Benedetto XVI: “come esercita Maria questa regalità di servizio e amore? Vegliando su di noi, suoi figli”

22 agosto, giorno della Memoria di “Maria Regina”. Nell’estate del 2012, Benedetto XVI ha considerato il mistero di Nostra Signora Regina nella sua catechesi all’udienza generale presso la residenza estiva di Castel Gandolfo. Ecco uno stralcio.

 

Papa Benedetto XVI si rivolge per l'ultima volta ai fedeli il 28 febbraio 2013 (foto: Getty Images, via Catholic Herald)

Papa Benedetto XVI si rivolge per l’ultima volta ai fedeli il 28 febbraio 2013 (foto: Getty Images, via Catholic Herald)

 

(…) Maria è regina nel servizio a Dio all’umanità, è regina dell’amore che vive il dono di sé a Dio per entrare nel disegno della salvezza dell’uomo. All’angelo risponde: Eccomi sono la serva del Signore (cfr Lc 1,38), e nel Magnificat canta: Dio ha guardato all’umiltà della sua serva (cfr Lc 1,48). Ci aiuta. E’ regina proprio amandoci, aiutandoci in ogni nostro bisogno; è la nostra sorella, serva umile.

 

E così siamo già arrivati al punto: come esercita Maria questa regalità di servizio e amore? Vegliando su di noi, suoi figli: i figli che si rivolgono a Lei nella preghiera, per ringraziarla o per chiedere la sua materna protezione e il suo celeste aiuto, dopo forse aver smarrito la strada, oppressi dal dolore o dall’angoscia per le tristi e travagliate vicissitudini della vita. Nella serenità o nel buio dell’esistenza, noi ci rivolgiamo a Maria affidandoci alla sua continua intercessione, perché dal Figlio ci possa ottenere ogni grazia e misericordia necessarie per il nostro pellegrinare lungo le strade del mondo. A Colui che regge il mondo e ha in mano i destini dell’universo noi ci rivolgiamo fiduciosi, per mezzo della Vergine Maria. Ella, da secoli, è invocata quale celeste Regina dei cieli; otto volte, dopo la preghiera del santo Rosario, è implorata nelle litanie lauretane come Regina degli Angeli, dei Patriarchi, dei Profeti, degli Apostoli, dei Martiri, dei Confessori, delle Vergini, di tutti i Santi e delle Famiglie. Il ritmo di queste antiche invocazioni, e preghiere quotidiane come la Salve Regina, ci aiutano a comprendere che la Vergine Santa, quale Madre nostra accanto al Figlio Gesù nella gloria del Cielo, è con noi sempre, nello svolgersi quotidiano della nostra vita.

 

Il titolo di regina è quindi titolo di fiducia, di gioia, di amore. E sappiamo che quella che ha in mano in parte le sorti del mondo è buona, ci ama e ci aiuta nelle nostre difficoltà.

 

Cari amici, la devozione alla Madonna è un elemento importante della vita spirituale. Nella nostra preghiera non manchiamo di rivolgerci fiduciosi a Lei. Maria non mancherà di intercedere per noi presso il suo Figlio. Guardando a Lei, imitiamone la fede, la disponibilità piena al progetto d’amore di Dio, la generosa accoglienza di Gesù. Impariamo a vivere da Maria. Maria è la Regina del cielo vicina a Dio, ma è anche la madre vicina ad ognuno di noi, che ci ama e ascolta la nostra voce. 

 

 

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Prof. Wald: All’Istituto Giovanni Paolo II rifondazione fatta con “atti arbitrari” e “abusi della libertà accademica”

Un professore tedesco emerito di filosofia, Berthold Wald, Presidente dell’Associazione delle Facoltà teologiche cattoliche, ha inviato a mons. Sequeri, presidente del Pontificio Istituto Giovanni Paolo II di Roma, una lettera aperta in cui critica la sua gestione delle recenti e controverse modifiche all’istituto, affermando che “contraddicono i diritti e i doveri fondamentali delle istituzioni accademiche”. Afferma pure che Mons. Paglia, Gran Cancelliere dell’istituto pontificio, non è al di sopra di questi diritti e doveri. Per questo, vi sono stati “atti arbitrari delle autorità ecclesiastiche” e un “abuso della libertà accademica”

Ecco la lettera riportata da Edward Pentin, pubblicata sul National Catholic Register, nella mia traduzione. 

 

Prof. Berthold Wald, professore emerito di filosofia sistematica.

Prof. Berthold Wald, professore emerito di filosofia sistematica (foto: EWTN.tv)

 

Caro mons. Sequeri,

Ci siamo incontrati a Roma in un colloquio del Pontificio Istituto Giovanni Paolo II per il Matrimonio e la Famiglia nel novembre 2017. A quel tempo, lei era già da un anno che ricopriva la carica di presidente dell’Istituto, succedendo al professore [Padre Livio] Melina. Lei sembrava preoccupato di salvaguardare la continuità dell’Istituto in termini di docenti e di contenuti accademici durante i cambiamenti che sarebbero avvenuti. Ora, con la recente approvazione dei nuovi statuti, si sta attuando la rifondazione dell’Istituto, annunciata dal motu proprio Summa Familiae Cura di papa Francesco del settembre 2017. Tuttavia, come si può desumere da varie notizie di cronaca, le modalità concrete di attuazione della rifondazione dell’Istituto sono in contrasto con i diritti e i doveri fondamentali delle istituzioni accademiche. Nel quadro giuridico ecclesiastico e laico per la creazione e la gestione degli istituti di istruzione superiore, è strettamente necessario coinvolgere gli organismi accademici nella deliberazione sugli statuti e sui regolamenti universitari. Allo stesso modo, il diritto della facoltà ad avere un’opinione fondamentale nel processo di scelta dei nuovi professori fa parte del quadro delle norme ecclesiastiche e deve essere rispettato. Il Gran Cancelliere di un istituto pontificio o di un’università ecclesiastica non è al di sopra di queste norme. Piuttosto, il suo ufficio lo obbliga a far rispettare queste norme.

Come si è potuto leggere nelle notizie, nel processo di riorientamento dell’Istituto Giovanni Paolo II, questi principi sono stati ignorati in un modo senza precedenti. I nuovi statuti sono stati definiti senza cooperazione accademica e senza consultazione dei professori, che sono stati semplicemente informati del loro licenziamento a causa del nuovo orientamento dell’Istituto. L’eventuale obiezione che non si tratta di licenziamenti, ma piuttosto di un semplice non impiego in una nuova istituzione, non regge. Questo sarebbe un argomento solo se l’istituto fosse stato chiuso dopo aver consultato gli organi accademici, se i professori fossero stati informati per tempo della necessità di chiuderlo e se l’istituto avesse effettivamente cessato l’attività almeno per un certo periodo di tempo. Niente di tutto ciò era vero. In ogni università statale una tale giustificazione pseudo-legale del licenziamento di professori di ruolo sarebbe stata vista come un tentativo di ingannare il pubblico. L’obiettivo avrebbe dovuto essere il riorientamento dell’istituto in modo tale da permettergli di continuare a dedicarsi al tema del matrimonio e della famiglia, e questo in modo tale da giustificare il riferimento in nome del suo fondatore iniziale, papa Giovanni Paolo II.

Il cambiamento più conseguente è probabilmente l’eliminazione della cattedra di morale fondamentale, che compromette implicitamente l’obiettivo dell’Istituto di studiare le questioni antropologiche ed etiche fondamentali, obiettivo che Giovanni Paolo II considerava indispensabile. Il fatto che Giovanni Paolo II sia ancora in primo piano nel nome dell’Istituto non fuorvierà nessuno. In realtà, la continuità con la precedente istituzione, che aveva un forte orientamento filosofico-antropologico di base, è solo apparente.

Senza approfondire ii discutibili contenuti materiali di questa decisione, si può vedere che la procedura formale adottata per la creazione di questo nuovo Istituto può mettere in pericolo il riconoscimento pubblico delle istituzioni accademiche legalmente affiliate alla Chiesa cattolica. In qualità di presidente dell’Associazione delle Facoltà teologiche cattoliche (Katholisch-Theologischer Fakultätentag), sono stato direttamente coinvolto nell’attuazione del Processo di Bologna in collaborazione con la Congregazione romana per l’educazione cattolica, la Conferenza episcopale tedesca e le istituzioni statali competenti che si occupano di politiche di istruzione superiore. Non ci si sarebbe mai aspettati di ignorare il diritto di parola delle facoltà, il che avrebbe reso assolutamente impossibile la riforma del programma di studio. Infatti, sia la Conferenza dei presidenti universitari tedeschi che il Consiglio scientifico tedesco dell’epoca riconosceva che la partecipazione attiva delle facoltà e delle università cattoliche al Processo di Bologna era stata esemplare e conforme agli standard delle borse di studio. L’uguaglianza delle istituzioni accademiche ecclesiastiche con le università statali non è da dare per scontata, in quanto non c’è garanzia di permanenza. Questa uguaglianza si basa essenzialmente sul riconoscimento delle stesse regole di base che servono a proteggere e preservare la libertà accademica. Il fatto che lo Stato riconosca la possibilità di avere istituzioni di istruzione superiore legate alla confessione religiosa cattolica non è, tuttavia, carta bianca per un’interferenza autoritaria nei diritti accademici dei professori. Avendo collaborato in due commissioni del Consiglio scientifico tedesco, so che è proprio il sospetto di interferenze ecclesiastiche nei processi accademici a danneggiare maggiormente la reputazione delle istituzioni cattoliche di istruzione superiore.

Il fatto che, da una prospettiva tedesca, Roma sia lontana non mi rassicura affatto. Al contrario, temo che gli atti arbitrari delle autorità ecclesiastiche che sono emersi quando l’Istituto è stato rifondato non si limitino a danneggiare la reputazione accademica dell’Istituto stesso. Possono anche alimentare un atteggiamento antiromano generale e quindi mettere in pericolo lo status accademico delle università ecclesiastiche nel loro insieme. Anche il fenomeno dell’abuso della libertà accademica può essere inteso come un riflesso latente e inconscio per scongiurare la minaccia di interferenze ecclesiastiche con la libertà accademica. Qualsiasi professore universitario che abbia mai ricoperto una posizione di responsabilità in una facoltà ecclesiastica lo sa fin troppo bene. Mi chiedo quali siano le vere ragioni per cui lei, come noto accademico, non vede la minaccia che le istituzioni accademiche della Chiesa si privino del proprio valore. Poiché non si tratta affatto di un affare esclusivamente romano, la mia lettera apparirà anche sulla stampa tedesca e forse internazionale.

Cordiali saluti,

 

Berthold Wald

 

Berthold Wald è professore emerito di filosofia sistematica presso la Facoltà Teologica Paderborn, Germania.

 

 




Pathos cristiano e apatia moderna

Giorgio De Chirico - piazza

Giorgio De Chirico – piazza

 

 

di Silvio Brachetta

 

«Smettetela di essere gentili, siate veri!», titolava Thomas d’Ansembourg un suo libro del 2001. Ma qual è l’essenza dello stile in Occidente? Cos’ha avuto sempre da dire la nostra civiltà al mondo? Forse ciò che sintetizza Rémi Brague, quando dice che essere occidentale – «essere romano» insomma – «significa avere a monte di sé un classicismo da imitare e, a valle, una barbarie da sottomettere». L’occidentale, dunque, si sente come «intrappolato tra qualcosa di simile a un “ellenismo” e qualcosa di simile a una “barbarie”».

Un ponte, ecco. L’Occidente è un ponte, ma non in senso moderno, non nel senso infantile di colui che si contrappone ai muri. Non c’è proprio nessuna contrapposizione. L’Occidente non è un aut-aut, nonostante la Riforma, nonostante Kierkegaard, nonostante i chierici contemporanei. Togli l’et-et cristiano, ellenistico, romano e crolla una civiltà, crolla una guida, così come crolla una chiesa – il suo paradiso, il suo inferno, il suo amore comandato, la virtù, la certezza epistemica. Sull’et-et Vittorio Messori ci ha costruito una sapienza. Messori, sull’autorità di Jean Guitton, ha sempre affermato che il cattolico – ed europeo, in quanto cattolico – non si accontenta di questo ‘o’ di quello (aut-aut), ma vuole il Tutto, «possiede» questo ‘e’ quello (et-et).

E, allora, la figura del pontefice – non solo nel senso ecclesiastico – trae la sostanza dal «ponte» di Lancillotto. Il cavaliere passa il ponte, tra questo mondo e l’altro, tra il peccato e la conversione, ma senza alcuna comodità: il ponte di Lancillotto «era diverso da tutti gli altri», come narra il de Troyes. Mai vi fu «un ponte così orribile, né una passerella così tremenda», poiché si tratta di una lama che passa sopra il fiume, come fosse «una spada rilucente e bianca». Per passare passa – ma «con grande dolore e con grande affanno; si ferisce mani, ginocchia e piedi». E ce la fa, comunque, perché «lo risana Amore, che lo conduce e guida, così che la sofferenza gli era dolce».

Il vero pontefice non ride bonario, non tace dei rischi, non è un facilone. Il vero pontefice vede «l’acqua furente, rapida e strepitosa, nera e densa, tanto orrenda e tanto spaventevole, come se fosse il fiume del diavolo». È un’acqua «tanto perigliosa e profonda, che non c’è nessuna creatura al mondo che, se vi cadesse, non fosse spacciata come nel gelido mare». E anche San Galgano da Chiusdino, cavaliere eremita, fu guidato «insino a un fiume, sopra el quale era un ponte el quale era molto longo e senza grandissima fadigha non si poteva passare» (Legenda beati Galgani).

Dove sono finiti, nel fatto religioso, passione, estasi, angoscia, fascino, delirio, sublimità, impeto? Chi ha dimenticato, secondo quanto sosteneva Jean Daniélou (in Dio e noi), che la santità è tremenda? Daniélou cita Rainer Maria Rilke – potrebbe non farlo? – che paragona il «terribile» di Dio al «bello», ovvero al «primo grado» del «tremendum». L’angelo di Rilke è tremendo, poiché Dio è tremendo. In Dio è il pathos, non l’apatia. Togli il pathos dalla religione e la distruggi. Nelle Elegie duinesi, Rilke confessa che il poeta cadrebbe «morto per l’esistenza troppo forte» dell’angelo – e, per estensione, di Dio. In Daniélou è del tutto palese che un primo contatto con la completa alterità di Dio «confonde e disorienta lo spirito», provocando nell’animo un autentico «spavento» – il «pavor dei latini». Da qui l’autentico significato di «extasis», della mistica, intesa come «sospensione dei sensi».

Il tremendo è ora sostituito dal bonario. La strizzatina d’occhio ha rimpiazzato la visione estatica. Tutto ciò è molto strano, anche perché non c’è niente di bonario nella Rivelazione. La Beata Vergine, all’Annunciazione dell’angelo, «rimase turbata» («dietaràchte», in greco). Ma di che turbamento si trattò? Di «paura» («phobìa»), lo dice l’angelo stesso: «non temere» – «mè phobou». Scalzare il santo timor di Dio, significa abolire la Rivelazione.

L’apatia poi non convince nessuno, non muove. Sempre che ci sia ancora qualcuno intenzionato a predicare, ad esortare, a convincere. Non San Tommaso, né Torquemada, ma il ben più indulgente Henri de Lubac diceva che il dialogo con il prossimo dev’essere condotto «in modo da svegliarlo e da convincerlo» (in Athéisme et sens de l’homme).

 

 




Card. Pell, capro espiatorio

“Pell è stato accusato di aver abusato sessualmente di due coristi tredicenni in due occasioni, nel 1996 e nel 1997. Solo uno di quei ragazzi vive ancora. All’altro la madre aveva chiesto nel 2001 se fosse ‘mai stato molestato o toccato’. E lui aveva risposto di no.” Inoltre, “Ora è chiaro, se già non lo fosse, che i Cattolici non possono aspettarsi un trattamento giusto ed equo da parte della nostra élite liberale.”

Questi i punti essenziali che ruotano intorno al processo del Card. George Pell (vedi anche qui) riassunti da Matthew Schmitz  in questo articolo pubblicato su First Thing, che vi presentiamo nella traduzione di Annarosa Rossetto.  

 

Card. George Pell

Card. George Pell

 

Oggi, in Australia, una giuria di tre giudici ha rifiutato di ribaltare la sentenza di condanna del cardinale George Pell riguardo cinque accuse di abusi sessuali su minori. Il voto è stato di due a uno. Pell è stato condannato lo scorso dicembre, dopo un precedente processo in cui dieci dei dodici giurati avevano votato per l’assoluzione.

È un giorno vergognoso. La condanna di Pell è un oltraggio, non perché sia ​​un cardinale della Chiesa cattolica, ma perché il procedimento contro di lui non è stato dimostrato e non può essere provato, al di là di ogni ragionevole dubbio.

Pell è stato accusato di aver abusato sessualmente di due coristi tredicenni in due occasioni, nel 1996 e nel 1997. Solo uno di quei ragazzi vive ancora. All’altro la madre aveva chiesto nel 2001 se fosse “mai stato molestato o toccato”. E lui aveva risposto di no.

Quello ancora in vita ha sostenuto che Pell aveva trovato i due ragazzi ubriachi di vino per la Comunione nella sagrestia della cattedrale di Melbourne una domenica immediatamente dopo la Messa e li aveva costretti ad fargli una fellatio. L’accusa è sia non corroborata sia non plausibile. Pell salutava sempre i parrocchiani immediatamente dopo la Messa. In cattedrale era sempre accompagnato dai suoi assistenti. Il vino della Comunione era tenuto chiuso in una cassaforte. I coristi non venivano mai lasciati incustoditi. La sagrestia era molto trafficata dopo la Messa.

In breve, l’accusa contro Pell può sembrare plausibile solo se si è all’oscuro sia del funzionamento di una cattedrale che propensi ad accettare storie sensazionali sui crimini cattolici. Sfortunatamente, entrambe le cose sono vere per l’educata opinione pubblica in Australia e in Occidente.

L’abuso sessuale è davvero un problema nella Chiesa cattolica, sebbene meno che in alcune altre istituzioni, comprese le scuole pubbliche e la famiglia. Gli abusatori ecclesiatici, generalmente, seguono uno schema di adescamento riempiendo di gentilezze i loro obiettivi e creando opportunità favorevoli per aggredirli. Le accuse contro Pell, a differenza di molte delle accuse pienamente confermate contro l’ex cardinale Theodore McCarrick, non corrispondono a questo schema. È interessante considerare che Pell si trova in prigione mentre McCarrick è a piede libero.

Nelle sue osservazioni iniziali, il giudice Ann Ferguson ha affermato che “ci sono state critiche vigorose e talvolta emotive al cardinale ed è stato pubblicamente diffamato in alcune sezioni della comunità”. Questo è un eufemismo. Pell è stato condannato in mezzo ad una spasmodica isteria anti-cattolica, suscitata dai media australiani e incoraggiata dalle forze dell’ordine.

Louise Milligan, giornalista di ABC Australia, aveva scritto un libro accusando Pell di una serie di crimini spaventosi. È diventato un bestseller nonostante fosse mal scritto e contenesse affermazioni risibili – non diversamente da un libro precedente più chiaro, The Awful Disclosures of Maria Monk (“Le terribili rivelazioni di Maria Monk”, ndt) . Ha anche vinto una serie di premi. Nel frattempo, i pubblici ministeri avevano lanciato una caccia al colpevole, in cerca di accuse di abusi sessuali specificamente contro Pell. È così che dovrebbe funzionare la giustizia?

Quando Pell è stato infine condannato, la Milligan ha chiarito le basi del suo odio per lui: “Passava le giornate a dire a tutti noi come dovremmo vivere le nostre vite, e ora, eccolo qui, a scarabocchiare la sua firma sul registro degli autori di reati sessuali.” Ai suoi occhi, e non solo ai suoi occhi, c’era un tipo particolarmente dolce di giustizia nella condanna per reati sessuali di una persona che aveva affermato che sodomia, contraccezione e tutto il resto sono atti peccaminosi.

La sua reazione esprime la convinzione anti-cattolica che l’insegnamento sessuale della Chiesa sia bigotto, odioso e repressivo, a differenza delle opinioni progressiste sulla sessualità, che (come sappiamo) sono meravigliosamente liberanti e salutari. Il fatto che alcuni Cattolici siano d’accordo con le opinioni di Milligan e condividano la sua gioia non dovrebbe scioccarci. Fu un seguace di Cristo a consegnarlo ai suoi nemici.

In questo contesto surriscaldato, non sorprende che due giudici abbiano ritenuto credibile il testimone. Credono alla vittima. L’unico dissidente, il giudice Mark Weinberg, ha trovato che “a volte il denunciante era propenso ad abbellire aspetti del suo resoconto” e che “la sua deposizione conteneva discrepanze, mostrava inadeguatezze e comunque mancava di valore probatorio”. Weinberg “non ha potuto escludere come una ragionevole possibilità che una parte di ciò che il denunciante ha detto sia stata inventata. “

Ora è chiaro, se già non lo fosse, che i Cattolici non possono aspettarsi un trattamento giusto ed equo da parte della nostra élite liberale. Le garanzie sulla carte di un giusto processo e della parità di diritti hanno scarso valore di fronte a pregiudizi schiaccianti. Purtroppo, il pregiudizio come quello che ha messo Pell in prigione promana in modo diretto dall’ordine liberale che molti cattolici sono così pronti a difendere.

La condanna di Pell è una condanna, non per lui, ma per coloro che l’hanno emessa. Certo, questa non è la prima volta che una sentenza ingiusta mostra la vacuità di un intero ordine sociale. E i Cattolici non sono sempre stati dalla parte giusta in questi casi. Il ruolo di capro espiatorio addossato al cardinale Pell dovrebbe raddoppiare il nostro desiderio di stare dalla parte della verità piuttosto che con la folla, di tener conto dei fatti anziché della politica culturale.

Soprattutto, l’ingiustizia subita da Pell dovrebbe spingerci a identificarci con tutti coloro a cui viene negata la giustizia, chiunque essi siano, per quanto lontani dalla pratica e dal Credo cattolici.   I Cattolici considerano le loro sofferenze come un’opportunità per identificarsi con Cristo. È presente non solo nell’Eucaristia, ma anche nei poveri, nell’orfano, nella vedova e nel prigioniero. Il nostro impegno per Pell deve essere un impegno per tutti loro.