Il Mosè di Freud e il mito del “contesto culturale” delle Scritture

Sul Venerdì di Repubblica del 23 agosto viene riportata, con un appiglio un po’ ironico – più che dovuto in questo caso –, la cronaca della celebrazione svoltasi nella basilica vaticana di san Pietro lo scorso 28 luglio. A suscitare la curiosità dell’autore del trafiletto – Filippo di Giacomo – è il passaggio omiletico, in cui il celebrante si fa promotore (inventore) della salvezza di Sodoma e Gomorra, in piena contraddizione con il testo biblico (Genesi 19). Il giornalista era interessato a sottolineare un certo radicalismo dei “misericordiosi”. Il mio obiettivo è invece riflettere se si tratti di ignoranza scritturistica o se anche questi strafalcioni (ideologici più che ermeneutici) fanno parte di un revisionismo biblico molto sottile, ma profondo.

 

Mosè di Michelangelo

Mosè di Michelangelo Buonarroti

 

di Pierluigi Pavone

 

Chiariamo immediatamente un possibile fraintendimento.

Esiste una letteratura sterminata sulla formazione della Bibbia, sia dal punto di vista scritturale sia canonico. È imprescindibile – per lo studio biblico – conoscere le tradizioni teologiche che hanno determinato un testo o l’influenza delle scoperte archeologiche di Nag Hammadi o il giudeo-cristianesimo presente nella Lettera di Giacomo piuttosto che la composizione del libro del profeta Isaia. È chiaramente fondamentale conoscere la parte storica, intesa sia in prospettiva culturale e civile, sia in senso religioso. Essere in grado di confrontarsi con i testi apocrifi o gnostici. Essere capaci di valutare il peso delle tradizioni apocalittiche che non leggiamo nella Bibbia, ma appartengono al tessuto religioso, ebraico come cristiano, come nel caso più emblematico di Enoch (come poi si riscontra nell’Apocalisse di Giovanni). Sul piano ermeneutico, esistono poi vari livelli di interpretazione biblica: quella morale o quella allegorica, quella letterale o quella tipologica. Si potrebbe andare avanti all’infinito. A me interessa precisare, senza nessun margine di ambiguità, che nessuno – in questa sede – nega tutto questo.

Poi, però, ci sono gli illuministi, Freud e i catto-comunisti.

Cosa li accomuna? A diverso titolo hanno deciso – ideologicamente – che i Vangeli non raccontano fatti reali e storici, ma sono il frutto mitologizzato delle comunità cristiane. Qualsiasi contenuto teologico sarebbe a priori infondato e falso. Questa inattendibilità della Scritture viene posta come assioma, che come tale non è né verificabile né falsificabile. Da questo assioma si possono ricavare, in funzione di esigenze o pre-giudizi differenti, tre macro postulati (a cui qui accenno in modo sintetico e che analizzo nello specifico in altri articoli correlati ma autonomi).

Il primo postulato è quello morale: riducendo la religione entro i confini della ragione, come direbbe Kant, Gesù, da Figlio di Dio passa ad assumere il ruolo di grande maestro di etica.

Il secondo postulato è quello psicanalitico: la religione è la nevrosi collettiva, sviluppatasi in seno alla nascita della società, che raggiunge, col monoteismo biblico, la riproposizione emblematica del Padre-Padrone. Mosè diviene l’alterego dell’egizio creatore del monoteismo ebraico (la religione del Padre), traslato da quello del faraone Akhenaton; Cristo la controfigura del capobanda redentore dei fratelli parricidi, che espia il senso di colpa dell’omicidio antico e rimosso (raccontato tramite il mito del peccato originale e il parallelismo paolino Adamo-Gesù), fondando la religione del Figlio: il cristianesimo sarebbe, quindi, la successione logica dell’ebraismo e la religione che oltrepassa il doppio binomio peccato-colpa e legge-giudizio.

Il terzo è quello neo-marxista: superata la critica classica alla religione come oppio, il Vangelo sarebbe la testimonianza indiretta di un anelito di speranza utopica, di giustizia sociale, di solidarietà e fratellanza. Indiretta, questa testimonianza, perché infantile, simbolica, ancora legata alla fede nel Figlio di Dio, nel Cristo della Chiesa e della teologia dogmatica. Il Vangelo diviene perciò utopia socialista del New Age (con opportuna pennellata green, per ovviare a termini un po’ desueti come “teologia della liberazione”, che potrebbero “spaventare”, come indicato dal frate domenicano Carlos Alberto Libanio Christo, nell’11° Encontro nacional Fé e Politica, tenutosi in Brasile a luglio – qui l’importante recensione del suo intervento).

Cosa c’entrano con tutto questo i “teologi del contesto culturale”? Anche loro – ma rimanendo ufficialmente “pastori” – hanno deciso di relativizzare, minimizzare, misconoscere o persino contraddire qualsiasi aspetto o passaggio che rimandi alla divinità di Cristo. In linea, probabilmente, con quel modo di fare teologia cattolica, denunciato da Benedetto XVI, senza neppure parlare di Dio.

Questi cattolici del contesto culturale fanno di più. Citano le Scritture per negarne la validità. Parlano di Cristo, ma ne misconoscono i comandamenti, i mandati, i riferimenti, le indicazioni, relativizzandoli al limite della mentalità del tempo. Apparentemente conservano la fede cattolica in Gesù di Nazareth, ma in realtà presentano un Gesù deformato da personali teorie, pre-costruzioni accademiche, che arriva a contraddire il Cristo dei Vangeli. Così avviene che nelle Università si studia la dicotomia protestante tra il Gesù storico e il Cristo della fede; le masse, contemporaneamente, sono educate alla dicotomia tra il Cristo dei Vangeli, limitato al contesto culturale, e il Gesù delle intenzioni vere, dei significati mistici e/o pastorali, degli scopi sociali.

E non perché siano in possesso di documenti archeologici a noi segreti, o abbiano un filone interpretativo allegorico, sconosciuto ai più, o abbiano scoperto documenti particolari di storia biblica. Niente di tutto questo.

Hanno solo uno slogan: il contesto culturale. Che vale sia per il Signore, sia per la mentalità del tempo, sia per le stesse scritture come le leggiamo noi.

Quanto al Signore, secondo questa visione, Gesù ha detto questo o quello, ma poi le reali intenzioni erano altre. Talmente altre che quelle parole possono essere relativizzate, fino ad essere contraddette.

Quanto alla mentalità del tempo, si arriva a dire che Gesù ha sì parlato chiaramente, ad esempio, dell’inferno, ma quelle erano solo “immagini infantili” per pescatori. Gesù ha sì fondato il sacerdozio, scegliendo solo maschi, ma era una scelta momentanea, legata solo alla cultura del tempo. E lo stesso dicasi per l’indissolubilità del matrimonio legata al “principio”.

Eppure lo stesso Signore di cui sopra rivendica la divinità della sua Persona consustanziale al Padre, oltre il monoteismo ebraico; resuscita addirittura contro ogni cultura, mentalità e possibilità; si fa vedere da Maria Maddalena, quando la mentalità del tempo non dava nessun valore alla testimonianza femminile. In questi casi – stranamente – Gesù non è più limitato alle immagini figurative o alle aspettative culturali o psicologiche. Per non parlare della Croce, scandalo per i giudei e stoltezza per i pagani (1Cor 1,23).

Quindi abbiamo, da una parte, il Re dell’Universo legato – irrimediabilmente – alla mentalità del tempo quanto ad alcuni aspetti, e, dall’altra, un agire completamente “controcorrente”, tale da richiedere agli stessi discepoli di rinnegare mentalità e persino aspettative messianiche troppo materialistiche o etniche, ma comunque legittime nella tradizione giudaica del tempo.

Come mai questo doppio registro? La riposta è il silenzio o l’inesorabile relativizzazione dei fatti, a discapito della Dottrina e prima ancora della stessa Scrittura. È il curioso paradosso di chi è disposto – fondamentalmente contro la cosiddetta svolta costantiniana e contro Trento – a riconoscere l’azione dello Spirito Santo nell’opera eretica di Lutero, cioè in chi vedeva nel Papato e nella Tradizione l’opera dell’Anticristo, a vantaggio della sola Scriptura, per poi negare la Scrittura stessa. Il Vangelo e tutta la Bibbia diventano infatti una raccolta di miti. Il vero credente e teologo di razza è colui che de-mitizza (scuola Bultmann) il dato delle Scritture e ci restituisce – bontà sua – lo strato originario, le legittime intenzioni, i significati effettivi dietro quelli allegorici.

Si crea così una realtà neo-dottrinale determinata da coloro che, avallando qualsiasi arbitraria ermeneutica, legittimano stravolgimenti dottrinali in ogni senso, apparentemente opposta a chi, in nome di chissà quale archeologismo catacombale-liturgico, pur sempre nega tutta la teologia cattolica, in funzione di principi luterani in ambito antropologico ed ecclesiologico. Se però, questi ultimi, conservano almeno la validità delle Scritture e il nucleo trinitario e cristologico, i primi  – quelli del contesto culturale e relativizzazioni simboliche – potrebbero, coerentemente ai propri principi, porre in discussione la stessa esistenza di Dio, almeno biblicamente e personalmente inteso (a favore di visioni più astratte dell’Assoluto); potrebbero relativizzare al contesto culturale medio-orientale e mediterraneo la stessa rivelazione biblica, per accettare l’ipotesi di altre rivelazioni parallele previste e volute direttamente da Dio, come vie religiose differenti, modi differenti ma comunque validi di salvezza; potrebbero, altresì, negare la stessa divinità di Cristo, per proporre la validità universale della natura divina per tutti gli uomini; potrebbero relativizzare la realtà dello Spirito Santo da Persona della Trinità a “forza interiore”; potrebbero relativizzare la presenza nella storia di Satana, principe di questo mondo, a “negativa tendenza soggettiva”; potrebbero negare la stessa condanna divina di atti contro-natura, in nome di retoriche giuridiche; potrebbero avallare il sacerdozio femminile; potrebbero stravolgere il significato dell’Eucarestia, ecc.

Gesù Cristo aveva – a volte e a caso – “limiti” di insegnamenti e disposizioni, a causa del contesto culturale. I suoi teologi hanno illimitate e indeterminate possibilità ermeneutiche, persino oltre il principio di non-contraddizione…

 

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Se Maria non esistesse

Dom Massimo Lapponi, monaco benedettino, dallo Sri Lanka ci ha inviato un suo articolo. Benchè pubblicato prima su Il legno storto il 15 agosto 2012 e poi nel suo volume “La luce splende nelle tenebre”, Ariccia, Aracne Ed. 2014, mantiene tutta la sua attualità.

 

Madonna con Gesù bambino

Madonna con Gesù bambino

 

di Massimo Lapponi

 

Nessuno oserebbe mettere in dubbio la grandezza di Karl Barth, né il suo posto di assoluto rilievo tra i teologi del XX secolo. Ma, come dice il proverbio, quandoque bonus dormitat Homerus, e certamente anche il buon Karl Barth dormicchiava quando scrisse che la mariologia è il tumore della teologia cattolica. Piuttosto, riecheggiando Voltaire, sarebbe più giusto dire che «se Maria non esistesse, bisognerebbe inventarla!».

Scriveva un secolo e mezzo fa il dimenticato sacerdote filosofo Vito Fornari che, mentre alcuni filosofi considerano solo il mondo, altri solo Dio, altri Dio e il mondo, ma senza alcuna relazione tra loro, e altri ancora confondono Dio e il mondo senza alcuna distinzione, soltanto il cristianesimo considera Dio e il mondo nella loro distinzione e nella loro unità, grazie al mistero dell’Incarnazione. Solo con l’Incarnazione, infatti, il mondo trova il suo posto rispetto a Dio e si congiunge a Dio senza però annullare se stesso. In questa prospettiva, tutta la creazione appare concepita fin dall’inizio in vista dell’Incarnazione ed è pervasa dall’aspirazione a congiungersi a Dio attraverso la persona umano–divina di Cristo. L’universa realtà è in tal modo illuminata dalla luce di Cristo, e non vi è alcun aspetto di essa su cui il pensiero cristiano non possa dire una parola chiarificatrice e risolutiva.

La pagina di Vito Fornari che ho richiamato suggerisce un’amara riflessione: il fatto che egli sia oggi completamente dimenticato va di pari passo con la triste constatazione che nel pensiero cattolico di questi nostri tempi di crisi e di decadenza non vi sia più uno sguardo capace di interpretare alla luce del Vangelo ogni aspetto della vita del mondo e dell’esperienza umana. Ora, se il cattolicesimo vuole uscire dal ghetto di “religione di sagrestia” in cui troppo spesso si trova costretto, esso deve ritrovare questo sguardo esplicativo dell’universa — cattolica! — realtà: ogni cosa deve essere vista nella luce di Dio, pur rimanendo se stessa, attraverso il mistero dell’Incarnazione. Se, infatti, il cattolicesimo non si mostra capace — come invece di fatto è — di spiegare e illuminare ogni realtà, ma invece esclude da sé aspetti fondamentali dell’esperienza umana, gli uomini gli volteranno le spalle — come stanno facendo — e gli preferiranno religioni o filosofie alternative che, a torto o a ragione, sappiano farsi valere. E se c’è un campo in cui la tradizionale dottrina cattolica viene facilmente attaccata e troppo spesso, non sapendo fra altro che opporre una timida e poco convinta difesa di un costume quasi universalmente considerato superato, si trova ridotta a mal partito, è quello della morale sessuale.

Ora, la più semplice riflessione suggerisce che proprio dall’Incarnazione dovrebbe scaturire l’unica luce capace di rischiarare il mistero così ingarbugliato e torbido, ma così cruciale per la vita dell’uomo e del mondo, della vita e della morale sessuale. Che tra quest’ultima e la generazione della vita vi sia un legame inscindibile, nessuno potrebbe negarlo e, d’altra parte, l’Incarnazione, se pure è opera dello Spirito Santo, è misteriosamente inserita nella serie delle generazioni umane:

«Abramo generò Isacco, Isacco generò Giacobbe (…) Giacobbe generò Giuseppe, lo sposo di Maria, dalla quale è nato Gesù chiamato il Cristo» (Mt 1, 2.16).

Volendo, dunque, riprendere e sviluppare il pensiero di Vito Fornari, dobbiamo dire che, se tutto il creato aspira misteriosamente a congiungersi a Dio nella persona del Verbo incarnato, questa aspirazione prende coscienza di sé soltanto nell’uomo, come soltanto grazie all’intelligenza, al sentimento e all’opera dell’uomo, la creazione inferiore trova il suo senso. Ma questo senso, come si è detto, gravita tutto verso l’aspirazione al congiungimento della vita umana con la vita divina nella persona di Cristo Uomo–Dio. Dunque, tutto il lavoro dell’uomo sulla terra trova il suo culmine nella generazione del Figlio di Dio. Ogni generazione, però, in qualche modo, prefigura e prepara questa divina generazione, tanto che si potrebbe dire che non c’è alcuna opera umana così nobile e degna dell’uomo come la generazione della vita, e alla generazione e glorificazione della vita umana è subordinata ogni altra attività dell’uomo. Infatti, l’opera dell’uomo scadrebbe ad una semplice organizzazione del mondo materiale, ovvero si manifesterebbe come affermazione della propria energia conquistatrice, pronta ad entrare in uno spietato conflitto dell’uno contro l’altro, se non fosse elevata al suo fine più sublime: il fine dell’amore e del servizio amoroso alla vita umana, nell’aspirazione segreta e misteriosa ad un amore e ad una vita infiniti.

Ma chiediamoci: chi è che risveglia nell’uomo la nostalgia per questo fine superiore della sua vita se non la donna? Ogni donna che incrocia il nostro cammino dovrebbe ricordarci che non siamo soltanto operai, soldati, ingegneri, economisti o organizzatori sociali, ma che il fine vero di ogni nostra azione è l’amore e il servizio fraterno, cioè il servizio amoroso alla vita e la preparazione della generazione della vita divina nella vita umana.
Dunque, una segreta intuizione dell’infinita vita divina irradia l’amore fecondo dell’uomo e della donna e sostiene e rafforza, con la sua luce sublime, la vocazione dell’uomo al servizio della vita, mentre, nello stesso tempo, impedisce alla vita sessuale di chiudersi nella prigione di un’intrascendibile carnalità. Ora, se l’essenza stessa del peccato — e del Peccato Originale in particolare (del quale i decadenti teologi di oggi non vogliono neanche sentir parlare) — consiste nella pretesa di fare a meno di Dio, la conseguenza prima di esso sarà la riduzione dell’opera dell’uomo ai ristretti orizzonti terrestri, cioè a finalità inferiori al servizio della vita umana e umano–divina.

Quale sarà, allora, il destino della donna, se non di decadere, da tramite per una vocazione superiore del genere umano, a semplice strumento di soddisfazione carnale? Ella, dal rango regale di ispiratrice dell’universa attività dell’uomo, viene degradata alla chiusa particolarità di un rapporto servile. Ciò si manifesta ancora nel contrasto tra vita sociale e vita familiare, e tra l’affermazione pubblica dell’attività maschile e la relegazione della donna tra le pareti domestiche: l’universalità dell’uomo si degrada alle sole dimensioni terrene, mentre l’attività della donna al servizio amoroso della vita viene esclusa da essa e racchiusa nella particolarità della vita privata.

Ma finché la missione della donna rimane così ristretta nel particolare e nel privato, l’attività dell’uomo sarà sempre coartata nei limiti di finalità terrestri, inferiori al servizio della vita, mentre, dal canto suo, la donna o rimarrà relegata in un ruolo domestico servile, ovvero, nell’illusione di riscattarsi dalla sua subordinazione, sarà trascinata ad uniformarsi alla terrestrità dell’attività maschile.

È stato Cristo a immettere nella storia del genere umano il germe rivoluzionario che avrebbe riportato la missione della donna sul piano dell’universalità. Egli, infatti, ha imposto, con tutta la potenza infinita della sua divinità, alla terrestrità e alla violenza della potenza terrena maschile di chinarsi al servizio dell’amore e della vita:

«Beati i miti, perché erediteranno la terra!» (Mt 5, 5).

Sì, la terra non appartiene ai violenti, ma ai miti, che seguono l’ispirazione risvegliata in loro dall’amore per la donna e per la vita e, portandola sul piano dell’universalità, immettono in tutta l’attività umana il respiro sublime del servizio, del rispetto, dell’amore.

«Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori, perché siate figli del Padre vostro celeste, che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti» (Mt 5, 44–45).

Per questo furono le donne le più fedeli discepole di Cristo, e tutte le donne sentono misteriosamente che Cristo è il loro vero sposo, l’unico e vero difensore della vita e dell’amore, il quale ha posto la vita e l’amore — e quindi la missione della donna — di nuovo al centro dell’attività universale e pubblica dell’uomo.

«Chi compie la volontà di Dio, costui è mio fratello, sorella e madre» (Mc 3, 35).

A questo punto, è importante osservare che l’universalità è propria dello spirito, come la particolarità è propria della carne. Ora, la generazione di Cristo da Maria per opera della Spirito Santo ci fa capire che esiste una generazione che si manifesta nella carne, ma procede dallo spirito: essa è anche modello sublime della stessa generazione carnale. Sarà dunque proprio la presenza nel mondo di questa generazione spirituale, che si manifesta nella carne, a dare il respiro dell’universalità anche alla generazione carnale.

Ma la generazione spirituale e universale non è limitata alla nascita di Cristo da Maria: essa si estende a tutta la vita verginale consacrata a Dio, propria del sacerdozio e della vita religiosa. Per mezzo di essa, lo spirito di servizio amoroso alla vita, e quindi il rapporto con la donna in tutti i suoi aspetti, dal mondo chiuso dell’egoismo privato, viene portato sul piano universale, pubblico e sociale.

Sappiamo bene che la società moderna — in cui il rifiuto o l’oblio del senso sacro di ogni realtà portano la donna a rinunciare alla propria missione di elevare l’attività dell’uomo nella luce del servizio amoroso alla vita — è come travolta da un risucchio irresistibile verso una coartazione dell’attività umana in orizzonti puramente terrestri, e sappiamo anche quello che ciò significhi in termini di diffusione dell’indifferenza, del cinismo, del disprezzo verso vita umana. E se la Chiesa si oppone a questa deriva, lo fa come Sposa di Cristo e come coscienza spirituale dell’umanità, la quale non è annientata nel suo essere dall’unione con la divinità nella persona di Cristo, ma al contrario, proprio in questa unione sperimenta la consumazione del suo desiderio e del suo essere più profondo.
Certamente Barth ha ragione nel ricordare che la salvezza e la divinizzazione dell’uomo sono opera esclusivamente di Cristo, e non di Maria. Ma se l’umanità è salvata e divinizzata, essa non è però annientata da Cristo. Ora Maria è la più sublime rappresentante dell’umanità, non solo in quanto redenta dal peccato, ma anche in quanto sposa e generatrice della persona umano–divina di Cristo, e come Cristo è un modello sublime per ogni uomo divenuto realmente figlio di Dio, così era necessario che ogni donna avesse un modello sublime nella Madre generatrice della vita infinita del suo Figlio divino. E come Cristo è risorto e asceso al cielo in anima e corpo per confermare che l’umanità non è annientata nel suo essere proprio dalla sua unione con la divinità, così era necessario che Maria ascendesse al cielo in anima e corpo per confermare che la missione della donna a servizio dell’amore e della vita rimane per l’eternità.

E Cristo stesso ha reso onore a questa missione della donna. Infatti, come uomo, dove ha egli imparato la misericordia, la premura per la vita umana, la dolcezza dell’amore, la speranza in una felicità sovrumana, se non dal mistero della maternità che lo ha generato, nutrito, protetto, accarezzato e seguito fedelmente fino alla morte — da colei che giustamente invochiamo come «madre di misericordia, vita, dolcezza e speranza nostra»? E questo mistero di amore è stato l’anima del suo messaggio — né poteva essere altrimenti, se soltanto attraverso la donna si rivela
all’uomo il senso sublime della sua vita — quel messaggio che, come abbiamo già osservato, ha immesso nella storia del genere umano l’aspirazione irresistibile a porre tutta l’energia dell’uomo a servizio dell’amore e della vita. E se è vero, come è vero, che Cristo è il più grande poeta di tutti i tempi e che la poesia costituisce la forza segreta e irresistibile del Vangelo, e se è vero che l’ispiratrice essenziale, diretta o indiretta, di tutta la poesia è sempre la donna, per le ragioni che si sono dette, ciò vuol dire che in tutto il Vangelo, anche dove ciò non appare esplicitamente, vi è la presenza ispiratrice del mistero della donna e del mistero di Maria.

Se, dunque, oggi vediamo le forze dell’inferno scatenate come non mai nel tentativo di sradicare per sempre dal cuore del genere umano l’aspirazione a servire l’amore e la vita, non possiamo fare di meglio che ripetere l’antica invocazione: O clemens, o pia, o dulcis Virgo Maria!

 

 

 




Grygiel: “Nei documenti della Chiesa non c’è posto per l’ambiguitá. Essa potrebbe avere conseguenze tragiche”

“Era possibile prevedere gli eventi (dell’Istituto Giovanni Paolo II) che oggi hanno scosso l’opinione pubblica mondiale? Era possibile. Le manovre dottrinali fatte durante i due sinodi sul matrimonio e sulla famiglia nel 2014 e nel 2015 non hanno lasciato dubbi sul fatto che le tendenze postmoderne del comportamento e del pensiero al di là del bene e del male hanno invaso la Chiesa attraverso teologi e pastori che, per ragioni a loro note, hanno iniziato a distorcere la Parola di Dio per adattarla a quelle tendenze. Usando parole ambigue e dichiarazioni oblique hanno abilmente creato caos e confusione nelle menti e nei cuori di molte persone.”

Così Grygiel, amico fraterno di Papa San Giovanni Paolo II, in questa importante intervista rilasciata a Hanna Nowak, pubblicata su PCh24.pl, e che presento ai lettori di questo blog nella mia traduzione,

 

Stanislaw Grygiel, filosofo

Stanislaw Grygiel, filosofo

 

Hanna Nowak (Teologia Polityczna): Nei giorni scorsi ci sono stati grandi cambiamenti nell’Istituto Giovanni Paolo II per gli studi sul matrimonio e la famiglia, che avete creato insieme a Karol Wojtyła 40 anni fa. Come si organizzerà a fronte del suo licenziamento? Era possibile prevedere una tale situazione?

Prof. Stanisław Grygiel (filosofo, eticista, antropologo): Non ci sono stati cambiamenti nell’Istituto Giovanni Paolo II per gli studi sul matrimonio e la famiglia. L’Istituto è stato semplicemente sciolto da Papa Francesco esattamente due anni fa. Nello stesso motu proprio (Summa Familiae Cura, 8 settembre 2017) il Papa ha sciolto l’opera di San Giovanni Paolo II con una delibera e nel successivo ha creato un proprio Istituto, che conserva ancora il nome del suo santo predecessore. Il nuovo Istituto si chiama Il Pontificio Istituto Teologico Giovanni Paolo II per le scienze del matrimonio e della famiglia. Una parola nuova nel nome dice tutto: scienze. Quali scienze? Non c’è scienza del matrimonio e della famiglia. Che cosa descrive questo nome? Solo il fatto che la sociologia, la psicologia e le scienze affini decideranno come e cosa pensare del matrimonio e della famiglia nel neonato Istituto. A un certo punto ho chiesto di togliere il nome di San Giovanni Paolo II dal nome dell’Istituto, perché, come ho detto, non dovrebbe essere usato come una foglia di fico…. La teologia morale e anche l’adeguata antropologia di Wojtyła sono state abbandonate dall’Istituto – significa allora che l’etica delle persone sposate sarà determinata dai sondaggi di opinione? Il fatto che molte persone rubano, commettono adulterio, mentono, ecc. ci autorizza a sciogliere i Dieci Comandamenti? Chi pone domande sul senso della vita e cerca il cammino da seguire senza perdere la risposta a queste domande, non può vivere in una casa costruita su meandri sociologici e psicologici sul matrimonio e la famiglia in queste cosiddette diverse culture. Cristo non predicava le opinioni sociologiche ma la Parola del Dio vivente.

Come mi organizzerò in questa situazione? Mi tengo in contatto con i miei amici, in particolare con l’indimenticabile defunto cardinale Carlo Caffarra. Questo mi aiuta a creare una realtà scientifica di tipo familiare, in accordo con i pensieri e i desideri di Giovanni Paolo II per l’Istituto. Sono sorpreso da parole come “rinnovamento, espansione e approfondimento” di questo Istituto, che vengono pronunciate da coloro che lo stanno distruggendo insieme alla sua fondazione. Distruzione non significa rinnovamento.

Era possibile prevedere gli eventi che oggi hanno scosso l’opinione pubblica mondiale? Era possibile. Le manovre dottrinali fatte durante i due sinodi sul matrimonio e sulla famiglia nel 2014 e nel 2015 non hanno lasciato dubbi sul fatto che le tendenze postmoderne del comportamento e del pensiero al di là del bene e del male hanno invaso la Chiesa attraverso teologi e pastori che, per ragioni a loro note, hanno iniziato a distorcere la Parola di Dio per adattarla a quelle tendenze. Usando parole ambigue e dichiarazioni oblique hanno abilmente creato caos e confusione nelle menti e nei cuori di molte persone. Le parole di Cristo si sono avverate: “Ma il vostro parlare sia: ‘Sì, sì; no, no’; poiché il di più viene dal maligno.” (Mt 5,37). Quando si entra in questo “il di più”, la credibilità del Vangelo e della Tradizione della Chiesa viene minata. Basti ricordare l’affermazione dell’attuale generale dell’ordine dei gesuiti, secondo il quale non possiamo essere sicuri se Cristo abbia detto veramente le parole che gli evangelisti ci hanno tramandato perché non avevano il registratore. La mancanza di registratori, secondo il generale, significa che dobbiamo dipendere dalle interpretazioni delle interpretazioni. Pertanto, dobbiamo chiederci qual è l’influenza sulla Chiesa di persone che confidano non solo nella Parola del Dio vivente, presente nella Chiesa e dette “una sola volta” (semel dixit), ma anche in un tipo o nell’altro di interpretazioni sociologiche o psicologiche di questa Parola. La fede religiosa dipende dalla fiducia dell’uomo nel Dio vivente in una conversazione quotidiana e diretta con Lui e non attraverso le proprie opinioni su di Lui. Si desidera parlare con una persona cara faccia a faccia e non con la voce di quella persona registrata su un registratore.

 

Molti intellettuali sono stati licenziati dall’Istituto per la loro reazione alle voci che erano alternative alla Tradizione che seguivano. Questi eventi possono essere trattati come un momento simbolico, un sintomo tangibile di queste trasformazioni cui la Chiesa istituzionale sta cedendo?

Sì, possono. Possono e dobbiamo trattarli come tali. Sono convinto che quello che è successo all’Istituto è legato ai cambiamenti che potrebbero essere introdotti dall’imminente Sinodo pan-amazzonico. Potremmo porci una domanda: “La Chiesa, che ha guardato l’uomo alla luce della verità rivelata in Cristo, può anche guardare l’uomo quasi allo stesso livello della luce delle culture locali (per esempio, quella amazzonica) o la Chiesa deve rimanere in una luce evangelica e predicare ciò che può vedere?” L’abolizione dell’Istituto Giovanni Paolo II è divenuto un segno che ha rivelato i pensieri di molti cuori. Alcuni professori sono stati allontanati dall’Istituto, alcuni professori che leggono Amoris Laetitia alla luce della fede della Chiesa radicata nel Vangelo e nella Tradizione, e non, come ha chiesto il cardinale Christoph Schönborn di Vienna nel suo colloquio con il cardinale Carlo Caffarra, di leggere la Tradizione presente nell’insegnamento dei papi precedenti alla luce di quel documento (cioè dell’Amoris Laetitia, ndr). È in nome della Tradizione che entrambi i modi di camminare verso la verità sono importanti nella Chiesa. Leggendo la verità rivelata sull’uomo solo alla luce di del qui e ora dell’oggi, è molto facile scendere al punto di abbellire quelle verità da cui dipende la propria carriera. Quando Cristo dice che chi lascia la moglie e vive con un’altra donna commette adulterio, nessuna interpretazione, anche da parte del più intelligente teologo o ministro, può cambiare il significato della parola “chiunque”. Se diciamo che in questo o quel caso qualcuno non commette adulterio, perché giustificato da questo o quello, significa che allo stesso tempo, diciamo che Cristo non sapeva quello che diceva, perché non sapeva cosa c’è in un essere umano. Avrebbe dovuto chiedere agli altri. Ma San Giovanni dice che Cristo “conosceva tutte le persone” e non doveva chiedere a nessuno (Gv 2,25). Secondo la voce imperiosa degli odierni seguaci dell’etica situazionale e del discernimento pseudo-Ignaziano, Cristo non sapeva cosa si nascondesse in ogni uomo, perché, ad esempio, non sapeva cosa si nascondesse nell’uomo con la coscienza pulita che viveva nella sua seconda o terza unione pseudo-matrimoniale….. Quindi Cristo non era Dio. Qualcuno di molto importante nella Chiesa di oggi ha già osato dire che Cristo è diventato Dio solo dopo il momento della sua morte.

 

Da tempo si notano segnali inquietanti riguardanti i cambiamenti all’interno dell’Istituto. Alla luce di questo fatto, si è pensato di salvare l’identità dell’Istituto, ad esempio spostando la sede centrale da qualche altra parte? Si potrebbe dire che la parte del personale docente che è stata licenziata ha i propri diritti d’autore, poiché sono stati loro a crearlo secondo le decisioni di Giovanni Paolo II. Forse una tale mossa, basata sul riunirsi in un altro luogo, avrebbe impedito quello che è successo con la dispersione dei professori licenziati?

Non si può parlare di professori dell’Istituto con diritti d’autore. L’Istituto aveva i diritti papali, non quelli dei professori. Tuttavia, l’Istituto fondato da San Giovanni Paolo II ha lasciato il suo spirito tra migliaia di studenti in tutto il mondo. In quei giorni la loro voce si è rivelata così forte da sorprendere persino i professori stessi. I professori non sono dispersi. Rimangono ancora l’unica famiglia che San Giovanni Paolo II voleva. Il suo Istituto rimane ma in modo diverso.

 

Facendo riferimento alla domanda precedente vorrei chiederle come vede il ruolo della Chiesa polacca negli studi sul pensiero di Giovanni Paolo II e sulla sua divulgazione?

Penso che i nostri vescovi polacchi dovrebbero aver cura e fare in modo che i dipartimenti dedicati alla filosofia di Karol Wojtyła e all’insegnamento di Giovanni Paolo II siano stabiliti e Messi all’opera nei seminari e nelle università su cui hanno influenza. Studi antropologici e teologici basati sull’adeguata antropologia di Wojtyła e sulla teologia del corpo aiuteranno i sacerdoti a preparare i giovani a una vita di amore bello nel matrimonio e nella famiglia e anche alla vita sociale e dello stato. Questi studi aiutano la vita nella Chiesa. Le celebrazioni e le elaborate cerimonie in onore del Santo Padre non sono sufficienti. C’è bisogno del lavoro della mente e del cuore, un lavoro minuzioso nel quale la verità libera la persona che la cerca dalla schiavitù egiziana del male. Tali dipartimenti dovrebbero essere chiamati dipartimenti dell’amore responsabile o dipartimenti della libertà.

Nel difficile momento attuale le Chiese locali hanno bisogno di vescovi che professino coraggiosamente la loro fede in Cristo e dicano un forte “No” al diavolo. Le recenti dichiarazioni dell’arcivescovo di Cracovia Marek Jędraszewski, che ha espresso il suo “NO” evangelico all’ideologia dell’arcobaleno deformato, incoraggiano e portano speranza non solo ai polacchi. Molti cardinali e vescovi di altri Paesi lo hanno affiancato, vedendo in lui un degno successore dei cardinali Adam Stefan Sapieha e Karol Wojtyła. Dio non abbandona mai il suo popolo. Egli dona sempre dei pastori capaci di affrontare le sfide che potrebbero incontrare. L’arcobaleno dell’alleanza tra Dio e l’uomo ha sette colori sacramentali. Sono la vita della Chiesa. Tutti ci parlano dell’amore che si rivela e si realizza in loro. Togliere un colore dall’arcobaleno gli impedisce di essere un’epifania della luce dell’Amore di Dio, dispersa in sette colori. Il falso arcobaleno porta il caos nell’amore umano, che riflette l’Amore che è Dio. In questo caos la mente e il cuore dell’uomo diventano brutalizzati e schiavizzati. È dovere dei vescovi e dei sacerdoti difendere l’ovile loro affidato contro questo caos e contro coloro che usano questo caos per prendere il potere. La loro responsabilità è, quindi, quella di dire “Sì, Sì, No, No” e non menare il can per l’aia e cercare il proprio successo privato in quel qualcosa di più. Forse è comodo stare con il Diavolo, ma non è mai onorevole.

Una sera San Giovanni Paolo II mi dette una lettera scritta da un noto teologo. Disse: “Leggila e dimmi cosa ne pensi”. Quel teologo consigliava a Giovanni Paolo II di cambiare l’etica dei rapporti sessuali coniugali, perché se non l’avesse cambiata, molte persone avrebbero lasciato la Chiesa. Subito dopo aver letto la lettera dissi bruscamente: “Questo è stupido!” Dopo un momento di silenzio il Papa disse semplicemente: “Sì, è vero, ma chi glielo dirà?” Poi, senza dire una parola, andò in cappella e rimase lì da solo.

 

Qual era l’intenzione di Giovanni Paolo II al momento della fondazione dell’Istituto? Su quali valori lo stavate costruendo? Come ricorda i suoi primi colloqui con Karol Wojtyła?

San Giovanni Paolo II era ben consapevole del fatto che il destino della Chiesa si basa su ciò che è nel matrimonio e nella famiglia e anche che il destino del mondo era [da essi] determinato. Nelle nostre conversazioni a Cracovia e poi a Roma ci siamo scambiati riflessioni antropologiche e teologiche sull’amore coniugale e familiare, che dovrebbero plasmare la teologia e la filosofia coltivata nella Chiesa. Nell’amore coniugale e familiare, concepito nell’atto della creazione dell’universo e dell’uomo da Dio nel suo Figlio, si rivela la Verità – il Logos del Dio vivente, che noi chiamiamo, sit venia verbo, la dottrina della Chiesa (Mc 5,33-34). Affidandosi a questa Parola, in cui Dio pensa creativamente alla persona umana, sia la teologia che la filosofia dovrebbero essere coltivate nella Chiesa. La forza della fede nell’uomo e della fede in Dio si manifesta nella forza del nostro “No” a coloro che, per ragioni ideologiche, esigono che la società rispetti la vita umana solo a determinate condizioni e non incondizionatamente nella sua fase iniziale (aborto) e nella sua fase finale (eutanasia). La negazione dell’inizio e della fine dell’amore, a cui sono chiamati il matrimonio e la famiglia, amore che è un’epifania dell’Amore che unisce il Padre e il Figlio nella Santissima Trinità, piega l’ecclesiologia a una dimensione solo orizzontale e, con l’aiuto di metodi di ragionamento sociologico-psicologico, sottopone l’uomo alle ideologie che dominano in questo momento. Giovanni Paolo II ha messo in guardia e difeso la Chiesa e la società contro questo pericolo. A chi dice che non ha avuto successo rispondo brevemente che voleva una vittoria eterna. Si è affidato alla Verità eterna inchiodata alla Croce e ha piegato le ginocchia davanti a Lui. Non si è inginocchiato davanti al Maligno, trionfante in un tempo e in uno spazio particolare e promettente regni transitori di questo mondo. Con il potere della Parola del Dio vivente ha affermato che la libertà non dipende dal fare ciò che l’uomo sente di fare oggi o che avrebbe voluto fare domani, ma dal fare ciò che tutti dovrebbero desiderare. E la Verità ci dice cos’è che l’uomo dovrebbe volere. La libertà viene dalla Verità e non dall’illegalità. Non ha nulla a che fare con la mancanza di regole.

 

Già 40 anni fa Giovanni Paolo II parlava della crisi della famiglia. Questo tema è stato molto importante in tutto il suo pontificato e la sua espressione formale è stata l’esortazione apostolica Familiaris Consortio. L’insegnamento papale è in pericolo ora, quando la crisi si è ulteriormente aggravata e l’Istituzione, che avrebbe dovuto contrastarla, sta subendo cambiamenti così radicali?

Le minacce alla Verità presenti nella fede della Chiesa e nell’amore dell’uomo al prossimo, poi alla Verità presente anche nell’insegnamento di Giovanni Paolo II, che esprime la fede in Dio e nell’uomo, potrebbero ferire dolorosamente le persone; tuttavia non è mai una minaccia mortale alla Verità stessa. La Verità sarà sempre misericordiosamente presente all’uomo. Grazie a questo, anche nel cuore delle tenebre, l’uomo porta con sé un dono di speranza contro la speranza (spes contra spem). Cristo, che risuscita i morti perché siano santi, è presente in questo dono. La Chiesa vive grazie alla libertà risorta della loro fede, speranza e carità. Cristo è presente in queste tre epifanie del dono della libertà. Egli non è presente nelle opinioni su di Lui, specialmente quelle create da alcuni teologi e ministri secondo il principio marxista: Praxis (in questo caso la cosiddetta prassi pastorale) determina la verità, o Logos. Oggi, l’esortazione apostolica Familiaris Consortio o l’enciclica Redemptor Hominis dovrebbero essere lette nelle chiese ogni giorno. Ogni cristiano dovrebbe incidere nella sua mente e nel suo cuore le parole di Cristo: “poiché tu non puoi far diventare un solo capello bianco o nero. Ma il vostro parlare sia: “Sì, sì; no, no”; poiché il di più viene dal maligno.” (Mt 5,37). Nei documenti della Chiesa docente non c’è posto per l’ambiguità o per il ben noto detto in Polonia, “Io sono a favore e persino contro”. L’ambiguità nella Chiesa potrebbe anche avere conseguenze tragiche. Introduce nella vita della Chiesa una comprensione della verità in una concezione lineare della storia, non secondo il punto di vista del Redentore dell’uomo che “è il centro dell’universo e della storia” (cfr. Redemptor Hominis, 1).

 

Che cosa significano le proposte della nuova ideologia e in che misura sono una vera minaccia per la Chiesa, per la famiglia nel lungo periodo?

La risposta a questa domanda è nelle risposte alle domande precedenti. Aggiungo solo che in queste proposte ci sono parole che hanno cambiato significato. Sono state distaccate dalla realtà che le riguarda. Nelle ideologie postmoderne parole come l’amore, la libertà, la giustizia, la pace, la tolleranza appartengono solo alle opinioni create per volere delle mode transitorie, che sono governate dal principio: “Fate quello che volete!” Oggi vale la pena ricordare le parole profetiche di Vladimir Soloviev contenute nel suo libro Anticristo (guardate il card. Biffi che ne parla, ndr), pubblicato nel 1899, secondo cui quando l’Anticristo apparirà assumerà la forma del pacifista, del vegetariano, dell’ecologista e dell’ecumenista. La famiglia si disgregherà? Sono sicuro che non lo sarà. Perché? Perché la Verità, a cui una persona umana è affidata, e quindi anche il matrimonio e la famiglia, non si distruggerà. Dio non può essere distrutto da nessuna opinione su di Lui. Quindi c’è qualcuno a cui tornare e nel Quale è possibile tornare a una nuova vita. La Verità ci difende.

 

Secondo George Weigel, la Chiesa postconciliare ha seguito due strade contraddittorie. La prima emerge dalla filosofia di Hegel, Feuerbach, Marx. L’altra, quella tradizionale, si è riferita all’insegnamento del patrono dell’Istituto Giovanni Paolo II per gli studi sul matrimonio e la famiglia. Vorrei porre una domanda filosoficamente ingenua, ma proprio per il puro stupore: come ha potuto un potere così forte e parallelo nella Chiesa prendere piede con una posizione culturale che ne attacca le caratteristiche vitali?

È una domanda difficile. Cristo metteva in guardia i suoi discepoli dal non avere una vigilanza intellettuale e orante (cfr. Mt 26,41). Molti fattori hanno contribuito al suo indebolimento. Suppongo che una delle ragioni principali di questa mancanza di vigilanza sia la mancanza di preghiera, ma anche la mancanza di cultura. Sto parlando della cultura di cui parlava San Giovanni Paolo II e senza la quale nessuna cultura storica è cultura. Parlo della cultura come cultura che coltiva l’umanità nell’uomo grazie alla grazia della verità liberatrice e sanante senza la quale nessun uomo può comprendere se stesso. Il compimento dell’umanità nell’uomo è la Terra Promessa per tutti, verso cui ci dirigiamo fino all’ultimo momento della vita. Morenti, la vediamo e la salutiamo solo da lontano (cfr. Eb 11,13). Come un leone ruggente il Maligno si aggira intorno alla nostra speranza, in attesa di un momento opportuno per attaccare. L’Istituto è stato attaccato da teologi e ministri che non avevano speranza e fede. Hanno smesso di credere alla grazia che viene dal vivere nella santità del sacramento del matrimonio e credono che questo (il matrimonio, ndr) sia un ideale impossibile da realizzare. Sono loro che hanno sostituito la dimensione verticale della metafisica e a fortiori della teologia morale e dell’adeguata antropologia di Wojtyła con il piano orizzontale della sociologia, della psicologia e delle scienze simili. Il nuovo nome dell’Istituto mostra un nuovo fondamento del pensare al matrimonio e alla famiglia, il che significa una diversa percezione dell’amore e della libertà.

 

Perché una prestigiosa scuola cattolica, quando c’è una crisi universitaria, chiama “sviluppo” la sua riformulazione, copiando de facto schemi delle università laiche? Perché il pragmatismo sostituisce il kerygma?

Questa è una grande domanda. Grazie per averlo chiesto. L’esperienza mi dice che il pragmatismo soppianta il kerygma ovunque la voce decisiva appartiene a persone che sono state corrotte in un modo o nell’altro dalla “debolezza della carne” (cfr. Mt 26,41), ed è per questo che non vegliano e non pregano. Vogliono giustificare il male che hanno fatto, perché non credono che l’unico rimedio al peccato sia la misericordia di Dio. Credono solo nel potere della politica e del possesso. Quindi non sorprende che la loro idea di misericordia sia solo la distribuzione del pane e con questa misericordia vogliono giustificarsi. Nella loro misericordia pragmatica allontanano le persone dalla misericordia che è la Parola redentrice del Dio vivente. Il dono della verità è misericordia per l’uomo. L’uomo si suppone che cerchi il suo regno e il resto gli sarà dato (cfr. Mt 6,33). Le università secolari, che prima di tutto cercano le cose “date”, perdono la strada verso la verità e infine dimenticano come chiedere la via e sprofondano nella insensatezza. La gente nella Chiesa vuole che le sue università condividano il destino delle università secolari? Alcuni forse lo fanno. Perché? Questa è la domanda.

 

Lo chiederò ironicamente, anche se non senza timore, il prossimo passo sarà sostituire il dogma con l’attuale programma alla moda di cooperazione tra accademici e imprese?

Questo può essere realizzato attraverso il modo di pensare di molti teologi e ministri, che è guidato da un principio marxista allargato: la prassi pastorale crea la verità. Il lavoro pastorale è diventato per loro una specie di attività di impresa. La volontà di raggiungere un notevole successo li spinge a cercare nei sondaggi di opinione il criterio del bene e del male, della verità e della menzogna. I sacerdoti, i teologi, i filosofi e gli istituti per i quali lavorano saranno giudicati in base all’efficienza del successo dimostrato sperimentalmente. Alcuni pastori e arcipreti sembrano dimenticare che la contemplazione della verità, del bene e della bellezza non può essere trattata allo stesso modo della produzione di secchi, martelli o chiodi.

 

La disputa che stiamo avendo non è semplicemente una discussione sui punti di vista. Quando si tratta del cristianesimo, le dispute nozionali hanno sempre il loro peso materiale, concreto. I cambiamenti strutturali in atto in Vaticano non solo confermano alcune tendenze presenti da tempo nella Chiesa, ma costituiscono anche una nuova realtà. Come vede il suo ruolo – sia come creatore intellettuale dell’Istituto sia come cattolico – di fronte a questa nuova realtà?

Non mi preoccupo di cosa fare oggi, ma di come dovrei essere qui e ora, per non soccombere alla paura, ma di prendermi cura con dignità del dono della fede, della speranza e della carità. Respingo l’idea orizzontale della nuova Chiesa, o del nuovo mondo predicato dai teologi fans di Aldous Huxley. Questo è il principio marxista: la prassi decide ad ogni costo ciò che è vero, portando a ciò che non è vero. Ogniqualvolta sia necessario, chi crede nel potere del Verbo di Dio fatto carne dovrebbe sempre dire un “No” forte e inequivocabile a chi si affida ad altri poteri. Tale persona dovrebbe alzare il bicchiere nel brindisi del cardinale Newman alla coscienza.

 

Sulla base della sua esperienza di molti anni di lavoro a Roma, vede qualche errore dal punto di vista ortodosso nel modo in cui avete insegnato sul matrimonio e sulla famiglia? Siamo in grado di esprimere i valori tradizionali e immutabili nelle forme comunicative moderne? Quale linguaggio dovrebbe essere usato per parlare della Sacra Famiglia oggi? La Sacra Famiglia ci racconterà di se stessa da sola e alla fine non dovremmo preoccuparci del silenziamento del Vangelo?

Abbiamo commesso degli errori in questo senso in cui abbiamo parlato del matrimonio e della famiglia con parole vuote, cioè con parole che non sono risuonate con l’amore per la verità sull’amore umano. Le parole in cui non eravamo presenti erano “un gong rumoroso o un cembalo che tintinna” (1 Cor 13,1). Spero che abbiamo detto anche parole che non erano vuote perché piene della Parola. Confidiamo in questa Parola e nelle conseguenze della nostra fede in essa. Affidarci alla Parola del Dio vivente è difficile e facile allo stesso tempo. Chiunque può affidarsi a Lui indipendentemente dalla sua educazione. La fede dell’analfabeta a volte è così grande che i teologi non possono approfondirla con la loro mente limitata. La difficoltà della fede sta nel fatto che richiede la conversione a Dio da parte di tutti, analfabeti e studiosi. Un ministro è un ministro e un teologo è un teologo, quando indicano con una parola che è un atto e con un atto che è una parola verso questa parola-atto che è il Redemptor Hominis (il Redentore dell’uomo, ndr) – “il centro dell’universo e della storia”. Hegel direbbe che alla gente dovrebbe essere costantemente ricordata la morte perché solo quando essa li guarda negli occhi possono affrontare la domanda sul senso della loro vita. Cominciano a pensare.

Troppo spesso i politici usano parole vuote. Per questo motivo vengono applauditi e votati da persone che non pensano. La Chiesa non ha a che fare con la politica, ma con la salvezza in Cristo – con la Parola del Dio vivente. Nella Chiesa non c’è posto per predicare parole vuote e per l’insensatezza. Teologi e ministri, prima di iniziare a cercare parole per i loro discorsi, dovrebbero inginocchiarsi davanti alla Parola, la quale dovrebbero rendere evidente agli altri e ascoltarla. Questa Parola è la stessa di duemila anni fa. Non cambia. Quindi, le parole che si suppone trasmettano la Parola devono essere assolutamente chiare. Le parole sporche che escono dalla bocca degli uomini, che si lasciano ingannare dal Maligno, non aprono nessuno a Dio, ma servono come strumenti per sottomettere la Sua presenza nelle coscienze di tutti gli uomini alla volontà dei governanti di questo mondo. Cristo parla sempre la stessa Parola, perché comunica se stesso, il Figlio del Dio vivente. Le uniche parole impossibili da comunicare sono quelle che non contengono la Parola. La Parola in cui avviene l’atto della creazione. La Sacra Famiglia è una prova epifanica dell’atto della creazione e allo stesso tempo l’atto di salvezza, prova unica e irripetibile nella storia dell’umanità. Nessuno e niente può soffocarla, perché nessuno e niente può soffocare la Parola, che è il centro dell’universo e della storia.

 

Traduzione dal polacco all’inglese di Jan J. Franczak

 

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