Papa Paolo VI: “è necessario avere la massima cura di non intaccare gli insegnamenti della dottrina cristiana”

“Noi siamo coscienti dell’inquietudine, che agita alcuni ambienti moderni in relazione alla fede. Essi non si sottraggono all’influsso di un mondo in profonda trasformazione, nel quale un così gran numero di certezze sono messe in contestazione o in discussione. Vediamo anche dei cattolici che si lasciano prendere da una specie di passione per i cambiamenti e le novità. Senza dubbio la Chiesa ha costantemente il dovere di proseguire nello sforzo di approfondire e presentare, in modo sempre più confacente alle generazioni che si succedono, gli imperscrutabili misteri di Dio, fecondi per tutti di frutti di salvezza. Ma al tempo stesso, pur nell’adempimento dell’indispensabile dovere di indagine, è necessario avere la massima cura di non intaccare gli insegnamenti della dottrina cristiana. Perché ciò vorrebbe dire – come purtroppo oggi spesso avviene – un generale turbamento e perplessità in molte anime fedeli.” Per questo Papa Paolo VI pronunciò la Professione di Fede.

Papa San Paolo VI

Papa San Paolo VI

 

(…) Ci sembra che a Noi incomba il dovere di adempiere il mandato, affidato da Cristo a Pietro, di cui siamo il successore, sebbene l’ultimo per merito, di confermare cioè nella fede i nostri fratelli (Cfr. Luc. 22, 32). Consapevoli, senza dubbio, della Nostra umana debolezza, ma pure con tutta la forza che un tale mandato imprime nel Nostro spirito, Noi Ci accingiamo pertanto a fare una professione di fede, a pronunciare un Credo, che, senza essere una definizione dogmatica propriamente detta, e pur con qualche sviluppo, richiesto dalle condizioni spirituali del nostro tempo, riprende sostanzialmente il Credo di Nicea, il Credo dell’immortale Tradizione della santa Chiesa di Dio.

Nel far questo, Noi siamo coscienti dell’inquietudine, che agita alcuni ambienti moderni in relazione alla fede. Essi non si sottraggono all’influsso di un mondo in profonda trasformazione, nel quale un così gran numero di certezze sono messe in contestazione o in discussione. Vediamo anche dei cattolici che si lasciano prendere da una specie di passione per i cambiamenti e le novità. Senza dubbio la Chiesa ha costantemente il dovere di proseguire nello sforzo di approfondire e presentare, in modo sempre più confacente alle generazioni che si succedono, gli imperscrutabili misteri di Dio, fecondi per tutti di frutti di salvezza. Ma al tempo stesso, pur nell’adempimento dell’indispensabile dovere di indagine, è necessario avere la massima cura di non intaccare gli insegnamenti della dottrina cristiana. Perché ciò vorrebbe dire – come purtroppo oggi spesso avviene – un generale turbamento e perplessità in molte anime fedeli.

A tale proposito occorre ricordare che al di là del dato osservabile, scientificamente verificato, l’intelligenza dataci da Dio raggiunge la realtà (ciò che è), e non soltanto l’espressione soggettiva delle strutture e dell’evoluzione della coscienza; e che, d’altra parte, il compito dell’interpretazione – dell’ermeneutica – è di cercare di comprendere e di enucleare, nel rispetto della parola pronunciata, il significato di cui un testo è espressione, e non di ricreare in qualche modo questo stesso significato secondo l’estro di ipotesi arbitrarie.

Ma, soprattutto, Noi mettiamo la Nostra incrollabile fiducia nello Spirito Santo, anima della Chiesa, e nella fede teologale su cui si fonda la vita del Corpo mistico. Noi sappiamo che le anime attendono la parola del Vicario di Cristo, e Noi veniamo incontro a questa attesa con le istruzioni che normalmente amiamo dare. Ma oggi Ci si offre l’occasione di pronunciare una parola più solenne.

In questo giorno, scelto per la conclusione dell’«Anno della Fede», in questa Festa dei beati Apostoli Pietro e Paolo, Noi abbiamo voluto offrire al Dio vivente l’omaggio di una professione di fede. E come una volta a Cesarea di Filippo l’Apostolo Pietro prese la parola a nome dei Dodici per confessare veramente, al di là delle umane opinioni, Cristo Figlio di Dio, vivente, così oggi il suo umile Successore, Pastore della Chiesa universale, eleva la sua voce per rendere, in nome di tutto il popolo di Dio, una ferma testimonianza alla Verità divina, affidata alla Chiesa perché essa ne dia l’annunzio a tutte le genti.

Noi abbiamo voluto che la Nostra professione di fede fosse sufficientemente completa ed esplicita, per rispondere in misura appropriata al bisogno di luce, sentito da così gran numero di anime fedeli come da tutti coloro che nel mondo, a qualunque famiglia spirituale appartengano, sono in cerca della Verità.

A gloria di Dio Beatissimo e di Nostro Signore Gesù Cristo, fiduciosi nell’aiuto della Beata Vergine Maria e dei Santi Apostoli Pietro e Paolo, per il bene e l’edificazione della Chiesa, a nome di tutti i Pastori e di tutti i fedeli, Noi ora pronunciamo questa professione di fede, in piena comunione spirituale con tutti voi, Fratelli e Figli carissimi.

Giudizio Universale di Michelangelo Buonarroti - Cappella Sistina - Roma

Giudizio Universale di Michelangelo Buonarroti – Cappella Sistina – Roma

 

PROFESSIONE DI FEDE

 

Noi crediamo in un solo Dio, Padre, Figlio e Spirito Santo, creatore delle cose visibili, come questo mondo ove trascorre la nostra vita fuggevole, delle cose invisibili quali sono i puri spiriti, chiamati altresì angeli (Cfr. Dz.-Sch. 3002), e Creatore in ciascun uomo dell’anima spirituale e immortale.

Noi crediamo che questo unico Dio è assolutamente uno nella sua essenza infinitamente santa come in tutte le sue perfezioni, nella sua onnipotenza, nella sua scienza infinita, nella sua provvidenza, nella sua volontà e nel suo amore. Egli è Colui che è, come Egli stesso lo ha rivelato a Mosè (Cfr. Ex. 3, 14); ed Egli è Amore, come ce lo insegna l’Apostolo Giovanni (Cfr. 1 Io. 4, 8): cosicché questi due nomi, Essere e Amore, esprimono ineffabilmente la stessa Realtà divina di Colui, che ha voluto darsi a conoscere a noi, e che «abitando in una luce inaccessibile» (Cfr. 1 Tim. 6, 16) è in Se stesso al di sopra di ogni nome, di tutte le cose e di ogni intelligenza creata. Dio solo può darci la conoscenza giusta e piena di Se stesso, rivelandosi come Padre, Figlio e Spirito Santo, alla cui eterna vita noi siamo chiamati per grazia di Lui a partecipare, quaggiù nell’oscurità della fede e, oltre la morte, nella luce perpetua, l’eterna vita. I mutui vincoli, che costituiscono eternamente le tre Persone, le quali sono ciascuna l’unico e identico Essere divino, sono le beata vita intima di Dio tre volte santo, infinitamente al di là di tutto ciò che noi possiamo concepire secondo l’umana misura (Cfr. Dz-Sch. 804). Intanto rendiamo grazie alla Bontà divina per il fatto che moltissimi credenti possono attestare con noi, davanti agli uomini, l’Unità di Dio, pur non conoscendo il mistero della Santissima Trinità.

Noi dunque crediamo al Padre che genera eternamente il Figlio; al Figlio, Verbo di Dio, che è eternamente generato; allo Spirito Santo, Persona increata che procede dal Padre e dal Figlio come loro eterno Amore. In tal modo, nelle tre Persone divine, coaeternae sibi et coaequales (Dz-Sch. 75), sovrabbondano e si consumano, nella sovreccellenza e nella gloria proprie dell’Essere increato, la vita e la beatitudine di Dio perfettamente uno; e sempre «deve essere venerata l’Unità nella Trinità e la Trinità nell’Unità» (Dz-Sch. 75).

Noi crediamo in Nostro Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio. Egli è il Verbo eterno, nato dal Padre prima di tutti i secoli, e al Padre consustanziale, homoousios to Patri (Dz-Sch. 150); e per mezzo di Lui tutto è stato fatto. Egli si è incarnato per opera dello Spirito nel seno della Vergine Maria, e si è fatto uomo: eguale pertanto al Padre secondo la divinità, e inferiore al Padre secondo l’umanità (Cfr. Dz.-Sch. 76), ed Egli stesso uno, non per una qualche impossibile confusione delle nature ma per l’unità della persona (Cfr. Ibid.).

Egli ha dimorato in mezzo a noi, pieno di grazia e di verità. Egli ha annunciato e instaurato il Regno di Dio, e in Sé ci ha fatto conoscere il Padre. Egli ci ha dato il suo Comandamento nuovo, di amarci gli uni gli altri com’Egli ci ha amato. Ci ha insegnato la via delle Beatitudini del Vangelo: povertà in spirito, mitezza, dolore sopportato nella pazienza, sete della giustizia, misericordia, purezza di cuore, volontà di pace, persecuzione sofferta per la giustizia. Egli ha patito sotto Ponzio Pilato, Agnello di Dio che porta sopra di sé i peccati del mondo, ed è morto per noi sulla Croce, salvandoci col suo Sangue Redentore. Egli è stato sepolto e, per suo proprio potere, è risolto nel terzo giorno, elevandoci con la sua Resurrezione alla partecipazione della vita divina, che è la vita della grazia. Egli è salito al Cielo, e verrà nuovamente, nella gloria, per giudicare i vivi e i morti, ciascuno secondo i propri meriti; sicché andranno alla vita eterna coloro che hanno risposto all’Amore e alla Misericordia di Dio, e andranno nel fuoco inestinguibile coloro che fino all’ultimo vi hanno opposto il loro rifiuto.

E il suo Regno non avrà fine.

Noi crediamo nello Spirito Santo, che è Signore e dona la vita; che è adorato e glorificato col Padre e col Figlio. Egli ci ha parlato per mezzo dei profeti, ci è stato inviato da Cristo dopo la sua Resurrezione e la sua Ascensione al Padre; Egli illumina, vivifica, protegge e guida la Chiesa, ne purifica i membri, purché non si sottraggano alla sua grazia. La sua azione, che penetra nell’intimo dell’anima, rende l’uomo capace di rispondere all’invito di Gesù: «Siate perfetti com’è perfetto il Padre vostro celeste» (Matth. 5, 48).

Noi crediamo che Maria è la Madre, rimasta sempre Vergine, del Verbo Incarnato, nostro Dio e Salvatore Gesù Cristo (Cfr. Dz.-Sch. 251-252) e che, a motivo di questa singolare elezione, Ella, in considerazione dei meriti di suo Figlio, è stata redenta in modo più eminente (Cfr. Lumen gentium, 53), preservata da ogni macchia del peccato originale (Cfr. Dz.-Sch. 2803) e colmata del dono della grazia più che tutte le altre creature (Cfr. Lumen gentium, 53).

Associata ai Misteri della Incarnazione e della Redenzione con un vincolo stretto e indissolubile (Cfr. Lumen gentium, 53, 58, 61), la Vergine Santissima, l’Immacolata, al termine della sua vita terrena è stata elevata in corpo e anima alla gloria celeste (Cfr. Dz.-Sch. 3903) e configurata a suo Figlio risorto, anticipando la sorte futura di tutti i giusti; e noi crediamo che la Madre Santissima di Dio, Nuova Eva, Madre della Chiesa (Cfr. Lumen gentium, 53, 56, 61, 63; cfr. Pauli VI, Alloc. in conclusione III Sessionis Concilii Vat. IIA.A.S. 56, 1964, p. 1016; Exhort. Apost. Signum Magnum, Introd.), continua in Cielo il suo ufficio materno riguardo ai membri di Cristo, cooperando alla nascita e allo sviluppo della vita divina nelle anime dei redenti (Cfr. Lumen gentium, 62; Pauli VI, Exhort. Apost. Signum Magnum, p. 1, n. 1).

Noi crediamo che in Adamo tutti hanno peccato: il che significa che la colpa originale da lui commessa ha fatto cadere la natura umana, comune a tutti gli uomini, in uno stato in cui essa porta le conseguenze di quella colpa, e che non è più lo stato in cui si trovava all’inizio nei nostri progenitori, costituiti nella santità e nella giustizia, e in cui l’uomo non conosceva né il male né la morte. È la natura umana così decaduta, spogliata della grazia che la rivestiva, ferita nelle sue proprie forze naturali e sottomessa al dominio della morte, che viene trasmessa a tutti gli uomini; ed è in tal senso che ciascun uomo nasce nel peccato. Noi dunque professiamo, col Concilio di Trento, che il peccato originale viene trasmesso con la natura umana, «non per imitazione, ma per propagazione», e che esso pertanto è «proprio a ciascuno» (Dz-Sch. 1513).

Noi crediamo che nostro Signor Gesù Cristo mediante il Sacrificio della Croce ci ha riscattati dal peccato originale e da tutti i peccati personali commessi da ciascuno di noi, in maniera tale che – secondo la parola dell’Apostolo – «là dove aveva abbondato il peccato, ha sovrabbondato la grazia» (Rom. 5, 20).

Noi crediamo in un sol Battesimo istituito da Nostro Signor Gesù Cristo per la remissione dei peccati. Il battesimo deve essere amministrato anche ai bambini che non hanno ancor potuto rendersi colpevoli di alcun peccato personale, affinché essi, nati privi della grazia soprannaturale, rinascano «dall’acqua e dallo Spirito Santo» alla vita divina in Gesù Cristo (Cfr. Dz-Sch. 1514).

Noi crediamo nella Chiesa una, santa, cattolica ed apostolica, edificata da Gesù Cristo sopra questa pietra, che è Pietro. Essa è il Corpo mistico di Cristo, insieme società visibile, costituita di organi gerarchici, e comunità spirituale; essa è la Chiesa terrestre, Popolo di Dio pellegrinante quaggiù, e la Chiesa ricolma dei beni celesti; essa è il germe e la primizia del Regno di Dio, per mezzo del quale continuano, nella trama della storia umana, l’opera e i dolori della Redenzione, e che aspira al suo compimento perfetto al di là del tempo, nella gloria (Cfr. Lumen gentium, 8 e 5). Nel corso del tempo, il Signore Gesù forma la sua Chiesa mediante i Sacramenti, che emanano dalla sua pienezza (Cfr. Lumen gentium, 7, 11). È con essi che la Chiesa rende i propri membri partecipi del Mistero della Morte e della Resurrezione di Cristo, nella grazia dello Spirito Santo, che le dona vita e azione (Cfr. Sacrosanctum Concilium, 5, 6; Lumen gentium, 7, 12, 50). Essa è dunque santa, pur comprendendo nel suo seno dei peccatori, giacché essa non possiede altra vita se non quella della grazia: appunto vivendo della sua vita, i suoi membri si santificano, come, sottraendosi alla sua vita, cadono nei peccati e nei disordini, che impediscono l’irradiazione della sua santità. Perciò la Chiesa soffre e fa penitenza per tali peccati, da cui peraltro ha il potere di guarire i suoi figli con il Sangue di Cristo ed il dono dello Spirito Santo.

Erede delle promesse divine e figlia di Abramo secondo lo spirito, per mezzo di quell’Israele di cui custodisce con amore le Scritture e venera i Patriarchi e i Profeti; fondata sugli Apostoli e trasmettitrice, di secolo in secolo, della loro parola sempre viva e dei loro poteri di Pastori nel Successore di Pietro e nei Vescovi in comunione con lui; costantemente assistita dallo Spirito Santo, la Chiesa ha la missione di custodire, insegnare, spiegare e diffondere la verità, che Dio ha manifestato in una maniera ancora velata per mezzo dei Profeti e pienamente per mezzo del Signore Gesù. Noi crediamo tutto ciò che è contenuto nella Parola di Dio, scritta o tramandata, e che la Chiesa propone a credere come divinamente rivelata sia con un giudizio solenne, sia con il magistero ordinario e universale (Cfr. Dz-Sch. 3011). Noi crediamo nell’infallibilità, di cui fruisce il Successore di Pietro, quando insegna ex cathedra come Pastore e Dottore di tutti i fedeli (Cfr. Dz.-Sch. 3074), e di cui è dotato altresì il Collegio dei vescovi, quando esercita con lui il magistero supremo (Cfr. Lumen gentium, 25).

Noi crediamo che la Chiesa, che Gesù ha fondato e per la quale ha pregato, è indefettibilmente una nella fede, nel culto e nel vincolo della comunione gerarchica. Nel seno di questa Chiesa, sia la ricca varietà dei riti liturgici, sia la legittima diversità dei patrimoni teologici e spirituali e delle discipline particolari lungi dal nuocere alla sua unità, la mettono in maggiore evidenza (Cfr. Lumen gentium, 23; cfr. Orientalium Ecclesiarum, 2, 3, 5, 6).

Riconoscendo poi, al di fuori dell’organismo della Chiesa di Cristo, l’esistenza di numerosi elementi di verità e di santificazione che le appartengono in proprio e tendono all’unità cattolica (Cfr. Lumen gentium, 8), e credendo alla azione dello Spirito Santo che nel cuore dei discepoli di Cristo suscita l’amore per tale unità (Cfr. Lumen gentium, 15), Noi nutriamo speranza che i cristiani, i quali non sono ancora nella piena comunione con l’unica Chiesa, si riuniranno un giorno in un solo gregge con un solo Pastore.

Noi crediamo che la Chiesa è necessaria alla salvezza, perché Cristo, che è il solo Mediatore e la sola via di salvezza, si rende presente per noi nel suo Corpo, che è la Chiesa (Cfr. Lumen gentium, 14). Ma il disegno divino della salvezza abbraccia tutti gli uomini: e coloro che, senza propria colpa, ignorano il Vangelo di Cristo e la sua Chiesa, ma cercano sinceramente Dio e sotto l’influsso della sua grazia si sforzano di compiere la sua volontà riconosciuta nei dettami della loro coscienza, anch’essi, in un numero che Dio solo conosce, possono conseguire la salvezza (Cfr. Lumen gentium, 16).

Noi crediamo che la Messa, celebrata dal Sacerdote che rappresenta la persona di Cristo in virtù del potere ricevuto nel sacramento dell’Ordine, e da lui offerta nel nome di Cristo e dei membri del suo Corpo mistico, è il Sacrificio del Calvario reso sacramentalmente presente sui nostri altari. Noi crediamo che, come il pane e il vino consacrati dal Signore nell’ultima Cena sono stati convertiti nel suo Corpo e nel suo Sangue che di lì a poco sarebbero stati offerti per noi sulla Croce, allo stesso modo il pane e il vino consacrati dal sacerdote sono convertiti nel Corpo e nel Sangue di Cristo gloriosamente regnante nel Cielo; e crediamo che la misteriosa presenza del Signore, sotto quello che continua ad apparire come prima ai nostri sensi, è una presenza vera, reale e sostanziale (Cfr. Dz.-Sch. 1651).

Pertanto Cristo non può essere presente in questo Sacramento se non mediante la conversione nel suo Corpo della realtà stessa del pane e mediante la conversione nel suo Sangue della realtà stessa del vino, mentre rimangono immutate soltanto le proprietà del pane e del vino percepite dai nostri sensi. Tale conversione misteriosa è chiamata dalla Chiesa, in maniera assai appropriata, transustanziazione. Ogni spiegazione teologica, che tenti di penetrare in qualche modo questo mistero, per essere in accordo con la fede cattolica deve mantenere fermo che nella realtà obiettiva, indipendentemente dal nostro spirito, il pane e il vino han cessato di esistere dopo la consacrazione, sicché da quel momento sono il Corpo e il Sangue adorabili del Signore Gesù ad esser realmente dinanzi a noi sotto le specie sacramentali del pane e del vino (Cfr. Dz-Sch. 1642, 1651-1654; Pauli VI, Litt. Enc. Mysterium Fidei), proprio come il Signore ha voluto, per donarsi a noi in nutrimento e per associarci all’unità del suo Corpo Mistico (Cfr. S. Th. III, 73, 3).

L’unica ed indivisibile esistenza del Signore glorioso nel Cielo non è moltiplicata, ma è resa presente dal Sacramento nei numerosi luoghi della terra dove si celebra la Messa. Dopo il Sacrificio, tale esistenza rimane presente nel Santo Sacramento, che è, nel tabernacolo, il cuore vivente di ciascuna delle nostre chiese. Ed è per noi un dovere dolcissimo onorare e adorare nell’Ostia santa, che vedono i nostri occhi, il Verbo Incarnato, che essi non possono vedere e che, senza lasciare il Cielo, si è reso presente dinanzi a noi.

Noi confessiamo che il Regno di Dio, cominciato quaggiù nella Chiesa di Cristo, non è di questo mondo, la cui figura passa; e che la sua vera crescita non può esser confusa con il progresso della civiltà, della scienza e della tecnica umane, ma consiste nel conoscere sempre più profondamente le imperscrutabili ricchezze di Cristo, nello sperare sempre più fortemente i beni eterni, nel rispondere sempre più ardentemente all’amore di Dio, e nel dispensare sempre più abbondantemente la grazia e la santità tra gli uomini. Ma è questo stesso amore che porta la Chiesa a preoccuparsi costantemente del vero bene temporale degli uomini. Mentre non cessa di ricordare ai suoi figli che essi non hanno quaggiù stabile dimora, essa li spinge anche a contribuire – ciascuno secondo la propria vocazione ed i propri mezzi – al bene della loro città terrena, a promuovere la giustizia, la pace e la fratellanza tra gli uomini, a prodigare il loro aiuto ai propri fratelli, soprattutto ai più poveri e ai più bisognosi. L’intensa sollecitudine della Chiesa, Sposa di Cristo, per le necessità degli uomini, per le loro gioie e le loro speranze, i loro sforzi e i loro travagli, non è quindi altra cosa che il suo grande desiderio di esser loro presente per illuminarli con la luce di Cristo e adunarli tutti in Lui, unico loro Salvatore. Tale sollecitudine non può mai significare che la Chiesa conformi se stessa alle cose di questo mondo, o che diminuisca l’ardore dell’attesa del suo Signore e del Regno eterno.

Noi crediamo nella vita eterna. Noi crediamo che le anime di tutti coloro che muoiono nella grazia di Cristo, sia che debbano ancora esser purificate nel Purgatorio, sia che dal momento in cui lasciano il proprio corpo siano accolte da Gesù in Paradiso, come Egli fece per il Buon Ladrone, costituiscono il Popolo di Dio nell’aldilà della morte, la quale sarà definitivamente sconfitta nel giorno della Resurrezione, quando queste anime saranno riunite ai propri corpi.

Noi crediamo che la moltitudine delle anime, che sono riunite intorno a Gesù ed a Maria in Paradiso, forma la Chiesa del Cielo, dove esse nella beatitudine eterna vedono Dio così com’è (Cfr. 1 Io. 3, 2; Dz.-Sch. 1000) e dove sono anche associate, in diversi gradi, con i santi Angeli al governo divino esercitato da Cristo glorioso, intercedendo per noi ed aiutando la nostra debolezza con la loro fraterna sollecitudine (Cfr. Lumen gentium, 49).

Noi crediamo alla comunione tra tutti i fedeli di Cristo, di coloro che sono pellegrini su questa terra, dei defunti che compiono la propria purificazione e dei beati del Cielo, i quali tutti insieme formano una sola Chiesa; noi crediamo che in questa comunione l’amore misericordioso di Dio e dei suoi Santi ascolta costantemente le nostre preghiere, secondo- la parola di Gesù: Chiedete e riceverete (Cfr. Luc. 10, 9-10; Io. 16, 24). E con la fede e nella speranza, noi attendiamo la resurrezione dei morti e la vita del mondo che verrà.

Sia benedetto Dio Santo, Santo, Santo. Amen.

 

(OMELIA DI SUA SANTITÀ PAOLO VI*  – Piazza San Pietro – Domenica, 30 giugno 1968

*Insegnamenti di Paolo VI, vol. VI, 1968, pp. 300-310.

 

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Il Vaticano per la seconda volta, a poca distanza di tempo, interviene sul caso Scalfari.

Paolo Ruffini, Prefetto del Dicastero delle comunicazioni vaticane

Paolo Ruffini, Prefetto del Dicastero delle comunicazioni vaticane

 


di
Sabino Paciolla

 

Oggi, durante il briefing del Sinodo dell’Amazzonia, il portavoce vaticano ha direttamente negato il contenuto dell’articolo del giornalista italiano Eugenio Scalfari che ieri aveva scritto che Papa Francesco ha detto di non credere alla divinità di Gesù Cristo.

Il nuovo intervento del Vaticano, che arriva a distanza di un giorno dal precedente, questa volta da parte del Prefetto del Dicastero delle comunicazioni, Paolo Ruffini, si è reso necessario a seguito delle notevoli critiche che erano piovute sulla nota di smentita da parte dei commentatori di tutto il mondo. Infatti, questa era stata considerata troppo vaga o poco chiara.

“Il Santo Padre non ha mai detto quello che Scalfari ha scritto”, ha detto Paolo Ruffini, capo della comunicazione vaticana, in una conferenza stampa del 10 ottobre, aggiungendo che “sia le osservazioni citate che la libera ricostruzione e interpretazione da parte del dottor Scalfari delle conversazioni, che risalgono a più di due anni fa, non possono essere considerate un resoconto fedele di quanto detto dal Papa”.

“Questo lo si potrà trovare piuttosto in tutto il magistero della Chiesa e di Papa Francesco, su Gesù: vero Dio e vero uomo”, ha aggiunto Ruffini.

La dichiarazione, come detto, è arrivata in risposta a un editoriale del 9 ottobre de La Repubblica, il giornale fondato da Scalfari, in cui il novantacinquenne autoproclamatosi ateo ha detto che “Papa Francesco concepisce Cristo come Gesù di Nazareth, un uomo, non il Dio incarnato”.

L’intervento di Ruffini fa seguito a una nota del 9 ottobre di Matteo Bruni, direttore della sala stampa della Santa Sede, che così recitava:

“Come già detto in altre occasioni, le parole che il dottor Eugenio Scalfari attribuisce tra virgolette al Santo Padre durante i colloqui con lui non possono essere considerate un resoconto fedele di ciò che è stato effettivamente detto, ma rappresentano un’interpretazione personale e libera di ciò che ha sentito, come appare del tutto evidente da quanto è scritto oggi sulla divinità di Gesù Cristo”, ha detto Bruni.

Scalfari si vanta di non registrare o di non prendere nota scritta di quanto viene detto dal suo interlocutore nelle sue interviste, ma di fare completo affidamento sulla sua memoria. 

A questo punto, tutti aspetteranno una ipotetica reazione da parte di Scalfari che, con molta probabilità, non ci sarà. Essere sbugiardati Urbi et orbi non è una cosa da poco, soprattutto per un decano del giornalismo italiano, fondatore di uno dei principali quotidiani italiani, nonché suo editorialista principe. 

Come avevo scritto nel mio precedente articolo, le smentite che nel tempo ci sono state sono risultate vaghe, tali da non fugare tutti i dubbi che legittimamente facevano sorgere. Questo il motivo della seconda precisazione da parte del Vaticano a distanza di un tempo così ristretto. La smentita e la precisazione sono venute questa volta dal responsabile delle comunicazioni vaticane. 

Rimane comunque quanto detto in quest’altro articolo, e cioè il mistero dei ripetuti incontri tra il Papa  e Scalfari nonostante le successive smentite vaticane agli articoli pubblicati dal giornalista, lo sconcerto dei fedeli e il fragore mediatico.

Questo della puntualizzazione di Ruffini è un primo passo, un primo progresso, frutto dell’attenzione di molti.

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La confusione è in mondovisione, e i chiarimenti e le smentite del Vaticano non sono più plausibili.

Sull’articolo di Eugenio Scalfari pubblicato ieri 9 ottobre su La Repubblica nel quale riferisce affermazioni poste tra virgolette che lui attribuisce al Papa, e che sono totalmente eretiche, riporto l’autorevole parere dello scrittore e giornalista Phil Lawler, pubblicato sul sito Catholic Culture.

Eccolo nella mia traduzione. 

 

 Papa Francesco (Foto AP Photo/Markus Schreiber)

Papa Francesco (Foto AP Photo/Markus Schreiber)

 

Papa Francesco ha davvero detto che Gesù non è Dio?

Eugenio Scalfari, che ha fatto questa affermazione sensazionale, non può essere trattato come un testimone affidabile. E’ un ateo, un marxista, non un cristiano. Anche se ha intervistato più volte Papa Francesco, non ha registrato le sessioni o preso appunti. Si vanta della capacità di ricostruire a memoria le conversazioni: una tecnica che sarebbe inopportuna per un giornalista responsabile, figuriamoci per uno dell’età avanzata di Scalfari (95 anni).

Tuttavia, Scalfari non è uno sciocco. È un giornalista italiano di lunga data, fondatore e tuttora editorialista de La Repubblica, e uno degli interlocutori preferiti del Papa. E Scalfari non si limita a riassumere ciò che prende come l’opinione del Papa. Egli dà la risposta del Papa a questa sintesi – mettendo le parole del Pontefice tra virgolette, come per sfidare una smentita diretta. Perché fa di tutto per annunciare che il Romano Pontefice rifiuta una dottrina centrale del cristianesimo?

Vedo diverse possibili spiegazioni per l’incredibile affermazione di Scalfari.

 

  1. Papa Francesco ha realmente detto quello che Scalfari riferisce di aver detto. In questo caso il Papa avrebbe abbracciato l’eresia. Sembra altamente improbabile, ma anche la possibilità remota è così sconcertante che i fedeli dovrebbero avere la certezza al 100% che non sia il caso. Purtroppo il “chiarimento” del Vaticano non fornisce tale certezza. (Per saperne di più sull’argomento leggi più avanti.)
  2. Papa Francesco non ha detto quello che Scalfari riferisce aver detto, ma quello che ha detto è stato abbastanza confuso da far sì che Scalfari traesse in tutta innocenza la conclusione sbagliata. In questo caso il Papa sarebbe un insegnante incapace della dottrina cristiana fondamentale.
  3. Papa Francesco ha dato una presentazione accurata della dottrina cattolica, ma Scalfari è o incapace di cogliere i punti essenziali, o malizioso nella sua determinazione a distorcere le dichiarazioni del Papa. In questo caso, il Papa è colpevolmente imprudente nel concedere interviste ripetute a Scalfari, che ha usato quelle interviste più e più volte come occasioni per storie sensazionali, inquietanti per i fedeli e – speriamo – imprecise.

 

Dopo ogni articolo del genere, il Vaticano ha pubblicato chiarimenti esmentite, dicendo al mondo che le interviste di Scalfari non possono essere considerate accurate. Quella linea di difesa non è più plausibile. Se Scalfari non è affidabile, perché gli vengono concesse interviste? Ancora più importante, se le storie di Scalfari “non possono essere considerate un resoconto fedele”, perché il Vaticano non può fornire qualcosa che possa essere considerato un resoconto fedele? Che cosa ha detto il Papa?

In quest’ultimo caso, perché il Vaticano non ha potuto annunciare, in chiara contraddizione con l’affermazione di Scalfari, che naturalmente il Santo Padre sostiene e insegna ciò che la Chiesa ha sempre sostenuto e insegnato? La posta in gioco è troppo alta per accettare un altro periodo di incertezza; la confusione è troppo diffusa. I fedeli hanno bisogno di una certezza inequivocabile che il Vescovo di Roma accetti il Credo niceno.

 

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In spirito di servizio

Sacerdote

 

 

di Aurelio Porfiri

 

Io vorrei soffermarmi per questo articolo su una parola che credo sia importante per inquadrare il problema del clericalismo. Questa parola è in effetti uno degli antidoti allo stesso, un antidoto che per essere efficace dovrebbe essere messo in cima ad ogni documento come strada maestra per chi volesse seguire la chiamata al sacerdozio. Questa parola è servizio. Il sacerdozio è un servizio. Se si tenesse questo concetto al centro della riflessione costantemente ed efficacemente, certamente tutte le contraddizioni che vengono fuori dal clericalismo imperante sarebbero così forti che sarebbe impossibile notarle. Gesù stesso offre la chiave vera di interpretazione, dicendo di non essere venuto per essere servito ma per servire. Servitium è propriamente farsi servo, farsi prossimo a tutti per offrire se stessi. Il servitium puo’ essere retribuito e può essere dato gratutitamente: questo ultimo è l’autentico spirito cristiano. Certo questo non significa che chi offre un servizio non deve essere propriamente sostenuto e supportato anche economicamente, come è giusto che sia. Significa che il servizio non è mezzo per arricchirsi in primo luogo. Il servitium è proprio del servo. Anche l’etimologia di questa parola è interessante se si guarda alla parola servare, che significa conservare. Cosa conserva il sacerdote? Esso, quando informato dello spirito cristiano più autentico è veramente alter Christus, nel senso che fa vedere all’altro lo spirito più autentico del cristianesimo che è profondamente impregnato del concetto di servizio. Questo servire quindi, è anche e soprattutto un conservare, un tramandare, un farsi tradizione. È mostrare quel volto misericordioso che risale alla figura del Maestro e Fondatore, nostro Signore. Il sacerdote autentico è tradizione, tradizione che si rannoda al significato dato sopra alla parola servizio, conservare e trasmettere. È tradizione in un modo veramente efficace, in quanto in ogni nuovo sacerdote, quando veramente informato dello spirito cristiano, si perpetua il volto di Cristo. Certamente questa categoria di servizio non è propria soltanto del sacerdozio ma direi che gli è specifica. Senza la vera dedizione all’essere colui che serve si manca completamente la natura stessa di questo ministero dando il via alle deformazioni dello stesso di cui la più terribile è quella che da vita al clericalismo.

Cosa è infatti il clericalismo, se non uno spostamento evidente di significato? Esso non considera il servire come importante, quanto l’essere servito. Chi è dedito al clericalismo non serve la Chiesa ma si serve della Chiesa. Io credo che basterebbe riflettere sulla pregnanza di questa parola, servizio, per vedere come evidenti tutte le deformazioni che vengono date dalla deriva clericalista. Il clericalismo mette al centro se stessi, non l’altro e ovviamente decentra Cristo Signore. Potremmo definirlo come una decentrazione in atto dello spirito vero del cristianesimo. L’io divene d-io. Certamente tutti siamo imperfetti e peccatori a cominciare dallo scrivente. Quindi, tutti dovremmo riflettere sulla categoria del servizio. Spero che lo faranno anche tanti sacerdoti così da ritrovare lo spirito più autentico della propria vocazione e missione nel mondo. Una vocazione che, non dimentichiamolo, non è e non può essere centrata su se stessi e sulle proprie esigenze di fare carriera. Le tentazioni umane esistono per tutti, ma questa è una delle più forti contro cui lottare.

 

 

 




Mezzo milione marciano in Francia contro la legge che consente la procreazione artificiale alle lesbiche

Circa 600mila persone, secondo gli organizzatori – ma solo 74.500, secondo l’agenzia “indipendente” “Occurence”, che non fa mistero della sua prossimità ideologica con il governo del presidente francese Emmanuel Macron – hanno marciato domenica a Parigi contro la legalizzazione della procreazione artificiale per donne single e coppie lesbiche.

Ce ne parla Jeanne Smits, la corrispondente da Parigi di Lifesitenews, nella traduzione di Riccardo Zenobi.

 

Manifestazione Manif in Francia ottobre 2019

Manifestazione Manif in Francia ottobre 2019 (foto via Lifesitenews)

 

Circa 600mila persone, secondo gli organizzatori – ma solo 74.500, secondo l’agenzia “indipendente” “Occurence”, che non fa mistero della sua prossimità ideologica con il governo del presidente francese Emmanuel Macron – hanno marciato domenica a Parigi contro la legalizzazione della procreazione artificiale per donne single e coppie lesbiche.

L’ultima edizione della “Manif pour tous”, nata nel 2012 con la prima dimostrazione in Francia contro il “matrimonio” omosessuale, ha colpito ancora.

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La polizia, che doveva avere la testa altrove, ha contato solo 40.000 dimostranti. La verità è che nessuno si aspettava un così alto livello di partecipazione in una protesta contro un cambiamento così marginale nelle leggi bioetiche (comparato con l’intero corpus di legislazione “progressista” che regola aborto e procreazione in Francia). Onde ed onde di persone hanno marciato attraverso le strette vie circondanti Jardin du Luxembourg e i boulevard che convergono al punto d’incontro fissato dalla polizia vicino la stazione di Montparnasse.


Nessuno si aspettava una simile affluenza: nemmeno tra la prefettura, né, apparentemente, tra gli stessi organizzatori – circa 20 associazioni unite alla “Manif pour tous”, ancora potenti. Il punto di partenza, Piazza Edmond-Rostand vicino i giardini del Lussemburgo, è presto diventata sovraffollata, appena iniziata la marcia alle ore 13. I dimostranti hanno continuato ad aggiungersi fino a verso le ore 15, giustamente considerando che il relativamente piccolo viaggio avrebbe permesso loro di non perdere l’essenziale. Alla fine gli ultimi dimostranti hanno potuto lasciare il punto di partenza dopo le 16:30. In molti punti, la folla era tale che era impossibile muoversi. La prefettura è stata costretta ad aprire una via secondaria per far fluire un buon terzo dei partecipanti mentre altri hanno raggiunto il punto finale della marcia con mezzi propri. Vicino alle vecchie bandiere blu e rosa dalla “Manif pour tous” portate da vecchi manifestanti, un mare di nuovi stendardi verdi e rossi portavano le parole “Libertà, uguaglianza, paternità” gonfiate dalla fresca aria autunnale.

È stata una marcia poco rumorosa. Ci sono state relativamente pochi camion del suono (un sollievo!) e ad un certo punto gli organizzatori hanno richiesto un minuto di silenzio per le vittime della nuova follia riproduttiva: i padri che saranno ridotti al ruolo di “donatori di sperma” per donne single e coppie lesbiche che fabbricheranno figli “orfani” che non conosceranno mai i loro padri.

“Libertà, uguaglianza, paternità”: questo era non solo un discreto richiamo al vocabolario “rivoluzionario” – libertà, uguaglianza e fraternità furono le richieste dei rivoluzionari francesi del 1789. Uno degli slogan principali di questa dimostrazione per i diritti paterni è stato “Marchons enfants”, un richiamo al non meno rivoluzionario inno nazionale francese. Si può argomentare

che questi richiami non siano del miglior gusto, dato che la Repubblica, attraverso il Terrore e molte riforme legislative, ha già tagliato la testa del “padre” della Francia, che era il Re, ed ha infine cancellato dal Codice Civile il concetto di autorità paterna.

Ma questo non diminuisce il successo dell’evento. Ciò che deve essere ricordato è l’abilità dei francesi di mobilitazione in un tentativo di fermare uno dei peggiori abusi del giorno: il desiderio di legalizzare la produzione di bambini deliberatamente privati di un padre, o più precisamente, del diritto di avere dei legami famigliari normali con colui che nonostante tutto sarà per sempre il loro padre genetico.

Gli organizzatori, che hanno scelto di non parlare contro la procreazione artificiale e i neonati in provetta, non hanno sottolineato uno dei più terribili aspetti della legge che vuole rimuovere per sempre il requisito dell’infertilità stabilita medicalmente per poter avere accesso alla fertilizzazione in vitro o all’inseminazione artificiale sotto la supervisione medica. Questo avrebbe aperto la porta ad una prevedibile deriva nel più o meno breve termine che avrebbe portato “normali” coppie a pianificare la loro procreazione nel tempo tramite crioconservazione di embrioni o ovuli o di fare un embrione su misura grazie a più rifinite conoscenze delle caratteristiche del DNA umano.

Ma mentre gli slogan e la svista deliberata della marcia sono state criticate da alcuni, dev’essere detto che nessun’altro paese nel mondo è stato capace di mettere insieme centinaia di migliaia di persone sulle strade per protestare contro l’assurda espansione della riproduzione assistita, o in altre parole, l’introduzione del mercato degli embrioni in vitro. È un merito della Francia.

Ci si può chiedere quante di queste persone hanno votato per Macron nel 2017…Il desiderio del suo partito di legalizzare gli embrioni in vitro per le coppie lesbiche non era un segreto all’epoca.


La mobilitazione è stata importante anche perché il primo articolo delle riviste leggi bioetiche è stato adottato appena la settimana scorsa dopo un dibattito spudoratamente truccato, in primo luogo non tenendo conto delle conclusioni delle consultazioni generali sulla bioetica, che ha apertamente rigettato la procreazione artificiale per donne single e coppie lesbiche, e successivamente dalla gestione di tempo di parola e voti da parte di Richard Ferrand, presidente dell’assemblea nazionale.

Alla vigilia della marcia, l’arcivescovo di Parigi Michel Aupetit ha denunciato in un editoriale la “sdegnosa, anche arrogante attitudine” delle autorità. Ha scritto che ciò testimonia “un’attitudine ideologica tristemente mancante di una fondazione antropologica realista”.

“Un bambino è sempre un dono da ricevere senza farne un prodotto industriale dovuto alla tecnologia umana soggetta al potere del denaro”, ha detto.

Accogliendo il coraggio di coloro che si oppongono all’innovazione proposta dalla legge, ha detto, “no, la legge non è stata definitivamente scritta. Una parola che si basa sulla verità della nostra condizione umana non si ferma all’immediato dei suoi effetti. È parte del futuro, quando la nostra comune coscienza sarà capace di valutare le più terrificanti conseguenze di questo, che sono dello stesso tipo che l’ecologia rivela”.

I dimostranti apparentemente non sono illusi. Da ciò che si è potuto sentire durante la marcia, non pensano realmente – a causa della fallita esperienza della “Manif pour tous” contro il “matrimonio” omosessuale – che la presenza di centinaia di migliaia di persone sulle strade di Parigi porterebbe ad un cambiamento, o ancora meglio, ad un rifiuto della legge. Hanno dovuto osservare che nuovi abusi sono nascosti dietro la legge proposta, difatti la discussione è stata già estesa all’allentare le condizioni che permettono di aggirare l’ancora illegale maternità surrogata andando all’estero.

Ma “almeno per 20 anni, i miei bambini non saranno capaci di dirmi che ho preferito spendere il mio pomeriggio oziando a casa mentre decisioni così serie sono state fatte per il futuro della società”, ha detto un dimostrante. Almeno, centinaia di migliaia di persone diranno no.

Non è ancora giunto il momento di fare il punto, dato che il disegno di legge continua il suo percorso parlamentare – probabilmente fino al giugno 2020, secondo la tabella annunciata dal governo – e la Manif pour tous, dopo aver già chiesto alla prefettura un corretto resoconto della partecipazione alla manifestazione di domenica, ha pianificato di tornare nelle strade di nuovo domenica 1° Dicembre, 19 Gennaio, 8 Marzo, 17 Maggio e 14 Giugno.

 

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L’astrazione soffia sull’Amazzonia

Il Sinodo Amazzonico apre i lavori e mette sul campo gli obiettivi che tutti si aspettavano: evangelizzare, ma senza una precisa identità; volgere a Dio, ma passando per l’ecologia; cercare soluzioni concrete, ma tenendosi sul vago. Un breve resoconto della relazione del card. Cláudio Hummes.

 

Card. Claudio Hummes

Card. Claudio Hummes

 

Già dalle prime battute, martellanti e astratte, è abbastanza chiaro dove il Sinodo Amazzonico voglia andare a parare. Il luogo comune si spreca ed è faticoso leggere il coacervo di resoconti sinodali giornalieri, monocordi e tediosi.

Con ossessiva compulsione sono ripetuti i soliti concetti indefiniti, sullo stile ad esempio di Piero Coda: è di necessità assoluta «cambiare il paradigma»; bisogna inaugurare «nuovi cammini»; va ascoltato il «grido dei poveri»; è importante «custodire la casa comune», mediante una «grande sfida di portata epocale»; le proposte devono essere discusse con «lucidità e parresia», per giungere ad una «ecologia integrale». Tutto questo, appunto, in astratto. Sul concreto, al contrario, l’ingranaggio si blocca e, leggendo le relazioni, sorge come la persuasione (ma anche la certezza) che l’ennesima «sfida epocale» della Chiesa al mondo finirà perduta come le precedenti.

 

Le generiche premesse di Hummes

 

L’ambiguità sorge da subito, nella relazione introduttiva al Sinodo Amazzonico del card. Cláudio Hummes. Il cardinale presenta il Sinodo, che ha lo scopo primario di «delineare nuovi cammini», poiché c’è la «necessità della Chiesa di camminare». È il tema noto e vago della «Chiesa in uscita». Ma i cammini – spiega Hummes, citando Papa Francesco – devono essere «nuovi», a motivo di Gesù Cristo, che è «l’eterna novità». Cristo, cioè, «è sempre il nuovo».

Qua, però, è riconoscibile un errore di riduzione teologica. Cristo è nuovo, ma pure antico. Egli dice di se stesso: «Io sono l’Alfa e l’Omega, il primo e l’ultimo, il principio e la fine» (Ap 22, 13). Non dice «Io sono l’Omega, l’ultimo e la fine». Cristo dunque non è «sempre il nuovo», a motivo della sua eternità.

 

E ancora, a questo proposito, dice San Paolo che «Gesù Cristo è lo stesso, ieri e oggi e nei secoli» (Eb 13, 8). Gesù Cristo non cambia, è il semper idem della liturgia. Certamente in Cristo è compreso il nuovo, ma assieme all’antico, perché il Verbo è al di sopra dei tempi cronologici.

Il fatto poi che tutti i profeti e il Gesù storico abbiano espresso verità inaudite (e dunque nuove) non dipende dal fatto che la dottrina espressa si sia formata dal nulla, ma che la verità sussistente ab aeterno si è incarnata e ha rivelato se stessa. Anche Hummes cita il San Paolo della lettera ai Romani e, tuttavia, non si rende conto di contraddirsi.

 

Evangelizzazione ed ecologia integrale

 

È apprezzabile che Hummes riconosca la grande storia dei missionari cattolici, che giunsero al martirio pur di evangelizzare le popolazioni indigene dell’Amazzonia. Ed è pure apprezzabile che lo stesso Papa Francesco riconosca che lo «scopo principale di questa convocazione è individuare nuove strade per l’evangelizzazione», andando indirettamente a confutare don Mauro Leonardi, che aveva scritto: «Il Sinodo dell’Amazzonia è in primo luogo un Sinodo sull’ecologia, sull’ambiente, sull’Amazzonia che brucia […]».

I mezzi, però, che si vogliono usare per questa nuova evangelizzazione non sembrano del tutto simili a quelli dei santi missionari del passato. Hummes, infatti, parla chiaramente di ricette già note e applicate, che hanno rivelato nel tempo una sterilità intrinseca. S’intende riutilizzare il solito «dialogo interreligioso e interculturale», che dovrebbe portare la Chiesa a condividere il futuro con «le altre chiese, religioni, scienza, governi, istituzioni, popoli, comunità e persone, rispettando le differenze». La storia – specialmente degli ultimi sessant’anni – ha dimostrato l’inefficacia di tali pratiche pastorali.

 

E ancora s’insiste sulla «Chiesa aggiornata, “semper reformanda”», che è l’orizzonte ultimo dell’argomentare su qualsiasi questione. Si discuta di liturgia, di pastorale, di missione, di ecologia o di economia, l’obiettivo ecclesiale primario non muta: aggiornare, aggiornare, aggiornare; riformare, riformare, riformare.

In questo aggiornamento o riforma, Hummes – aderendo alle suggestioni del Papa – inserisce il discorso dell’«ecologia integrale», che «ci palesa come tutto sia collegato, gli esseri umani e la natura». E qua non c’è via d’uscita: l’evangelizzazione, proprio per quest’approccio olistico, deve passare obbligatoriamente per la cura della terra, per l’ecologia, per la risoluzione delle questioni ambientali.

La via, dunque, dell’evangelizzazione (che volge alla dimensione verticale, a Dio) – secondo questo schema, solo apparentemente concreto – dovrebbe contemplare la risoluzione di questioni terrene, orizzontali.

 

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