Prof. Viglione: Meno ci occupiamo di Dio, più ci occupiamo dell’uomo, dei diritti della casa, dei diritti delle zanzare….

Prof. Massimo Viglione

Prof. Massimo Viglione (screenshot)

 

Mons. Nicola Bux e il Prof. Massimo Viglione hanno tenuto un incontro dal titolo: “Tenebre e Speranza. Quale futuro per la Chiesa in un momento epocale della storia”.

La conferenza è stata organizzata dalla Confederazione Triarii “Viva Maria” di Arezzo, e si è tenuta il 21 Settembre presso la “Sala Montini” di Arezzo.

È un incontro che merita di essere visto, per questo ve lo propongo.

 

 

 

[wpedon id=”15469″ align=”center”]

 




San Michele Arcangelo è il martello contro le tre eresie

A proposito della riduzione di alcune parti della religione a puri simboli, ad esempio il Diavolo, vi riporto questo articolo scritto da padre Dwight Longenecker e pubblicato sul National Catholic Register.

Eccolo nella mia traduzione.

 

Guido Reni - San Michele Arcangelo

Guido Reni – San Michele Arcangelo

 

Questo è il mio periodo preferito dell’anno della Chiesa. Non solo perché l’inizio dell’autunno è la stagione più bella, ma [perchè] amo questi 10 giorni del calendario della Chiesa: San Michele, San Girolamo, Santa Teresa, San Francesco, Santa Faustina, Santa Maria del Rosario.

Wow! Che la nostra parrocchia sia [dedicata] alla Madonna del Rosario completa [il quadro].

Ma San Michele dà il via.

Uno dei motivi per cui amo la festa di San Michele e di tutti gli angeli [è] perché proprio per l’esistenza di questa festa nel calendario della Chiesa colpiamo pesantemente un paio di mortali eresie moderniste.

Penso a quel [mostruoso] cane mastino [gigantesco e sanguinario] dotato di tre teste di nome Cerberus – e le sue tre teste sono il Materialismo, lo Scientismo e il Riduzionismo simbolista.

Lasciatemi spiegare.

Gli angeli sono i messaggeri invisibili di Dio. Si affrettano a fare la sua volontà e sono reali, ma di solito non sono visibili a noi. Affermare la loro esistenza significa anche affermare la realtà di tutto il regno invisibile, e così facendo riconosciamo la realtà dell’interscambio tra questo mondo fisico e il regno spirituale. Affermiamo anche che questo è veramente ciò che riguarda la religione.

La religione non è innanzitutto nutrire gli affamati, ospitare i poveri, conquistare pari diritti, preservare l’ambiente, avere buone maniere, essere buoni cittadini, essere rispettabili, obbedire alle regole e non gettare rifiuti. La religione non ha principalmente l’obiettivo di cambiare il mondo, ma di prepararsi per il successivo mondo.

Naturalmente le opere corporali di misericordia sono vitali, ma non sono la prima priorità. Le buone opere sono necessarie, ma non siamo salvati dalle opere buone. La fede cattolica non può nemmeno essere ridotta a un’agenzia di assistenza sociale.

Come ha detto Papa Francesco: “Non dobbiamo ridurre la Chiesa a un’altra ONG”. La ragione della religione è un affare tra questo mondo e il prossimo, e gli angeli – che sono i messaggeri tra questo mondo e l’altro – sono il ricordo vivido di questa verità essenziale.

L’uomo moderno (e troppi cattolici moderni) vorrebbe farci credere che tutta la questione soprannaturale non è altro che una favola stravagante. È una finzione e gli angeli appartengono alla stessa categoria della fata buona, Tinker Bell e i folletti.

La prima testa di Cerberus è la filosofia del materialismo. Il materialismo non è semplicemente andare al centro commerciale per fare acquisti fino a non farcela più. Il materialismo è la convinzione che non c’è nulla oltre questo regno fisico. Quello che si vede è quello che si ha. Non c’è cielo, non c’è inferno, non ci sono angeli, non ci sono demoni, non ci sono miracoli – e se c’è un Dio, dorme su una nuvola da qualche parte e non si coinvolge mai con questo mondo fisico.

Lo scientismo è la seconda testa del cane [a guardia] dell’inferno. Lo scientismo non deve essere confuso con la scienza o la conoscenza scientifica. Lo scientismo è una maschera del materialismo. È l’eresia che insegna che l’unica forma valida di conoscenza è quella che viene dimostrata attraverso la ricerca scientifica. In altre parole, se non si dispone dei dati scientifici – dimentica! Lascia stare! Questo emerge regolarmente con la richiesta da parte degli atei di fornire le “prove” dell’esistenza di Dio.

La terza eresia è la più insidiosa e quella che si trova negli ambienti ecclesiali modernisti. Per mancanza di un nome migliore lo chiamo “riduzionismo simbolista”, che è un modo fantasioso per dire che il vero aspetto soprannaturale della religione è ridotto a un puro simbolo. Questo gioco di prestigio teologico permette agli ecclesiastici moderni di dire che loro credono negli angeli, ma quello che non vi dicono è che credono solo in loro come simboli. Così quando vengono sollecitati potrebbero dire: “Oh, sì. Gli angeli! Meraviglioso! San Michele è un’immagine così potente del trionfo del bene sul male”. Oppure potrebbero dire: “Gli angeli! Quali agenti ispiratori di tutto ciò che è bello, spirituale e vero!”.

Fanno la stessa cosa con i demoni. “Oh sì. Io credo nel diavolo”. Loro professano. “Il diavolo è un’immagine così potente e vivida del male nel mondo!”.

In altre parole, angeli e demoni sono non più che belle immagini o artifizi letterari.

Uno dei modi pratici per contrastare questo materialismo, scientismo e riduzionismo simbolista è recitare regolarmente la preghiera di San Michele:

San Michele Arcangelo, difendici nella battaglia; sii Tu nostro sostegno contro la perfidia e le insidie del diavolo. Che Dio eserciti il suo dominio su di lui, Te ne preghiamo supplichevoli!

E Tu, o Principe della milizia celeste, con la potenza divina, ricaccia nell’inferno Satana e gli altri spiriti maligni i quali errano nel mondo per perdere le anime. Amen.

Quindi, portate su San Michele e tutti gli eserciti del cielo. Perché San Michele mette sotto i piedi il drago. Celebriamo lui come il martello [che picchia sulle] eresie e celebriamo tutto ciò che è visto e non visto.

 

[wpedon id=”15469″ align=”center”]

 




La teologia entra in dialogo con l’economia

Economia

 

 

di Massimo Lapponi

 

«Prendete e mangiatene tutti»
Canone della messa (cf Mt 26, 26-27)

Tra i moderni economisti è presente una corrente che potremmo definire “antimaltusiana”. Infatti economisti quali Julian Simon e Bjorn Lomborg non considerano l’uomo soltanto come un consumatore, ma anche come una risorsa – anzi, come “la risorsa primaria”. Ma l’antimaltusinesimo di questi economisti non è coerente, perché la loro conoscenza dell’uomo è superficiale e incompleta. Se l’uomo è “la risorsa primaria”, non possiamo accontentarci di una conoscenza banalizzata di lui, ma dobbiamo ammettere che l’economia non è una scienza autosufficiente e che deve far ricorso ad altre forme di conoscenza dell’uomo. E perché non alla teologia?

1. L’economista contro corrente Julian Simon (1932-1998), opponendosi alla tendenza dominante soprattutto a partire dagli anni 70 del Novecento – ma già diffusa da ben oltre un secolo – a considerare le risorse disponibili per il sostentamento umano quali semplici “dati” e l’uomo quale semplice “consumatore”, sottolineava il fatto che l’uomo è anche “risorsa”, in quanto i beni per il suo sostentamento diventano tali praticamente sempre e soltanto attraverso la conoscenza e l’opera dell’uomo. Per questo egli giungeva a definire l’uomo “the ultimate resource”, la risorsa primaria. Nell’enfatizzare questo fatto innegabile, egli probabilmente, nel fervore della polemica, ha finito per eccedere e per non dare il giusto peso alla disponibilità naturale delle risorse, che, in ogni caso, costituisce un necessario presupposto alla presa di coscienza, all’elaborazione e al lavoro da parte dell’uomo. Ciò non toglie che la sua intuizione sia stata feconda e abbia suscitato tendenze innovative nella ricerca economica.
L’economista danese Bjorn Lomborg (1965 -), che in larga misura si è ispirato a Simon, pur correggendo alcune sue vedute, è autore di frequenti interventi critici nei confronti delle tendenze più diffuse in campo economico e non manca di sottolineare come l’intervento dell’opera dell’uomo, guidato da una sempre più vasta conoscenza scientifica e tecnica, cambi profondamente gli scenari economici. In questa prospettiva sia Simon, sia Lomborg, tra le altre cose, hanno sottolineato come le predizioni catastrofiche sulla sproporzione tra popolazione e risorse fatte soprattutto a partire dagli anni 70 del Novecento si siano rivelate infondate. (vedi qui)
Intervenendo recentemente sull’analisi dei costi-benefici degli interventi a favore dello sviluppo sostenibile, lo stesso Lomborg, pur condividendo sostanzialmente gli obiettivi presentati come primari da governi ed economisti e ripresi dai Sustainable Development Goals nell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel 2015 – lotta alla povertà, nutrizione, salute, acqua potabile, scolarità, pari opportunità, clima, ambiente – sottolinea che dei 169 obiettivi elencati dettagliatamente come primari, quelli che meriterebbero il maggiore impegno, in quanto più vantaggiosi, sono soltanto 19, e tra questi in particolare l’accesso al “family planning”, il sano nutrimento dell’infanzia, che favorirebbe a sua volta lo sviluppo cerebrale e quindi l’istruzione scolastica e la formazione di membri produttivi della società, e la lotta alla malaria o alla tubrtcolosi, diffuse cause di mortalità tra gli adulti in età lavorativa delle popolazioni povere. [vedi: qui e qui]

Ed egli lamenta che, invece, si disperdono troppe risorse per altri obiettivi assai meno vantaggiosi nell’analisi costi-benefici, come ad esempio quelli relativi al cambiamento climatico, di cui, a suo giudizio, si esagera l’incidenza. [vedi qui]

Se la tendenza di Simon e di Lomborg è di enfatizzare il valore economico dell’opera dell’uomo, e quindi di promuovere primariamente la sua salute, nutrizione e istruzione, è evidente che questi obiettivi sono tutt’altro che assenti dai programmi più diffusi. Certamente l’incremento della scolarizzazione è al primo posto tra i progetti internazionali e nazionali sullo sviluppo sostenibile, e credo che si possa affermare che, per quanto l’opera di Simon sia stata oggetto di vivaci polemiche, la sua definizione dell’uomo come “ultimate resource” abbia finito per imporsi.
Ma qui dobbiamo porre una questione di fondo. Se, come credo, si è sostanzialmente d’accordo a conferire all’uomo un ruolo qualitativamente primario nella vita, anche economica, delle nazioni, nel definire i modi in cui l’uomo debba essere valorizzato, non si rischia, poi, di perdersi in soluzioni acritiche e superficiali, ammantate da parole altisonanti? Si parla di «scolarità diffusa», di «educazione di qualità inclusiva ed equa», di «formazione permanente offerta a tutti». Cosa si intende con queste belle parole? Sembra che sullo sfondo vi sia la convinzione che ciò che conta sia la formazione scientifica e tecnica necessaria per sfruttare al meglio le risorse naturali, e anche per intervenire sull’uomo, non solo a beneficio della sua salute.

Ma non si corre un po’ troppo? Se abbiamo detto che l’uomo è la principale e fondamentale risorsa, forse sarebbe opportuno che, prima di privilegiare le scienze della natura e le tecniche di sfruttamento, si studiasse meglio l’uomo! E quali scienze ce lo faranno conoscere meglio? Se vogliamo usare uno sguardo onnicomprensivo, nessun apporto dovrebbe essere trascurato. E allora perché escludere quella che, se pure in tempi ormai tramontati, era considerata la regina delle scienze, cioè la teologia?

Proviamo a mettere da parte ogni pregiudizio e vediamo se, per caso, le luci che da essa ci possono venire sulla condizione umana non si rivelino essenziali anche per un corretto discorso sull’economia.

2. Dal libro della Genesi apprendiamo alcuni dati fondamentali riguardanti l’economia umana. Vi leggiamo:

«All’uomo Dio disse: “Poiché hai ascoltato la voce di tua moglie e hai mangiato dell’albero, di cui ti avevo comandato: Non ne devi mangiare,
maledetto sia il suolo per causa tua!
Con dolore ne trarrai il cibo
per tutti i giorni della tua vita.
Spine e cardi produrrà per te
e mangerai l’erba campestre.
Con il sudore del tuo volto mangerai il pane;
finché tornerai alla terra,
perché da essa sei stato tratto:
polvere tu sei e in polvere tornerai!”».
(Gn 3, 17-19)

La situazione qui descritta è il risultato del peccato dell’uomo, in seguito al quale egli ha perduto qualche cosa di essenziale, decadendo dal suo stato originale. Per prima cosa egli si trova in larga misura estraniato rispetto alla compagna «simile a lui» (Gn 2, 18) che il Signore gli aveva dato per sostenerlo nell’adempimento della sua missione. Alla profonda unione iniziale è subentrato da una parte il dominio dell’uomo sulla donna, grazie alla propria superiorità fisica, e dall’altra un rapporto contraddittorio di attrazione della donna verso l’uomo, nonostante la sua situazione di inferiorità, e di «vergogna» reciproca nei riguardi della loro sessualità. Dunque una sorta di amore-odio, che mette in crisi la collaborazione originaria, attraverso la quale essi avrebbero dovuto imparare, nell’amore reciproco, a conoscere il volto paterno di Dio e a perpetuarne la paternità nelle generazioni umane.
Ora, divenute problematiche le relazioni di amore, di sessualità e di generazione, ecco che l’uomo trova la sua prima realizzazione nel lavoro per procurare il pane. Non sarà più, dunque, l’amore per la donna e per la sua discendenza a regolare la sua vita, bensì l’opera delle sue mani per la faticosa sottomissione del mondo.
Se prendiamo seriamente l’insegnamento della Bibbia, dobbiamo dire che il rapporto dell’uomo con il lavoro ha qualche cosa di squilibrato. Sembra che il suo impegno a procurare il pane lo renda in larga misura insensibile nei confronti della donna e dei suoi stessi figli. Ovviamente questo non è una dato assolutamente dominante, perché l’amore per la donna e per la prole rimane sempre. Tuttavia la Bibbia sottolinea la tentazione di fondo a relegare questi affetti in secondo piano per esaltare in primo luogo la sua opera di lavoratore.
Ma la Bibbia non contiene soltanto il libro della Genesi. Ad esso, infatti, fa contrasto il Nuovo Testamento, il cui scopo è proprio di risanare la condizione decaduta dell’uomo.

Nel Vangelo, all’uomo “vecchio”, Adamo, si oppone l’uomo nuovo, Cristo. E vi è una pagina in cui una lettura meditata ci svela l’inaugurazione di una situazione totalmente nuova.
«Prendete e mangiate» dice Gesù nell’ultima cena. E aggiunge: «Questo è il mio corpo» (Mt 26, 26).
Come Adamo, così anche Gesù ha la missione di procurare il pane. Ma il pane che egli procura è totalmente trasfigurato rispetto a quello per cui il vecchio Adamo aveva sparso il sudore della sua fronte.
Viene sponteneo fare un parallelo tra una “vecchia” ed una “nuova” economia. Per la vecchia economia la prima risorsa è il pane, per la nuova è l’uomo. Ma attenzione: non ogni uomo, bensì l’uomo nuovo, Gesù Cristo!
Il vero pane, che nutrirà l’uomo, è il suo copro e il suo sangue.
Si dirà che questi sono simboli religiosi, che valgono per la vita spirituale, ma non hanno nulla a che fare con l’economia, la quale deve occuparsi di nutrire gli uomini di pane, e non di amministrare ai fedeli l’eucarestia.
Ma le cose tanno proprio così? Se Cristo ha imitato il vecchio Adamo nel procurare il pane e se lo ha fatto mutandone totalmente le prospettive, non lo avrà fatto, oltre che per motivi spirituali, anche per rigenerare la stessa economia umana? Ovvero, non sarà che la rigenerazione spirituale diverrà anche la condizione necessaria per la rigenerazione economica? Alcune parole di Cristo ce lo suggeriscono.
«In verità, in verità vi dico» egli dice ai giudei «voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati. Procuratevi non il cibo che perisce, ma quello che dura per la vita eterna, e che il Figlio dell’uomo vi darà. Perché su di lui il Padre, Dio, ha messo il suo sigillo» (Gv 6, 26-27).
E poco prima l’evangelista aveva scritto:
«Ma Gesù, sapendo che stavano per venire a prenderlo per farlo re, si ritirò di nuovo sulla montagna, tutto solo» (Gv 6, 15).
Se Gesù voleva il bene degli uomini, e non soltanto il “bene spirituale”, e non ha accettato di essere loro re per dare agli uomini il solo pane materiale, come avrebbe fatto il vecchio Adamo, ciò vuol dire che il vero bene, anche economico, degli uomini si ottiene con un pane diverso da quello di cui vanno in cerca i moderni economisti. E Gesù ci ha detto chiaramente qual è questo pane: «Prendete e mangiate; questo è il mio corpo».
Dunque – si dirà – i problemi economici si risolveranno con l’eucarestia? Non sarebbe certamente un modo molto felice di esprimersi! Vediamo di approfondire il senso delle parole bibliche.
Gesù non avrebbe potuto dire: «Questo è il mio corpo» se non avesse avuto un corpo. Ora, questo fatto apre lo sguardo su un mistero infinito!

Abbiamo visto quale fosse la condizione della generazione umana dopo il peccato. Il grande mistero della generazione della vita, che doveva rispecchiare la generazione del Verbo divino nel seno della Divinità, era stato inquinato dalla mancanza di vera comunione interiore tra l’uomo e la donna e dal disordine della sessualità. Proprio la perdita dell’originaria unione di amore tra l’uomo e la donna aveva causato la scelta dell’uomo di porre come suo scopo primario la conquista del mondo per procurarsi il pane. Infatti, il Figlio di Dio, «che è irradiazione della sua gloria e impronta della sua sostanza e sostiene tutto con la potenza della sua parola» (Eb 1, 3), si trova a fondamento di tutto il creato e il suo volto doveva rivelarsi alla coscienza dell’uomo – destinato a dare senso a tutta la creazione – attraverso il volto della donna, e viceversa. Così il volto di Dio avrebbe guidato tutte le azioni dell’uomo, della donna e dei loro discendenti nella via dell’amore. Ciò, purtroppo, era stato seriamente compromesso con il peccato.
Ma in Cristo la situazione è cambiata. Se chiediamo a Maria: «rivolgi a noi quegli occhi tuoi misericordiosi», è perché nel suo volto ritroviamo la rivelazione del volto di Dio, come era in origine nel progetto divino sulla donna. Se Maria si è consacrata a Dio nella verginità, ciò è stato perché il suo spirito era troppo assorbito dalla vita divina e dalla sua sublime fecondità per interessarsi della derivata fecondità terrena. Ma nei piani di Dio la fecondità terrena doveva ormai essere redenta e riportata a rispecchiare la generazione del Verbo divino. Per questo bisognava riavvicinare la generazione umana a quella divina, affinché quest’ultima si irradiasse meravigliosamente sulla prima e la riconducesse al suo modello. Quale mezzo più straordinario per questo fine che quello di rendere la generazione umana partecipe della generazione divina – come era misteriosamente programmato fin dall’inizio? Così Maria, nella sua verginità consacrata alla fecondità divina, doveva essere feconda anche di una vita umana, ma questa vita umana sarebbe stata la vita dello stesso Verbo di Dio!

Dunque Gesù, dicendo: «Questo è il mio corpo», da una parte glorifica la presenza della generazione divina nella generazione umana, e dall’altra, superando l’ostacolo all’amore causato dal peccato, riporta il modello dell’attività umana dalla conquista del mondo e dal pane materiale alla donazione di se stesso, vero pane per la vita del mondo.
Ma cerchiamo di approfondire. La narrazione della storia di Cristo nel Vangelo di Giovanni incomincia con un matrimonio, durante il quale Maria dice: «Non hanno più vino» (Gv 2, 3).

Che la storia della redenzione incominci con un matrimonio non è certamente un caso! È proprio l’amore tra l’uomo e la donna, infatti, che deve essere sanato perché sia redenta dal male tutta la vita del mondo. Ora, il vino mancante non è forse il simbolo di quella forza intima dell’uomo che nella Bibbia viene quasi indentificata con il sangue? «Del sangue vostro anzi, ossia della vostra vita, io domanderò conto; ne domanderò conto ad ogni essere vivente e domanderò conto della vita dell’uomo all’uomo, a ognuno di suo fratello» (Gn 9, 5). È proprio questo sangue-vita che viene a mancare nelle nozze umane dopo il peccato. Ovvero, viene a mancare il «vino buono» ed è servito quello «meno buono» (Gv 2, 10). Quell’unione intima che doveva attingere il nucleo più profondo dell’uomo e della donna era ostacolata dal peccato, cioè proprio dall’oscuramento dell’amore e dall’impegno primario dell’uomo a conquistare il mondo per affermare il proprio orgoglio e per procurarsi i beni materiali, riservando alla donna, e alla sua discendenza, più la propria sensualità che il proprio amore, e offuscando, così, il vero volto di Dio.
Dunque il vino eucaristico, che è il sangue di Cristo sparso per la purificazione dal peccato, è il «vino buono» (Gv 2, 10), conservato per il tempo della salvezza. È, infatti, la vita spesa per vincere il peccato, per riaffermare l’assoluta preminenza dell’amore e per estendere la paternità divina a tutta la discendeza umana ad essere il vero nutrimento del genere umano. E non solo il nutrimento spirituale, bensì anche quello necessario alla vita terrena, se è vero che l’uomo è “the ultimate risource”.

Ora, non solo Cristo è il vero pane e vino per la vita del mondo, ma lo è ogni uomo, rigenerato da Cristo a sua immagine. Dunque ogni uomo è chiamato non più a realizzarsi procurando il pane materiale con la conquista del mondo, ma a procurare il pane come Cristo lo ha procuratro: donando se stesso per amore, nel matrimonio o nella consacrazione verginale, nella paternità fisica o spirituale, nella fraternità ritorvata verso tutti gli uomini.
Possiamo, dunque, leggere queste ben note parole non più soltanto come una pagina di poesia, ma anche come un testo scientifico di economia: «Non affannatevi dunque dicendo: Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo? Di tutte queste cose si preoccupano i pagani; il Padre vostro celeste infatti sa che ne avete bisogno. Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta» (Mt 6, 31-33).

3. Cosa potrebbero imparare gli economisti da questa conoscenza dell’uomo – “the ultimate resource” – offerta dalla Bibbia? Per prima cosa che la sola conoscenza scientifica e tecnica, senza la rigenerazione dell’uomo, non correggerà il disordine di fondo dell’uomo, e quindi la sua tendenza a sostituire, come motivo del suo agire, all’amore il desiderio di dominare e lo scatenamento delle sue passioni. Avverrà, così, che l’aumento della scienza e del potere sulla natura troppo spesso sarà motivo di sopraffazione, di discordia, di avidità di dominio e di godimento, e infine sperpero e distruzione delle ricchezze faticosamente accumulate.

In secondo luogo, e di conseguenza, che, se è vero che l’uomo è la risorsa fondamentale, ciò significa che bisogna investire su di lui in modo molto diverso da come gli economisti moderni generalmente si immaginano e che, in particolare, al contrario di quanto avviene comunemente – come dimostra la scelta, universalmente diffusa, di porre il “family planning” tra i principali obiettivi da realizzare – la prima preoccupazione di un ecomonista veramente scientifico dovrebbere essere di valorizzare e proteggere da ogni degenerazione quel rapporto tra l’uomo, la donna e la generazione che Cristo e Maria hanno rinnovato e consacrato con la loro presenza tra noi «fino alla fine del mondo» (Mt 28, 20).

Dunque l’affermazione di Lomborg: «permettere alle donne maggiore controllo sulle gravidanze [tramite la diffusione dei metodi contraccettivi] significherebbe 150.000 morti in meno per maternità e 600.000 orfani in meno, oltre a considerevoli benefici economici» non ha nulla di realmente scientifico. Infatti, senza considerare il fatto che la morte per maternità non è conseguenza della maternità come tale, ma di condizioni igienico-sanitarie inadeguate, e queste, non la maternità, andrebbero combattute, senza deviare le risorse verso falsi obiettivi, ciò che soprattutto l’economista trascura ed ignora è il grande mistero dell’amore tra l’uomo e la donna, che è al centro della vita del mondo e che, per il bene integrale, anche economico, dell’uomo deve essere risanato e non violato e stravolto.

Non entriamo ora nel dettaglio, ma ci limitiamo ad osservare che ad uno sguardo non superficiale dovrebbe apparire evidente quanto i metodi artificiali di regolamento delle nascite influiscano negativamente sia sull’organismo femminile, sia sulla qualità dei rapporti coniugali, sia sulla moralità della gioventù – la quale non sembra stia tanto a cuore a Lomborg quanto il suo buon nutrimento e la sua istruzione scolastica, quasi che da una gioventù moralmente sana, e soltanto da essa, non derivassero matrimoni solidi, famiglie felici e figli ben nutriti e curati.

 

[wpedon id=”15469″ align=”center”]

 




Burke: “L’Instrumentum Laboris del Sinodo amazzonico dice alla gente: ‘Avete già le risposte, e Cristo è solo una delle tante fonti di risposte’. Questa è apostasia!”

Il card. Raymond Leo Burke viene intervistato dal giornalista e scrittore Schrab Ahmari, un convertito. Parla dei due principali eventi che stanno calamitando l’attenzione dei fedeli sulla Chiesa: il “percorso sinodale vincolante” dei vescovi tedeschi e l’Instrumentum laboris del prossimo sinodo dei vescovi sull’Amazzonia. Sono due momenti molto critici che la Chiesa sta attraversando. Dell’articolo, pubblicato su First Thing, riprendo solo la parte dell’intervista, che consiglio di leggere con attenzione. 

 

card. Raymond Leo Burke (via Time)

card. Raymond Leo Burke (foto di Franco Origlia – Getty Images, via Time)

 

Sohrab Ahmari: Eminenza, il “percorso sinodale vincolante” dei vescovi tedeschi è collegato al prossimo Sinodo pan-amazzonico?

Cardinale Raymond Leo Burke: Sono molto legati. Infatti, alcuni dei grandi fautori della spinta del documento di lavoro del Sinodo amazzonico sono vescovi e sacerdoti tedeschi. E alcuni vescovi in Germania hanno manifestato un interesse insolito per questo Sinodo amazzonico. Per esempio, il vescovo Franz-Josef Overbeck di Essen ha detto che “nulla sarà più lo stesso” dopo il processo sinodale amazzonico, la Chiesa sarà così completamente cambiata, secondo lui.

 

SA: Il “cammino sinodale” della Germania è ecclesialmente valido?

Cardinale Burke: Non è affatto valido. Questo è stato reso molto chiaro. . . . Nella lettera ai vescovi tedeschi, il cardinale Marc Ouellet della Congregazione per i vescovi [ha detto ai tedeschi] che stanno intraprendendo un processo che è fondamentalmente al di fuori della Chiesa, in altre parole, stanno cercando di creare una chiesa a loro immagine e somiglianza. Per quanto mi riguarda, questa via sinodale in Germania deve essere fermata prima che si faccia ai fedeli un danno ancora più grande. Hanno già iniziato e insistono sul fatto che non può essere fermato. Ma stiamo parlando della salvezza delle anime, il che significa che dobbiamo prendere tutte le misure necessarie.

 

SA: Cosa motiva la spinta dei vescovi tedeschi, sia nel loro Paese che in Amazzonia?

Cardinale Burke: I vescovi tedeschi credono di poter ora definire la dottrina, il che è una cosa falsa. Altrimenti, ci ritroveremmo con un intero gruppo di chiese nazionali, ognuna con le proprie preferenze per quanto riguarda la dottrina e la disciplina. La cattolicità della Chiesa cattolica è esattamente ciò che è a rischio. La Chiesa cattolica è una chiesa che ha una fede, un sistema sacramentale e una disciplina in tutto il mondo, e quindi non abbiamo mai pensato che ogni parte del mondo avrebbe definito la Chiesa secondo culture particolari. Questo è ciò che viene suggerito in questo documento di lavoro (Instrumentum laboris, ndr) dell’Amazzonia e in Germania.

Loro dicono che la regione amazzonica è una fonte di rivelazione divina, e quindi quando la Chiesa vi si reca nella sua potenza missionaria, dovrebbe imparare dalla cultura. Questo nega il fatto che la Chiesa porta il messaggio di Cristo, che da solo è la nostra salvezza, e indirizza quel messaggio alla cultura, non il contrario! Quindi sì, ci saranno elementi oggettivamente buoni nella cultura, in quanto coscienza e natura indicano la rivelazione; ci sono cose nella cultura che risponderanno immediatamente all’insegnamento della Chiesa. Ma ci saranno altri elementi che dovranno essere purificati ed elevati. Perché? Perché solo Cristo è la nostra salvezza. Non ci salviamo, né individualmente né come società.

 

SA: Ma i fautori del processo amazzonico dicono che ci sono troppo pochi sacerdoti nella regione amazzonica.

Cardinale Burke: Quindi abbiamo bisogno di far crescere sacerdoti per le missioni, e in secondo luogo, abbiamo bisogno di coltivare vocazioni tra gli stessi popoli indigeni. Ho visitato il Brasile nel giugno del 2017, e sono stato in visita con un arcivescovo che era stato vescovo nel territorio della Pan-Amazzonia per più di un decennio. Gli posi direttamente questa domanda, perché già allora si parlava di relativizzare l’insegnamento della Chiesa sul celibato per reclutare più sacerdoti. E mi disse che mentre era vescovo, si dedicava soprattutto allo sviluppo delle vocazioni, e c’era un buon numero di vocazioni.

Diceva molto chiaramente: “Non è vera questa idea che la gente di questa regione non capisce la perfetta continenza richiesta ai sacerdoti o che non vi risponde. Questo non è affatto vero”. Ha detto: “Se insegni loro il celibato di Cristo stesso e quindi l’appropriatezza che anche i suoi sacerdoti siano celibi, possono certamente capirlo”. Gli amazzoni sono esseri umani come te e me, e possono ordinare la loro vita con l’aiuto della grazia di Dio.

 

SA: Un’osservazione più ampia fatta dai sostenitori dei processi sia tedeschi che amazzonici è che le condizioni della modernità sarebbero semplicemente troppo difficili per sopportare l’insegnamento morale della Chiesa e la sua disciplina, che si tratti del celibato sacerdotale o del divorzio e del matrimonio per i laici.

Cardinale Burke: Ho partecipato alla sessione 2014 del Sinodo dei vescovi sulla famiglia, e questo argomento è stato usato specificamente per quanto riguarda i divorziati e la loro possibilità di contrarre un cosiddetto secondo matrimonio. È stato un cardinale tedesco a dire che l’insegnamento della Chiesa sul matrimonio è un “ideale”, che non tutti sono in grado di realizzarlo, e quindi dobbiamo dare la possibilità di contrarre un secondo matrimonio a coloro che falliscono nel matrimonio.

Ma l’errore fondamentale è che il matrimonio non è un ideale! È una grazia. Il matrimonio è un sacramento, e chi si sposa, anche gli esseri umani più deboli, riceve la grazia di vivere secondo la verità del matrimonio. Cristo, con la sua venuta, ha vinto il peccato e il suo frutto, che è la morte eterna. Egli ci dona, dal proprio essere, dal proprio corpo glorioso, la grazia dello Spirito Santo per vivere nel matrimonio.

Dio ci dà la grazia, che siamo sposati o celibi. Cristo stesso ne è l’esempio. Non si è sposato. Ha scelto la continenza perfetta per essere per tutti, per essere il salvatore di tutti. Così egli mostra la cooperazione con la grazia per quanto riguarda l’aspetto sessuale del nostro essere. Così il clero celibe è anche un grande incoraggiamento per gli sposi. Perché non è facile neanche essere sposati. Non è facile essere fedeli. Non è facile neanche dare tutta la propria vita, essere sposati fino a quando la morte non ci separi. E allo stesso modo, non è facile abbracciare la grazia della procreazione. Quindi c’è questo grande mistero della grazia divina nella nostra vita, ed è questo che manca qui. C’è un’influenza molto forte dell’idealismo tedesco, delle nozioni storicistiche hegeliane.

 

SA: Ma la nostra cultura iper-sessualizzata non rende molto più difficile aderire agli insegnamenti morali della Chiesa? A volte penso che per i grandi santi sia stato molto più semplice, sia perché erano di clausura, sia perché, quando sono usciti dal mondo, non si sono trovati di fronte a un’atmosfera così “pornografizzata”.

Cardinale Burke: Ma anche Sant’Antonio del deserto subì queste tremende tentazioni. Ha visto immagini di donne nude nel suo eremo. Una delle nostre difficoltà nella vita è che a volte ci permettiamo di vedere cose peccaminose: Questo è il grande male della pornografia. Vediamo immagini che rimangono con noi e poi rimangono fonte di tentazione. Ma in tutto questo, Dio ci dà la grazia di combattere queste tentazioni. San Paolo dice all’inizio della lettera ai Colossesi: “Perciò sono lieto delle sofferenze che sopporto per voi e completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo”. Non c’è nulla che manchi nelle sofferenze di Cristo, se non che dobbiamo unirci a loro.

Questo è il mistero. Molti oggi, a causa dei progressi della scienza e della tecnologia, pensano che la vita dovrebbe essere sempre più facile e conveniente, e portano questa mentalità nella Chiesa. Quindi, se c’è un insegnamento difficile, dicono semplicemente: “Beh, non può essere giusto. Deve essere giusto fornicare o qualsiasi altra cosa”.

 

SA: Eminenza, torniamo alle strutture giuridiche coinvolte: Che cos’è un sinodo? Qual è il suo status giuridico o canonico all’interno delle strutture della Chiesa?

Cardinale Burke: Il concetto è sempre stato quello. Il concetto fondamentale del Sinodo è quello di riunire i rappresentanti del clero e dei laici per capire come la Chiesa potesse insegnare più efficacemente e applicare la sua disciplina. I sinodi non hanno mai avuto niente a che fare con il cambiamento della dottrina o con il cambiamento della disciplina. Tutto questo doveva essere un modo per promuovere la missione della Chiesa. La definizione di Sinodo si basa sulla verità che ogni cattolico come vero soldato di Cristo è chiamato a salvaguardare e promuovere le verità della fede e la disciplina con cui queste verità sono praticate. Altrimenti, la solenne assemblea sinodale dei vescovi tradirebbe la missione. Il Sinodo, secondo il Codice di Diritto Canonico, dovrebbe assistere il pontefice romano con il consiglio per la conservazione e la crescita della fede e della morale, e l’osservanza e il rafforzamento della disciplina ecclesiastica. Non c’è nulla che riguardi il cambiamento della dottrina o della disciplina!

Il documento di lavoro del Sinodo pan-amazzonico è un attacco diretto alla signoria di Cristo. Dice alla gente: “Avete già le risposte, e Cristo è solo una delle tante fonti di risposte“. Questa è apostasia!

Cristo è il Signore, in ogni tempo e luogo – questo è il genio della Chiesa. Quando i missionari hanno predicato Cristo, hanno anche riconosciuto i doni e i talenti delle persone a cui predicavano. Il popolo ha poi espresso nella propria arte e architettura le verità della Chiesa. Hanno aggiunto il proprio accento all’espressione della Verità sottostante. Probabilmente avete visto le Madonne giapponesi. Sono fatte nello stile giapponese, ma [in quelle statue] è espresso il mistero della maternità divina! 

 

SA: In questo contesto, Eminenza, cosa le dà speranza oggi nella Chiesa? 

Cardinale Burke: Il rinnovamento liturgico tra i giovani è ovunque, e mi dà grande speranza. Ci sono molti giovani sacerdoti e seminaristi che non fanno proprio un solo iota di questa rivoluzione. Ed è la liturgia che spesso li attira così tanto, perché questo è l’incontro più perfetto e immediato che abbiamo con Cristo. Sono attratti dall’uso antico, la Forma straordinaria, perché ha tanti simboli in più ed è molto più espressiva dell’aspetto trascendente della nostra vita di fede: Nostro Signore scende sull’altare per rendersi presente sacramentalmente.

Molte persone vengono da me sono molto scoraggiate, alcune di queste vogliono lasciare la Chiesa. Ma non è tutta oscurità. Guardate questi giovani. Guardate queste vocazioni, non solo negli Stati Uniti, ma anche in Germania. Sapete che parlano della secolarizzazione della Germania, ma ci sono ancora buoni giovani cattolici e famiglie cattoliche. . . . Io credo che Cristo ha detto che non ci avrebbe mai abbandonati, che sarebbe stato con noi fino alla fine dei tempi. Io gli credo. Mi fido di lui. 

 

 

[wpedon id=”15469″ align=”center”]

 




Suicidio assistito e perdita del senso religioso della vita

Malato, ospedale, eutanasia

 

di Massimo Lapponi

 

Sembra che, a proposito del suicidio assistito, sia stato lasciato da parte l’aspetto più propriamente religioso. Infatti non mi sembra che qualcuno abbia ricordato che il suicidio è un peccato molto grave e che chi lo commette mette in pericolo la sua salvezza eterna. Questa non è una dottrina nuova, ma si perde nella notte dei tempi. Sembra che il senso religioso dell’umanità abbia da sempre avvertito che la vita è un dono della Divinità, che perciò non ci appartiene e di cui non possiamo disporre a nostro arbitrio, neanche nel caso di gravi sofferenze.

Qui non si tratta del calcolo dei piaceri-dolori e dei costi-benefici, bensì si tratta della considerazione religiosa della vita e dell’intuizione di una grave responsabilità nostra verso la divinità. In questa prospettiva la vita non è un passatempo che, se diventa troppo gravoso, posso abbandonare, ma è un dovere e una missione, di cui mi si chiederà conto e dalla quale non mi è lecito disertare. Anche nella vita militare il disertore è punito con la fucilazione nella schiena, né gli è lecito addurre come scusa le enormi sofferenze della guerra. E attenzione: il giudizio sulla diserzione non lo applica ciascuno al suo personale caso, senza entrare nella coscienza degli altri, ma al contrario è un giudizio obiettivo che viene applicato a tutti. Così la religione non si limita a dare indicazioni, lasciando poi che ciascuno se la veda soltanto con se stesso. No: la diserzione dalla vita tradizionalmente cadeva sotto un giudizio obiettivo che si applicava universalmente. Tanto è vero che al suicida erano negate le esequie pubbliche e la sepoltura in terra consacrata – se pure questo era visto specialmente come una misura deterrente, quando ancora la gente aveva timor di Dio e rispetto per la Chiesa.

Ovviamente oggi c’è la tendenza a riformare anche questa dottrina venerabile per il prevalere della misericordia e anche per la tendenza ad annacquare la dottrina religiosa con considerazioni puramente umane, che di religione finiscono per non avere più nulla. Certamente la maggiore sensibilità verso la misericordia ha i suoi diritti e spinge a dare più spazio alla considerazone delle circostanze che limitano la libertà e la responsabilità dell’uomo e che, soggettivamente, possono attenuare il giudizio. Tuttavia questo non dovrebbe attenuare la severità della dottrina stessa e delle sue esigenze obiettive.

Se, dunque, si chiedesse all’accompagnatore del suicida: ma tu puoi garantire con assoluta certezza che il suicida non incorrerà nella pena eterna dopo la morte, come afferma una tradizione venerabile? cosa risponderebbe?

  1. Io non credo in Dio. Bene. Ma questo è un atto di fede. Non so, infatti, se le dimostrazioni dell’esistenza di Dio sono dubbie, ma certamente lo sono quelle dell’inesistenza di Dio. Dunque l’ateo è un uomo di fede. E questa fede può garantire qualche cosa più di quanto lo possa la fede religiosa?
  2. Anche se Dio esiste, la sua bontà non potrebbe punire eternamente un uomo che vuole soltanto liberarsi dalla sofferenza. Questo corrisponderebbe alla tendenza moderna del cristianesimo “misericordioso”. Ma non sarà, più che un approfondimento del senso della misericordia, un indebito annacquamento della vera religione? L’uomo tentato al suicidio non sta facendo delle ipotesi accademiche, ma si trova ad affrontare la vita in tutta la sua tragicità. Può accontentarsi di una religiosità annacquata? E può accontentarsi delle rassicurazioni di qualcuno che oscilla tra la fede nell’ateismo e la fede in un Dio a cui sono stati sottratti gli attrributi fondamentali di Creatore, Legislatore e Giudice e che sembra essere soltanto la proiezione freudiana dei nostri desideri?

In realtà la tendenza di un certo cristianesimo moderno è di operare un’indebita scissione del Vangelo dai suoi profondi e ineliminabili legami con l’intera rivelazione divina, quale si manifesta nell’Antico Testamento e nel senso religioso dell’umanità. Questa artificiosa scissione spiega il decadere di un certo cristianesimo moderno in un unilaterale umanitarismo.

Su questo punto già molti anni fa aveva scritto pagine mirabili Friedrich Wilhelm Förster (1869-1966) nella sua ulima grande opera “Die Jüdische Frage” (1960) – vedi il seguente articolo:

https://massimolapponi.wordpress.com/lantisemitismo-metafisico/

Che senso religioso avrà, dunque, il nostro accompagantore al suicidio?

Ma ci rivolgiamo di nuovo a quest’ultimo: considerando con più serietà il problema, puoi tu garantire e provare che il suicida, dopo la sua morte, o scomparirà nel nulla (e che questa sarebbe una buona prospettiva), o entrerà in un piacevole riposo eterno? No, certamente! Ora, se un uomo si trovasse davanti a una siepe che nasconda la vista e gli si dicesse che al di là dicono ci sia un precipizio che porta alla morte, o qualcuno sostenesse che invece ci sia soltanto un deserto, e qualcun altro che ci sia una bella ragazza ad aspettarlo – cosa gli direbbe un amico che tiene alla sua felicità? Va’, sta’ tranquillo, ti garantisco che c’è una bella ragazza che ti aspetta?

 

 

[wpedon id=”15469″ align=”center”]

 




Ruggieri: “Non ci sono DAT o suicidi assistiti che possano imporci un altro modo di essere medici”

Dott. Mario Melazzini, affetto da SLA

Dott. Mario Melazzini, affetto da SLA

 

 

di Giuliana Ruggieri

 

In questi giorni, alcuni amici hanno ripreso e condiviso sui social un vecchio articolo dell’8 dicembre del 2016 scritto da Caterina Pasolini e pubblicato da Repubblica. 

Si tratta di una intervista al prof. Mario Sabatelli, primario al Gemelli di Roma, un ospedale di forti tradizioni cattoliche. Guida “Nemo”, il reparto all’avanguardia per i malati di sclerosi laterale amiotrofica (SLA): 10 letti,140 nuovi pazienti ogni anno, 250 in cura.

Il titolo dell’articolo è di per sé  fuorviante: “Io, medico e cattolico spengo le macchine ai malati che lo chiedono”. Nell’intervista si può leggere: “Piergiorgio Welby e Walter Piludu? Fossero stati miei pazienti, avrei seguito le loro decisioni senza bisogno di tribunali. Perché il rifiuto delle cure non è eutanasia ma una questione di buona prassi medica. Già oggi la legge, la Costituzione e il codice deontologico lo consentono. Anche il Magistero della Chiesa è chiaro: non c’è un diritto di morire ma sicuramente un ‘diritto a morire in tutta serenità, con dignità umana e cristiana’”.

Tali affermazioni non sono corrette.

Per affrontare la questione è necessario fare alcune precisazioni, la più importante delle quali è certamente  la questione della relazione medico-paziente (evidente nell’intervista al Prof. Mario Sabatelli).

OCCORRE RIBADIRE LA  CENTRALITÀ DI QUESTA RELAZIONE  ANCHE SE ORAMAI DOPO LA SENTENZA DELLA CORTE COSTITUZIONALE SEMBRA TOTALMENTE ANACRONISTICA.

Il MEDICO CHE LA CORTE COSTITUZIONALE HA IN MENTE  SERVE PER SOMMINISTRARE IL TRATTAMENTO LETALE.

Fin dal tempo della diagnosi, in particolare per i malati di SLA di cui parla il prof. Sabatelli, è necessario un PIANO ANTICIPATO DI CURA, un percorso di continua condivisione con il paziente e con i suoi familiari della situazione, della diagnosi, delle terapie possibili durante tutte le fasi della malattia, costruite in anni di rapporto con questi pazienti.

Per comprendere a fondo i termini di tale delicata questione bisogna però riflettere sul concetto di proporzione e quindi sul concetto di accanimento terapeutico.

L’anestesista Corrado Manni, che operava proprio al Policlinico Gemelli, aveva elaborato nel 1996 una definizione davvero calzante di accanimento terapeutico, secondo la quale si tratta di “un trattamento di documentata inefficacia, a cui si aggiunge una particolare gravosità per il paziente, che rende il trattamento medesimo chiaramente sproporzionato rispetto agli obiettivi della condizione specifica. In una simile prospettiva, l’accanimento o sproporzione non coincide con ogni trattamento che il paziente rifiuti, ma con una valutazione clinica, anche alla luce della risposta soggettiva del paziente.”

Ciò non si discosta molto da quanto precisato da Massimo Antonelli, direttore del Centro di rianimazione e terapia intensiva sempre del Gemelli, “se in un malato di Sla la ventilazione non risultasse più sufficiente, ma anzi complicasse ulteriormente la situazione del malato, si potrebbe emettere un giudizio di sproporzione e dunque desistere dal trattamento”. Ma, precisa, “si tratta di casi estremi”.

Ordinariamente, in effetti, la ventilazione meccanica nei malati di Sla è un trattamento indicato, che interviene ben prima dello stadio terminale di malattia, mantenendo la vita senza prolungare inutilmente l’agonia, anzi agevolando la funzione respiratoria compromessa e dunque offrendo un indiscutibile beneficio al paziente.

Dopo anni di continua condivisione della malattia il consenso informato acquista qui il suo vero significato, accompagnando il paziente anche nella scelta  di non essere intubato.

E nello stesso tempo come dice dice il dott. Andrea D. M. Manazza,  specialista in oncologia, Palliativista:

“Non abbiamo bisogno delle Dat per sospendere la ventilazione meccanica, la dialisi, le trasfusioni, quando non sono più utili o sono nocive: lo facciamo già, ogni giorno. Parte del nostro lavoro, consiste nel capire se una terapia, che è un mezzo di sostegno vitale ordinario e proporzionato, sia diventata, per il signor Mario Rossi, una terapia purtroppo inefficace o sproporzionata; allora cerchiamo di aiutare il signor Rossi e i suoi familiari a capirlo, e a permetterci di sospenderla. Senza imporci; ma senza mentire.” 

Diverso è invece il caso di un paziente che sia già sottoposto ad un trattamento salvavita come la respirazione artificiale, in cui non si riscontrino gli elementi clinici della sproporzione e in cui l’interruzione del trattamento, effettuata da un medico, abbia come risultato principale la morte del paziente.

Qui l’etica professionale, il codice deontologico impone di non cooperare, per non eseguire un atto dal carattere fondamentalmente eutanasico. Altrimenti, non si vede quale sarebbe la differenza sostanziale tra la richiesta di un farmaco letale per ottenere la morte e il richiedere – allo stesso scopo – la sospensione di un trattamento necessario alla sopravvivenza.

E il ruolo e la responsabilità del medico nella morte del paziente avrebbero qui un peso morale decisivo.

NON CI SONO DAT O SUICIDI ASSISTITI CHE POSSANO IMPORCI UN ALTRO MODO DI ESSERE MEDICI.

 

 

[wpedon id=”15469″ align=”center”]

 




Risé: “Senza paternità e maternità, maschile e femminile, non c’è neppure la vita”

Il prof. Claudio Risé, scrittore, giornalista, docente universitario e psicoterapeuta, alcuni giorni fa è stato ospite a Bari di un incontro pubblico sul tema dell’affettività organizzato dal Centro di Servizio al Volontariato San Nicola, moderato dalla dott.ssa Rosanna Lallone. In tale incontro, si è parlato anche della famiglia. A margine di tale incontro ho voluto fare alcune domande al prof. Risé.

 

Prof. Claudio Risé, scrittore, giornalista, docente universitario e psicoterapeuta

Prof. Claudio Risé, scrittore, giornalista, docente universitario e psicoterapeuta

 

Sabino Paciolla: Prof. Claudio Risé, quale è l’ambito dove nasce e si sviluppa l’io della persona?

Claudio Risé: Nella psiche personale, che si forma a partire dalle esperienze dall’inizio della vita ( quindi anche pre e perinatali) in poi. Nella psiche complessiva poi, rappresenta il centro della coscienza, della parte conscia della psiche. lo spiego nel mio libro La scoperta di Sé, San Paolo editore, appunto nel capitolo dedicato alI’Io.

Domanda: Usando una metafora, se dovessimo misurare la “temperatura” della famiglia, per misurare la sua “febbre”, come sarebbe? Fuor di metafora, la famiglia oggi è un ambiente integro o soffre di qualche malessere? Negli ultimi 50 anni vi sono stati fenomeni sociali che le hanno creato qualche “cicatrice” con risvolti negativi sul corretto sviluppo della personalità del bambino/ragazzo?

Risé: La salute della famiglia, ente naturale ma anche sociale, è stata toccata profondamente dalle leggi varate in questo periodo, che l’hanno riguardata direttamente nel caso della legge sul divorzio e indirettamente in quella sull’aborto. In particolare i modi con cui è stata applicata la separazione e divorzio, oggi richieste nei tre quarti dei casi dalle donne, ha creato milioni di bambini di fatto orfani di padre, la cui figura è stata alienata con un affidamento che nella grande maggioranza dei casi non ha concesso ai padri il tempo necessario per avere un’autentica presenza nell’educazione dei figli, come ha riconosciuto lo stesso Consiglio d’Europa. Per l’aborto poi l’Italia è il paese europeo che non prevede neppure una figura di ascolto per il padre che avrebbe voluto che il figlio nascesse.

Domanda: Lei dice che l’affettività non è qualcosa di esterno e sentimentale ma qualcosa che tocca lo sviluppo della personalità, non è un modo di sentire intellettuale ma qualcosa che “fa” la personalità. Dice anche che essa è radicata nel corpo, e che senza di essa non potrebbe esistere la persona. Potrebbe spiegarci meglio questi concetti?

Risé: Sì, anche dal punto di vista psicologico  “affetto” (come racconta l’etimologia della parola) è il participio passato di  facere, che significa fare, formare, e afficere, toccare, commuovere. E’ il fatto, l’esperienza esistenziale che forma l’individuo attraverso  il sentimento e l’emozione, toccando in profondità. Non è quindi un sentimentalismo esterno, ma qualcosa che forma dando direzione e struttura alla personalità. E’ sempre radicato anche nel corpo perché corpo e psiche  formano  un’unità, della cui conduzione e direzione l’Io (della prima domanda)  è responsabile, in quanto centro della coscienza.

Domanda: Prof. Risé, viviamo in una società ampiamente secolarizzata, potremmo anche dire una società post-cristiana, una società che tenta in tutti i modi di mettere da parte Dio, o addirittura di negarlo. La cultura che nasce da questa società potrebbe avere degli effetti sulla formazione della personalità? Quali?

Risé: La fase attuale, in realtà è quella della post-secolarizzazione, come sa bene la sociologia religiosa. La secolarizzazione è in qualche modo finita nel mondo dopo il crollo dell’Unione Sovietica e delle grandi ideologie  materialiste  che hanno dominato la storia occidentale dalla Rivoluzione francese in poi. Da allora l’interesse e la partecipazione religiosa nel mondo sono cresciuti, non diminuiti. Certo i grandi centri di potere economico e politico continuano, anche in Occidente, a influenzare la società con un orientamento materialista e tendenzialmente ateo. Ma sta ai cristiani riproporre il messaggio di Cristo  al centro della società. Come per la verità anche fanno, soprattutto nei paesi extra europei.

Domanda: I genitori rappresentati da papà e mamma sono semplicemente delle realtà biologiche, o rappresentano anche qualcosa d’altro? Sono necessari entrambi?

Risé: L’ordine naturale, biologico, è la traduzione nella realtà materiale dell’ordine spirituale e simbolico che lo ispira, senza il quale non esisterebbe. Padre e madre, e i loro rappresentanti sulla terra sono i riflessi terreni della paternità e maternità sovrapersonale e spirituale all’origine della creazione e senza la quale non saremmo qui a parlarne. Senza paternità e maternità, maschile e femminile, non c’è neppure la vita.

Domanda: Oggi vi è un abuso dell’uso degli smartphone da parte dei ragazzi, addirittura fin dalla tenera età. Molti ritengono che dare ad un bambino di 8 o 9 anni uno smartphone sarebbe come far guidare una Ferrari da un ragazzo senza patente? Lei vede nell’uso/abuso di questo strumento della tecnologia moderna dei rischi per lo sviluppo della personalità e della affettività di ragazzi? 

Risé: E’ ormai noto e accertato che l’uso di smartphone in età precoce ha conseguenze piuttosto gravi sulla loro vita e equilibrio personale, in particolare sulla loro capacità e disponibilità affettiva. In genere, come dimostrano le neuroscienze, ogni sostituzione di strumenti tecnici a quelli forniti dal corpo naturale ha costi più o meno elevati sul piano fisico,  psicologico  e affettivo. Nel caso dei bimbi sono molto elevati

Domanda: E’ vero che l’attuale cultura riduce l’affettività alla mera sessualità?

Risé: Beh, la cultura siamo noi a farla. Di per sé l’affettività tende anzi a tenere la sessualità al suo posto. E’ la società dei consumi che l’ha messa in una posizione centrale, perché indebolisce la persona e la rende più suggestionabile e dipendente dai consumi. Basta ritrovare  “Lo slancio verso l’alto” e cambiare modello di sviluppo e di vita.

“Lo slancio verso l’alto”, uscito pochi mesi fa, è il mio ultimo libro ed è forse quello più vicino al mio rapporto con Gesù Cristo.

 

Claudio Risé: "Lo slancio verso l'alto"

Claudio Risé: “Lo slancio verso l’alto”

 

Claudio Risé è uno scrittore, giornalista, docente universitario e psicoterapeuta italiano di formazione e orientamento psicoanalitico junghiano. È stato fino al 2008 docente di Psicologia dell’Educazione alla Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università di Milano-Bicocca, e precedentemente di Sociologia della comunicazione e dei processi culturali alla Facoltà di Scienze dell’Università dell’Insubria, e di Polemologia al Corso di Laurea in Scienze Diplomatiche della Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Trieste.

Ha scritto numerosi saggi sul dono, sulla psicologia del maschile e sulla figura del padre, oltre a svariati libri inerenti temi di psicologia sociale ed educativa. Giornalista professionista (in passato Inviato a L’Espresso, la Repubblica, Corriere della Sera, Vice Direttore a Espansione, condirettore a Tempo Illustrato), conduce il blog Psiche lui su IO Donna, settimanale del Corriere della Sera, e collabora a quotidiani e settimanali. Dal 2006 al 2015 è stato Presidente della Fondazione Piccolo Teatro di Milano. Dal marzo 2018 è editorialista al quotidiano La Verità con la rubrica Lo sguardo selvatico nell’edizione della domenica.

 

[wpedon id=”15469″ align=”center”]

 




Il fantasma marxista dell’opera: Gesù l’anarchico, il pianeta e gli efficaci oppioidi.

C’è forse una convergenza tra il Gesù comunista e filantropico e la religione ecologista?

Forse sì. È Marx. È la critica marxista alla religione come oppio dei popoli. Eh già! Proprio i catto-comunisti moderni e gli ambientalisti liceali potrebbero rendere ragione dell’effetto narcotizzante della religione…. 

 

"Day for future" a Milano

“Day for future” a Milano

 

 

di Pierluigi Pavone

 

C’è forse una convergenza tra il Gesù comunista e filantropico e la religione ecologista?

Forse sì. È Marx. È la critica marxista alla religione come oppio dei popoli. Eh già! Proprio i catto-comunisti moderni e gli ambientalisti liceali potrebbero rendere ragione dell’effetto narcotizzante della religione…. 

Tutte le profezie marxiste si sono rivelate false e profondamente erronee. L’attuale vitalità di questa ideologia risiede nell’unico aspetto che ha conosciuto una evoluzione: la critica alla religione. Da un lato, infatti, l’emancipazione religiosa e laicista è stata molto più radicalmente ottenuta all’interno dei sistemi liberali: il liberalismo religioso e l’indifferentismo egualitario hanno ottenuto maggiori risultati, rispetto alla persecuzione diretta dei cristiani. D’altro canto, il capitalismo ha dimostrato una capacità di evolversi, assorbire le proprie contraddizioni, espandere i mercati, educare ad una mentalità di consumo che alimenta il sistema stesso, molto oltre qualsiasi semplicistica, riduttiva e miope profezia marxista. Al contrario, uno dei limiti strutturali del marxismo è stata proprio la rigida staticità e incapacità ideologica di misurarsi con i fenomeni reali della società. Non è un caso che una delle maggiori deficienze economiche del sistema sovietico è infatti rintracciabile proprio in questa caratteristica. A determinare il fallimento assoluto del socialismo reale fu anche l’incapacità e il rifiuto di revisione critica dell’analisi storica, sociale, antropologica, economica che aveva contrassegnato l’ideologia marxista e la rivoluzione bolscevica. Paradossalmente l’unico aspetto che, dalla metà degli anni cinquanta fino alla rivoluzione culturale del 1968 – che amplificò e destinò alle masse ciò che era stato formulato su un piano prettamente intellettuale, accademico e teologico –, fu vero oggetto di revisione fu la religione e il suo ruolo sociale. 

Quanto più il comunismo dei paesi occidentali per un verso e di quelli latino-americani dall’altro ottenevano una misurata autonomia dal bolscevismo russo, tanto più diventava possibile creare i presupposti per un connubio tra la visione marxista della storia e della società e il cristianesimo. Questo connubio che segnò la matrice teologica maggioritaria in America Latina e l’evoluzione partitica della Democrazia Cristiana e del Partito Comunista Italiano fu determinato da canali di compensazione. Filosoficamente era possibile. La critica marxista alla società borghese, ad esempio, era in grado di assorbire linearmente l’analisi freudiana dell’origine della società – come vedremo in un’altra occasione –; ma il marxismo non aveva mai avuto modo di confrontarsi con lo sviluppo della psicanalisi e a sua volta la psicanalisi rileggeva la religione in una verità nevrotica collettiva. In questo senso, l’analisi freudiana dell’origine della società e dello sviluppo del monoteismo erano complementari al marxismo: in entrambi i casi Dio rappresentava l’onnipotenza della oppressione e della repressione e la religione il culto che alimentava questa sudditanza. Al contrario, il connubio col cristianesimo esigeva un revisionismo di notevole levatura teorica, quanto alla critica che Marx aveva fatto alla religione e al senso ultimo che aveva conferito al processo di emancipazione umana. Se Dio restava l’onnipotenza nemica dell’uomo – come nella tradizione gnostica antica – la religione non era più da intendersi come culto nei confronti di Dio, ma in un certo senso come restituzione di una legittima e inconscia speranza umana. 

Intellettuali come Bloch, riconobbero alla religione una verità umana. Non si limitarono a condannare la religione a menzogna o superstizione, ma valorizzarono, sul piano della utopia, i meccanismi di proiezione inconscia dei desideri e delle attese umane di un nuovo mondo, socialmente giusto e fraterno. Il messaggio del Vangelo conteneva, quindi, una verità umana di speranza e questa speranza era di giustizia sociale, di solidarietà, di fratellanza, di pace. Il paradiso non era più illusione o ostacolo; al contrario era una metafora o un mito da valorizzare, come prospettiva efficace da determinare nella storia, fra tutti i popoli. Da oppio, la religione diventava ancella della rivoluzione. 

Chiaramente anche il cattolicesimo avrebbe dovuto fare la sua parte: intenzioni e presupposti erano squisitamente congeniali. Per molte altre vie, vari teologi erano da tempo impegnati – seppur in modo che solo «altri eventi non politici» avrebbero reso omogeneo e allineato – a costruire una matrice dottrinale e pastorale di decostruzione, sovversione e destabilizzazione. Una componente essenziale di questa matrice era «il presupposto dicotomico». Da una parte esisteva l’effettivo e originario messaggio dell’uomo Gesù e dall’altra la sovrastruttura teologica, ecclesiastica, dottrinale. Attraverso questa distinzione sostanziale – che in generale si lasciava cadere nel IV secolo, alla luce della svolta costantiniana (che ora si voleva sacralmente superare e condannare) – era possibile rifiutare in blocco qualsiasi aspetto dottrinale o l’intera formazione filosofia e teologica della Chiesa e determinare a piacimento il messaggio evangelico nella sua presunta purezza. I protestanti avevano già così operato, per condannare il papato a manifestazione dell’Anticristo o gli illuministi tedeschi per salvaguardare, del Vangelo, un messaggio morale di eco socratica. Naturalmente ogni aspetto divino di Cristo, il senso del Sacrificio espiatorio, il fatto della Resurrezione, l’istituzione del sacerdozio e della Chiesa, la presenza del diavolo, l’inferno, il Giudizio erano tutte credenze che venivano meno, relativizzate, misconosciute, oggetto di diretta apostasia. Il dialogo con il mondo doveva partire necessariamente dalla rinuncia a vedere il mondo come il luogo della battaglia satanica. Non c’era più nessun nemico; non c’era in fondo nessuna colpa e nessun peccato, quindi nessuna redenzione e nessun giudizio. Il Vangelo non era più la rivelazione dell’amore di Dio che si incarna per morire in Croce a causa del peccato degli uomini, per permettere nuovamente la possibilità del Paradiso. Il Vangelo era ed è un messaggio di giustizia sociale, di accoglienza e fraternità mondana, di condivisione di spiritualità. Come nello gnosticismo, di auto-coscienza dell’uomo e del suo destino divino. Dall’Incarnazione del Verbo si è passati all’incarnazione dell’utopia sociale.

In questo si coglie l’aspetto paradossale. Da una parte il Cristo viene nuovamente consegnato nelle mani degli uomini, per essere ancora tradito e vilipeso, nella subdola menzogna luciferina di misconoscere la sua divinità per apprezzarne una umanità anarchica, globalista, comunitarista. D’altra parte, proprio questa umanizzazione gnostica della religione produce un doppio effetto narcotizzante. 

Il primo effetto si ripercuote sulla Chiesa: la religione, vale a dire, diviene narcotico proprio dei cristiani, proprio nella misura in cui secolarizzandosi e apostatando non illumina più le coscienze, non è oggetto di contraddizione rispetto al peccato, al Giudizio, all’inferno, al mondo, al principe di questo mondo. Per Marx la religione era oppio della coscienza di classe del proletariato internazionale. È sconcertante notare che la sottile e paradossale verità di questa critica sia resa attuale e concreta proprio da coloro che tradendo dall’interno la religione di Cristo, onnubilano – come falsi profeti e lupi rapaci travestiti da agnelli – le coscienze dei cristiani.         

Il secondo effetto ha una portata globale: le masse sono distratte, stordite, narcotizzate da nuove forme religiose, radicate nell’umanesimo italiano. L’ambientalismo è una di queste e forse la più efficace. Che l’ecologismo sia l’effetto ultimo dell’umanesimo gnostico, che concepisce l’universo come dimora divina, è dimostrabile, per mezzo della cabala e delle sue eredità. Molti si rincorrono nel denunciare il nuovo umanesimo. Sarebbe da denunciare ancora più radicalmente l’umanesimo fiorentino in sé! Altrimenti siamo come coloro che denunciano i pericoli del sinodo per l’Amazzonia – come se fossero fiori del deserto –, senza però risalire alla cause prime (e non seconde o terze o ultime….) di quelle teorie (chi ha orecchi, intenda!). 

È, infatti, nella tradizione filosofica umanista che si radica l’idea moderna dell’uomo divino, che rivendica il potere illimitato di dare la vita e la morte, di plasmare se stesso, la storia, l’identità sessuale, la società e persino la Chiesa di Cristo. A differenza della Gnosi antica, questa rivendicazione di auto-deificazione accade però in un mondo pensato – in virtù della Cabala – come tempio e dimora di Dio. In questo panteismo a volte velato, a volte indiretto, oggi ecologista, si nasconde la strategia satanica e il potere narcotizzante dell’ambientalismo, usato dal potenti del mondo come oppio delle masse, per la conservazione di quella gloria da parte delle nazioni, che Satana concede a chi è disposto ad adorarlo come dio.  

 

[wpedon id=”15469″ align=”center”]

 

 




Osservatorio di Bioetica di Siena: Sgomento per la sentenza della Corte Costituzionale su suicidio assistito

Eutanasia

 

L’Osservatorio di Bioetica di Siena esprime il proprio sgomento di fronte al pronunciamento della Corte Costituzionale sul cosiddetto “suicidio assistito”.

Con sentenza storica i giudici costituzionali hanno ritenuto “non punibile a determinate condizioni” l’assistenza al suicidio  prevista dell’articolo 580 del codice penale.

 

Dallo scarno comunicato emesso si evince che la Corte:

  • ha demandato al giudice la responsabilità di applicare o meno il citato articolo 580 del codice penale, introducendo quindi un criterio di discrezionalità in una materia delicatissima e potenzialmente fonte di abusi. 
  • fa riferimento alla legge sul consenso informato e sulle palliative, mentre purtroppo la realtà del nostro Paese è che le cure palliative sono ancora largamente non erogate. 
  • prevede il ruolo attivo del Servizio Sanitario Nazionale nella fornitura del suicidio assistito ma non cita più l’obiezione di coscienza per i medici. 
  • Infine, cosa gravissima, contempla tra le situazioni che rendono non punibile l’assistenza al suicidio, oltre alla sofferenza fisica causata da malattia irreversibile (NB: quindi anche malattie come il diabete) anche quella psicologica. 

 

Si confermano quindi i timori espressi alla vigilia della sentenza: da oggi in Italia sarà molto più facile indurre al suicidio le persone deboli, fragili e perché no, quelle che sono “di peso”.

La Corte ha intrapreso  una strada pericolosissima che segna la  fine della civiltà, la fine della tutela del diritto alla vita, fino ad oggi costituzionalmente garantito e protetto. 

La Corte ha legiferato scavalcando l’accertamento della volontà popolare espressa in Parlamento e tutto questo ci viene fatto passare per libertà e autodeterminazione: la morte è “il best interest”.

Spariscono dall’orizzonte improvvisamente temi come le cure palliative, terapia del dolore, sostegno ai pazienti a domicilio, assistenza ai disabili gravi, fondi per le prestazioni minime ai malati cronici. Ma la Corte costituzionale ha in mente un altro Paese, e pensa che il problema da risolvere oggi sia invece come concedere il diritto a farsi uccidere con un farmaco letale dal Servizio Sanitario Nazionale.

Altrettanto grave la responsabilità  di chi ha fatto credere a tutti che questa fosse la priorità e che ha portato un Paese per tradizione e cultura solidale e amante della vita a trovarsi in casa il suicidio assistito legale senza neppure accorgersene, privando con abile furto gli italiani dell’elementare diritto democratico a un dibattito pubblico. 

 

Ci auguriamo che: 

– il Parlamento intervenga almeno per evitare derive peggiori. Lo scenario prossimo venturo lo si vede già nelle nazioni dove il suicidio assistito è legalizzato, ossia Olanda, Belgio e Lussemburgo. In Olanda le cause di morte per eutanasia sono al 4,4% e si uccidono anche i bambini.

– che i medici continuino ad affermare che la loro professione sia svolta per eliminare la malattia e non il malato (secondo il motto “guarire qualche volta, curare spesso, prendersi cura sempre”) e possano almeno esprimere obiezione di coscienza alle pratiche mortifere

– che la terapia del dolore e le cure palliative  siano capillarmente diffuse in tutto il territorio nazionale

– che il nostro Paese continui a diffondere la cultura della vita e della solidarietà all’origine dei nostri Ospedali, come testimoniato nella nostra città in maniera mirabile dal Santa Maria della Scala.

Da oggi esiste il diritto a morire, chiediamo ora che venga stabilito e protetto ad ogni costo il diritto a vivere!

 

 

fonte: Osservatorio di Bioetica di Siena




Sant’Agostino: “Dio chiamerà i pastori cattivi a rendere conto delle sue pecorelle e della loro morte”

Puntuto e arguto questo commento dello scrittore Phil Lawler nei confronti del silenzio o, addirittura, della accondiscendenza di tanti pastori di fronte a quello che sta accadendo dinanzi ai nostri occhi.

Ecco l’articolo pubblicato su Catholic Culture nella mia traduzione. 

 

sant'Agostino

sant’Agostino

 

“Dio chiamerà i pastori cattivi a rendere conto delle sue pecorelle e della loro morte.” Così sant’Agostino, nel suo sermone Sui Pastori.

I sacerdoti cattolici in America leggono ancora regolarmente l’Ufficio divino? (temo di conoscere la risposta a questa domanda. Secondo un recente sondaggio, circa la metà non lo fa, anche se hanno l’obbligo morale di farlo.) E i vescovi? Perché se lo fanno, di recente hanno avuto una ramanzina, con estratti dal famoso sermone di sant’Agostino sparso attraverso l’Ufficio delle letture durante le ultime settimane.

Questa mattina mi sono ritrovato a ricordare un prelato le cui omelie presentavano il tipo di approccio di pensiero positivo che va bene per i pranzi del Rotary Club, costruendo un climax retorico in cui egli avrebbe inevitabilmente dichiarato: “Oggi potrebbe essere il giorno più bello della tua vita!”. Nessuno si sarebbe sentito offeso da queste vacue omelie, e nessuna dura lezione sarebbe stata imparata. Sant’Agostino conosceva bene quello stile di predicazione:

Ma che tipo di pastori sono quelli che per paura di offendere non solo non riescono a preparare le pecore alle tentazioni da cui sono minacciati, ma anche a promettere loro la felicità terrena? Dio stesso non ha fatto tale promessa a questo mondo. Al contrario, Dio ha predetto difficoltà su difficoltà in questo mondo fino alla fine dei tempi. E volete che il cristiano sia esente da questi problemi? Proprio perché cristiano, è destinato a soffrire di più in questo mondo.

E ancora:

Il pastore negligente non riesce a dire al credente: Figlio mio, vieni al servizio di Dio. Sii veloce nella paura e nella giustizia, e prepara la tua anima alla tentazione. Un pastore che dice questo rafforza colui che è debole e lo rende forte. Un tale credente non spera allora nella prosperità di questo mondo. Infatti, se gli è stato insegnato a sperare per il guadagno del mondo, sarà corrotto dalla prosperità. Quando arriverà l’avversità, sarà ferito o forse distrutto.

Che cosa dovrebbe dire il pastore a un membro del suo gregge che sia coinvolto in un peccato pubblico manifesto? Che cosa dovrebbe dire il vescovo, al funerale di una celebrità cattolica che ha promosso energicamente l’aborto legale? Anche in questo caso sant’Agostino ebbe una risposta, citando Ezechiele:

Se io dico ad un uomo malvagio: “Malvagio sciagurato, tu devi morire”, e tu non parli per avvertire il malvagio di rinunciare alle sue vie, allora egli morirà per il suo peccato, ma io ti riterrò responsabile della sua morte. Se però avverti un malvagio di rinunciare alle sue vie e di pentirsi, e lui non si pente, allora lui morirà per il suo peccato, ma tu stesso avrai salvato la tua vita.

“Vedi quanto sia pericoloso tacere”, chiese il grande santo. “Se rimani in silenzio, muori: e giustamente. Morirai per la tua empietà e il peccato: è la tua negligenza che ti uccide”.

Mons. Charles Pope, in un’eccellente riflessione sull’omelia di sant’Agostino, riassume bene questa lezione:

Il cattivo pastore teme le controversie; non vuole rischiare la sua popolarità o la sua carriera. Si nasconde, vivendo con le pecore che rimangono e che si riducono sempre più.

Sì, sempre meno pecore. Mons. Pope osserva che mentre i pastori evitano le questioni difficili, migliaia di cattolici – specialmente i cattolici più giovani  – si dirigono verso le uscite della chiesa. Nel mondo al di fuori del complesso parrocchiale, gli standard morali crollano, e i cattolici sono testimoni silenziosi se non complici attivi. Ci sono molte ragioni per il crollo della pratica cattolica e dell’influenza cattolica nella nostra società, molte colpe da spartire. In questo caso le pecore stesse non sono certamente senza colpa. Tuttavia l’erosione sta diventando sempre più grave, e tutti lo sanno. Eppure, osserva Mons. Pope:

In mezzo a questo declino – in cui, proprio quando sembra che non si possa peggiorare, molti pulpiti sono stranamente silenziosi, così come lo sono i programmi di catechesi, e  le università e i collegi nominalmente cattolici. Si tratta ancora delle solite faccende, anche se la maggior parte non viene più a Messa per saperlo. Non si saprebbe mai che c’è stato uno tsunami che infuriava fuori dalle porte.

Ci sono – ora come in ogni generazione – fedeli, leali cattolici che fanno del loro meglio per confermare la fede e trasformare la cultura secolare attraverso il potere del Vangelo. Ricevono il sostegno incondizionato dei loro vescovi e pastori? O è più esatto dire che ancora una volta sant’Agostino ha fatto centro?

Non basta che trascurino i malati e i deboli, quelli che si smarriscono e si perdono. Cercano persino, per quanto sia in loro potere, di uccidere i forti e i sani.

Sant’Agostino, vescovo diligente, non aveva pazienza con gli altri vescovi, gli altri pastori, che godevano del loro status ma trascuravano i loro doveri. Il suo sermone è stato ovviamente scritto e pronunciato con rabbia, giusta rabbia, collera per il tradimento di uomini che erano stati scelti per portare avanti il lavoro degli apostoli. Perché non vediamo e non sentiamo lo stesso tipo di giusta rabbia mostrata oggi dai nostri vescovi?

I sacerdoti molestano i bambini e i vescovi negligenti nascondono i loro crimini; ora altri vescovi si scusano. Un cardinale arcivescovo viene esibito come un predatore [sessuale] (si riferisce all’ex card. McKarrick, ndr), e altri vescovi esprimono la loro delusione. Una scuola cattolica ospita un oratore che sostiene l’infanticidio, e il vescovo locale fornisce un chiarimento. Dov’è la giusta rabbia? Dov’è la virile indignazione?

Ogni volta che scrivo un articolo come questo, critico nei confronti dei vescovi, posso aspettarmi di ricevere qualche commento da parte dei lettori che sperano che io riconosca anche i “buoni vescovi”. E lo farò, volentieri. I buoni vescovi, a mio avviso, sono quelli che, di fronte a chiare prove di negligenza episcopale, la condanneranno con lo stesso ardente candore che sant’Agostino ha mostrato, dicendo:

Non lasciate che un tale pastore si inganni perché la pecora non è morta, poiché, sebbene sia ancora viva, è un assassino.

 

[wpedon id=”15469″ align=”center”]

 




Cina, Le citazioni di Xi Jinping sostituiscono i Dieci comandamenti

Il regime cinese del presidente Xi Jinping non sopporta di Dieci Comandamenti della fede cristiana. Per questo li fa strappare dalle chiese per sostituirli con i “dieci comendamenti” del regime.

Ce lo spiega Tang Feng in questo articolo pubblicato  su Bitter Winter.

Slogan e poster di propaganda politica affissi in una chiesa delle Tre Autonomie

Slogan e poster di propaganda politica affissi in una chiesa delle Tre Autonomie

 

 

I Dieci comandamenti sono il fondamento della morale cristiana e costituiscono un riferimento essenziale nella vita dei credenti di tutto il mondo. Invece nella Cina atea essi vengono eliminati dai luoghi di culto perché rappresentano un obbrobrio agli occhi del despota del Paese.

Non è sfuggita ai rimproveri del governo nemmeno una chiesa delle Tre Autonomie controllata dallo Stato situata in una contea nell’area metropolitana della città di Luoyang nella provincia centrale dell’Henan che, solo dopo ripetute richieste, ha sostituito i Dieci comandamenti con le citazioni del presidente Xi Jinping. A fine giugno i funzionari del Dipartimento del lavoro del Fronte Unito hanno rimproverato la comunità con queste parole: «Il Partito deve essere obbedito in ogni ambito. Dovete fare tutto ciò che il Partito vi dice di fare e se lo contraddite la vostra chiesa verrà immediatamente chiusa».

 

I Dieci comandamenti sono stati rimossi dal muro della chiesa

I Dieci comandamenti sono stati rimossi dal muro della chiesa

 

Secondo un fedele che ha chiesto di rimanere anonimo i Dieci comandamenti sono stati rimossi da quasi tutte le chiese appartenenti al Movimento delle Tre Autonomie e dalle sale per riunioni nella contea e sostituiti da citazioni di Xi Jinping. Si tratta di alcuni passaggi di un discorso tenuto in occasione di una riunione operativa del Dipartimento del lavoro del Fronte Unito centrale svoltasi il 18 maggio 2015: «I valori centrali del socialismo e la cultura cinese aiuteranno a sommergere le varie religioni. Occorre supportare la comunità religiosa nell’interpretazione del pensiero religioso, delle dottrine e degli insegnamenti in modo conforme ai bisogni del progresso dei tempi. State risolutamente in guardia contro l’infiltrazione ideologica occidentale e resistete in modo cosciente all’influenza del pensiero estremista».

Il fedele ha anche rivelato che alcune chiese delle Tre Autonomie sono state chiuse per non aver attuato la direttiva di sostituire i Dieci comandamenti con le citazioni del presidente. Alcune comunità sono state minacciate di essere inserite nella black list se non si adegueranno alle attuali politiche nazionali, per i fedeli ciò comporterebbe limitazioni nella possibilità di viaggiare e avrebbe anche delle conseguenze per la scolarizzazione e la futura occupazione della loro prole. I funzionari hanno affermato che disobbedire agli ordini equivale a opporsi al Partito Comunista.

I Dieci comandamenti sono stati rimossi e in tutte le chiese cinesi sono stati sostituiti con le citazioni di Xi Jinping

I Dieci comandamenti sono stati rimossi e in tutte le chiese cinesi sono stati sostituiti con le citazioni di Xi Jinping

 

Un predicatore di una chiesa protestante controllata dallo Stato ha affermato che il PCC non si limita a sradicare le Chiese domestiche, ma sta anche metodicamente distruggendo la Chiesa delle Tre Autonomie attraverso la corruzione della dottrina cristiana.

Il predicatore ha esposto la propria analisi della situazione: «Il primo passo del governo consiste nel vietare i distici religiosi. Poi fa smantellare le croci e inizia ad applicare i “quattro requisiti” ordinando che la bandiera nazionale e i “valori centrali del socialismo” vengano esposti nelle chiese. Vengono quindi installate le telecamere di sorveglianza per monitorare i credenti e le attività religiose. L’ultimo passo consiste nel sostituire i Dieci comandamenti con i discorsi di Xi Jinping. L’obiettivo finale del Partito Comunista è “diventare Dio” e questo è ciò che il diavolo ha sempre fatto».

Un altro fedele ha aggiunto: «In Cina vige la dittatura del partito unico. Le persone possono solo obbedire al Partito Comunista e subirne il controllo. Non abbiamo affatto libertà».

I caratteri cinesi che rappresentano i Dieci comandamenti sono stati rimossi e messi in una borsa

I caratteri cinesi che rappresentano i Dieci comandamenti sono stati rimossi e messi in una borsa

 

La rimozione dei Dieci comandamenti dalle chiese a opera del PCC è un evento frequente nell’Henan e Bitter Winter ne ha già ampiamente dato notizia. Lo scorso novembre, con una mossa di “sinizzazione” al limite della farsa le autorità della contea di Luoning nell’Henan hanno ordinato a una chiesa delle Tre Autonomie di rimuovere il primo dei Dieci Comandamenti, «Non avrai altro Dio all’infuori di me» perché «Xi Jinping si oppone a questa affermazione». Anche in altre parti del Paese i Dieci comandamenti vengono sostituiti dai ritratti di Mao Zedong e Xi Jinping e dalla propaganda comunista.

 

 

 

 

 




Card. Savino: un dialogo senza conversione? Senza invito ad accettare Gesù come Redentore dell’uomo?

Riporto il testo delle osservazioni fatte dal cardinale Jorge Urosa Savino, arcivescovo emerito di Caracas, Venezuela, sull’Instrumentum Laboris per il prossimo Sinodo dell’Amazzonia. Sono osservazioni molto puntuali, espresse in maniera garbata ma ferme.

Il testo delle osservazioni è stato pubblicato sul National Catholic Register. Eccolo nella mia traduzione. 

 

Cardinale Jorge Urosa Savino, arcivescovo emerito di Caracas

Cardinale Jorge Urosa Savino, arcivescovo emerito di Caracas

 

Tra pochi giorni inizierà un Sinodo speciale per l’Amazzonia, indetto da Papa Francesco per studiare “Amazzonia, nuovi cammini per la Chiesa e per un’ecologia integrale”.

Si tratta di un sinodo dedicato in modo particolare allo studio dei problemi della Chiesa in una particolare regione, l’Amazzonia, che comprende buona parte del Sud America. Tuttavia, avrà un’importanza particolare per la Chiesa universale perché il Papa, come anche coloro che hanno lavorato alla sua preparazione, intende che questo Sinodo abbia un’applicazione universale. Pertanto, questa assemblea sinodale influenzerà tutta la Chiesa e non solo i Paesi amazzonici. Tra questi, naturalmente, c’è il nostro Paese, il Venezuela.

Lo instrumentum laboris (IL), o documento di lavoro, è in circolazione da giugno. E in vista della metodologia dei sinodi, che usano questi documenti di lavoro come base per le discussioni sinodali, questo documento è di eccezionale importanza.

In questo caso più del solito, perché senza dubbio si tratta di un documento complicato e innovativo, con un contenuto insolito, anche piuttosto polemico, e che ha suscitato grandi dibattiti. È per questo motivo che mi sono assunto il compito di studiarlo per aiutare i Padri sinodali – pur evidenziandone i punti di forza – a porre rimedio alle sue debolezze.

 

Contenuto del documento

 

Il testo si compone di tre parti; la prima, intitolata “La voce dell’Amazzonia”, discute gli aspetti fondamentali della realtà sociale e culturale amazzonica. Il secondo si occupa principalmente di problemi ecologici e socioeconomici ed è intitolato “Ecologia integrale: Il grido della terra e dei poveri”. Il terzo presenta proposte di azione pastorale: “La Chiesa profetica in Amazzonia: Sfide e speranze”. Tuttavia, i diversi temi delle tre parti si mescolano insieme, il che crea ripetizioni, allunga inutilmente il testo e diminuisce la chiarezza dei concetti.

Copiosi nel testo sono i temi culturali, ecologici e socio-economici. Meno numerose, ma estremamente più importanti, sono le proposte di evangelizzazione e di azione pastorale.

 

Una corretta difesa dell’Amazzonia e dei popoli amazzonici

 

E’ senza dubbio lodevole cercare di affrontare la drammatica situazione dell’Amazzonia, oggi minacciata da interessi economici voraci e irrazionali. Uno dei meriti del documento è che include le esperienze, i problemi e le aspirazioni di molte persone, raccolte dai membri del REPAM (Rete ecclesiale di Panamazonia), in preparazione di questo Sinodo.

Il documento di lavoro articola, quindi, la grave situazione, sia ecologica che socio-economica, che il territorio e i popoli dell’Amazzonia stanno soffrendo. Come vescovo venezuelano, sostengo la denuncia e il rifiuto che l’Instrumentum laboris esprime nei confronti di ogni violenza contro i popoli e la terra amazzonica.

L’Amazzonia venezuelana soffre ai nostri tempi questa grave situazione di sfruttamento. Concretamente, il nostro attuale governo ha promosso un aggressivo e disordinato sfruttamento minerario nell’Arco Minero, o Mezzaluna Mineraria, nella nostra regione amazzonica venezuelana, a sud del fiume Orinoco. Grazie a Dio, questo documento sottolinea e denuncia, giustamente e correttamente, la gravità dei crimini commessi contro i popoli amazzonici, in particolare contro i popoli indigeni, che il testo identifica come “popoli originari”.

La violenza dell’ambizione umana ha trasformato l’Amazzonia in un’area di “allontanamento e sterminio di popoli, culture e generazioni” (23). Questa aggressione richiede, e in tutta giustizia esige, la difesa della vita, della terra e delle risorse naturali, come pure della cultura e dell’organizzazione sociale dei popoli (17). In questa opera la Chiesa in Amazzonia ha agito con energia e – come afferma giustamente il documento – deve certamente continuare a farlo.

Sosteniamo pienamente, quindi, questa accusa e condanniamo ogni ingiustizia. Dobbiamo essere d’accordo con la difesa dei popoli amazzonici, dell’ambiente naturale e nella sua affermazione dell’obbligo della Chiesa di accompagnare e proteggere i popoli oppressi.

 

La bellezza dell’Amazzonia e un’antropologia idealista

 

Un’osservazione speciale: L’Instrumentum laboris sembra pensare che tutta la popolazione amazzonica sia indigena, indiana o “originaria”. In Venezuela questo è vero solo nei vicariati apostolici, non nelle diocesi istituite nella nostra regione amazzonica, dove la maggioranza della popolazione è criollos, cioè bianchi o meticci venezuelani, o afro-venezuelani, e non indigeni.

Un aspetto piuttosto impressionante del testo è la descrizione ottimistica e laudativa, quasi utopica, dell’Amazzonia e dei suoi popoli indigeni. Il territorio si presenta essenzialmente come una sorta di paradiso terrestre di bellezza illimitata (IL, 22) “pieno di vita e di saggezza” (5), dove il popolo amazzonico – specialmente gli indigeni – cerca “la vita buona”, che è quella di vivere in armonia con se stessi, con la natura, con gli esseri umani e con l'”essere supremo” (11).

Il testo parla anche della natura come “Madre Terra” (con lettere maiuscole ….) quasi come se fosse una persona (44). Il documento loda la sapienza ancestrale dei popoli amazzonici, che si manifesta nella cura della Terra, dell’acqua e della foresta…. e propone di sviluppare con loro mezzi di evangelizzazione in dialogo, in cui si manifestino i semi del Verbo (29). Anche: “La diversità originale che la regione amazzonica offre – biologicamente, religiosamente e culturalmente – evoca una nuova Pentecoste” (30). Ora: Perché una diversità originale dovrebbe favorire questa “nuova Pentecoste”? Dobbiamo studiare a fondo il significato di queste frasi che, in prima lettura, sembrano confuse ed esagerate.

Abbastanza romantica è anche la descrizione dei nativi amazzonici come esseri eccezionali, che vivono in armonia con la natura e l'”essere supremo”, e che sarebbero la personificazione dell’utopico “Nobile Selvaggio”: virtuoso, gentile, innocente e confidente. Avrebbe una saggezza in cui troveremmo i semi della Parola. Questa è una visione antropologica molto ottimistica, ma, tuttavia, è lontana dall’antropologia cattolica molto realistica, con la sua visione biblica e cristiana dell’uomo, sicuramente immagine e somiglianza di Dio, ma ferita dal peccato e bisognosa di redenzione.

Sarebbe per questo che si dice così poco sul bisogno di salvezza e di redenzione? Né sull’esigenza di compiere un intenso sforzo per rafforzare l’azione pastorale e chiaramente evangelica della Chiesa in Amazzonia, come se Cristo non fosse necessario e fosse sufficiente l’armonia con la natura? Questa è una debolezza che il Sinodo deve correggere.

 

Una nuova rivelazione?

 

Il testo parla anche del grido di giustizia della terra amazzonica e presenta questa regione, ancora una volta quasi personalizzata, come “luogo teologico, dove si vive la fede e che sarebbe una fonte particolare della rivelazione di Dio” (18 e 19). Qui troviamo un altro punto problematico dell’IL, uno per una discussione seria, perché assegna ad un particolare territorio e alla lotta per la giustizia la categoria di “una particolare fonte di rivelazione”. O sono la fonte di una nuova rivelazione?

Dobbiamo tenere presente che la parola “rivelazione” nel magistero della Chiesa e nella teologia in generale è molto concreta e specifica. Significa la comunicazione, rivelazione e manifestazione che Dio ha fatto di se stesso all’umanità attraverso Gesù Cristo. Questo è molto chiaro nel documento Dei Verbum, riguardante la rivelazione divina, del Concilio Vaticano II (DV, 2). Sappiamo che la rivelazione completa è già avvenuta in Gesù Cristo, e nessun documento ufficiale può usare un linguaggio ambiguo che possa oscurare quella realtà teologica e dottrinale.

Il minimo che possiamo dire è che si tratta di un linguaggio inadeguato e impreciso, che dovrebbe essere sempre evitato in un testo ufficiale. Potremmo parlare semplicemente di una sorta di “manifestazione di Dio”. Una delle debolezze del testo è proprio il suo linguaggio astruso, equivoco e vago. Sarà necessario usare maggiore chiarezza concettuale e rigore e precisione teologica e dottrinale durante il Sinodo attuale.

 

Dialogo e evangelizzazione

 

I paragrafi finali della prima parte dello instrumentum laboris affrontano il tema del dialogo e dell’evangelizzazione. Certamente l’affermazione della necessità del dialogo per evangelizzare è del tutto corretta. Nostro Signore Gesù Cristo ha parlato con la donna samaritana. E così dovremmo fare oggi (37). Ma il documento fa affermazioni che sembrano romantiche o forse eccessive. Presenta l’Amazzonia come “paradigma” del patto sociale del dialogo (37); afferma che i popoli dell’Amazzonia, specialmente i poveri, gli originari e i culturalmente diversi, sono il soggetto e i protagonisti del dialogo. Questo potrebbe essere accettabile, ma solo se non è considerato esclusivo. È necessaria una migliore espressione.

Ma: un dialogo senza proposta di conversione? Un dialogo senza invito ad accettare Gesù come solo e unico Salvatore, come Redentore dell’uomo, ferito dal peccato? Perché questo messaggio non è espresso chiaramente? Apparentemente manca nel documento l’entusiasmo, o una maggiore consapevolezza, della necessità che la Chiesa fornisca un’azione evangelica più intensa, proprio qualcosa di assolutamente vitale per la Chiesa ovunque. Questo dovrebbe essere il fulcro, il cuore del testo, e poi del Sinodo: la rivitalizzazione della Chiesa in Amazzonia. Ciò che sembra mancare, o molto debolmente espresso, è l’urgenza di attuare la missione evangelizzatrice della Chiesa. Per contro, per quanto riguarda l’evangelizzazione, dobbiamo adottare le parole di papa Francesco nell’esortazione apostolica Evangelii Gaudium, 14 anni:

“L’evangelizzazione è fondamentalmente legata all’annuncio del Vangelo a coloro che non conoscono Gesù Cristo o lo hanno sempre rifiutato. …. Ogni persona ha il diritto di ascoltare il Vangelo. I cristiani hanno il dovere di annunciarlo, non escludendo nessuno, non come imposizione di un nuovo obbligo, ma come condivisione di una grande gioia…..”.

Certamente il documento parla di nuove vie, ma queste vie nell’Instrumentum laboris sembrerebbero consistere in un dialogo con “sapienza ancestrale” (26) e in una ferma difesa dell’ambiente e delle popolazioni originarie. Va bene così. Ma nessuna o poche proposte di fede? Non insiste sull’esplicita proclamazione del kerygma, né su un’azione evangelizzatrice più evidente. Questo squilibrio nel testo è una debolezza che speriamo e chiediamo ai Padri sinodali di correggere durante le loro deliberazioni.

 

[wpedon id=”15469″ align=”center”]