Il cucciolo che non volevo

Oggi è la #giornatamondialedelcane (#InternationalDogDay).…..e  noi vogliamo celebrarla a modo nostro.

Bambino vestito a cucciolo di cane

Sì, un po’ mi fa pena. Ma non ho mai pensato di averne uno! Almeno non adesso…con la casa piccola e senza giardino, il lavoro nuovo. Un giorno, magari, ma ora proprio non posso tenerlo…

Me l’ha dato il mio ragazzo: gli avevo detto di sì ma senza impegni però, e lui aveva detto di stare tranquilla!

E io sono stata tranquilla: mai più pensavo che mi sarei trovata con un impegno del genere!

Invece lui me l’ha fatto avere senza mai chiedermelo sul serio! E ora dice che è mio e che io mi devo arrangiare.... che grande amore è stato, il suo! Eppure un po’ di tenerezza dovrebbe farla pure a lui, no?

I primi tempi non dava tanto fastidio…un po’, ma non troppo.

E’ il pensiero dell’impegno futuro che mi dà preoccupazione e mi fa crescere i dubbi se tenerlo o meno:

e con il lavoro come faccio? non posso mica portarmelo…e lasciarlo a casa da solo non mi sembra una bella idea. 

Pagare qualcuno perché gli badi mentre non ci sono?…troppo costoso. Lasciarlo ogni tanto ai miei?…magari sarebbero anche contenti ma non ne sarei sicura.

E i week end fuori città? Con lui sarebbero  impossibili! Poi crescerà e vorrà uscire: a quel punto non saprei proprio come fare!

No…niente da fare, devo trovare una soluzione per liberarmene.

Non so se lasciarlo in uno di quei centri che raccolgono i trovatelli ma credo che soffrirebbe per l’abbandono, forse sarebbe un gesto egoista da parte mia. Anche se magari una famiglia potrebbe addottarlo…non so. Mah…però è una vigliaccata, in fondo!

Ormai sono sempre più convinta di rivolgermi a uno di quei medici che li sopprimono su richiesta: so che non è una cosa bella ma almeno non è dolorosa per loro. Magari io avrò qualche senso di colpa, dopo, ma non sarebbe giusto rovinarmi la vita per qualcosa che non ho voluto!

In fin dei conti mica parliamo di una persona, no? 

Basta ho deciso: ora chiamo il ginecologo e fisso un appuntamento per l’aborto.

 

 

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Validità dell’elezione di Papa Francesco? Vi spiego come la penso.

Il cardinale Raymond Burke ha risposto alle domande sulla validità del papato di Papa Francesco alla luce delle rivelazioni dei cardinali elettori che suggeriscono che c’è stata una campagna organizzata per assicurare la sua elezione. 

Ecco l’articolo di John-Henry Westen, pubblicato su LifeSiteNews, nella mia traduzione. 

 

card. Raymond Leo Burke (via Time)

card. Raymond Leo Burke (via Time)

 

Il cardinale Raymond Burke ha risposto alle domande sulla validità del papato di Papa Francesco alla luce delle rivelazioni dei cardinali elettori che suggeriscono che c’è stata una campagna organizzata per assicurare la sua elezione. 

Il cardinale, esperto di diritto canonico ed ex capo della più alta corte vaticana (il Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica, ndr), ha parlato della questione in un’intervista nel [programma] The Patrick Coffin Show che è andato in onda il 13 agosto. (Vedi la discussione che inizia alle 19:24.)

 

 

Coffin ha chiesto: “Alcuni cattolici si chiedono se sia lecito indagare almeno se [sia stata violata] la costituzione apostolica Universi Dominici Gregis del 1995 di San Giovanni Paolo II – che ha stabilito le norme per i futuri conclavi papali – se quelle regole siano state violate e se l’intera elezione di Papa Francesco possa o meno essere invalida. C’è qualche fondamento per questa speculazione?”. 

La costituzione apostolica prescrive come debbano  svolgersi le elezioni papali e suggerisce che un’elezione non sarebbe valida se contravvenisse alla costituzione. Al paragrafo 76 del documento si legge: “Se l’elezione fosse avvenuta altrimenti da come è prescritto nella presente Costituzione o non fossero state osservate le condizioni qui stabilite, l’elezione è per ciò stesso nulla e invalida, senza che intervenga alcuna dichiarazione in proposito e, quindi, essa non conferisce alcun diritto alla persona eletta”. 

Il cardinale Burke ha risposto a Coffin, dicendo: “L’unico motivo che credo potrebbe essere usato per mettere in discussione la validità dell’elezione sarebbe se l’elezione fosse organizzata in anticipo con una campagna elettorale che è severamente vietata e che sarebbe molto difficile da dimostrare”. 

“La gente parla di questo scrutinio supplementare che fu preso, ma ho studiato quella questione e non vedo che quella metterebbe in alcun modo in discussione la validità dell’elezione”, ha aggiunto il cardinale Burke. 

Ha detto il cardinale Burke: “Ci sono dichiarazioni fatte dal compianto cardinale Godfried Danneels, arcivescovo di Bruxelles e Mechelin, che parla di questo gruppo di San Gallo e di come [i membri] si siano incontrati per opporsi prima a papa san Giovanni Paolo II e…. continuare ad essere molto contrari a papa Benedetto XVI”. 

“Colui che ha scritto l’autobiografia del defunto Cormac Murphy-O’Connor ne parla e ci sono indicazioni, ma penso che se si potesse dimostrare che queste persone si fossero impegnate in una campagna attiva per minare prima di tutto papa Benedetto XVI e allo stesso tempo progettare l’elezione di qualcuno che fosse radicalmente diverso, questo potrebbe essere un motivo di discussione”, ha aggiunto. 

“Non credo di avere in mano i fatti, e devono essere fatti, fatti dimostrabili, per provarlo. Ma questo è tutto quello che potrei dire a riguardo”.

Coffin ha poi sollevato un altro punto che sembra indicare una campagna organizzata per Papa Francesco con il discorso tenuto all’Università di Villanova dall’allora cardinale Theodore McCarrick (vedi il video seguente)  che si vantava di fare pressione per l’elezione di Jorge Bergoglio – ora Papa Francesco. 

 

 

Il cardinale Burke ha risposto: “Ci sono certamente le indicazioni, ma a partire da ciò dovremmo stabilire prove concrete di ciò. Il discorso a Villanova di Theodore McCarrick crea certamente un grande sospetto, ma non so se ci siano persone che sarebbero in grado di dimostrarlo o meno”.

 

 

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Eugenetica liberale: a chi tocca oggi “migliorare” la vita?

“L’obiettivo, in altre parole, non è più apparentemente il miglioramento del patrimonio genetico della popolazione, ma piuttosto l’offerta di “servizi di genetica” per i cittadini, i quali possono usufruirne per motivi propri. Dunque, la modalità principale della prassi eugenetica della società liberale – affidata, per così dire, al mercato e monitorata dallo Stato – è principalmente quella di una diffusione sistematica della diagnosi prenatale e dell’applicazione delle tecniche di ingegneria genetica”.

Cromosomi

 

 

di Giorgia Brambilla

 

Dopo la Seconda Guerra Mondiale, l’eugenetica divenne una parola da bandire sia in Gran Bretagna, sia negli Stati Uniti, dove il termine si tramutò in sinonimo di razzismo. E oggi quando parliamo di eugenetica pensiamo a una specie di “fossile”, un concetto che ormai appartiene al passato. Ne siamo così sicuri?

Facciamo un passo indietro.

Il termine “Eugenics” risale a Francis Galton (1822-1911) – cugino nientemeno di Darwin – che sosteneva l’idea di regolare la fertilità e di selezionare le nascite, coerentemente con la nuova “fede” nella scienza, capace di “perfezionare” l’umanità e di liberarla dal dominio del caso. Tale obiettivo si sarebbe potuto raggiungere selezionando i soggetti adatti alla riproduzione per le loro qualità (eugenetica positiva) o facendo in modo che i portatori di caratteri disgenici non giungessero alla riproduzione (eugenetica negativa). Agli albori del nuovo secolo l’eugenetica si diffuse in molti Paesi come “nuovo credo” e nuova “dottrina sociale”, assumendo forme a seconda dei contesti sociali e culturali entro i quali venne pensata, intersezione di svariate discipline, dalla genetica alla medicina e alla sociologia, sempre e comunque caratterizzata da una spiccata volontà d’azione e da una forte connotazione politica.

Si pensi, infatti, all’applicazione che il nazionalsocialismo tedesco fece delle idee di Galton e dei suoi seguaci: preservare la “purezza ariana” evitando le “contaminazioni” con razze giudicate inferiori, mediante programmi di “rigenerazione” della razza tramite la sistematica eliminazione delle vite non degne di essere vissute e fino alla “soluzione finale” verso gli Ebrei.  Così come anche, prima e dopo il nazismo, numerose Società, da quelle anglosassoni a quelle svedesi, coadiuvarono leggi che imponevano la sterilizzazione dei “difettosi” – generalmente individui con ritardo mentale – con programmi di igiene pubblica allo scopo di “immunizzare” la società dai mali che essi avrebbero propagato trasmettendoli alla loro progenie. Così in Svezia, dove la sterilizzazione rimase in vigore fino al 1976 e così in Svizzera, dove la legge approvata nel 1928 fu abrogata soltanto nel 1970.

Nel trattato “Human Heredity” James Neel e William Schull denigrarono l’eugenetica del passato, mettendo in guardia dagli estremi ai quali tale ideologia avrebbe potuto condurre, ribadendo ai colleghi eugenisti che al primo posto per la società vi era l’avanzare delle scoperte genetiche. Le società eugenetiche, sia inglesi che americane, capirono, infatti, che non era possibile continuare con una propaganda aggressiva. I loro obiettivi andavano perpetuati discretamente, attraendo nuovi membri o coinvolgendo nelle loro attività personaggi di spicco del panorama scientifico o di quello politico. Si noti che la società eugenetica britannica continuò ad esistere come circolo più ristretto e che nel 1972 la sua controparte americana divenne la “Society for The Study of Social Biology”, un vestigio dell’originaria organizzazione. Quindi, anche se l’ideale eugenetico era “passato di moda”, un vasto numero di scienziati continuò, chi in un modo, chi in un altro, a portare avanti il programma di riforma eugenetica. Scrive Fredrick Osborne, protagonista del movimento eugenetico americano del Dopoguerra, in un articolo di “Eugenics Review” del 1956: «La parola “eugenetica” è caduta in disgrazia in alcuni ambienti (..): le persone si rifiutano di accettare che la base genetica che compone le loro caratteristiche è inferiore (..), ma accetteranno l’idea di uno specifico difetto ereditario. Andranno a una clinica per l’ereditarietà e chiederanno qual è il rischio di avere un bambino con qualche difetto. Se si porranno condizioni plausibili, la gente avrà figli in rapporto alla propria capacità di prendersi cura di loro. E Se avranno metodi efficaci di pianificazione famigliare, certamente non ne avranno molti (..). Così possiamo costruire un sistema di “selezione volontaria inconsapevole”».

L’obiettivo, in altre parole, non è più apparentemente il miglioramento del patrimonio genetico della popolazione, ma piuttosto l’offerta di “servizi di genetica” per i cittadini, i quali possono usufruirne per motivi propri. Dunque, la modalità principale della prassi eugenetica della società liberaleaffidata, per così dire, al mercato e monitorata dallo Stato – è principalmente quella di una diffusione sistematica della diagnosi prenatale e dell’applicazione delle tecniche di ingegneria genetica. La selezione su base genetica degli individui è resa possibile grazie alla possibilità di analizzare il genoma di embrioni e feti a cui segue la scelta dell’aborto in caso di malformazioni: è questa la “genetica liberale” di cui parla Jürgen Habermas nel celebre testo “Il futuro della natura umana”.

E la “genomania” risponde a un atteggiamento culturale che trasforma, nell’immaginario comune, la volontà di un figlio perfetto in un’idea ragionevole e quindi condivisibile.

L’orizzonte dell’eugenetica liberale è costituito, infatti, dall’impiego di tecniche che vengono proposte alla coppia dalla medicina moderna, come l’amniocentesi – o la nuova metodica di analisi delle cellule fetali presenti nel sangue materno, chiamata “DEParray”, che si sta studiando a Singapore – al fine di sapere se il proprio figlio ha una malattia cromosomica e così eventualmente eliminarlo con l’aborto “terapeutico”. Questo provoca un cambiamento del significato stesso della pratica medica, in quanto la diagnosi non è per la cura ma per l’eliminazione.

Anche l’ingegneria genetica propone una vera e propria sfida al nostro essere: ciò che per Kant era il “regno della necessità” e per Darwin il “il regno della causalità” è diventato “regno della libertà”, per opera della nuova disciplina. E su chi si esercita questa pseudo-libertà? La risposta è semplice: è il potere dei viventi sulla generazione futura, dei genitori sui figli che ancora non sono nati. Un potere che è strumentalizzazione della vita umana che, generata con riserva, deve il suo essere dall’“essere così”.

Ricordo che Giovanni Paolo II e Benedetto XVI hanno parlato dell’eugenetica come mentalità presente nelle questioni bioetiche.

Giovanni Paolo II, nell’Evangelium Vitae al n.63, scrive: «Accade non poche volte che queste tecniche siano messe al servizio di una mentalità eugenetica, che accetta l’aborto selettivo, per impedire la nascita di bambini affetti da vari tipi di anomalie. Una simile mentalità (..) pretende di misurare il valore di una vita umana soltanto secondo parametri di “normalità” e di benessere fisico».

Benedetto XVI, invece, ne parla nel 2009 come quella «mentalità che tende a giustificare una diversa considerazione della vita e della dignità personale fondata sul proprio desiderio e sul diritto individuale [che privilegia] le capacità operative, l’efficienza, la perfezione e la bellezza fisica a detrimento di altre dimensioni dell’esistenza non ritenute degne» (Discorso alla PAV, 21/02/2009).

In virtù dell’esaltazione dell’uomo come sovrano della propria natura, si professa l’ansia di raggiungimento di un uomo perfetto, ma si pone l’esistenza del proprio simile sotto condizione. Del resto, «l’ascesa dell’uomo, il tentativo di creare, di generare Dio da sé, di raggiungere il superuomo, quest’impresa è già fallita nel paradiso terrestre. L’uomo che vuol diventare egli stesso Dio, e che con sentimenti autoritari cerca di prendere le stelle, approda sempre, alla fine, all’autodistruzione» (Benedetto XVI, Collaboratori della verità).




Il demonio non può non essere una persona

Dopo le affermazioni fatte dal preposito (il superiore) dei gesuiti, padre Arturo Sosa Abascal, a margine del Meeting di Rimini 2019, sul diavolo, che a suo parere non sarebbe una “persona” ma una “maniera di attuare il male”, tante sono state le prese di posizioni. Ecco quella di Silvio Brachetta.

 

Arturo Sosa Abascal, Preposito generale dei gesuiti

Arturo Sosa Abascal, Preposito generale dei gesuiti

 

Francesco Agnoli ha detto recentemente che il Maligno «è persona, né simbolo né cosa». E lo dimostra mediante l’argomento maggiore: il male «è una scelta della nostra intelligenza e volontà, cioè della nostra persona». Agnoli attinge dalla sapienza teologica e filosofica classica, secondo cui il male è una categoria etica; e dove c’è l’etica c’è una scelta; e dove c’è scelta c’è una persona che sceglie. Chiunque riduce il male a simbolo, o a forza malefica, compie un paralogismo. Dire che il principio del male è impersonale significa applicare bene e male al di fuori della persona. Cioè, al di fuori di volontà e ragione. Ma questo è un paralogismo, perché bene e male si originano proprio nell’intelletto e nella volontà.

Le creature, di per sé, sono neutre – eticamente neutre. Così anche i corpi, le forze o le energie. Bene e male hanno anche a che fare con le forze, ma solo per orientarle al bene o al male, appunto. È questo il motivo per cui la Rivelazione, interpretata dal magistero cattolico, afferma l’esistenza di un Dio buono, come pure degli angeli che, per libera scelta, fanno il bene o il male. Allo stesso modo, l’uomo compie la scelta nella propria coscienza, in obbedienza o in disobbedienza alla legge di Dio.

Se vi è, dunque, un principio del male, questo non può che essere un angelo decaduto (demonio) o una persona dannata. Non vi è nulla di simbolico in materia etica, ma piuttosto di tragico o di amabile, poiché il male (come scelta) trascina le creature alla rovina, mentre il bene le beatifica.

Perché gli animali, i vegetali e le cose inanimate sono fuori dalla dimensione morale? È questa una questione talmente dibattuta nella storia, che non è per nulla difficile trovare l’argomento di un qualche autore. Clive Staples Lewis, ad esempio, scrive che mentre «un corpo non può scegliere di obbedire o no alla legge di gravitazione», un uomo «può scegliere tra obbedire e disobbedire alla legge della natura umana» (Il cristianesimo così com’è, Adelphi). Le uniche leggi a cui l’uomo è costretto ad obbedire sono quelle «che ha in comune con le altre entità» irrazionali – come la legge di gravitazione e le altre leggi della fisica e della chimica.

C’è, allora, un qualcosa che lega bene e male alla libertà, di cui godono gli esseri volenti e intelligenti. Nella teologia morale di San Bonaventura da Bagnoregio, il mistero della libertà è intimamente connesso con il mistero dell’unione sostanziale di ragione e volontà. Francesco Agnoli fa bene a dire che nella scelta non è coinvolta solo la volontà, ma anche l’intelligenza. Per Bonaventura, infatti, non solo ragione e volontà sono inseparabili dall’unica essenza dell’anima umana, ma il libero arbitrio è definito come una «una capacità operativa della ragione e della volontà» (nel Breviloquium) e, dunque, il Dottore esclude che possa esserci libero arbitrio, laddove una delle due facoltà – ragione o volontà – sia assente.

L’evidenza stessa, pertanto, associa il male (o il bene) alle persone. Seppure quando si parla di angeli o di demoni – o anche di Dio stesso – è giocoforza confrontarsi alla Rivelazione, tuttavia la questione può essere intuita anche mediante la semplice speculazione naturale. La stessa teologia è una sintesi del dato rivelato e della speculazione filosofica. Se però nemmeno l’evidenza dovesse bastare ad alcuni, allora questi farebbero bene a chiedersi a chi mai si riferisce la Scrittura, quando descrive il «principe di questo mondo», il «principe della potestà dell’aria», l’«omicida fin da principio», il «tentatore», il «padre della menzogna», il «serpente antico», il «calunniatore», l’«anticristo» – e altri epiteti consimili.