Padre Livio: “Il nuovo umanesimo in salsa anticristica”

Padre Livio Fanzaga ha registrato questo video prendendo spunto da una frase detta da Giuseppe Conte, Presidente del Consiglio incaricato.




Facebook smentisce l’Arcidiocesi, la cui credibilità frana rovinosamente.

Un parrocchiano, Fuller, in procinto di porre fine alla sua vita chiede e riceve la benedizione di un pastore. Prima di suicidarsi si “sposa” con il suo compagno. Riceve un funerale cattolico nella stessa parrocchia. Scoppia lo scandalo. L’Arcidiocesi di Seattle comunica ufficialmente che il sacerdote che aveva dato la benedizione non sapeva nulla delle intenzioni suicide del parrocchiano. Peccato che i post del parroccchiano su Facebook smentiscano la versione dell’arcidiocesi.

Infatti, in un post su Facebook del 16 marzo, Fuller ha affermato di aver completato le procedure legali necessarie per ricevere una prescrizione di farmaci che gli permetteranno di porre fine alla propria vita, e di avere anche l’approvazione di un sacerdote.

“Non ho assolutamente alcuna riserva su quello che sto facendo”, ha scritto. “E il mio pastore/sponsor mi ha dato le sue benedizioni. Ed è un gesuita!”

Il 3 marzo, Fuller ha postato che aveva fatto in modo che uno dei musicisti della parrocchia si esibisse durante la sua “festa” di fine vita per segnare il suo suicidio. Tre settimane dopo, ha postato che si sarebbe esibito anche un coro parrocchiale.

“Oggi ho chiesto al nostro direttore del coro se lui e altri musicisti e cantanti possono venire ad esibirsi durante la prima ora e mezza e lui ha risposto con forza “SÌ, CERTAMENTE” ha scritto Fuller il 24 marzo. Un articolo sul sito web della Seattle Housing Authority conferma che il coro Shades of Praise di Santa Teresa si è esibito alla “festa del fine vita”.

Il direttore del coro parrocchiale Kent Stevenson ha anche detto all’AP (Associated Press) che il suicidio di Fuller “era completamente in linea con chi era Bob” e che Fuller ha fatto la scelta di morire con “tenacia e chiarezza”.

Riporto ora il parere del giornalista e scrittore Phil Lawler pubblicato sul Catholic Culture. Eccolo nella mia traduzione.

 

Fuller riceve la benedizione da padre Dupont- foto Associated Press

Fuller riceve la benedizione da padre Dupont – foto Associated Press

 

Dopo la pubblicazione di un articolo della AP (Associated Press) su un uomo che ha ricevuto la benedizione in una chiesa cattolica solo pochi giorni prima di suicidarsi, l’arcidiocesi di Seattle ha rilasciato una dichiarazione che tra l’altro recita:

Il servizio dell’Associated Press sul signor Fuller è di grande preoccupazione per gli Arcivescovi perché può causare confusione tra i cattolici ed altri che condividono il nostro rispetto per la vita umana.

Confusione? L’articolo della AP non era affatto confuso; il suo messaggio era cristallino. Un uomo ha ricevuto la benedizione in una cerimonia speciale organizzata dalla sua parrocchia prima di realizzare il suo progetto di togliersi la vita e, in buona misura, di contrarre un “matrimonio” con il suo partner maschile poco prima del suicidio. L’implicazione è inequivocabile: la parrocchia approva i piani di Robert Fuller. Il problema non è la “confusione”; è lo scandalo. Se l’articolo di AP è accurato, questo è un oltraggio, un’offesa grottesca contro la fede.

Quindi, l’articolo di AP era vero? Né nella sua risposta originale, né in una dichiarazione successiva, l’arcidiocesi ha negato l’essenziale accuratezza della notizia. Le dichiarazioni, prese nel loro insieme, sostengono che mentre l’articolo non era impreciso, era fuorviante – “confondendo,” sapete – perché “una realtà molto diversa era accaduta”.

“Al momento di questa foto, la direzione parrocchiale non era a conoscenza delle intenzioni del signor Fuller”, ha detto l’arcidiocesi nella dichiarazione iniziale. “Solo più tardi i responsabili parrocchiali sono venuti a conoscenza dei suoi progetti”. Nel comunicato successivo, [in risposta alle critiche della prima dichiarazione, la Diocesi] ha fatto una sottile distinzione tra il sacerdote che ha dato la benedizione e il parroco, ma ha insistito che nessuno dei due fosse a conoscenza delle intenzioni di Fuller. Una volta che il parroco è stato informato del piano di Fuller di suicidarsi, ha detto l’arcidiocesi, il sacerdote ha incontrato l’uomo “e ha cercato di convincerlo a cambiare idea”. Quello sforzo è fallito, ovviamente.

Tuttavia il parroco – con l’appoggio dell’arcivescovo J. Peter Sartain – ha permesso un funerale cattolico per il defunto, “a determinate condizioni per assicurarsi che non ci fosse approvazione o altro sostegno percepito per il modo in cui il signor Fuller ha posto fine alla sua vita”. E quali sarebbero potute essere queste condizioni, lo supponete? Sicuramente anche loro hanno fallito. Alcuni mesi dopo, grazie all’articolo di AP, al mondo è stata data la netta impressione che la parrocchia abbia sostenuto le scelte di Fuller.

Grazie ad alcuni solidi reportage (riporto la versione aggiornata dell’articolo, ndr) di Christine Rouselle del CNA, ora sappiamo che Fuller è stato a lungo membro della Hemlock Society, che sostiene l’eutanasia, che ha ammesso di aver aiutato un amico a suicidarsi anni fa, che aveva discusso i suoi piani di suicidio con gli amici della parrocchia e che ha affermato: “il mio ministro del culto/sponsor mi ha dato le sue benedizioni. Ed è un gesuita!!!”

Il parroco della parrocchia di Santa Teresa non è un gesuita. Ma il sacerdote che ha dato quella benedizione il 5 maggio, padre Quentin Dupont, lo è, anche se non è chiaro se sia il gesuita a cui Fuller si riferiva. La dichiarazione dell’arcidiocesi affermava che padre Dupont era un sacerdote in visita [nella parrocchia], che non conosceva le intenzioni di Fuller. Il rapporto del CNA di Rouselle dà una prospettiva piuttosto diversa: il padre Dupont “celebrava regolarmente la messa domenicale alla quale Fuller partecipava normalmente”. Il 3 maggio – prima della Messa in cui ha ricevuto la sua benedizione speciale – Fuller ha annunciato di avere una settimana di vita, e ha invitato i parrocchiani alla sua “celebrazione della festa di fine vita”.

Dopo una rapida indagine sui fatti, l’arcidiocesi ha ammesso che “alcuni amici del signor Fuller nella parrocchia sapevano delle sue intenzioni”, pur continuando a sostenere che il parroco, e padre Dupont, non lo sapessero. Questo è certamente possibile. È possibile che i sacerdoti fossero nell’oscurità, che padre Dupont non sia il gesuita che ha dato la sua approvazione a Fuller, o anche che non fosse il gesuita che ha dato la sua benedizione al suicidio. Tutto è possibile. Ma è probabile? Purtroppo gli ultimi vent’anni non sono stati gentili con la credibilità dei vescovi cattolici, e si leggono le dichiarazioni degli uffici [dell’arcidiocesi] di Seattle con occhio scettico.

L’articolo di AP include una frase che incoraggia tale scetticismo: “La parrocchia di Santa Teresa era nota per assecondare una serie di convinzioni”. Avete capito il messaggio, vero? Questa è una di quelle parrocchie: una parrocchia in cui un uomo può essere attivo e a suo agio anche se abbraccia (e pratica) l’omosessualità, l’eutanasia e lo sciamanesimo. Ci può essere una certa confusione sulle circostanze esatte della cerimonia che è stata immortalata dal fotografo di AP. Ma non ci dovrebbe essere confusione sulla salute spirituale di quella parrocchia.

Questo è stato un caso di grave scandalo. Chiamarla “confusione” è indegno dei successori degli apostoli.

 

10 maggio 2019, Reese Baxter (sinistra) si “sposa” con Robert Fuller (destra) - Foto: ELAINE THOMPSON, AP

10 maggio 2019, Reese Baxter (sinistra) si “sposa” con Robert Fuller (destra) – Foto: ELAINE THOMPSON, AP

 

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Il clericalismo culturale

Greg Burke, ex portavoce Sala Stampa Vaticana

Greg Burke, ex portavoce Sala Stampa Vaticana

 

di Aurelio Porfiri

 

Tempo fa leggevo alcune notizie dal sito Dagospia. Una di queste riguardava la nomina del giornalista americano Greg Burke come consulente della comunicazione del Vaticano, quindi parliamo di anni addietro. Ora, tra le tante cose che si potevano dire nell’articolo citato nel celebre sito Dagospia, ci si soffermava con molta sorpresa sul fatto che il giornalista americano fosse un laico, pur se membro dell’Opus Dei, allo stesso modo di un suo predecessore, Joaquin Navarro Valls. Ora, la sorpresa che si manifestava se un laico svolgeva dei compiti per la Chiesa Cattolica che non sono di natura strettamente sacerdotale, dimostrava quello che vorrei chiamare una sorta di clericalismo culturale. Significa che le false pretese del clericalismo (in materia di privilegi e coperture) sono così presenti nella cultura sociale di un popolo che ci si sorprende per cose di cui in realtà non ci si dovrebbe sorprendere. Più volte ci sono stati richiami anche da Papa Benedetto XVI sulla vera missione del sacerdote, che non è quella dell’operatore culturale o dell’agitatore sociale, ma quella del pastore di anime. Tutto ciò che non è connesso strettamente con questa missione non è di per se impossibile, ma non è indispensabile. Molte cose sono importanti, ma non tutte sono rilevanti. Se il clericalismo è un abuso, ricordiamolo, quando si fa culturale, è come una malattia che si cronicizza: la malattia è sempre presente e ci si abitua alla sua presenza senza la voglia di combatterla. Io credo invece che si debba essere molto vigili su questo clericalismo culturale. Infatti, una volta che esso viene identificato ed isolato, si può cominciare a sperare che certe cose che sembrano normali comincino a sembrare non così normali. In effetti, quale problema ci sarebbe se in alcune congregazioni romane ci fosse una presenza più massiccia di laici preparati? Presenza non in qualità di uscieri, ma anche in ruoli di responsabilità. So che questo succede, tanto per fare un esempio il direttore dell’Osservatore Romano è un laico. Ma sarebbe bello succedesse di più in ruoli che non presumono una funzione propria al sacerdote. Sarebbe anche possibile vedere questa presenza laicale come un antidoto al clericalismo, sempre sperando che i laici non siano anche loro clericali, altro male di cui ci dovremmo occupare in futuro.

Pensiamo agli Stati Uniti, mi viene molto da riflettere sulla realtà di questo paese, un paese che dal punto di vista cattolico ci offre una prospettiva bifronte, come Giano. Da una parte è stato la vittima di episodi di clericalismo devastante negli ultimi decenni, con le coperture degli abusi sui minori che hanno portato sulla bancarotta varie diocesi americane. Dall’altra però è un paese che vede la presenza di molti laici come direttori di uffici liturgici o come maestri di coro nelle cattedrali o come portavoce delle diocesi e così via. Come queste due cose possano aver convissuto è materia per studi più approfonditi. Io credo che, pur essendo un paese di cultura ecclesiastica che tendenzialmente non sarebbe clericale, ne è però inevitabilmente potenzialmente vittima perché parte di un sistema. Essendo stato per dieci anni Director of Music della chiesa di Santa Susanna, chiesa della comunità americana a Roma fino a qualche anno fa, il cui cardinal titolare era il Cardinal Law, al tempo vescovo di Boston che era uno degli epicentri del problema degli abusi sui minori, ricordo come la rabbia era veramente a livelli altissimi, che a volte sembravano incontrollabili. Io credo che lo scandalo sia scoppiato più forte negli Stati Uniti non perché il problema fosse esclusivamente loro (infatti sappiamo che purtroppo tocca tutto il mondo) ma perché quella parte che resiste al clericalismo culturale in quel paese ha fatto sentire la sua voce con forza, una forza che purtroppo viene soffocata in tante culture attanagliate dal problema di cui sopra. Certo si è dato poi adito a situazioni di esagerazione, ma il problema era ovviamente enorme. Credo che un primo passo per una riforma necessaria sia proprio quello di combattere questo clericalismo culturale, che purtroppo è terreno di coltura perfetto per questa piaga così ardua da estirpare.

 

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L’AUTOEROTISMO – Brevi considerazioni psicologiche

Cellulare

 

 

di Gilberto Gobbi

 

L’autoerotismo, o masturbazione, sembra trovarsi al centro della storia della maturazione psicosessuale della stragrande maggioranza degli individui, specialmente maschi.

È un processo che inizia fin dalla primissima infanzia, quando il bambino comincia a esplorare le varie parti del proprio corpo. Anche se l’autoerotismo è un comportamento esteriore, tuttavia in quanto tale, rinvia ad un profondo significato, proprio dello psichismo, cioè alle pieghe più delicate e recondite dell’intrinseca connessione tra la dimensione fisico-corporea e quella psicologica.

Il comportamento autoerotico ha un suo significato e come tale va analizzato, per cui, partendo da tale significato, si possono comprendere le sue evoluzioni normali, quelle a-normali e anche le involuzioni patologiche.
Sotto l’aspetto psicologico, oggi, l’autoerotismo viene considerato un fenomeno frequente e quasi costante nel processo evolutivo psicosessuale dell’individuo. Gli studi in tale settore presentano, appunto, la masturbazione come un fenomeno talmente rilevante, per la sua presenza e costanza, da far affermare la sua “normalità”. Cioè, il fenomeno è presente per il 90% nei giovani e tra il 60-70% nelle giovani e nelle donne.

Come in altre ricerche, che riguardano l’ambito dei comportamenti sessuali, anche per l’autoerotismo in psicologia viene assunto il parametro statistico come “criterio di normalità”.

Ritengo che non sia sufficiente indicare l’autoerotismo come una fase dello sviluppo psicosessuale né constatarne la frequenza statistica, per dedurne una valutazione di “normalità”. La sua valutazione va impostata secondo criteri diversi, che situino il fenomeno all’interno del senso e del significato della sessualità umana e che, sotto l’aspetto dinamico, tengano conto del percorso maturativo delle singole persone, del loro stadio complessivo di sviluppo, di cui l’ambito psicosessuale è parte integrante.

Il soggetto che pratica la masturbazione si trova in un determinato stadio del suo sviluppo globale e psicosessuale; è collocato in uno specifico ambito psicosociale; vive determinate situazioni ed ha una concezione circa il senso e il significato della sessualità e dell’autoerotismo. Occorre, pertanto, avere una valutazione complessiva e complessa del soggetto e della sua collocazione nel contesto situazionale, in cui il fenomeno viene praticato.
Per una maggiore chiarezza e per una comprensione più reale, ritengo che vadano fatte delle distinzioni circa tre modalità dell’autoerotismo.

Vi è l’atto autoerotico come un singolo atto che porta al soddisfacimento sessuale. Avviene come modalità o di ricerca di conoscenza del fenomeno masturbatorio oppure come sgravamento di tensione, e, di norma, rimane fine a sé stesso. Il soggetto ha sperimentato, ha scaricato la tensione, e ciò gli basta. Per personali e varie motivazioni, non sente l’esigenza di ripetere o ha la capacità di autocontrollo.

Il comportamento autoerotico, invece, indica che il soggetto tende a ripetere, anche se non in modo continuativo, gli atti masturbatori. Vi è una certa compulsività, che può essere accompagnata da attività sessuali diverse (sia etero sia omosessuali). Il comportamento indica che di fronte a situazioni ansiose, conflittuali, a forti impulsi genitali, al desiderio di soddisfazione, vi è la tendenza a scaricare compulsivamente, in modo sostitutivo in carenza del rapporto etero o omosessuale. L’autogratificazione porta il soggetto a chiudersi in sé stesso e nelle proprie fantasie.
Vi è, infine, la struttura di personalità autoerotica. Con tale denominazione si intende quella personalità che è rimasta allo stadio narcisistico della maturazione, all’autocontemplazione, chiuso in sé stesso, in una dimensione autoerotica ed autoaffettiva. Per tale personalità non si può parlare di oblatività, di donazione, di apertura all’altro, per cui, anche quando esplica una relazione etero o omosessuale, il centro rimane sempre lei. L’altro è strumentalizzato, come un “oggetto” funzionale alla ricerca della propria gratificazione genitale autoerotica.

Tale distinzione, che deriva dalle analisi delle situazioni, permette di capire meglio il fenomeno dell’autoerotismo, inquadrandolo all’interno della personalità e del suo processo di maturazione, dandone una valutazione psicologica conseguente.

L’atto masturbatorio, di per sé, non va ad intaccare il processo di maturazione psicosessuale verso l’apertura all’altro, alla comunicazione e alla capacità di donazione. Andranno analizzati, invece, i vissuti e le circostanze che generano tali atti sporadici, affinché l’individuo ne conosca l’origine e volontariamente metta in atto quella serie di accorgimenti che ne facilitino il superamento, per evitare che diventino un comportamento masturbatorio.
Vi sono, invece, persone che, pur avendo una impostazione di apertura all’altro, vivono comportamenti “quasi obbligati” di tipo masturbatorio. La tensione pulsionale le spinge ad una co-azione a ripetere, che diviene dipendenza.

Queste brevi considerazioni permettono di rendersi conto di come il fenomeno dell’autoerotismo sia complesso e che in determinate persone l’ambito della libertà di scelta del proprio comportamento sia notevolmente ridotto, sia dalla coazione a ripetere sia da una struttura di personalità autoerotica.La pubertà è il periodo in cui si verificano più frequentemente atti masturbatori, che, con il tempo, possono trasformarsi in comportamenti o anche fissare una personalità autoerotica.
L’attività autoerotica si verifica entro un quadro caratterizzato da importanti modificazioni biologiche, che incidono profondamente sulla globalità della persona e sulla strutturazione psicosessuale. La disarmonia della prima fase puberale è dominata dall’eccitazione pulsionale, da abulie, apatie, eccitazioni varie, diminuzione della soglia di sorveglianza, da euforia con particolare labilità neurovegetativa.Il fenomeno dell’autoerotismo va inserito, quindi, nell’ambito dell’insicurezza biologica e istintuale, che comporta il naturale assestamento dell’orientamento psicosessuale.

È importante considerare che il ragazzo è impegnato su due fronti: quello individuale, intrapsichico, sulla linea della convergenza o meno dell’identità di genere (l’avere un corpo maschile o femminile) con quella psicosessuale (il sentirsi uomo o il sentirsi donna), come abbiamo visto; e quello fisico-corporeo, che lo spinge alla ricognizione della propria virilità, come ricerca della propria individuazione e virilità somatica, che si coniuga con la tendenza alla manipolazione del corpo. Le ricerche di neurofisiologia confermano la disposizione istintiva che l’adolescente ha di manipolare ciò che gli capita tra le mani. La prima cosa che egli ha tra le mani è il proprio corpo, con tutte le sue parti.

Queste brevi considerazioni ci permettono anche di comprendere l’importanza dello sviluppo della sessualità durante l’adolescenza, come premessa determinante per il futuro della vita personale e relazionale, qualunque scelta di vita venga fatta, matrimoniale o consacrata.

Anche se non è compito della psicologia emettere una valutazione etica sull’autoerotismo, tuttavia è sua competenza verificare la congruenza o l’incongruenza con il percorso di maturazione della persona.

 

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Del Noce: “Quel nichilismo gaio che oggi ha il suo simbolo nella omosessualità”

Tra qualche mese si celebrerà il trentennale della scomparsa del filosofo Augusto Del Noce (11 agosto 1910 – 30 dicembre 1989). Egli fu per molti versi profetico poiché delineò chiaramente gli sviluppi di una certa cultura che oggi è assolutamente dominante, con l’appoggio di buona parte dei cattolici.

Di seguito pubblichiamo una sua lettera inviata a Rodolfo Quadrelli l’8 gennaio 1984 e pubblicata sulla rivista Tracce e Corriere della Sera. Riprendo da Tempi.

 

Augusto Del Noce, screenshot

Augusto Del Noce, screenshot

 

Carissimo Quadrelli,

quanto mi dici sul nichilismo presente mi trova perfettamente consenziente. Non è più il nichilismo tragico di cui forse si potevano trovare le ultime tracce nel terrorismo. Questo nichilismo doveva portare a una soluzione rivoluzionaria più o meno confusamente intravista o meglio confusamente ricordata; un qualche elemento di rabbia c’era ancora, e questo gli conferiva una sembianza lontanamente umana.

Ma il nichilismo oggi corrente è il nichilismo gaio, nei due sensi, che è senza inquietudine (cioè cerca una sequenza di godimenti superficiali nell’intento di eliminare il dramma dal cuore dell’uomo) – forse per la soppressione dell’inquietum cor meum agostiniano – e che ha il suo simbolo nell’omosessualità (per il fatto che intende sempre l’amore “omosessualmente”, anche quando mantiene il rapporto uomo-donna). Il giudizio che qui ci interessa è antropologico, non anzitutto etico: il nichilismo gaio “non vedendo” la differenza, anche sessuale, come segno dell’altro, rischia di concepire l’amore come puro prolungamento dell’io (appunto “omosessualmente”). Non per nulla trova i suoi rappresentanti in ex cattolici, corteggiati ancora da cattolici che riconoscono in loro qualcosa che trovano sul loro fondo. Tale nichilismo è esattamente la riduzione di ogni valore a “valore di scambio”; l’esito borghese massimo, nel peggiore dei sensi, del processo che comincia con la prima guerra mondiale. Il peggiore annebbiamento che il nichilismo genera è la perdita del senso dell’interdipendenza dei fattori nella storia presente; infatti, a ben guardare non è che l’altra faccia dello scientismo e della sua necessaria autodissoluzione da ogni traccia di valori che non siano strumentali; e in ciò, come dici giustamente, è l’esatto opposto dell’umanesimo (…).

Quanto ai cattolici, quel che li caratterizza è l’accettazione di un pensiero del proprio tempo di origine marxista o neoborghese. Il risultato è che non possono più pensare la loro metafisica e la loro religione come verità; questa impotenza si manifesta nel loro presentarla in un linguaggio allusivo e metaforico, con cui pretendono distinguersi dai cattolici comuni e tradizionali, e veramente ci riescono. La loro scuola di miscredenza, è senza pari.

Mi parli di autori a cui sia possibile far riferimento. Di quelli che hanno pensato negli anni tra il ’30 e il ’40, perché dopo non si è più pensato, la sola a cui si possa far riferimento perché, anche se oscuramente, previde il corso del quarantennio presente è Simone Weil; non tanto però come guida, ma come autrice che può essere ritrovata con un processo personale (…). Penso che l’unica via per sfuggire alla desolazione presente sia riprendere la famosa frase di Hegel (che però penso valida indipendentemente dalla sua filosofia) secondo cui la filosofia “è il proprio tempo appreso col pensiero”. Esistono due interpretazioni del nostro tempo che condizionano tutti i giudizi particolari, l’illuministico massonica (nelle sue varietà) e la marxistica, entrambe false. Si tratta di uscire da questa “falsità condizionante” ma i passi in questa direzione sono stati per ora assai scarsi. Gravissime soprattutto le colpe dei cattolici che dopo il ’60 hanno pensato di “aggiornarsi” facendo proprie le tesi dell’una o dell’altra di queste linee. Col risultato di mettere nella difficoltà di credere.

Con viva amicizia

tuo Augusto Del Noce