesa, come una sensazione che il Codice del Diritto Canonico non fosse più adatto. E mi convinsi dell’importanza del Diritto Canonico – ero particolarmente preoccupato per la facile concessione di dichiarazioni di nullità del matrimonio. E ciò avrebbe contribuito in parte alla mia reputazione di essere freddo, legalista, rigido, come si suol dire.

Sulla questione liturgica, ovviamente sono cresciuto con quella che ora viene chiamata la Forma Straordinaria del Rito Romano , la messa che era esistita fino alla riforma dopo il Concilio Vaticano II. E ho apprezzato moltissimo la bellezza di questo rito. Quindi, quando Giovanni Paolo II ha permesso la sua celebrazione, mi sono interessato. Ho sempre celebrato entrambe le forme. La gente dice che parlo contro la forma ordinaria della messa. No, parlo contro un modo di celebrare la forma ordinaria che non è propriamente trascendente. Ma suppongo che lei abbia ragione a dire che questo mi possa aver marchiato.

 

Douthat: Da persona che ha vissuto la transizione attraverso il Concilio Vaticano II e poi il seguito, pensa che i riformatori di quell’epoca abbiano avuto ragione? Pensa che la Chiesa pre-Vaticano II fosse troppo formale, legalistica, rigida? Ha paragonato la sua esperienza di seminario minore con una scuola militare.

Burke: Beh, questa euforia si è manifestata durante gli anni del Concilio e dopo. Ora improvvisamente siamo tutti liberi. La disciplina del seminario veniva considerata repressiva e ogni tipo di controllo sulla volontà dell’individuo veniva considerato negativo. Ma ora guardo indietro e vedo tutte quelle regole orientate a frenare gli effetti del peccato originale e a disciplinarci in modo da poter davvero essere buoni uomini. E funzionava. Ma nel 1968, il libro delle regole del seminario fu buttato via e ne conseguì il caos. E sappiamo, per esempio, che un sacco di abusi sessuali su minori hanno avuto luogo in quel periodo, quando c’era l’ idea che qualsiasi tendenza io abbia, poiché questa è la mia tendenza, è buona. Bene, questo non è vero.

 

Douthat: Ma molti di quegli abusatori e chi permetteva loro di agire si sono formati in quel mondo di un tempo che lei ha descritto. Se si guardano le statistiche sull’abuso sessuale, c’è un picco negli anni ’60 e ’70 – ma parte di questo picco include uomini che sono stati ordinati prima del Concilio Vaticano II. Quindi ci doveva essere già stato qualche problema.

Burke: Sì, mi è chiaro che la corruzione risale a diversi decenni fa: quando si trovano questi noti casi di prelati che hanno abusato di minori negli anni ’40. Ma in quelle situazioni, essi non stavano seguendo le regole della legge canonica. Queste persone stavano commettendo atti gravemente contrari alla legge e in qualche modo si chiudeva un occhio. Ma non era colpa della regola. Era colpa degli uomini che avrebbero dovuto applicarla.

 

Douthat: Ma cosa succede se è nella natura di una gerarchia consentire alle persone in posizione di autorità di sospendere le regole? E se ci fosse bisogno di una maggiore responsabilità democratica, in qualche modo, altrimenti la legge non verrà applicata?

Burke: Beh, chiaramente Cristo ha costituito la Chiesa come una comunione gerarchica. Nel suo ministero pubblico prese immediatamente da parte quei 12 uomini e li preparò. Non erano nemmeno tutti degli angioletti, come sappiamo. Ma c’è sempre la tentazione dell’infedeltà nel ministero pastorale, di lasciar correre cose cattive se si tratta di un amico. Questo, a proposito, è il “clericalismo”. Il clericalismo non ha nulla a che fare con l’interesse per la liturgia o il voler indossare una tonaca. No, il clericalismo è l’abuso dell’ufficio del chierico per scopi peccaminosi.

Quindi, sì, ci devono essere controlli ed effettivamente esistevano nel Codice di Diritto Canonico del 1917. Fino alle riforme del Concilio Vaticano II c’erano tutta una serie di rituali per la degradazione di un chierico che aveva tradito la santità del suo ministero.

 

Douthat: Alcuni di questi erano riti molto vividi.

Burke: Molto vividi. Ad esempio, se si fosse trattato di un arcivescovo o di un vescovo, lo avrebbero fatto vestire con tutti i paramenti e poi glieli avrebbero tolti uno per uno, con delle formule molto severe e poi, alla fine, gli avrebbero raschiato con un coltello le mani che erano state unte all’ordinazione per indicare che questa persona aveva completamente tradito il ministero.

 

Douthat: Le piacerebbe vedere un tale rito applicato, ad esempio, all’ex cardinale Theodore McCarrick?

Burke: Direi che è la strada giusta da percorrere.

 

La nostra conversazione è poi finita sull’era di Francesco, in cui l’“euforia” è senza dubbio riapparsa, appena le controversie che Giovanni Paolo II aveva cercato di chiudere – su divorzio e seconde nozze, intercomunione con i protestanti, preti sposati – sono state riaperte dal nuovo pontefice.

 

Douthat: Parliamo di come è cambiata la sua posizione sotto questo papa.

Burke: Potrebbe essere utile iniziare con il Sinodo dei vescovi del 2014 sul matrimonio e la famiglia. Ero ancora prefetto della Segnatura Apostolica. E ho parlato con forza a favore della tradizionale disciplina della Chiesa per quanto riguarda il matrimonio e il divorzio.

 

Douthat: questo era un sinodo convocato da Papa Francesco, in cui uno dei punti controversi centrali era se ai cattolici divorziati risposati fosse permesso di ricevere la comunione senza un annullamento.

Burke: Sì, ci hanno detto più volte che non è questo il tema del Sinodo, ma alla fine si trattava proprio di quello. E si trattava di ripensare l’insegnamento della Chiesa sulla sessualità umana, con discorsi sul trovare elementi buoni negli atti genitali tra persone dello stesso sesso, trovare gli elementi buoni nei rapporti sessuali al di fuori del matrimonio.

Durante una delle pause, il cardinale Caffarra [Carlo Caffarra, il defunto arcivescovo di Bologna], che era un mio caro amico, venne da me e mi disse: che sta succedendo? Mi hanno detto che quelli di noi che stavano difendendo l’insegnamento e la disciplina della Chiesa ora sono chiamati nemici del papa. E questo è paradigmatico di quello che è successo. Durante il mio sacerdozio, sono stato sempre criticato per essere troppo attento a ciò che il papa diceva. E ora mi trovo in una situazione in cui sono chiamato nemico del papa, cosa che non sono.

Io non sono cambiato. Sto ancora insegnando le stesse cose che ho sempre insegnato e non sono idee mie. Ma ora improvvisamente questo è percepito come qualcosa contrario al pontefice romano. E penso che qui ciò che è si è inserita è una visione molto politica del papato, in cui il papa è una specie di monarca assoluto che può fare quello che vuole. Non è mai stato così nella Chiesa. Il papa non è un rivoluzionario, eletto per cambiare l’insegnamento della Chiesa. E gran parte della visione secolare riguarda persone che guardano la Chiesa ma non ne capiscono la sua realtà profonda.

 

Douthat: Ma questa non è solo un punto di vista laico.

Burke: Oh, no. È dentro il corpo della Chiesa. Senza dubbio. L’ho sentito dai cardinali durante il Sinodo del 2014.

 

Douthat: Mi faccia un esempio …

Burke: Beh, uno ha detto che in fin dei conti dobbiamo renderci conto che il matrimonio è un ideale che non tutti possono raggiungere e quindi dobbiamo adattare l’insegnamento della Chiesa alle persone che non riescono a mantenere le promesse matrimoniali. Ma il matrimonio non è un “ideale”. Il matrimonio è una grazia e quando una coppia si scambia i voti, entrambi ricevono la grazia di vivere un legame fecondo e fedele per tutta la vita.

Anche la persona più debole, la persona meno formata, riceve la grazia per vivere fedelmente l’alleanza matrimoniale. Nella mia esperienza pastorale ho incontrato persone in ogni tipo di situazione e insistere sui punti fermi della questione non è facile. Ma ho scoperto che le persone, alla fine, ne sono davvero grate. Ho vissuto abbastanza a lungo da avere persino persone che mi avevano contrastato molto duramente, anni dopo mi hanno scritto dicendo che avevano finalmente capito quello che avevo fatto. Queste cose sono naturali, ma non credo proprio che la Chiesa possa servire la sua missione compromettendosi con il mondo.

 

Douthat: Tornando dal Santo Padre, lei ha detto che le persone l’hanno accusato di essere nemico del papa. Pensa che Francesco la consideri come suo nemico?

Burke: No, non lo penso. Non me lo ha mai detto. Non lo incontro spesso, ma negli incontri che ho avuto non mi ha mai rimproverato o accusato di avere pensieri o atteggiamenti ostili nei suoi confronti.

 

Douthat: Ma sicuramente l’ha retrocessa.

Burke: Sì.

 

Douthat:  Può ripercorrere i suoi cambiamenti di ufficio?

Burke: Beh, nel dicembre del 2013 mi ha rimosso dalla congregazione dei vescovi. Poi mi ha rimosso dalla Segnatura Apostolica, per nominarmi Cardinale Patrono dell’Ordine dei Cavalieri di Malta. E poi, nel 2016, me lo ha tolto – mi ha lasciato con un titolo, ma senza la funzione.

 

Douthat: Quindi ora lei è un cardinale “senza portafoglio”.

Burke: Sì, è corretto. È chiaro che il papa non mi vuole in nessuna posizione di comando, che non mi vede come il tipo di persona cui voglia lasciar dare una direzione forte alle cose. Ma non ho mai avuto l’impressione che pensi che io sia suo nemico.

 

Douthat: Ma a partire dal Sinodo sulla Famiglia, lei è stato un critico coerente di atti specifici e di tendenze generali di questo pontificato.

Burke: sostengo che quello è il mio dovere di cardinale. Ho cercato di comunicare sempre direttamente con il papa al riguardo: non mi piace prendermi gioco delle persone, fingere di pensare una cosa mentre penso il contrario. Non mi troverete mai a criticare il papa come persona. Ma quando ho visto quelle che ho giudicato direzioni dannose nella Chiesa, quando ho visto tutta questa discussione nel Sinodo sulla Famiglia che metteva in discussione le basi dell’insegnamento della Chiesa sulla sessualità umana, ho dovuto parlare perché era mio dovere.

L’ultima risposta di papa Francesco a quella discussione fu un’esortazione papale, Amoris Laetitia , che includeva una nota a piè di pagina che sembrava, in modo ambiguo, offrire il permesso a diverse diocesi e paesi di consentire la comunione per i risposati. Per Burke, questo permesso rappresentava una deroga al dovere papale.

 

Douthat: Come sintetizzerebbe la sua critica su come il papa sta gestendo le discussioni che ha avviato?

Burke: Suppongo che potrebbe essere sintetizzato in questo modo: c’è una rottura dell’autorità centrale di insegnamento del pontefice romano. Il successore di San Pietro esercita un incarico essenziale di insegnamento e disciplina e papa Francesco, per molti aspetti, ha rifiutato di esercitare tale incarico. Ad esempio, la situazione in Germania: la Chiesa cattolica in Germania sta per diventare una Chiesa nazionale con pratiche che non sono in accordo con la Chiesa universale.

 

Douthat: Quali pratiche?

Burke: Chiedere un rito speciale per le persone dello stesso sesso che vogliono sposarsi. Permettere al coniuge non cattolico in un matrimonio misto di ricevere regolarmente la Santa Eucaristia. Queste sono questioni molto serie e in pratica sono state lasciate diffondersi senza controllo.

 

Douthat: Ma la decisione su quando esercitare l’autorità non è inerente all’autorità stessa del papa? Perché non è in suo potere tollerare esperimenti locali?

Burke: In realtà non ha scelta in merito se si tratta di qualcosa di contrario all’insegnamento  della Chiesa. L’insegnamento è sempre stato che il papa ha la pienezza del potere necessario per difendere la fede e promuoverlaQuindi non può dire: “Questa forma di potere mi dà l’autorità di non difendere la fede e di non promuoverla”.

 

Douthat: Se Francesco le chiedesse di smettere di pubblicare critiche nei suoi confronti, lo farebbe?

Burke: No se pensassi che fosse una questione di verità. Se mi dicesse, stai affermando bugie, stai attaccando il ministero del romano pontefice, allora smetterei. Ma non è quello che faccio. Cerco di non dire bugie. E non ho mai attaccato il ministero.

 

Questa distinzione tra il ministero e l’uomo è il modo in cui Burke concilia le sue critiche con una continuativa convinzione nell’autorità e nell’infallibilità papale. Un papa può erroneamente tollerare l’eresia, ha suggerito, o promuovere errori “in un contesto molto colloquiale, conferenze stampa in aeroplano e cose del genere”, anche se lo Spirito Santo continua ad impedirgli di insegnare l’eresia in modo formale.

Questa è una visione più ristretta dell’autorità papale rispetto a quella che molti cattolici conservatori sostenevano nelle epoche di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, sebbene abbia un ragionevole pedigree storico all’interno della Chiesa. Ma ho insistito con il cardinale sul fatto che sia davvero una posizione sostenibile.

 

Douthat: Il problema non è solo ciò che papa Francesco potrebbe tollerare o dire casualmente a un intervistatore, giusto? Un documento come Amoris Laetitia è chiaramente un atto ufficiale. E la sua apparente autorizzazione crea una realtà in cui un osservatore ragionevole vede un insegnamento nuovo o un cambiamento. In tal caso, i cattolici conservatori non sono rimasti aggrappati ad una sorta di religione esoterica, che esiste nei documenti più antichi ma non sembra influenzare la vita attuale della Chiesa?

Burke: Beh, questa non è la mia esperienza. Viaggio molto, compresi luoghi che sono considerati molto progressisti come la Germania, la Francia. E ovunque vada, trovo un numero significativo di giovani coppie con bambini, di giovani single, di giovani sacerdoti che fanno tesoro della loro tradizione, che è considerata vecchia o rigida e pietrificata o qualunque termine si voglia usare. Ardono di passione. E non trovo i giovani interessati a questa agenda di adeguamento al mondo. I giovani hanno sperimentato il fallimento della cultura. Molti di loro hanno sofferto per il divorzio nelle loro famiglie o sono stati tormentati dal male della pornografia. E vogliono una Chiesa che insegni loro chiaramente la via della salvezza eterna, il modo di condurre una vita buona e onesta sulla terra.

 

Douthat: Sono d’accordo che la sottocultura cattolica che lei descrive esiste. Ma vedo anche, con l’avanzare di questo pontificato, una crescente paranoia e alienazione tra i cattolici conservatori, una tentazione verso le teorie della cospirazione che sfociano nel sedevacantismo, la convinzione che il papa non sia il papa. Sono curioso di sapere se lei si preoccupa che le critiche al papa contribuiscano a questo.

Burke: È vero che nonostante tutto il bene che fanno i social media, danno anche voce a queste posizioni estreme. E nelle mie critiche sono stato profondamente preoccupato di non mettere in discussione il rispetto per il ministero papale.

 

Douthat: Crede che Francesco sia un papa legittimo?

Burke: Sì, sì. Ci sono state persone che mi hanno presentato tutti i tipi di argomenti che mettono in discussione l’elezione di Papa Francesco. Ma lo nomino ogni volta che offro la Santa Messa, lo chiamo Papa Francesco, non è un discorso vuoto da parte mia. Credo che sia il papa. E provo a dirlo in modo coerente alle persone, perché lei ha ragione – secondo la mia percezione, le persone stanno diventando sempre più estreme nella loro risposta a ciò che sta accadendo nella Chiesa.

 

Ho anche chiesto a Burke se questo estremismo è legato al populismo di destra che sta tormentando la politica occidentale. Certamente la cerchia interna di Francesco considera le critiche conservatrici di questo pontificato come il trumpismo negli Stati Uniti, una variazione dello stesso impulso reazionario.

Il cardinale ha un po’ evitato la domanda più ampia, ma era ansioso di prendere le distanze da uno specifico esempio di populismo.

 

Douthat: E la sua relazione con Steve Bannon, che è stata una fonte di grande suggestione mediatica?

Burke: Ho conosciuto Steve Bannon grazie al mio coinvolgimento con il Dignitatis Humanae Institute, un’associazione fondata per aiutare i parlamentari europei a seguire le esigenze della legge morale. Alla fine, anche Bannon è stato coinvolto nel suo lavoro. Mi sono incontrato con lui in tre o quattro occasioni, per quanto ricordo, per discutere con lui dell’insegnamento cattolico. Dal mio punto di vista, erano conversazioni di un prete con un membro del laicato cattolico, che riguardavano il dovere morale di un cattolico nella vita pubblica. Quando i media hanno presentato sempre più la mia relazione come la mia cooperazione nel suo particolare programma politico, ho dovuto chiarire la questione.

L’ultima goccia è stata l’annuncio del suo piano di realizzare un film del libro di Frédéric Martel, “Sodoma”, un progetto [concernente l’omosessualità segreta nel clero cattolico] con il quale ero in completo e chiaro disaccordo. Mi è stato necessario chiarire che non ho mai fatto parte dell’organizzazione politica di Bannon. Nel mio rapporto con lui, ho cercato di adempiere alla mia missione, come sacerdote, di insegnare la fede e la morale per il bene comune.

 

Questa circospezione sulla politica, tuttavia, è scomparsa quando ci siamo messi a parlare del Sinodo Amazzonico. Burke si è opposto sulle considerazioni emerse sui preti sposati ma, come molti tradizionalisti, è sembrato molto preoccupato per l’atteggiamento del Sinodo nei confronti della religione indigena – a cominciare dal documento preparatorio, lo schema dell’assemblea.

 

Burke: Per esempio, ciò che è stato proposto nel documento di lavoro, ho detto, e credo, è un’apostasia rispetto la fede cattolica. Una negazione dell’unicità e dell’universalità dell’incarnazione redentrice dell’opera salvifica di nostro Signore Gesù.

Douthat: Intende le parti che parlano del valore spirituale delle tradizioni religiose precristiane in Amazzonia?

Burke: intendo l’idea che la grazia di Gesù è un elemento nel cosmo – ma è il cosmo, il mondo, che è la rivelazione finale. E quindi, anche andando in una regione come quella pan-amazzonica, non ci si dovrebbe preoccupare di predicare il Vangelo perché  lì si riconosce già la rivelazione di Dio. Questo è un allontanamento dalla fede cristiana.

 

Durante il sinodo, è scoppiata una controversia su una statua lignea di una donna nuda incinta in ginocchio, utilizzata dai partecipanti indigeni in un servizio di preghiera e esposta nelle chiese di Roma. A volte è stata descritta come un’immagine della Vergine Maria, a volte come incarnazione della fertilità o della natura o della Madre Terra. Questa ambiguità ha convinto molti tradizionalisti, incluso Burke, che un culto pagano veniva clandestinamente introdotto nella Chiesa: “La statua in questione è un idolo”, mi ha detto categoricamente.

Negli ultimi giorni del sinodo, un giovane cattolico tradizionalista ha preso una delle statue da una Chiesa romana e l’ha scagliata nel fiume Tevere. Successivamente si è rivelato come un austriaco di nome Alexander Tschugguel, e su Instagram c’era una foto che lo mostrava con Burke. Quando chiesi dell’incidente, mi aspettavo che il cardinale non riconoscesse alcuna conoscenza personale del giovane.

 

Burke: Sebbene io conosca abbastanza bene e rispetti molto Alexander Tschugguel, soprattutto per il suo lavoro coraggioso e instancabile nel difendere l’inviolabilità della vita umana innocente e l’integrità della famiglia, non ho avuto nulla a che fare con la sua rimozione degli idoli pagani dalla Chiesa di Santa Maria in Traspontina e il suo lancio nel Tevere.

Allo stesso tempo, conoscendo la sua profonda fede cattolica, posso capire perché trovasse intollerabile che gli idoli pagani fossero esposti in una Chiesa cattolica. Mi ricorda situazioni simili ai tempi dell’Antico Testamento, ad esempio il caso dei fratelli Maccabei e il caso di tanti confessori e martiri, che non tollererebbero che la fede cattolica venga negata attraverso il culto degli idoli pagani. Avendo ascoltato la dichiarazione di Alexander riguardo alle sue azioni, posso solo esprimere il mio rispetto per lui e la mia gratitudine per la sua coraggiosa testimonianza della fede.

 

È stato discutendo del sinodo amazzonico che Burke ha menzionato anche lo spettro che incombe sui dibattiti dell’era di Francesco, l’idea di uno scisma nella Chiesa.

 

Burke: Sebbene il documento finale sia meno esplicito nell’abbraccio del panteismo, non ripudia le affermazioni nel documento di lavoro che costituiscono un’apostasia dalla fede cattolica.

Il documento di lavoro non ha valore dottrinale. E se il papa dovesse mettere il suo timbro su quel documento? La gente dice che se non lo accettassi, sarei scismatico – ma io ribadisco che non sarei scismatico io perché il documento contiene elementi che difettano della tradizione apostolica. Quindi il mio punto sarebbe che è scismatico il documento. Non io.

 

Douthat: Ma come può essere possibile? Sta effettivamente insinuando che il papa guiderebbe uno scisma.

Burke: Sì.

 

Douthat: Non è questa una contraddizione profonda di come i cattolici pensano all’ufficio del papato?

Burke: Certo. Esattamente. È una contraddizione totale. E prego che ciò non accada. E ad essere sincero, non so come affronterei una situazione del genere. A quanto so, non esiste alcun meccanismo nella legge universale della Chiesa per affrontare una situazione del genere.

 

Un meccanismo al di fuori di quella legge sarebbe il tipo di scisma aperto che i critici di Burke lo accusano di fomentare. Gli ho chiesto se fosse immaginabile.

 

Douthat: Riesce a immaginare una situazione che giustifichi l’equivalente di ciò che fece l’arcivescovo Marcel Lefebvre negli anni ’70, quando come leader di una comunità di cattolici tradizionalisti consacrò i suoi stessi vescovi sfidando Roma?

Burke: Uno scisma non può mai essere la volontà di Cristo. Cristo non potrà mai volere una divisione nel suo corpo. La gente viene da me e dice: guardi, cardinale, è il momento, dobbiamo fare uno scisma. E io dico di no, non è possibile. Nostro Signore non può volerlo, e io non farò parte di alcuno scisma.

 

Douthat: Tutto ciò influisce sulla sua fede?

Burke: No, mi fido di nostro Signore. Ha detto, sono sempre con voi fino alla fine dei tempi. E quindi non mette alla prova la mia fede. Mi preoccupa la mia saggezza e il mio coraggio di saper affrontare una situazione del genere. E nel bene o nel male, sono un cardinale della Chiesa, con una grande responsabilità.

 

Douthat: Ma la maggioranza dei cardinali per le prossime elezioni papali ora è stata nominata dallo stesso Papa Francesco. E per chiunque guardi questi dibattiti dall’esterno, da una prospettiva laica, sembra una storia familiare: ci sono progresso, resistenza, la resistenza viene superata, l’istituzione va avanti. Così i personaggi come lei, non necessariamente come terrificanti inquisitori, ma come ben intenzionati uomini anziani che hanno perso il contatto con l’inevitabile futuro.

Burke: Se la Chiesa cattolica fosse semplicemente un’istituzione politica, penso che la sua descrizione sarebbe abbastanza accurata: che ci sono dei conservatori che resistono a un cambiamento, ma la maggioranza è favorevole e va avanti. Ma la Chiesa è sempre governata dalla tradizione vivente, che è una questione di grazia, di grazia divina nella Chiesa. Quindi confido che in qualche modo il Signore porterà tutto questo ad una buona conclusione. Ma penso che ci sarà molta sofferenza da sopportare in futuro.

Da parte mia, volevo semplicemente poter dire, con San Paolo, che ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede. E non mi importa se la gente dice, beh, è ​​solo un vecchio che ha perso contatto con il mondo ed è triste, ha creato questo trambusto, ora è finito e andiamo avanti.

So che devo rendere conto a nostro Signore e vorrei potergli dire che anche se avessi commesso degli errori, ho cercato di difenderlo, di servirlo. Sembra un commento pio, ma è ciò che mi spinge davvero – tutto qui.

 

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Mons. Negri: “Noi come i primi cristiani, non abbiamo il problema di convincere nessuno. Abbiamo il problema di essere solo quello che Dio ci ha reso”.

Mons. Luigi Negri, arcivescovo emerito di Ferrara-Comacchio, il 7 Novembre, a Cagliari, ha partecipato al convegno dal titolo: “Ripensare l’Europa tra Civiltà e Pensiero Dominante, Quali Sfide per L’Uomo di Oggi”. Ha tenuto il suo intervento dopo la mia relazione. E’ una profonda testimonianza di un uomo di grande fede. Per questo, ritengo opportuno proporla ai lettori di questo blog. 

Avv. Gianfranco Amato

 

Mons. Luigi Negri

Mons. Luigi Negri

 

di Luigi Negri

 

La grandezza della testimonianza che ci è stata data ci esime dal fare discorsi.

Ci sono momenti, come questo, in cui non si devono fare discorsi. Si deve semplicemente accogliere una presenza che corrisponde al senso profondo della nostra vita.

Può trattarsi di una presenza qualsiasi nel grande concerto dell’esistenza in cui l’uomo vive. Può trattarsi della presenza di una persona che non ha particolare rilievo, ma che quando parla mette a nudo la mia umanità.

Questa è l’autorevolezza di Dio. Chiunque parlando, dando testimonianza della sua vita, mette me in condizione di ritrovare la ragione ultima del mio vivere, del mio esistere, mi pone nella condizione di capire che la vita non è riconducibile a nessun calcolo, a nessun tipo di calcolo: intellettuale, positivo, biologico, affettivo, sessuale, politico, sociale. La vita non è una serie di calcoli, per cui funziona se il calcolo va bene, e non ha più valore se il calcolo va male.

Questa testimonianza afferma una grande verità, che la ragione umana, ancor prima della Chiesa, ha intuito e vissuto, ossia che, come diceva il grande Pascal, l’uomo supera infinitamente l’uomo. L’uomo è infinito nelle dimensioni che costituiscono il suo cuore. L’uomo va verso l’infinito. Non ci potrà essere nessuna meta umana, nessun obiettivo umano, nessun ideale umano capace di corrispondere veramente alla sua esistenza. Illusione e delusione si alternano in una vita non illuminata da Dio. Una vita senza Dio è meschina, triste. Perché è una vita che non ha senso e rotola insensibilmente, quasi senza consapevolezza, da un’origine strana e inconcepibile ad una fine obbiettivamente negativa.

Spetta a chi percepisce la forza della sua umanità, a chi si sente chiamato a percorrere la strada che va verso l’Assoluto, accompagnarsi ad altri amici, perché così la ricerca è meno faticosa, è meno solitaria, è meno rischiosa. Questo vale soprattutto per coloro che hanno incontrato il Mistero che si è fatto carne e storia, che si è fatto presenza, che si è fatto presenza reale e storica dell’uomo Gesù Cristo. Occorre che i cristiani percepiscano la loro responsabilità non soltanto verso se stessi ma verso tutto il mondo.

Noi aspettiamo più che mai che la Chiesa diventi un fatto di vita, per pochi o per tanti non importa. Che diventi un fatto di vita per alcuni e che questi alcuni sappiano testimoniarlo ad altri, i quali, investiti da questa testimonianza, credano e affidino la loro stessa certezza ad altri. Questo genera un movimento di fede che va da cuore a cuore, come diceva il Santo Cardinale Newman. Che va da cuore a cuore e, come ha detto il Concilio, si diffonde con urgenza.

Se abbiamo davvero incontrato il Mistero della verità della nostra vita nell’esperienza di Cristo e della Chiesa, allora dobbiamo saper essere testimoni veri di tale incontro difronte a tutto il mondo, senza alcuna riduzione, senza alcuna discriminazione, perché il nostro compito è portare a tutti quella verità, quella libertà e quella bellezza che l’uomo desidera ma non può darsi con le sue mani. Noi la diamo a tutti gli uomini non perché l’abbiamo costruita con le nostre mani, ma perché le nostre mani povere come quelle di tutti gli altri sono state colmate di una certezza e di una verità che ha travolto la nostra vita, e l’ha messa al servizio di tutti i nostri fratelli uomini, fino agli estremi confini del mondo.

Noi come i primi cristiani, non abbiamo il problema di convincere nessuno. Abbiamo il problema di essere, solo di essere quello che siamo, quello che Dio ci ha reso. E Lui ci ha reso quello che siamo stati capaci di essere, perché abbiamo risposto come abbiamo potuto, e Dio che è Padre non ragiona come tante volte fanno i padri normali quando iniziano a fare i conti. Un Padre non calcola la vita di un figlio. Un Padre non fa i conti alla vita del figlio. Un Padre accompagna il figlio nella grande avventura della vita e quando lo ha portato all’inizio di questa avventura, la sua grandezza non sta nel lasciarlo solo, ma nello staccarsi in maniera quasi impercettibile, segnando una distanza che non verrà mai più colmata nella vita, perché lo stesso figlio, in forza di tutto quello che ha ricevuto, deve misurarsi lui con la vita. Questa è la tradizione in cui siamo nati.

Non so se vi siate accorti, ma quella che è stata scritta oggi fra di noi è un’immagine di nuova bellezza. È davvero un bene che la vita con tutta la sua fatica possa essere vissuta ed offerta.

È una bellezza che non vuole superare la grande bellezza delle magnifiche costruzioni romaniche o gotiche, che non si mette in competizione con niente, ma è una bellezza che nasce dalla certezza che si sta creando un mondo nuovo e bello, faticoso ma nuovo e bello, come diceva Papa Benedetto. Una vita è bella perché è faticosa ed è faticosa perché è bella.

E questa bellezza nuova non esorcizza la fatica, non elimina il dolore, non elide la contraddizione, perché si fa carico di tutto, con la certezza che ogni creatura di Dio è buona, come diceva Sant’Agostino nella Città di Dio (XI, 22), ogni vita è buona perché nasce da Dio ed entra nella storia per affermare la sua appartenenza a Dio, vivendo in modo nuovo la vita, mangiando e bevendo, vegliando e dormendo, vivendo e morendo non per se stessi, non secondo le misure della propria intelligenza umana ma secondo Colui che è morto ed è risorto per noi.

 

+Luigi Negri

       (Vescovo emerito di Ferrara-Comacchio)

 

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Riflessione su Dummitt, ideologo del gender, che ha ammesso di essersi inventato tutto.

Ricevo e volentieri pubblico.

Bandiera LGBT

Bandiera LGBT

 

di Francesco Santoni

 

Quante volte abbiamo dovuto ascoltare la lezioncina politicamente corretta che recita «Non esiste la teoria del gender!»?. Peccato che basti leggerne una delle sue massime propugnatrici, Judith Butler, per convincersi che non solo esiste, ma anche che così viene chiamata proprio là dove è stata concepita, nel mondo accademico anglosassone: gender theory[1] (teoria di genere, anche se spesso si preferisce non tradurre gender per rendere chiaro in quale accezione si usi il termine). È opportuno ricordare cosa dica esattamente questa teoria, che comunemente viene fraintesa per una forma di dualismo per cui da un lato ci sarebbe il corpo sessuato, e dall’altro la mente o coscienza, svincolata dai limiti del corpo e libera di definire da sé e per sé la propria identità di genere. La Butler rifiuta esplicitamente il dualismo. Primo, perché il soggetto non è mai disincarnato, ma è sempre cosciente di sé attraverso il corpo. Secondo, e questo è l’aspetto più interessante, perché il corpo non sarebbe concepibile come realtà naturale data e fissata. Il corpo per la Butler è situazione, un termine di relazione e centro di tensione che si dà sempre già in un contesto di rapporti e di possibilità. Il corpo è uno stato che nel suo darsi è già superato. Ciò relativizza il sesso stesso come realtà naturale stabile, in quanto anche il sesso avrebbe significato solo in situazione. Se dunque ha senso classificare gli individui in base al sesso in ordine alla riproduzione, tale classificazione non ha nulla di assoluto e di stabile, così che la classificazione degli individui come maschi o femmine non avrebbe alcun titolo di privilegio rispetto a classificazioni basate su qualsiasi altra caratteristica anatomica, come ad esempio la forma delle orecchie. A fondare la distinzione tra sesso e genere non è dunque un rigido dualismo tra mente e corpo. Qualsiasi tentativo della mente di prescindere da una realtà naturale stabile che la precede, sarebbe infruttuoso. Né si dà il caso che il soggetto preceda il corpo, nel quale invece è incarnato a priori della propria consapevolezza di sé e capacità di autodeterminazione. È invece perché il corpo puro non può essere trovato, ma solo il suo esser situato, che è garantita al soggetto la possibilità di diventare il suo proprio genere come continua interpretazione e reinterpretazione del proprio corpo.

Dicevamo che questa relativizzazione del corpo è l’aspetto più interessante della teoria perché con essa viene relativizzata la stessa distinzione tra sesso e genere, di modo che non solo il secondo sarebbe una costruzione psico-sociale, ma lo sarebbe anche il primo. E questa è infatti la tendenza espressa dal costruttivismo psico-sociale più recente.

Il fatto dell’interpretazione e reinterpretazione del proprio genere parrebbe quasi presentare un aspetto di teatralità, di rappresentazione, di gioco. La realtà purtroppo ci dice che la fluidificazione dell’identità porta a problemi seri e a patologie vere e proprie. Ed ancora più problematico è il fatto che non si vede come il libero sviluppo delle interpretazioni possa trovare un limite, con tutti i problemi etici che da ciò derivano. Nell’ambito giuridico invece, ogni istituzione che si voglia democratica, finirebbe per trovare la sua legittimazione solo attraverso la progressiva inclusione di ogni interpretazione, e dunque il continuo allargamento dei diritti individuali sino alla legittimazione del capriccio stesso.

Abbiamo così esposto quelle che sono le premesse teoriche dell’incredibile battaglia politico-culturale che ad oggi sta infuriando intorno al gender. Il fronte su cui lo scontro è più acceso è sicuramente la questione dei cosiddetti matrimoni egualitari, comunemente chiamati matrimoni gay, e la possibilità di adozione di figli da parte di queste coppie, anche mediante, ma non necessariamente, la controversa pratica dell’utero in affitto. E questo è un altro aspetto su cui batte il politicamente corretto: «Esistono trent’anni di studi che confermano che le coppie omogenitoriali sono, per i figli, indifferenti da quelle “tradizionali”, anzi, in certi casi sono anche migliori». Peccato che anche a proposito di questi “trent’anni di studi” esistano ormai molte prove di come essi siano basati su statistiche viziate, pregiudizi inindagati ed interpretazioni tendenziose. Come ci sono altresì evidenze delle conseguenze negative sui figli cresciuti nell’ambito di questi “nuovi tipi di famiglie”[2]. Si tratta dunque di studi che dietro la facciata scientifica, sono portatori di un’istanza ideologica, proprio quella che siamo adusi chiamare “ideologia gender”. Anche su questo punto i padroni del discorso politicamente corretto attaccano: «Non esiste l’ideologia gender!». Ovviamente noi critici non ci aspettiamo che i propugnatori di questi studi ne ammettano il carattere ideologico. Il loro linguaggio è fatto di termini neutri: teoria di genere, studi di genere, linguaggio di genere, etc.

Ora però è accaduto un fatto notevole. Uno dei summenzionati studiosi, pentitosi, ha scoperto le sue carte, mettendo nero su bianco le sue confessioni in cui ammette come i suoi precedenti lavori siano senza fondamento scientifico, di come né lui né nessun altro abbia mai davvero dimostrato che il genere sia un costrutto sociale, e che l’attuale consenso accademico sulla questione sia fondamentalmente un’ideologia che difende se stessa rifiutando di confrontarsi a priori con qualsiasi argomento di segno opposto, e accettando come validi solo studi che giungano a conclusioni prestabilite. Questo studioso è il canadese Christopher Dummitt, storico della cultura e della politica, professore associato alla Trent University’s School for the Study of Canada, che il 17 settembre 2019 ha pubblicato sulla rivista on-line Quillette le sue Confessioni di un costruttivista sociale, un articolo che è stato pubblicato ieri in traduzione integrale su questo blog (leggi qui).

Riassumendo dunque, la teoria gender esiste, non presenta quel carattere scientifico che i suoi propugnatori sbandierano, e si sorregge fondamentalmente su presupposti ideologici, come adesso anche un ex-propugnatore ammette. È abbastanza sorprendente come proprio ora che questa forma di pensiero sembra essere vincente sul piano politico-culturale, emergano con chiarezza nella sua struttura portante sempre più crepe e cedimenti. Forse è proprio perché questi problemi diventano sempre più evidenti anche ai suoi seguaci, che oggi il loro attivismo appare sempre più infervorato e politicamente aggressivo. La società e la politica si dimostrano ancora per lo più sorde agli argomenti dei critici della teoria gender, ma ci sentiamo di pronosticare che una divulgazione seria, precisa, continua e caparbia, abbia concrete possibilità, con il tempo, di incidere sulla cultura di massa, producendo nella maggioranza delle persone quel cambiamento di mentalità necessario a costringere la politica a riorientarsi. La decisione di tradurre e diffondere le confessioni di Dummitt fa parte di questa operazione educativa ed informativa di lungo periodo.

 

 

[1] Cfr. Judith Butler, Sex and Gender in Simone de Beauvoir’s Second Sex, Yale French Studies, No. 72, Simone de Beauvoir: Witness to a Century (1986), pp. 35-49; doi: 10.2307/2930225

[2] Per un’analisi critica approfondita dei “trent’anni di studi” e delle conseguenze sui figli, vedasi: Walter Schumm, Same-Sex Parenting Research. A Critical Assessment, Wilberforce Publications, London, 2018; Elena Canzi, Omogenitorialità, filiazione e dintorni, Quaderni del Centro Famiglia, n. 29, Vita e Pensiero, Milano, 2017.

 

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“Possiamo salvare il mondo solo pregando, lavorando, implorando Dio per la nostra conversione e il perdono dei nostri peccati!”

Viandanti verso Emmaus

 

di Giuliana Ruggieri

 

“…l’uomo può venire meno per debolezza e preconcetto mondano, come Giuda e Pietro….

Pure l’esperienza personale dell’infedeltà che sempre insorge, rivelando l’imperfezione di ogni gesto umano, urge la continua memoria di Cristo.”

 

(Testimonianza di don Luigi Giussani durante incontro Giovanni Paolo II, San Pietro 30 maggio 1998).

 

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AH, GIUDA ISCARIOTA!

 

“Se questi taceranno, grideranno le pietre”.(Lc 19,40)”

“……..Il mistero di Giuda, il mistero del tradimento è un veleno subdolo. Il diavolo cerca di farci dubitare della Chiesa. Vuole che la guardiamo come un’organizzazione umana in crisi. Ma essa è molto più di questo: è il prolungamento di Cristo….

Non dobbiamo aver paura di affermare che la Chiesa ha bisogno di una profonda riforma e che questa passa dalla nostra conversione.

L’unità della Chiesa ha la propria  sorgente nel cuore di Gesù Cristo….Il suo cuore, che è stato squarciato dalla lancia perché potessimo trovarvi rifugio, sarà la nostra  casa. …

Il mistero di Pietro è un mistero di fede.

Gesù ha voluto affidare la sua Chiesa ad un uomo. Perché potessimo ricordarci meglio, ha lasciato che questo uomo lo tradisse per tre volte davanti a tutti prima di consegnarli le chiavi della Chiesa….

Non dobbiamo avere paura! Ascoltiamo Gesù. Già dalle prime ore si tesse la trama della Chiesa: il filo d’oro delle decisioni infallibili dei pontefici, successori di Pietro; il filo nero delle azioni umane e imperfette dei papi, successori di Simone. In questo groviglio incomprensibile di fili possiamo intravedere il piccolo ago guidato dalla mano invisibile di Dio, intento a ricamare nella trama l’unico nome nel quale possiamo trovare salvezza, il nome di Cristo….

….come un tempo a San Francesco ‘Va e ripara la mia Chiesa’. Va, riparala con la tua fede, con la tua speranza e con la tua carità. Va’, e riparala con la tua preghiera e la tua fedeltà. Grazie a te la mia Chiesa  tornerà ad essere la mia casa”.

 

(dal libro: “Si fa sera e il giorno ormai volge al declino”, Card. Robert Sarah, Ed.Cantagalli, 2019).

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Ricevo da un sacerdote mio amico:

“Possiamo salvare il mondo solo pregando, lavorando, implorando Dio per la nostra conversione e il perdono dei nostri peccati! Il resto lo sta facendo Lui per strade che non conosciamo, le sue vie non sono le nostre vie! Mi trovo molto a disagio sia con gli alti prelati che remano per una chiesa progressista e portano in spalla idoli pagani, sia con quei laici irruenti che, senza alcun dolore per le proprie miserie, bacchettano senza pietà le gerarchie, incrollabili nel credere che se ci fossero loro al comando tutto questo non succederebbe, con lo stesso tono arrogante con cui si parla di politica e di calcio.

Il mio cuore è lacerato perché Dio non è amato come merita, perché io non riesco ad amarlo come merita, non perché è un dovere, ma perché Dio è un abisso di bellezza e tenerezza insondabile che per me ha abbracciato tutto il male attraverso la croce, sacrificio che si ripresenta vivo e operante in ogni Eucarestia. 

Ma ormai queste cose sono discorsi vuoti. Siamo pieni di noi stessi e abbiamo scambiato Dio per i nostri pensieri (anche giusti) su di lui.

Sì, siamo nelle tenebre ma nulla ci può strappare nel suo amore. L’Eucarestia che ancora ogni giorno possiamo ricevere attesta tutto questo, solo per chi lo ama.

Dio ti benedica!!”

 

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Agnoli: L’assolutizzazione della politica, la trasformazione del Partito in una chiesa, si fonda nella “morte di Dio”.

L’uomo e la divinità. Dio non esiste è un testo filosofico di Benito Mussolini, del 1904, piuttosto raro, quasi introvabile, nonostante all’epoca gli sia valso la stima e la considerazione di molti rivoluzionari.

Nel 1964, cioè sessant’anni dopo la sua prima pubblicazione, venne edito a Ragusa, dall’editore La Fiaccola, promotore di una collana di Opuscoli di propaganda atea, antireligiosa ed anticlericale, ma senza alcuna contestualizzazione.

Poi, a quanto mi risulta, più nulla.

Eppure rileggere oggi l’opuscolo mussoliniano è assai utile per comprendere una componente fondamentale del pensiero politico dominante nella prima metà del Novecento.

Infatti, come tanti storici hanno messo in luce, l’assolutizzazione della politica, la trasformazione del Partito in una chiesa, dell’ideologia politica in una dottrina di Salvezza, di alcuni uomini in Profeti (o, hegelianamente parlando, in “uomini cosmico-storici”), ha il suo fondamento proprio nella “morte di Dio”, o, per meglio dire, nella profonda marginalizzazione della visione cristiana del mondo che aveva dominato l’Europa per secoli.

L’epoca in cui Mussolini scrive è segnata dalla sostituzione delle fede in un Dio trascendente, nella Salvezza come prospettiva ultraterrena, con nuove fedi secolari, immanenti, atee o panteiste: la fede nello Stato, nel Partito, nella Razza, nella Classe sociale, nella Nazione, nell’Umanità, nel Progresso, nella Scienza e nella Tecnica…

In nome di queste nuove fedi milioni di uomini sognano, combattono, lottano, e danno persino la vita, certi di edificare un “mondo nuovo”, di realizzare un regnum hominis che appare a portata di mano, che sembra raggiungibile, che sembra raggiungibile attraverso le guerre, intese hegelianamente come “igiene del mondo” e rinnovatrici, e mettendosi alla sequela dei vari Lenin, Mussolini, Hitler,  Mao Tse Tung…

Rileggere oggi l’opuscolo di Mussolini è dunque assai utile non solo per comprendere meglio la formazione culturale  del fondatore del fascismo, ma anche per mettere a fuoco, anche attraverso le note al testo, le affinità profonde, spesso dimenticate, eppure evidenti, esistenti tra i tre totalitarismi novecenteschi.

L’appendice in calce al testo, infine, permette di valutare quanto le idee del giovane Mussolini siano rimaste vive ed operanti, come fondamenta “teologiche” su cui costruire la “rivoluzione fascista”, anche nel prosieguo della sua esistenza.

   (dalla Prefazione al testo: “Dio non esiste”, di Francesco Agnoli, Fede e Cultura, 2019)

 

Di seguito un breve estratto del testo di Mussolini che come i positivisti, i materialisti, i socialisti, “crede” nella Scienza, senza averne nessuna conoscenza. La lettura del testo integrale aiuta a capire quanto l’ idea del contrasto tra scienza e fede sia figlia non del pensiero degli scienziati, ma del pensiero ideologico e politico tra Ottocento e Novecento. In un’epoca in cui, al contrario, i grandi scienziati, da Maxwell a Planck, da Heisenberg a Lemaître, erano credenti.

 

Mussolini in rassegna

Benito Mussolini, il Duce

 

 

… Così, ad ogni scoperta della chimica, della fisica, della biologia, delle scienze antropologiche; ad ogni applicazione pratica dei principii trovati, è un dogma che cade, è una parte del vecchio edificio religioso che crolla e rovina. Il progresso continuo delle scienze naturali va fugando, dalle città alle campagne, le tenebre dense del medioevoe le moltitudini disertano le chiese, dove, per generazioni e generazioni, si trascinarono a pregare un dio, parto mostruoso dell’ignoranza umana.

Tuttavia i “deisti”, e sotto tal nome comprendiamo tutti coloro che affermano – senza provarla, naturalmente – l’esistenza di un dio, credono di confonderci quando domandano: soppresso dio, creatore e regolatore dell’Universo, come il materialismo ateo spiega la vita nell’essere e nel divenire? Come risponde al supremo “perché” davanti al quale sta la profonda notte del mistero?

Rispondiamo: il “perché” ultimo ci trascina nel campo delle “ipotesi”. Quando noi siamo giunti all’estremo punto interrogativo, ai confini di quella regione che Spencer, impropriamente chiama “inconoscibile”, noi preferiamo arrestare la nostra ricerca invece di abbandonarci alla costruzione di un sistema metafisico, vero giuoco di parole.

I teologi invece – volendo spiegar tutto – non si fermano neppure a formulare un’ipotesi; non tengono conto di quelle “relatività” delle conoscenze umane, oggi patrimonio della filosofia; ma con un processo assurdo d’astrazioni arrivano all’unità “dio”; la ricoprono di attributi impossibili, la pongono come verità eterna, assoluta di cui non è permesso il semplice dubbio; partiti dalla metafisica, arrivano al dogma.

Anche la Scienza ricorre all’ipotesi, ma non pretende d’imporla mai, neppur quando è divenuta verità. E la nostra ipotesi, mentre è confortata dai risultati delle ricerche scientifiche, ci pare più conforme al bisogno della Ragione umana, bisogno di libertà.

 

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Come il famoso lo gesto di San Martino ha dato vita alla parola “cappella”.

Un articolo di Dominique de la Barre pubblicato sul blog Le Temps, tradotto per noi da Elisa Brighenti. 

 

San Martino di Tours Formella in marmo policromo (Cappella del Crocifisso – Chiesa di San Martino, Venezia)

San Martino di Tours Formella in marmo policromo (Cappella del Crocifisso – Chiesa di San Martino, Venezia)

 

Mentre oggi, 11 novembre, il re del Belgio depone una corona di fiori ai piedi del milite ignoto e gli scolari di Francia e Belgio si rallegrano per un giorno  di riposo in memoria di un armistizio celebrato come una vittoria, in altri paesi europei è semplicemente il giorno di San Martino.

Figlio di un alto funzionario dell’amministrazione militare romana, che gli valse il suo nome, quello dedicato a Marte, il dio della guerra, Martino nacque nel IV secolo d.C. nella provincia romana della Pannonia, l’attuale Ungheria; è poi cresciuto a Pavia, allora conosciuta come Ticinum. Egli stesso militare, Martino verrà promosso al rango di guardiano, la cui funzione era di condurre i pattugliamenti notturni e di ispezionare i posti di guardia.

 

Terra di sangue

 

Inviato in missione d’ispezione in Gallia intorno al 350 d.C., egli imbocca la futura Via Francigena, attraversa le Alpi a Mont Jovis, che ancora non aveva il nome di Gran San Bernardo e si ferma in Vallese, luogo in cui qualche anno prima San Maurizio e i suoi compagni erano stati martirizzati. Arrivato a Vérolier, il luogo della tortura, ottiene, durante una visione, la rivelazione del luogo preciso in cui San Maurizio era caduto a terra. Da militare quale era, affonda la sua spada nel campo di Vérolier da cui sgorga sangue; appare al suo cospetto un angelo, che gli presenta una brocca perché il sangue venga raccolto, brocca che è ora conservata tra i tesori dell’abbazia.

 

L’episodio del cappotto

 

Proseguendo il suo cammino, raggiunge Samarobriva, che oggi si chiama Amiens, dove avviene l’episodio che avrebbe cambiato la sua vita e la cui iconografia ne conserverà intatta la memoria. Una sera dunque, mentre faceva la ronda, Martino vide un mendicante che giaceva mezzo nudo sul ciglio della strada. Impietositosi, tagliò a metà con la spada il suo cappotto da militare e con questa metà coprì il mendicante. Direte, perché solo la metà? Forse Martino era come ognuno di noi, quando cerchiamo nelle tasche una piccola moneta piuttosto che offrire un contributo più sostanzioso? No, perché gli ufficiali romani erano tenuti a finanziare da sé la metà del costo delle loro attrezzature, mentre all’altra metà provvedeva lo Stato. Martino ha quindi dato ai poveri l’intera metà di ciò che gli apparteneva e di cui poteva disporre, mentre sentiva di non avere il diritto di fare lo stesso con la parte dello Stato.

L’immagine di San Martino che condivide il suo mantello ha lasciato una traccia indelebile nella pittura, nella scultura e nell’architettura europea: appare sulla facciata del Duomo di Lucca, mentre Breughel, El Greco e Van Dijck sono tra i tanti pittori che hanno affrontato questo tema.

 

L’origine della parola “cappella”.

 

È così che Martino si stabilì in Gallia e divenne il vescovo di Tours. Ma la storia non finisce qui perché, quando Martino morì, ai suoi contemporanei fu immediatamente chiaro che avevano avuto a che fare con un santo. Dove si trovava l’altra metà del cappotto, non quello dato al povero, ma quello che l’ufficiale avrebbe dovuto riconsegnare alla direzione? Ora, il termine latino con cui venivano indicati i mantelli corti indossati dagli ufficiali dell’esercito imperiale era “capella”. Questo mezzo mantello, ora elevato al rango di reliquia, fu custodito in un edificio eretto a questo scopo e chiamato “cappella”, mentre coloro che si sarebbero occupati della sua cura sarebbero stati detti “cappellani”.

Pensiamoci: una cappella non è una piccola chiesa, è un luogo che ricorda il segno di un gesto di aiuto di un soldato romano nei confronti di un senzatetto del IV secolo, al quale tutte le cappelle d’Europa devono il loro nome. Ma l’eredità di Martino non si limita allo spazio fisico di una struttura architettonica, anzi si estende allo spazio culturale, sotto forma di cappelle musicali, come quella di Dresda, o nella musica di Haydn, Kapellmeister del principe Esterházy.

 

Un santo popolare

 

Oggi Martino è il nome più diffuso nella toponomastica europea: si estende da Saint Martin in the Fields a Londra, all’Abbazia di Pannonhalma in Ungheria, dedicata al santo. Tra i due, una serie numerosa di villaggi portano il suo nome, conservando le numerose tradizioni legate alla figura del santo: le oche di San Martino, i maiali del Giura, i croissant che si usano mangiare oggi a Poznań in Polonia.

Inoltre, il santo ha lasciato la sua impronta su innumerevoli persone che hanno segnato la storia dell’Europa: Martino V, il Papa del Concilio di Costanza e fondatore dell’Università di Lovanio, alma mater di La Ligne Claire, Martin Lutero, Martin Heidegger, Simone Martini, Martin Bodmer che ci ha lasciato la sua fondazione, il povero Martin pauvre misère de Brassens, Martini e Rossi même.

Per quanto riguarda i bambini delle scuole tedesche, oggi non avranno occasione di fare festa. Ma quella sera, in Renania soprattutto, ma anche nei paesi  di lingua tedesca, sarebbero usciti in processione sotto la luce dei lampioni dei loro quartieri, nel pieno del Martinsumzug, cantando “Lanternen, Lanternen” in ricordo di questo grande santo, grande in quanto caritatevole.