Suicidio assistito: Art. 580 c.p.: confusione incoerenza e arbitrio nella decisione della Consulta

Giudice, forum, corte, giustizia

A dieci mesi di distanza dalla ordinanza 207, la decisione di oggi della Corte costituzionale non dichiara illegittimo l’art. 580 del cod.pen., ma:

a. demanda al giudice del singolo caso stabilire se sussistono le condizioni per la non punibilità, cioè investe il giudice del potere di stabilire in concreto quando togliere la vita a una persona sia sanzionato, oppure no;

b. fa crescere confusione e arbitrio, ricordando che deve essere rispettata la normativa su consenso informato e cure palliative: ma come, se la legge sulle cure palliative non è mai stata finanziata e non esistono reparti a ciò attrezzati?

c. medicalizza il suicidio assistito, scaricando una decisione così impegnativa sul Servizio sanitario nazionale, senza menzionare l’obiezione di coscienza, di cui pure aveva parlato nell’ordinanza 207

d. ritiene l’intervento del legislatore “indispensabile”: e allora perché lo ha anticipato come Consulta?

Quel che si ricava dalla nota è confusione, incoerenza e arbitrio. Saranno sufficienti a svegliare un Parlamento colpevole di aver fatto trascorrere il tempo su un tema così cruciale?

E’ quanto sostiene il Centro studi Livatino.

 

 

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Cardinale Burke, vescovo Schneider: La critica degli errori è fedeltà al Papa

Il cardinale Raymond Burke e il vescovo Athanasius Schneider hanno rilasciato una dichiarazione in cui affermano perché credono di avere il dovere in coscienza di pronunciarsi contro una “confusione dottrinale quasi generale” nella Chiesa di oggi, e perché tale critica è fatta di “grande amore per le anime” e per Papa Francesco.

Riprendo nella mia traduzione la dichiarazione come pubblicata da Edward Pentin sul National Catholic Register

 

Card. Burke e il vescovo Schneider (foto: Edward Pentin)

Card. Burke e il vescovo Schneider (foto: Edward Pentin)

 

Nessuna persona onesta può più negare la confusione dottrinale quasi generale che regna nella vita della Chiesa ai nostri giorni. Ciò è dovuto in particolare alle ambiguità circa l’indissolubilità del matrimonio, che viene relativizzata attraverso la pratica dell’ammissione alla Santa Comunione di persone che convivono in unioni irregolari, a causa della crescente approvazione di atti omosessuali, che sono intrinsecamente contrari alla natura e contrari alla volontà rivelata di Dio, a causa di errori riguardanti l’unicità del Signore nostro Gesù Cristo e la sua opera redentrice, che viene relativizzata attraverso affermazioni erronee sulla diversità delle religioni, e soprattutto a causa del riconoscimento delle diverse forme di paganesimo e delle loro pratiche rituali attraverso l’Instrumentum Laboris per la prossima Assemblea Speciale del Sinodo dei Vescovi per la Pan-Amazzonia.

Di fronte a questa realtà, la nostra coscienza non ci permette di tacere. Noi, come fratelli nel Collegio dei Vescovi, parliamo con rispetto e amore, affinché il Santo Padre possa respingere inequivocabilmente gli evidenti errori dottrinali dell’Instrumentum Laboris per la prossima Assemblea Speciale del Sinodo dei Vescovi per la Pan-Amazzonia e non acconsentire l’abolizione pratica del celibato sacerdotale nella Chiesa latina attraverso l’approvazione dell’ordinazione dei cosiddetti “viri probati“. 

Con il nostro intervento, noi, come pastori del gregge, esprimiamo il nostro grande amore per le anime, per la persona di papa Francesco stesso e per il dono divino dell’Ufficio petrino. Se non lo facessimo, commetteremmo un grande peccato di omissione e di egoismo. Perché se tacessimo, avremmo una vita più tranquilla, e forse riceveremmo anche onori e riconoscimenti. Tuttavia, se tacessimo, violeremmo la nostra coscienza. In questo contesto pensiamo alle note parole del futuro cardinale san John Henry Newman (che sarà canonizzato il 13 ottobre 2019): “Brinderò – al Papa, se volete, – tuttavia, prima alla Coscienza, e poi al Papa” (Lettera indirizzata al Duca di Norfolk in occasione della recente rimostranza di Gladstone). Pensiamo a queste memorabili e appropriate parole di Melchiorre Cano, uno dei più dotti vescovi durante il Concilio di Trento: “Pietro non ha bisogno della nostra adulazione. Coloro che difendono ciecamente e indiscriminatamente ogni decisione del Sommo Pontefice sono quelli che più minano l’autorità della Santa Sede: distruggono, invece di rafforzarne le fondamenta”.

In tempi recenti, si è creato un clima di quasi totale infallibilità delle affermazioni del Romano Pontefice, cioè di ogni parola del Papa, di ogni pronunciamento e di documenti meramente pastorali della Santa Sede. Non c’è più, in pratica, l’osservanza della regola tradizionale di distinguere i diversi livelli dei pronunciamenti del Papa e dei suoi uffici con le loro note teologiche e con il corrispondente obbligo di adesione da parte dei fedeli.

Nonostante il fatto che il dialogo e i dibattiti teologici siano stati incoraggiati e promossi nella vita della Chiesa negli ultimi decenni dopo il Concilio Vaticano II, ai nostri giorni non sembra esserci più la possibilità di un onesto dibattito intellettuale e teologico e dell’espressione di dubbi su affermazioni e pratiche che offuscano e danneggiano seriamente l’integrità del Deposito della Fede e della Tradizione Apostolica. Tale situazione porta al disprezzo per la ragione e, quindi, per la verità.

Coloro che criticano le nostre espressioni di preoccupazione utilizzano sostanzialmente solo argomenti sentimentali o argomenti di potere. Sembra che non vogliano impegnarsi in una seria discussione teologica sull’argomento. A questo proposito, sembra che spesso la ragione sia semplicemente ignorata e il ragionamento soppresso.

Una sincera e rispettosa espressione di preoccupazione su questioni di grande importanza teologica e pastorale nella vita della Chiesa di oggi, rivolta anche al Sommo Pontefice, viene immediatamente schiacciata e messa in cattiva luce con rimproveri diffamatori di “seminare dubbi”, di essere “contro il Papa”, o addirittura di essere “scismatici”.

La Parola di Dio ci insegna, attraverso gli Apostoli, ad essere certi, fermi e intransigenti riguardo alle verità universali e immutabili della nostra Fede e a custodire e proteggere la Fede di fronte agli errori, come scrisse San Pietro, il primo Papa: “Fate attenzione, per non lasciarvi trascinare dall’errore dell’iniquo, cadendo dalla vostra stessa fermezza” (2 Pt 3,17). S. Paolo scrisse anche: “Questo affinchè non siamo più come fanciulli sballottati dalle onde e portati qua e là da qualsiasi vento di dottrina, secondo l’inganno degli uomini, con quella loro astuzia che tende a trarre nell’errore. Al contrario, vivendo secondo la verità nella carità, cerchiamo di crescere in ogni cosa verso di lui, che è il capo, Cristo,” (Ef 4,14-15).

Bisogna tener presente che l’apostolo Paolo rimproverò pubblicamente il primo Papa ad Antiochia in una questione di minore gravità, rispetto agli errori che ai nostri giorni si diffondono nella vita della Chiesa. San Paolo ha pubblicamente ammonito il primo Papa a causa del suo comportamento ipocrita e del conseguente pericolo di mettere in discussione la verità che dice che le prescrizioni della legge mosaica non sono più vincolanti per i cristiani. Come reagirebbe oggi l’apostolo Paolo, se leggesse la frase del documento di Abu Dhabi che dice che Dio vuole nella sua saggezza anche la diversità di sessi, nazioni e religioni (tra cui ci sono religioni che praticano l’idolatria e bestemmiano di Gesù Cristo)! Tale affermazione comporta, infatti, una relativizzazione dell’unicità di Gesù Cristo e della sua opera redentrice! Cosa direbbero san Paolo, sant’Atanasio e le altre grandi figure del cristianesimo, leggendo una frase del genere e gli errori espressi nell’Instrumentum Laboris per la prossima Assemblea Speciale del Sinodo dei Vescovi per la Pan-Amazzonia? È impossibile pensare che queste figure rimarrebbero in silenzio, o si lascerebbero intimidire da rimproveri e accuse di parlare “contro il Papa”.

Quando Papa Onorio I nel VII secolo mostrò un atteggiamento ambiguo e pericoloso riguardo alla diffusione dell’eresia del monotelitismo, che negava che Cristo avesse una volontà umana, San Sofonio, patriarca di Gerusalemme, mandò un vescovo dalla Palestina a Roma, chiedendogli di parlare, pregare e non tacere fino a quando il Papa non condannò l’eresia. Se San Sopronio vivesse oggi, sarebbe certamente accusato di parlare “contro il Papa”.

L’affermazione sulla diversità delle religioni nel documento di Abu Dhabi e soprattutto gli errori nell’Instrumentum Laboris per la prossima Assemblea speciale del Sinodo dei vescovi per la Pan-Amazzonia contribuiscono a tradire l’incomparabile unicità della persona di Gesù Cristo e dell’integrità della fede cattolica. E questo avviene sotto gli occhi di tutta la Chiesa e del mondo intero. Una situazione simile esisteva nel IV secolo, quando con il silenzio di quasi tutto l’episcopato, la consustanzialità del Figlio di Dio fu tradita in favore di ambigue affermazioni dottrinali di semi-Arianesimo, tradimento al quale partecipò per un breve periodo anche papa Liberio. Sant’Atanasio non si stancò mai di denunciare pubblicamente tale ambiguità. Papa Liberio lo scomunicò nell’anno 357 “pro bono pacis”, cioè “per la pace”, per avere la pace con l’imperatore Costanzo e i vescovi semiariani d’Oriente. Sant’Ilario di Poitiers riportó questo fatto e rimproverò Papa Liberio per il suo atteggiamento ambiguo. È significativo che Papa Liberio, a differenza di tutti i suoi predecessori, sia il primo papa il cui nome non è stato incluso nel martirologio romano.

La nostra dichiarazione pubblica corrisponde alle seguenti parole del Santo Padre nostro Papa Francesco: “Una condizione generale e fondamentale è questa: parlare onestamente. Che nessuno dica: ‘Non posso dire questo, penseranno questo o questo di me…..’. Bisogna dire con parresia tutto quello che si prova. ….. Un Cardinale mi ha scritto, dicendomi: che peccato che alcuni Cardinali non abbiano avuto il coraggio di dire certe cose per rispetto del Papa, forse credendo che il Papa potrebbe pensare ad altro. Questo non è buono, questa non è sinodalità, perché bisogna dire tutto ciò che, nel Signore, si sente il bisogno di dire: senza educata deferenza, senza esitazione”. (Saluto ai Padri sinodali durante la Prima Congregazione Generale della Terza Assemblea Generale Straordinaria del Sinodo dei Vescovi, 6 ottobre 2014).

Affermiamo alla presenza di Dio che ci giudicherà: siamo veri amici di papa Francesco. Abbiamo una stima soprannaturale della sua persona e del supremo ufficio pastorale del Successore di Pietro. Preghiamo molto per Papa Francesco e incoraggiamo i fedeli a fare altrettanto. Con la grazia di Dio, siamo pronti a dare la nostra vita per la verità della fede cattolica sul primato di San Pietro e dei suoi successori, qualora i persecutori della Chiesa ci chiedano di negare questa verità. Guardiamo ai grandi esempi di fedeltà alla verità cattolica del Primato petrino, come San Giovanni Fisher, vescovo e cardinale della Chiesa, e San Tommaso Moro, un laico, e molti altri santi e confessori, e invochiamo la loro intercessione. 

Quanto più fedeli laici, sacerdoti e vescovi tengono e difendono l’integrità del deposito della fede, tanto più essi, infatti, sostengono il Papa nel suo ministero petrino. Perché il Papa è il primo nella Chiesa a cui si applica questo ammonimento della Sacra Scrittura: “Prendi come modello i sani insegnamenti che hai udito da me con la fede e l’amore, che sono in Cristo Gesù. Custodisci, mediante lo Spirito Santo che abita in noi, il bene prezioso che ti è stato affidato.” (2 Tm 1, 13-14).  

 

Raymond Leo Leo Cardinale Burke

Il vescovo Athanasius Schneider

 

24 settembre 2019

 

Festa della Madonna del Riscatto

 

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Annotazioni psicologiche sugli effetti della televisione

Televisione e famiglia

 

 

di Gilberto Gobbi

 

Onnipresenza della televisione – E’ di dominio comune che i mezzi di comunicazione di massa, e in particolare la televisione, siano veicolatori di notizie, di conoscenze, di evasione, imbonitori di idee, suggeritori di atteggiamenti. Formano coscienze, modificano e plasmano comportamenti. In sintesi, per usare una frase fatta, “fanno cultura”. Se per ‘cultura’ si intende il complesso delle conoscenze, dei costumi, dei modi di agire e di reagire, della capacità di comunicazione dell’uomo in una determinata epoca e ambiente, si può affermare che siamo in un’epoca in cui i mass-media sono al centro dei processi culturali.

L’affermazione precedente è solo una constatazione di questo predominio, a cui spesso le stesse istituzioni, preposte alla formazione della cultura, si inchinano. Il potere condizionante dei mass-media è evidente. Vi sono dibattiti, convegni, tavole rotonde; si svolgono ricerche su questo potere “culturale”, con esiti non sempre scontati. Spesso l’oggetto d’indagine sono televisione e bambini e adolescenti, che vengono considerati tra i maggiori fruitori della tv; protagonisti passivi, indisturbati delle trasmissioni a loro “dedicate” dai vari canali e spesso degli stessi programmi per le persone “adulte”.

Sono pochi i padri e le madri, che, dopo l’ora fatidica di ‘Carosello’ di tanti anni fa, (dei programmi per i bambini), dicono: “Bambini, a letto”. Sono ricordi di tempi lontani, di altre generazioni. Oggi molti bambini e ragazzi restano fin tardi con gli adulti davanti alla tv, o indisturbati scelgono i programmi sull’apparecchio personale (tablet), a propria discrezione, nella propria cameretta o anche di fronte agli adulti, che guardano altri programmi su uno dei tanti apparecchi presenti in casa.

La libertà, oggi, per molti adulti e non, è anche il poter gestirsi il telecomando, scegliersi i programmi, consumarsi indisturbati il proprio isolamento, immagazzinare immagini, asservire la fantasia, assorbire idee, assimilare modelli di comportamento.

 

Incidenza della tv sui modelli di comportamento – Ci si trova di fronte ad una rapida e massiva modifica dei costumi individuali e di gruppo e ad un’acquisizione di nuove abitudini individuali e collettive.

I modelli di comportamento definiscono nel tempo i ruoli e i valori sociali: le abitudini si condensano in regole e norma di condotta, introiettate spesso in modo inavvertito. E’, appunto, caratteristica della plasticità della psiche umana indurre l’individuo ad integrarsi nel gruppo sociale, acquisendone gli atteggiamenti, i modelli di comportamento, i valori e/o disvalori. Ciò diviene un “fatto culturale”.

E’ un fatto culturale la trasmissione dei modelli di comportamento. L’agire umano non è solo il risultato di una valutazione istintiva, il prodotto di spinte e motivazioni irrazionali. Nel formarsi, infatti, delle abitudini, occorre tener conto sia dei meccanismi inconsci, sia dei mo­delli-valori sociali e sia della disponibilità personale. L’apprendimento è una materia che attiene tutto l’uomo, nella sua unità e unicità e nella sua pluridimensionalità (fisica, psicoaffettiva e trascendente).

Questa visione dell’uomo è in contrasto con la concezione deterministica, che nega all’uomo la libertà (libero arbitrio), considerando ogni attività umana come sempre e completa­mente determinata da fattori coattivi, sui quali il soggetto non può esercitare alcun controllo. Siano essi fattori inconsci o propri del condizionamento sociale. Siamo convinti che anche se le dinamiche inconsce facciano sentire la loro pressione sul comportamento, non significa che lo costringano, proprio perché la loro influenza deve passare al vaglio del conscio, cioè di un’analisi critico-costruttiva per una scelta cosciente e matura.

Il conscio, tuttavia, è soggetto all’influenza del materiale assimilato e ai criteri di valutazione introiettati, derivanti dall’apprendimento dei modelli di comportamento. Ora, se alla stessa per­sona adulta resta difficile confrontarsi con un atteggiamento critico con i modelli culturali propi­nati dai mass-media e in particolare dalla tv, a maggior ragione tale difficoltà sarà presente se a misurarsi sono i bambini e gli adolescenti, che sono in fase di crescita e di sviluppo psicoaffettivo. Il loro criterio valutativo, infatti, è in uno stadio di costruzione e le dimensioni dominanti sono quelle fisiche e psicoaffettive, sulle quali i modelli culturali hanno maggiore presa, a scapito della ri­cerca del valore e del significato della realtà.

Sappiamo che gli strumenti di divulgazione dell’industria culturale (cinema, radio, tv, stampa di massa, ecc.) formano mentalità, creano abitudini, modificano i comportamenti abi­tuali: sono in grado di sovrapporre al costume tradizionale un nuovo costume.

 

Aggressività psicologica – Gli studiosi dei mezzi di comunicazione di massa nelle loro analisi concordano nell’affer­mare che tali mezzi non possono essere visti solo come uno specchio dei fenomeni sociali o come fedeli riproduttori dei contenuti culturali esistenti. Non può essere loro attribuita una neutralità circa i contenuti. Si tratta solo di un’eventuale neutralità utopica, per la loro intrinseca modalità di porsi al pubblico, che è una modalità caratterizzata da un linguaggio immediato, intuitivo, universalizzante. Alla base vi sta una presentazione parziale della realtà, cioè espongono una cultura semplificata. Il loro obiettivo è quello di accattivarsi la simpatia e la presenza di un pubblico sempre più vasto.

Non è estranea a tale modalità la possibilità di confondere la parte per il tutto, rinforzata dallo stesso processo psichico selettivo, con cui ci si pone di fronte ai contenuti trasmessi dalla tv, che, appunto, privilegia il segno iconico, quale strumento per far passare i messaggi.

Si parla, pertanto, di aggressività psicologica dei mass-media, specialmente della radio e della tv, iden­tificandola nella parzialità, con cui viene presentata la realtà e nella forza suggestiva del lin­guaggio parlato e iconico e dei mezzi tecnici (luci, sonoro, inquadratura, ecc.), con cui il conte­nuto viene confezionato.

L’efficacia del loro messaggio dipende da diversi aspetti relativi o ai mezzi o alla comunicazione o alla situazione in cui la comunicazione avviene, e dall’atteggiamento della persona che fruisce del contenuto.

 

Comunicazione unilaterale – Di fronte ai mass-media gli individui sono esposti ad una comunicazione unilaterale. Tre sono i processi psicologici, con cui gli individui si predispongono alla comunicazione, quindi al rafforzamento delle opinioni e delle proprie tensioni:

  1. a) l’esposizione selettiva,
  2. b) la perce­zione selettiva,
  3. c) e la memorizzazione selettiva.
  4. a) Con l’esposizione selettiva l’uomo tende ad indirizzare e a restringere la propria esperienza ad un numero limitato di oggetti e di contenuti, ai quali gli piace prestare attenzione. Anche nella fruizione dei mass-media e nella fattispecie della tv, gioca un ruolo fondamentale il meccanismo della vita psichica connesso con l’interesse e il piacere. Com’è ovvio, l’interesse, il piaceree la curiositàindirizzano selettivamente l’attenzione dell’individuo, orientando la sua at­tività mentale verso un oggetto determinato. A seconda del sistema di interessi vi è il coin­vol­gimento dell’intera personalità del soggetto, con le proprie energie biologiche e con le sue fun­zioni psichiche, con le influenze dell’ambiente fisico, familiare e sociale, a volte in un conflitto tra interessi di sfere diverse.
  5. b) La percezione selettivasembra essere condizionata in tutto o in parte da ciò che la persona desidera consciamente o inconsciamente percepire, ha abitualmente percepito, o da ciò che è stata in precedenza ricompensata. E’ il grado di interesse ad influenzare l’intensità della perce­zione e lo stesso grado di attenzione.
  6. c) L’interessee il piacereoperano pure sulla memoria selettiva, come gli esperimenti in mate­ria hanno confermato. Per esempio, un maggiore o minore orientamento ideologico predispon­gono a memorizzare o meno contenuti ed informazioni.

 

Tuttavia, mentre da un lato questi processi selettivi funzionano come fattori predisponenti, dall’altro hanno anche una funzione difensiva, protettiva. Operano, cioè, come un sistema di autodifesa, in quanto un istinto di protezione entra in gioco contro elementi nuovi, si manifesta un desiderio più o meno consapevole di respingere ciò che urta contro il patrimonio di valori, di idee, di esperienze e contro l’interesse dell’individuo. E’ stato constatato che si tende a rifiutare quelle comunicazioni che possono causare situazioni conflittuali con il proprio mondo interiore e con l’ambiente esterno, a meno che non vi siano conflittualità per certi versi gratificanti in alcuni ambiti, come può essere, per esempio, la visione da parte di un adolescente di un programma sessualmente eccitante.

 

Effetti della tv sui comportamenti e sulla mentalità – Oggi la tv ha una presenza pressoché totale sotto vari aspetti. La sua programmazione è oramai plurima e illimitata, 24 ore su 24: si tratta solo di usare il telecomando. La sua fruizione è sempre più estesa, massiccia. E’ onnipresente e onnicomprensiva, in tutti gli ambiti culturali e non. Ha una straordinaria capacità di diffondere contenuti del tipo più disparato: opinioni, spettacoli, insegnamenti, ecc. Il suo linguaggio è particolarmente interessante, piacevole, suggestivo. Per queste sue carat­teristiche può ingenerare in molti una fiducia quasi soprannaturale nella sua potenza magica, anche perché l’adesione ad essa è prevalentemente emotiva e non razionale. Ed è per questo tipo di adesione, spesso determinata da un forte desiderio di evasione da una realtà quotidiana spia­cevole, che è all’origine di conseguenze, di cui i fruitori non si rendono conto.

Viene presentata una sintesi dei possibili ef­fetti del fenomeno audiovisivo e dell’immersione in questa atmosfera, in cui l’uomo moderno si trova:

–  tendenza all’estraniazione dalla realtà;

–  occupazione del tempo libero, con il conseguente impoverimento di tempo prezioso per l’adempimento di doveri familiari, professionali, spirituali;

– imposizione di modelli di comportamento e di norme sociali;

– fruizione narcotizzante, attraverso la creazione di una sostanziale indifferenza di fronte ai problemi individuali e collettivi. Vi è, infatti, una continua esposizione ad una gran numero di messaggi, generalmente di carattere emotivo, recepiti passivamente;

– vi è conferimento di status sociale a persone ed argomenti al di là di ciò che se ne dice. E’ questo un fenomeno attraverso il quale vengono presentate norme, persone, modelli e ideali fuori di ogni valutazione critica;

– vi è illusione di libera scelta, in quanto i messaggi diffusi sono frutto di vari tipi di manipola­zioni;

– vi è pure riduzione dell’attività creativa;

– scadimento dei gusti popolari, attraverso lo sfruttamento pianificato di contenuti volgari e violenti, del sensazionalismo, dell’indottrinamento.

 

Circa il processo del consenso del bambino alla televisione, dispensatrice di informazioni, modellatrice di valori e potente modificatrice dei ritmi e delle emozioni, il Lussato conclude che “questo ruolo è generalmente considerato disastroso; esso si basa sulla semplificazione e di­storsione della realtà; sull’effetto disintegratore della causalità e del senso delle cose; sulla pro­duzione di false gerarchie; sulla mancanza di distinzione tra essenziale e contingente; sull’elimi­nazione dello sforzo, del piacere per la conoscenza; su modelli di comportamento che hanno come regole fondamentali il tutto subito, il facile, l’arrivismo, la ricchezza ottenuta veloce­mente, il potere, che vengono proposti come scopo della vita” (Lussato B., I bambini e il video, Milano 1991, p. 53).

Non è una visione apocalittica dell’uso della tv. Basti pensare che gli stessi operatori di questo mezzo, di tanto in tanto sentono il bisogno di richiamarsi ad un’etica professionale, che li riporti a limitarsi nell’uso indiscriminato di questo onnipotente mezzo di comunicazione di massa.

Gli effetti sulle persone non sono, di norma, semplici, diretti ed immediati; sono spesso indi­retti e a lungo termine e dipendono anche da ciò che oppone lo stesso pubblico.

 

Motivazioni alla fruizione della tv – Le indagini fanno emergere come fondamentalmente siano due queste motivazioni: diverti­mento-evasione informazione-cultura.

Il divertimento-evasione è la motivazione che prevale. La tv sembra essere lo strumento privilegiato, atto a soddisfare il bisogno-piacere dell’evasione e l’interesse per l’informazione.

L’evasione, propinata dalla tv, tende ad allontanare dalla vita reale attraverso due processi:

– dà la possibilità di vivere per procura una realtà fittizia ed immaginaria, dominata da un di­namismo incessante, dall’avventura, dallo straordinario, dal soggettivo,

– e, per un altro verso, getta un ponte illusorio con gli avvenimenti più salienti dell’attualità. Il linguaggio dell’imma­gine, unito ai suoni e alle voci, è affascinante, ha una forte carica di richiamo. Lo spettatore ne è coinvolto, ne subisce il fascino. La suggestione può attenuare o anche annullare la sua capaci­tà critica.

 

Aspetti dinamici degli effetti – Ovviamente il problema degli effetti della tv va considerato in una dimensione dinamica, in quanto si tratta di fenomeni, che chiamano in causa l’intera personalità degli individui, la loro intelligenza, le loro esperienze, il loro ambiente, la loro cultura. Tuttavia, il pericolo di effetti negativi non può essere considerato immaginario né frutto di una mentalità retrograda, che ri­fiuta a priori il mezzo demonizzandolo. E’ attraverso un’analisi critico-costruttiva degli even­tuali effetti negativi che è, appunto, possibile ricercare le modalità per evitarli.

In precedenza, si è evidenziato come il coinvolgimento emotivo sia la modalità con la quale lo spettatore segue i contenuti spettacolari. Sono in gioco i dinamismi della proiezione e dell’identificazione, le cui conseguenze sono rilevanti nel tempo della vita emotiva dell’indivi­duo.

Il meccanismo della proiezione va interpretato come una vera e propria delega inconscia che lo spettatore affida ai personaggi a realizzare i propri bisogni e i propri impulsi repressi. Vengono così con­feriti ed attribuiti ai personaggi pensieri, desideri, atteggiamenti, che sono solo dello spettatore, il quale si illude di coglierli negli stessi personaggi, come elementi obiettivamente dati.

L’identificazione si pone al centro del rapporto tra spettatore e spettacolo, in quanto tende a far vivere in proprio, allo spettatore, situazioni interiori altrui. E’ questo un processo psicolo­gico con cui il soggetto si sente tutt’uno con individui, che ammira e per i quali nutre simpatia.

Il meccanismo dell’identificazione fa assimilare modelli di comportamento e adottare atteggiamenti altrui, spe­cialmente se è protratto nel tempo. Ciò accade facilmente nei bambini e nei ragazzi, che tendo­no a identificarsi nei vari eroi. A questo proposito si può applicare alla tv quanto scriveva il Musatti nel lontano 1960, circa l’azione del cinema. La sua incidenza può estendersi a vari ambiti, “dalla semplice imitazione di modi, di gesti, di espressioni all’assimilazione di criteri di valutazione morale e cioè di modi di giudicare la vita e i rapporti sociali, fino alla riproduzione di comportamenti specifici e quindi alla esecuzione di atti determinati” (C. Musatti, C., Psicoanalisi e vita contemporanea, Torino 1960, p. 211).

I due meccanismi non operano separatamente, ma spesso contemporaneamente e interagi­scono fra loro in forma circolare, in quanto la proiezione di propri elementi su un’altra persona è favorita da un’iniziale identificazione con questa, mentre l’identificazione è stessa in un certo modo rende più simile a sé.

 

Divertimento-evasione – Circa la fruizione della tv si è visto che la motivazione fondamentale è quella del diverti­mento-evasione, in quanto nell’appagamento dei bisogni e dei desideri, viene attribuita ad essa e ai mezzi di comunicazione di massa in generale, una fruizione catartica. Cioè, attraverso l’identificazione vi è la possibilità di soddisfare in maniera fantastica quei bisogni profondi, che non avrebbero altra modalità di realizzarsi. Sappiamo, però, che una vera catarsi può avvenire quando l’appagamento ristabilisce nel fruitore l’equilibrio emotivo e riduce la sua tensione psichica. In questo senso la catarsi diventa “valvola di sicu­rezza che preservi i soggetti dallo estrinsecare queste stesse tendenze nella loro attività della vita reale” (Musatti).

Tuttavia, riteniamo che si debba attribuire alla tv quanto si afferma per il cinema, e cioè che: “Non è facile dire quando il cinema protegga l’individuo dall’influenza di pulsioni inconsce, appagandolo in modo innocuo, e quando invece esalti tali pulsioni, renden­dole attuali” (Zuanazzi Gf., Sessualità, stampa e spettacoli, in AA.VV., Mass media e pornografia, Roma 1988, p. 127). Tali incertezze pongono dei gravi interrogativi sull’efficacia positiva dell’azione catartica della tv. Ci si deve chiedere se la fruizione ripetuta di scene di violenza e di sesso siano l’occasione di liberare forti emozioni per mezzo dell’identificazione con gli eventi rap­pre­sentati o con gli attori.

Occorre, anche, tener conto del possibile effetto suggestioneche è un meccanismo automa­tico, per il quale il soggetto, in modo del tutto indipendente dalla sua volontà, tende a far pro­prio un atteggiamento psicologico, un comportamento, un’azione. Le identificazioni, infatti, possono così protrarsi nel tempo, oltre la fruizione, per cui i comportamenti e gli atteggiamenti as­sorbiti dai personaggi e dai contenuti vengono ripetuti nella realtà della vita.

Vale la pena sottolineare che, per ciò che attiene a queste due funzioni, catarsi sugge­stione, tutto dipende dalla diversa maturità personale dei fruitori, dal loro grado di coinvolgi­mento emotivo all’azione rappresentata, dal contenuto e dalle modalità di rappresentazione. Ap­pare, tuttavia, evidente che l’impulso a ripetere determinate azioni e comportamenti riguarda specialmente spettatori più giovani, per le caratteristiche della loro età, e anche adulti con di­sfunzioni circa la maturità psicoaffettiva.

 

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“Grido d’allarme” del cardinale Sarah: la Chiesa Cattolica ha perso il senso del sacro

In una intervista esclusiva ad Edward Pentin, pubblicata sul National Catholic Register,  il Card. Sarah spiega le sue preoccupazione sul Sinodo e sul declino del senso del sacro nella vita della Chiesa.

Affronta l’attuale crisi nella Chiesa e nella società, attribuendola principalmente all’ateismo, al non porre Dio al centro della nostra vita, nonché ad un desiderio dominante di imporre “l’opinione personale come verità”. Coloro che annunciano “rivoluzioni e cambiamenti radicali “, avverte, “sono falsi profeti “e non “cercano il bene del gregge “.

Il card. Sarah è prefetto della Congregazione per il Culto Civino e la Disciplina dei Sacramenti.

Eccola nella traduzione di Annarosa Rossetto.

 

Card. Robert Sarah al Sinodo del 2018

Card. Robert Sarah al Sinodo del 2018 (Foto: Edward Pentin)

 

Qual è la preoccupazione principale che vuol trasmettere ai lettori del suo libro?

Non fraintendete questo libro. Non sviluppo tesi personali o ricerche accademiche. Questo libro è un grido dal mio cuore di sacerdote e pastore.

Soffro molto nel vedere la Chiesa lacerata e in grande confusione. Soffro molto nel vedere il Vangelo e la dottrina cattolica ignorati, l’Eucaristia ignorata o profanata. Soffro molto nel vedere i sacerdoti abbandonati, scoraggiati e [vedere quelli] la cui fede è diventata tiepida.

Il declino della fede nella Presenza Reale di Gesù Eucaristia è al centro dell’attuale crisi della Chiesa e del suo declino, specialmente in Occidente. Vescovi, sacerdoti e fedeli laici siamo tutti responsabili della crisi della fede, della crisi della Chiesa, della crisi sacerdotale e della scristianizzazione dell’Occidente. Georges Bernanos ha scritto prima della guerra: “Ripetiamo costantemente, con lacrime di impotenza, pigrizia o orgoglio, che il mondo sta diventando scristianizzato. Ma il mondo non ha ricevuto Cristo – non pro mundo rogo – siamo noi che lo abbiamo ricevuto per lui; è dal nostro cuore che Dio si ritira; siamo noi che scristianizziamo noi stessi, miserabili! “( da Nous Autres, Français, “Noi Francesi”- in Scandale de la Vérité , “Scandalo della verità”, Punti / Seuil, 1984).

Volevo aprire il mio cuore e condividere una certezza: la profonda crisi che la Chiesa sta vivendo nel mondo e specialmente in Occidente è il frutto dell’oblio di Dio. Se la nostra prima preoccupazione non è Dio, allora tutto il resto crolla. Alla radice di tutte le crisi, antropologiche, politiche, sociali, culturali, geopolitiche, c’è l’oblio del primato di Dio. Come ha affermato Papa Benedetto XVI durante l’incontro con il mondo della cultura al Collège des Bernardins il 12 settembre 2008, “Il ‘quaerere Deum’– “cercare Dio”, il fatto di essere attenti alla realtà essenziale di Dio è l’asse centrale su cui è costruita tutta la civiltà e la cultura. Ciò che ha fondato la cultura europea – la ricerca di Dio e la volontà di lasciarsi trovare da Lui, di ascoltarlo – rimane ancora oggi il fondamento di ogni vera cultura e la condizione indispensabile per la sopravvivenza della nostra umanità. Perciò il rifiuto di Dio o una totale indifferenza nei suoi confronti è fatale per l’uomo ”.

Ho cercato di mostrare in questo libro che la radice comune di tutte le crisi attuali si trova in questo ateismo fluido, che, senza negare Dio, vive nella concretezza come se non esistesse.

Concludendo il mio libro, parlo di questo veleno di cui siamo tutti vittime: l’ateismo liquido. Si infiltra in tutto, anche nei nostri discorsi come sacerdoti. Consiste nell’ammettere, accanto alla fede, modi di pensare o di vivere radicalmente pagani e mondani. E ci accontentiamo di questa convivenza innaturale! Ciò dimostra che la nostra fede è diventata liquida e incoerente! La prima riforma da fare è nei nostri cuori. Consiste nel non scendere a patti con le bugie. La fede è sia il tesoro che vogliamo difendere sia la forza che ci consente di difenderlo.

Questo movimento che consiste nel “mettere Dio da parte”, facendo di Dio una realtà secondaria, ha toccato il cuore di sacerdoti e vescovi.

Dio non occupa il centro delle loro vite, pensieri e azioni. La vita di preghiera non è più centrale. Sono convinto che i sacerdoti debbano proclamare la centralità di Dio attraverso le loro stesse vite. Una Chiesa in cui il prete non porta più questo messaggio è una Chiesa malata. La vita di un sacerdote deve proclamare al mondo che “Dio solo basta”, che la preghiera, cioè questa relazione intima e personale, è il cuore della sua vita. Questa è la ragione profonda del celibato sacerdotale.

L’oblio di Dio trova la sua prima e più grave manifestazione nel modo secolarizzato di vita dei sacerdoti. Sono i primi a dover portare la Buona Novella. Se la loro vita personale non riflette questo, l’ateismo pratico si diffonderà in tutta la Chiesa e la società.

Credo che siamo a un punto di svolta nella storia della Chiesa. Sì, la Chiesa ha bisogno di una riforma profonda e radicale che deve iniziare con una riforma del modo di essere e del modo di vivere dei sacerdoti. La Chiesa è Santa in se stessa. Ma impediamo a questa santità di splendere attraverso i nostri peccati e preoccupazioni mondane.

È tempo di abbandonare tutti questi fardelli e finalmente far apparire la Chiesa come Dio l’ha plasmata. Talvolta si ritiene che la storia della Chiesa sia caratterizzata da riforme strutturali. Sono sicuro che sono i Santi che cambiano la storia. Le strutture quindi seguono e semplicemente perpetuano le azioni dei Santi.

 

La nozione di speranza è un elemento fondamentale nel suo lavoro, nonostante il titolo cupo del libro e le osservazioni allarmanti che fa sullo stato della nostra civiltà occidentale. Vede ancora motivi di speranza nel nostro mondo?

Il titolo è cupo, ma è realistico. Veramente vediamo sgretolarsi l’intera civiltà Occidentale. Nel 1978, il filosofo John Senior pubblicò il libro La morte della Cultura Cristiana. Come i Romani del quarto secolo, vediamo i Barbari prendere il potere. Ma questa volta, i barbari non vengono dall’esterno per attaccare le città. I barbari sono dentro. Sono quegli individui che rifiutano la propria natura umana, che si vergognano di essere creature limitate, che vogliono pensare a se stessi come demiurghi senza padri e senza eredità. Questa è la vera barbarie. Al contrario, l’uomo civile è orgoglioso e felice di essere un erede.

Abbiamo convinto i nostri contemporanei che per essere liberi non dobbiamo dipendere da nessuno. Questo è un tragico errore. Gli Occidentali sono convinti che ricevere sia contrario alla dignità della persona. Tuttavia, l’uomo civilizzato è fondamentalmente un erede; riceve una storia, una religione, una lingua, una cultura, un nome, una famiglia.

Rifiutarsi di unirsi a una rete di dipendenza, eredità e filiazione ci condanna ad entrare nella nuda giungla della concorrenza di un’economia autosufficiente. Poiché si rifiuta di accettarsi come erede, l’uomo si condanna all’inferno della globalizzazione liberale, dove gli interessi individuali si scontrano senz’altra legge che quella del profitto a tutti i costi.

Tuttavia, il titolo del mio libro contiene anche la luce della speranza perché è tratto dalla richiesta dei discepoli di Emmaus nel Vangelo di Luca: “Resta con noi, Signore, perché si fa sera” (24:29). Sappiamo che alla fine Gesù si manifesterà.

La nostra prima ragione di speranza è quindi Dio stesso. Non ci abbandonerà mai! Crediamo fermamente nella sua promessa. Le porte dell’inferno non prevarranno contro la Santa Chiesa Cattolica. Sarà sempre l’Arca della Salvezza. Ci sarà sempre abbastanza luce per chi cerca la verità con un cuore puro.

Anche se tutto sembra essere in procinto di venire distrutto, vediamo emergere i semi luminosi della rinascita. Vorrei menzionare i santi nascosti che sorreggono la Chiesa, in particolare i religiosi fedeli che mettono Dio al centro della loro vita ogni giorno. I monasteri sono isole di speranza. Sembra che la vitalità della Chiesa si sia rifugiata lì, come se fossero oasi in mezzo al deserto – ma anche famiglie cattoliche che vivono concretamente il Vangelo della vita, mentre il mondo le disprezza.

I genitori cristiani sono gli eroi nascosti del nostro tempo, i martiri del nostro secolo. Infine, voglio rendere omaggio a tanti sacerdoti fedeli e anonimi che hanno fatto del sacrificio sull’altare il centro e il significato della loro vita. Offrendo quotidianamente il Santo Sacrificio della Messa con venerazione e amore, reggono la Chiesa senza saperlo.

 In che modo questo libro completa i suoi due volumi precedenti: Dio o Niente La Forza del Silenzio? Cosa aggiunge questo agli altri due?

In Dio o Niente, volevo ringraziare Dio per l’intervento di Dio nella mia vita. Con Dio o Niente, vorrei riuscire a porre Dio al centro della nostra vita, al centro dei nostri pensieri, al centro delle nostre azioni, nell’unico posto che deve occupare, in modo che il nostro viaggio cristiano possa ruotare intorno questa roccia su cui ogni uomo si costruisce e si struttura fino a quando non raggiunge “la maturità virile, nella misura della piena statura di Cristo” (vedere Efesini 4:13).

Il Potere del Silenzio è come un affidamento spirituale. Non possiamo raggiungere Dio; possiamo rimanere in Lui solo nel silenzio.

Quest’ultimo libro è una sintesi. Cerco di descrivere chiaramente la situazione attuale e descriverne le cause alla radice. Quest’ultimo libro indica le gravi conseguenze umane e spirituali quando l’uomo abbandona Dio. Ma allo stesso tempo, Si fa sera e il giorno ormai volge al declino afferma con forza che Dio non abbandona l’uomo, anche quando l’uomo si nasconde dietro i cespugli nel suo giardino, come Adamo. Dio lo cerca e lo trova, quindi un barlume di speranza per il futuro.

 

Negli ultimi anni, la Chiesa ha subito molte controversie relative alla messa in discussione, secondo alcuni, dell’insegnamento morale della Chiesa da parte dei responsabili della Chiesa, ad esempio a proposito di Amoris Laetitia, all’ignoranza del magistero di Giovanni Paolo II (che il Pontificio Istituto Giovanni Paolo II ha recentemente modificato in modo chiaro), agli sforzi per minare Humanae Vitae, alla revisione della pena di morte, solo per citarne alcune. Perché sta succedendo questo e i fedeli dovrebbero esserne preoccupati?

Siamo di fronte a una vera cacofonia da parte di vescovi e sacerdoti. Tutti vogliono imporre la propria opinione personale come una verità. Ma c’è una sola verità: Cristo e il suo insegnamento. Come potrebbe cambiare la dottrina della Chiesa? Il Vangelo non cambia. È sempre lo stesso. La nostra unità non può essere costruita attorno alle opinioni in voga.

La Lettera agli Ebrei dice: “Gesù Cristo è lo stesso ieri, oggi e sempre! Non lasciatevi sviare da dottrine diverse e peregrine, perché è bene che il cuore venga rinsaldato dalla grazia, non da cibi che non hanno mai recato giovamento a coloro che ne usarono.” (13: 8-9) – perché, dice Gesù. “La mia dottrina non è mia, ma di colui che mi ha mandato” (Giovanni 7:16). Dio stesso spesso lo ripete: “Non violerò la mia alleanza, non muterò la mia promessa. Sulla mia santità ho giurato una volta per sempre” (Salmo 89: 35-36).

Alcune persone usano Amoris Laetitia per opporsi ai grandi insegnamenti di Giovanni Paolo II. Si sbagliano. Ciò che era vero ieri rimane vero oggi. Dobbiamo attenerci fermamente a quella che Benedetto XVI ha definito l’ermeneutica della continuità. L’unità di fede implica l’unità del magistero nello spazio e nel tempo. Quando un nuovo insegnamento ci viene dato, deve sempre essere interpretato in coerenza con l’insegnamento precedente.

Se introduciamo fratture, spezziamo l’unità della Chiesa. Coloro che annunciano ad alta voce rivoluzioni e cambiamenti radicali sono falsi profeti. Non stanno cercando il bene del gregge. Cercano la popolarità dei media al prezzo della verità divina. Non facciamoci impressionare. Solo la verità ci renderà liberi. Dobbiamo avere fiducia. Il Magistero della Chiesa non si contraddice mai.

Quando infuria la tempesta, devi aggrapparti a ciò che è stabile. Non inseguiamo le novità alla moda che potrebbero svanire prima ancora di riuscire a coglierle.

 

In che misura crede, come fanno alcuni critici, che le riforme liturgiche postconciliari abbiano portato all’attuale crisi nella Chiesa di cui parla nel suo libro? 

Credo che, in questa materia, l’insegnamento di Benedetto XVI sia luminoso. Ha osato scrivere di recente che la crisi della liturgia è al centro della crisi della Chiesa. Se nella liturgia non mettiamo più Dio al centro, non lo mettiamo nemmeno al centro della Chiesa. Nel celebrare la liturgia, la Chiesa ritorna alla sua sorgente. Tutta la sua ragion d’essere è rivolgersi a Dio, dirigere tutti gli occhi verso la croce. In caso contrario, pone sé stessa al centro; diventa inutile. Credo che la perdita dell’orientamento, di questo sguardo diretto verso la croce, sia il simbolo della radice della crisi della Chiesa. Eppure il Concilio aveva insegnato che “la liturgia è principalmente e soprattutto l’adorazione della divina maestà”.  L’abbiamo trasformata in una celebrazione completamente umana ed egocentrica, un’assemblea amichevole che si autocelebra.

Non è quindi il Concilio a dover essere sfidato, ma l’ideologia che ha invaso diocesi, parrocchie, pastori e seminari negli anni seguenti.

Abbiamo pensato che il sacro fosse un valore obsoleto. Invece è una necessità assoluta nel nostro cammino verso Dio. Vorrei citare Romano Guardini: “Abbi fede in Dio; la vicinanza a lui e la sicurezza in lui rimangono magre e deboli quando la conoscenza personale della maestosità esclusiva di Dio e la terribile santità non le controbilanciano ”( Meditazioni prima della Messa , 1936).

In questo senso, la banalizzazione dell’altare, dello spazio sacro che lo circonda, sono stati disastri spirituali. Se l’altare non è più la sacra soglia oltre la quale Dio risiede, come troveremmo la gioia di avvicinarci? Un mondo che ignora il sacro è un mondo uniforme, piatto e triste. Vandalizzando la nostra liturgia abbiamo disincantato il mondo e ridotto le anime a una cupa tristezza.

 

Quali aspetti della riforma liturgica hanno avuto un effetto positivo e quali negativo sui fedeli, secondo lei

È importante sottolineare il profondo beneficio che una maggiore varietà di testi biblici offre alla meditazione. Allo stesso modo, era necessaria l’introduzione di una dose moderata di lingua volgare.

Soprattutto, credo che la preoccupazione per una partecipazione profonda e teologica dei fedeli sia un importante insegnamento del Concilio. Sfortunatamente, è stato usato in modo improprio per concitazione e attivismo. È stato ignorato che la partecipazione attiva delle persone non consiste nel distribuire ruoli e funzioni, ma piuttosto nell’introdurre i fedeli nelle profondità del mistero pasquale in modo che possano accettare di morire e risorgere con Gesù attraverso una vita Cristiana più autentica e luminosa basata sui valori evangelici.

Rifiutare di considerare la liturgia come  opus Dei , come “opera di Dio”, significa correre il rischio di trasformarla in un’opera umana. Ci piace quindi inventare, creare, moltiplicare formule e opzioni, immaginare che parlando molto e moltiplicando formule e opzioni, saranno ascoltate meglio (vedere Matteo 6: 7).

Credo che il  Sacrosanctum Concilium  sia un testo importante per entrare in una comprensione profonda e mistica della liturgia. Dovevamo uscire da un certo rubricismo. Sfortunatamente, è stato sostituito da una cattiva creatività che trasforma un’opera divina in una realtà umana. La mentalità tecnicistica contemporanea vorrebbe ridurre la liturgia a un efficace lavoro di pedagogia. A tal fine, cerchiamo di rendere le cerimonie conviviali, attraenti e amichevoli. Ma la liturgia non ha alcun valore pedagogico se non nella misura in cui è interamente ordinata alla glorificazione di Dio, al culto divino e alla santificazione degli uomini.

La partecipazione attiva implica in questa prospettiva di trovare in noi quel sacro stupore, quel gioioso timore che ci ammutolisce davanti alla divina maestà. Dobbiamo rifiutare la tentazione di rimanere nell’umano per entrare nel divino.

In questo senso, è deplorevole che il presbiterio delle nostre chiese non sia un luogo riservato al culto divino, che vi entriamo in abiti secolari, che il passaggio dall’umano al divino non sia segnato da un confine architettonico. Allo stesso modo, se, come insegna il Concilio, Cristo è presente nella sua parola quando viene proclamato, è un peccato che i lettori non abbiano un abbigliamento appropriato che dimostri che non stanno dicendo parole umane ma una parola divina.

Infine, se la liturgia è opera di Cristo, non è necessario che il celebrante faccia commenti suoi. Non è la quantità di formule e opzioni, così come il continuo cambiamento delle preghiere e un’esuberanza della creatività liturgica, che piace a Dio, ma la  metanoia, il cambiamento radicale nelle nostre vite e comportamenti seriamente contaminati dal peccato e segnati da ateismo liquido.

È necessario ricordare che, quando il messale autorizza un intervento, non deve diventare un discorso profano e umano, per non parlare di un commento sugli eventi attuali, o un saluto mondano ai presenti, ma una breve esortazione per entrare nel mistero.

Nulla di profano ha spazio nelle azioni liturgiche. Sarebbe un grave errore credere che elementi mondani e spettacolari incoraggino la partecipazione dei fedeli. Questi elementi possono solo promuovere la partecipazione umana e non la partecipazione all’azione religiosa e salvifica di Cristo.

Ne vediamo una bella esemplificazione nelle prescrizioni del Concilio. Mentre la Costituzione [sulla Sacra Liturgia] ha ripetutamente raccomandato la partecipazione consapevole e attiva e persino la piena comprensione dei riti, raccomanda in un passaggio la lingua Latina che prescrive che “i fedeli sappiano recitare e cantare insieme, anche in lingua latina, le parti dell’ordinario della messa che spettano ad essi”.

In effetti, la comprensione dei riti non è opera della sola ragione umana, che dovrebbe afferrare tutto, capire tutto, dominare tutto. La comprensione dei riti sacri presuppone una vera  partecipazione  a ciò che essi esprimono del mistero. Questa intelligenza è quella del  sensus fidei, che esercita la fede vivente attraverso il simbolo e che conosce per sintonia più che per concetto.

La passione di Cristo è anche una liturgia; solo uno sguardo di fede può scoprire l’opera di redenzione compiuta per amore. L’unica [cosa] che la ragione umana vede in essa è il fallimento della morte e l’orrore della croce. Entrare nella  participatio actuosa  implica che, come i discepoli di Emmaus, ci lasciamo toccare dallo spezzare il pane per comprendere le Scritture.

Come Papa Francesco ci ha ricordato poco tempo fa, il sacerdote non deve darsi l’apparenza di uno “showmaster” (o conduttore di uno show) per conquistare l’ammirazione di un’assemblea. Al contrario, deve partecipare all’azione di Cristo, entrare in essa, diventare il suo strumento. Pertanto, non dovrà parlare in continuo e guardare in faccia l’assemblea, ma dovrà piuttosto agire in  persona Christi  e, in un dialogo nuziale, coinvolgere i fedeli in questa partecipazione.

È quindi appropriato che, durante il rito penitenziale, l’Offertorio e la Preghiera eucaristica, si rivolgano tutti insieme verso la croce o, meglio ancora, ad Oriente, per esprimere la loro disponibilità a partecipare all’opera di adorazione e redenzione svolta da Cristo e per mezzo di lui dalla Chiesa.

 

Perché pensa che sempre più giovani siano attratti dalla liturgia tradizionale /dalla forma straordinaria?

Io non è che lo penso. Lo vedo; ne sono testimone. E i giovani mi hanno affidato la loro assoluta preferenza per la forma straordinaria, più educativa e più insistente sul primato e centralità di Dio, sul silenzio e sul significato della trascendenza sacra e divina. Ma soprattutto, come possiamo capire, come non possiamo essere sorpresi e profondamente scioccati dal fatto che quella che ieri era la regola oggi è vietata? Non è vero che proibire o essere sospettosi verso la forma straordinaria può essere ispirato solo dal demone che desidera il nostro soffocamento e la nostra morte spirituale?

Quando la forma straordinaria viene celebrata nello spirito del Concilio Vaticano II, rivela la sua piena fecondità: come possiamo essere sorpresi che una liturgia che ha portato così tanti santi continui a sorridere alle giovani anime assetate di Dio?

Come Benedetto XVI, spero che le due forme del rito romano si arricchiscano a vicenda. Ciò implica uscire da un’ermeneutica di rottura. Entrambe le forme hanno la stessa fede e la stessa teologia. Contrapporle è un profondo errore ecclesiologico. Significa distruggere la Chiesa strappandola alla sua Tradizione e facendole credere che ciò che la Chiesa considerava santo in passato è ora sbagliato e inaccettabile. Che inganno e insulto a tutti i santi che ci hanno preceduto! Che visione della Chiesa.

Dobbiamo allontanarci dalle opposizioni dialettiche. Il Concilio non desiderava rompere con le forme liturgiche ereditate dalla Tradizione, ma, al contrario, entrare e partecipare meglio a esse.

La Costituzione conciliare stabilisce che “le nuove forme adottate dovrebbero in qualche modo crescere organicamente dalle forme già esistenti”.

Sarebbe quindi sbagliato opporre il Concilio alla Tradizione della Chiesa. In questo senso, è necessario che coloro che celebrano la forma straordinaria lo facciano senza uno spirito di opposizione e quindi nello spirito del  Sacrosanctum Concilium .

Abbiamo bisogno della forma straordinaria per sapere in quale spirito celebrare la forma ordinaria. Al contrario, celebrare la forma straordinaria senza tener conto delle indicazioni di  Sacrosanctum Concilium  si rischia di ridurre questa forma a un residuo archeologico senza vita e senza futuro.

Sarebbe anche auspicabile includere nell’appendice di una futura edizione del messale il Rito penitenziale e l’Offertorio della forma straordinaria al fine di sottolineare che le due forme liturgiche si illuminano a vicenda, in continuità e senza opposizione.

Se viviamo in questo spirito, allora la liturgia cesserà di essere il luogo delle rivalità e delle critiche e ci condurrà infine nella grande liturgia celeste.

 

In molte parti dell’Africa, sebbene le liturgie siano spesso lunghe, sono anche caratterizzate da espressioni libere di canto, danza e applausi, che alcuni  potrebbero descrivere come un abuso di una liturgia più riverente, oscura e orante. Eppure, l’ortodossia è viva e vegeta nel continente. Come lo spiega? 

In Africa, i fedeli a volte camminano per ore per andare a Messa. Hanno fame del Vangelo e dell’Eucaristia. Camminano per miglia e vengono a messa per stare con Dio per molto tempo, per ascoltare la sua parola, per essere nutriti dalla sua presenza. Offrono a Dio il loro tempo, le loro vite, la loro fatica e la loro povertà. Offrono a Dio tutto ciò che sono e tutto ciò che hanno. E la loro gioia è di aver dato tutto.

La loro gioia a volte si manifesta troppo esteriormente e gli africani devono imparare l’interiorità e il silenzio. Devono vietare applausi e strilli che non hanno nulla a che fare con il mistero di Dio; devono eliminare la parola, il folklore, l’esuberanza delle parole che ostacolano l’incontro con Dio. Dio dimora nel silenzio e nell’interiorità dell’uomo; il cuore dell’uomo è il Tempio di Dio – perché so che gli africani sanno come mettersi in ginocchio e comunicare con rispetto e riverenza.

Credo che gli africani abbiano un profondo senso del sacro. Non ci vergogniamo di adorare Dio, di proclamarci dipendenti da lui. Soprattutto, gli africani sono felici di lasciarsi insegnare la fede senza contestarla o metterla in discussione. Credo che la grazia dell’Africa sia quella di conoscere se stessa e rimanere una figlia di Dio.

Sottolineo in questo libro che nel cuore del pensiero occidentale moderno c’è un rifiuto di essere un bambino, un rifiuto di essere un padre, che è fondamentalmente un rifiuto di Dio. Percepisco nelle profondità dei cuori occidentali una profonda rivolta contro la paternità creativa di Dio. Riceviamo da lui la nostra natura di uomini e donne. È diventato insopportabile per le menti moderne.

L’ideologia di genere è un rifiuto luciferino di ricevere una natura sessuale da Dio. L’Occidente rifiuta di ricevere; accetta solo ciò che si costruisce da solo. Il transumanesimo è l’ultimo avatar di questo movimento. Perfino la natura umana, poiché è un dono di Dio, diventa insopportabile per l’uomo occidentale.

Questa rivolta è nella sua essenza spirituale. È la rivolta di Satana contro il dono della grazia. Fondamentalmente, credo che l’uomo occidentale si rifiuti di essere salvato per pura misericordia. Rifiuta di ricevere la salvezza e vuole costruirla da solo. I “valori occidentali” promossi dalle Nazioni Unite si basano su un rifiuto di Dio che paragono a quello del giovane ricco nel Vangelo. Dio ha guardato l’Occidente e l’ha amato perché ha fatto grandi cose. Ha invitato l’Occidente ad andare oltre, ma l’Occidente si è allontanato, preferendo le ricchezze che doveva solo a se stesso. Gli africani sanno di essere poveri e piccoli davanti a Dio. Sono orgogliosi di inginocchiarsi, felici di dipendere da un Creatore e Padre Onnipotente.

 

La Chiesa in Africa è famosa per il suo senso di comunità, condivisione, trascendenza e rispetto per il magistero. In che modo queste forze possono essere utilizzate al meglio per mostrare la via da seguire per la Chiesa universale, specialmente nelle parti in cui il secolarismo e il nichilismo hanno messo radici?

L’Occidente è stato all’origine della crisi. Sta a lui trovare l’antidoto. Per fare questo, dobbiamo partire dall’esperienza dei monasteri. Sono luoghi in cui Dio è semplicemente e concretamente al centro della vita. Dio è la vita della vita dell’uomo. Senza Dio, l’uomo ricorda un fiume enorme e maestoso che ha voluto separarsi dalla sua sorgente. Prima o poi, questo fiume si prosciugherà e morirà in modo definitivo.

Dobbiamo creare luoghi in cui le virtù possano prosperare. È tempo di riguadagnare il coraggio del non-conformismo. I cristiani devono avere la forza di formare oasi dove l’aria è respirabile, dove, semplicemente, la vita cristiana è possibile.

Invito i cristiani ad aprire oasi di gratuità nel deserto della redditività trionfante. Sì, non puoi essere solo nel deserto della società senza Dio. Un cristiano che rimane solo è un cristiano in pericolo. Alla fine verrà divorato dagli squali della società del mercato.

I cristiani devono radunarsi in comunità intorno alle loro chiese. Devono riscoprire l’importanza vitale di una vita di preghiera intensa, continua e perseverante. Un uomo che non prega è come un uomo gravemente malato che soffre di una paralisi totale delle braccia, delle gambe e ha perso l’uso del linguaggio, dell’udito, della vista. … Quest’uomo è escluso da tutte le relazioni essenziali. È un uomo morto. Rinnovare il nostro rapporto con Dio è respirare, vivere pienamente.

Dobbiamo creare luoghi in cui il cuore e la mente possano respirare, dove l’anima possa rivolgersi a Dio in un modo molto concreto. Le nostre comunità devono porre Dio al centro della nostra vita, delle nostre liturgie e delle nostre chiese.

Nella valanga di bugie, si deve essere in grado di trovare luoghi in cui la verità non è solo spiegata ma vissuta. È semplicemente una questione di vivere il Vangelo! Non pensarlo come un’utopia, ma viverlo in modo concreto.

 

In molti paesi, la perdita della pietà popolare sembra aver accelerato il processo di scristianizzazione, specialmente tra le classi lavoratrici. Come spiega questa perdita di religiosità?

In questo libro spiego che abbiamo sognato un cristianesimo “puro” ed intellettuale. Abbiamo rifiutato di permettere a Dio di incarnarsi nella nostra vita. I più poveri sono le prime vittime. Credo che la falsa opposizione teologica tra fede e religiosità sia la radice di questo errore. La prima manifestazione di fede è la nostra pratica religiosa. Il rosario, i pellegrinaggi, la preghiera in ginocchio, la devozione ai santi, il digiuno sono stati disprezzati e ridicolizzati come pratiche semi-pagane. Oggi, il digiuno quaresimale, cioè i 40 giorni di astinenza e privazione di cibo, esiste per molti solo nel rituale. Questa pratica è abbandonata. Tuttavia, esiste ancora un digiuno medico per il benessere del nostro corpo. Senza atteggiamenti religiosi concreti, la nostra fede rischia di diventare un sogno illusorio.

 

Perché il Sinodo panamazzonico crea così tanta preoccupazione in molte persone, compresi alcuni stimati cardinali? Quali sono le sue preoccupazioni sull’incontro del 6 – 27 ottobre?

Ho sentito dire che alcuni volevano che questo sinodo fosse un laboratorio per la Chiesa universale, che altri dicevano che, dopo questo sinodo, nulla sarebbe più stato come prima. Se questo è vero, questo approccio è disonesto e fuorviante. Questo sinodo ha un obiettivo specifico e locale: l’evangelizzazione dell’Amazzonia.

Temo che alcuni Occidentali confischeranno questa assemblea per portare avanti i loro progetti. Penso in particolare all’ordinazione di uomini sposati, alla creazione di ministeri femminili o alla giurisdizione dei laici. Questi punti riguardano la struttura della Chiesa universale. Non possono essere discussi in un sinodo particolare e locale. L’importanza di questi temi richiede la partecipazione seria e consapevole di tutti i vescovi del mondo. E invece a questo sinodo sono invitati in pochissimi. Approfittare di un sinodo particolare per introdurre questi progetti ideologici sarebbe una manipolazione indegna, un inganno disonesto, un insulto a Dio, che guida la sua Chiesa e le affida il suo piano di salvezza.

Inoltre, sono scioccato e indignato per il fatto che la sofferenza spirituale dei poveri in Amazzonia venga usata come pretesto per sostenere progetti tipici di un cristianesimo borghese e mondano.

Vengo da una chiesa giovane. Conoscevo i missionari che andavano di villaggio in villaggio per sostenere i catechisti. Ho vissuto l’evangelizzazione nella mia carne. So che una chiesa giovane non ha bisogno di sacerdoti sposati. Anzi. Ha bisogno di sacerdoti che le diano la testimonianza della croce vissuta. Il posto di un prete è sulla croce. Quando celebra la Messa, è presso la sorgente di tutta la sua vita, cioè presso la croce.

Il celibato è uno dei modi concreti in cui possiamo vivere questo mistero della croce nelle nostre vite. Il celibato inscrive la croce nella nostra carne. Ecco perché il celibato è intollerabile per il mondo moderno. Il celibato sacerdotale è uno scandalo per il moderno, perché la croce “infatti è stoltezza per quelli cha vanno in perdizione” (1 Corinzi 1:18).

Alcuni Occidentali non possono più sopportare questo scandalo della croce. Penso che sia diventato un insopportabile rimprovero per loro. Arrivano ad odiare il sacerdozio e il celibato.

Credo che vescovi, sacerdoti e fedeli in tutto il mondo debbano sollevarsi per esprimere il loro amore per la croce, il sacerdozio e il celibato. Questi attacchi contro il sacerdozio provengono dai più ricchi. Alcune persone pensano di essere onnipotenti perché finanziano le chiese più povere. Ma non dobbiamo essere intimiditi dal loro potere e denaro.

Un uomo in ginocchio è il più potente del mondo. È un baluardo inespugnabile contro l’ateismo e la follia degli uomini. Un uomo in ginocchio fa tremare l’orgoglio di Satana.  Voi tutti che, agli occhi degli uomini, siete senza potere e senza influenza, ma che sapete rimanere in ginocchio davanti a Dio, non abbiate paura di coloro che vogliono intimidirvi.

Dobbiamo costruire un baluardo di preghiere e sacrifici in modo che nessuna violazione danneggi la bellezza del sacerdozio cattolico. Sono convinto che papa Francesco non permetterà mai una simile distruzione del sacerdozio. Al suo ritorno dalla Giornata Mondiale della Gioventù a Panama il 27 gennaio, ha  detto ai  giornalisti, citando Papa Paolo VI: “Preferisco dare la mia vita piuttosto che cambiare la legge del celibato”. Ha aggiunto: “è una frase coraggiosa, in un momento più difficile di questo, ‘68/’70… Personalmente, penso che il celibato sia un dono per la Chiesa. Secondo, io non sono d’accordo di permettere il celibato opzionale, no”

 

Questa intervista è stata tradotta dal francese originale di

Ben Crockett di EWTN News

 

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