Superiore generale dei gesuiti: “Il diavolo non è una persona, è una maniera di attuare il male”

 

Padre Arturo Sosa Abascal e Emilia Guarnieri al Meeting di Rimini 2019

Padre Arturo Sosa Abascal e Emilia Guarnieri al Meeting di Rimini 2019

 

 

di Sabino Paciolla

 

Al Meeting di Rimini ci saranno sicuramente degli incontri interessanti. Nonostante ciò, è da un po’ di tempo che non vi prendo parte. E credo che continuerò a non andarci finché una certa aria da politicamente corretto che da qualche anno lì si respira non cesserà.

Credo che, indirettamente, ce la faccia notare anche il giornalista di Tempi, Rodolfo Casadei, quando nellarticolo pubblicato oggi su Tempi scrive: “L’accoglienza di padre Arturo Sosa Abascal al Meeting di Rimini da parte della presidente Emilia Guarnieri è stata talmente entusiastica che lo stesso superiore generale dei gesuiti ha dovuto a un certo punto moderare gli ardori. Quando la signora ha detto: «L’abbiamo invitata per imparare a esercitare il discernimento di cui parla papa Francesco: voi gesuiti siete maestri di discernimento». «Dovremmo», l’ha corretta il ‘papa nero’, che per l’occasione sfoggiava un candido clergyman perfettamente abbinato alla capigliatura e ai baffi canuti.”

Ora, per chi non lo ricordasse, padre Arturo Sosa Abascal è il superiore generale dei gesuiti, il cosiddetto “papa nero”, il quale, due anni fa, a proposito della sacralità e indissolubilità del matrimonio, e davanti alla affermazione del card. Muller, allora Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, che recitava: “Le parole di Gesù (NdR: in questo caso a proposito della sacralità del matrimonio) sono molto chiare e la loro interpretazione non è una interpretazione accademica, ma è Parola di Dio”, il padre gesuita disse

Intanto bisognerebbe incominciare una bella riflessione su che cosa ha detto veramente Gesù… a quel tempo nessuno aveva un registratore per inciderne le parole. Quello che si sa è che le parole di Gesù vanno contestualizzate, sono espresse con un linguaggio, in un ambiente preciso, sono indirizzate a qualcuno di definito…

Sosa Abascal è lo stesso che a EWTN, in un’intervista del 15 ottobre 2018, disse:

“Molto spesso dimentichiamo che il Papa non è il capo della Chiesa, è il Vescovo di Roma“.

Alla luce delle parole di Sosa Abascal, dovremmo dar ragione alla presidente Guarnieri, i gesuiti sono “maestri del discernimento”….a modo loro, ovviamente!

 

Ritornando al presente, padre Arturo Sosa Abascal, dopo l’intervento che ha tenuto oggi al Meeting, ha concesso una intervista a Rodolfo Casadei. Ed anche in questo caso non si è smentito. 

A proposito del sacerdozio un po’ si contraddice. Infatti, se da una parte dice che “Ma esso (il sacerdozio, ndr) prende senso quando c’è una comunità viva. La fonte della vocazione sacerdotale è la comunità stessa”, dall’altro dice che “…è Dio che ci chiama: noi dobbiamo tenere le orecchie aperte e avere il coraggio di seguire la chiamata”.

Risultati immagini per Arturo Sosa Abascal yogaMa poi prende una virata tipica dei gesuiti odierni. Infatti, Sosa dice: “Sì, occorre anche correggere l’immagine del sacerdote perché rifletta maggiormente quella del servitore. Servitore della comunità cristiana che è a servizio dell’umanità che è chiamata al rinnovamento del mondo nella riconciliazione e nella giustizia per i diritti di tutti. Senza preghiera, tutto questo è impossibile.”

Dunque, se abbiamo capito bene, secondo il gesuita Sosa Abascal, il fine non è l’evangelizzazione, ma la “giustizia dei diritti di tutti”!

Casadei prosegue ponendo la seguente domanda: Oggi nel corso della conferenza lei ha affermato che ai confini dell’Italia e del Messico i diritti umani dei migranti sono violati: quali sono esattamente i diritti umani dei migranti e quali sono i diritti umani di chi già vive nei territori oggetto di immigrazione?

Sosa Abascal risponde: “Sono gli stessi per tutti. Il primo è essere riconosciuti come esseri umani uguali a tutti gli altri esseri umani. La sfida per un paese che riceve migranti non è solo l’accoglienza, ma l’integrazione, che significa ricevere il contributo che gli immigrati portano. Vengono a dare un contributo, che è superiore a ciò che ricevono dal paese di accoglienza. Gli italiani devono fare memoria della loro esperienza: sono venuti in America latina, anche nel mio paese che è il Venezuela, e sono stati accolti, sono diventati parte della società allo stesso titolo di tutti gli altri, e oggi non sono considerati ‘diversi’”.

Ma certo che noi italiani siamo andati anche in Venezuela, e chi lo nega. Io stesso ho avuto uno zio che emigrò per alcuni anni in quel paese. Ma il padre gesuita dimentica di dire che noi in quel paese non ci siamo andati da clandestini. Infatti, non è la figura del migrante in sé che non è accettabile, ma quella legata ai flussi incontrollati di clandestini gestiti dai trafficanti di carne umana. Questo non è un concetto difficile da capire, a meno che non si abbia una posizione ideologica. Infatti, Padre Sosa Abascal continua:

“Chi abita un determinato territorio non ha diritto di respingere i migranti, perché non ha un diritto assoluto su quel territorio: non ne sono proprietari, i beni della terra sono per tutti. Io non vedo un conflitto di diritti, quelli dei migranti e quelli di chi vive già nel posto, ma l’occasione di un dialogo umano per creare una fraternità universale attraverso questi movimenti di popolazioni dovuti a vari motivi: guerre, persecuzioni, povertà, ricerca di una vita migliore”.

Come si vede, a Sosa Abascal sfugge la differenza, importantissima, di chi fugge da “guerre e persecuzioni”, da accogliere in ogni caso, per altro come già avviene, da chi invece è alla “ricerca di una vita migliore”, da respingere se arriva nel nostro paese con la pretesa e la volontà di non rispettare le leggi sovrane del nostro Stato.

Ma il massimo della “performance” di padre Arturo Sosa Abascal arriva quanoo comincia a parlare della figura del diavolo. 

Chiede Casadei: Padre Sosa, il diavolo esiste?

Sosa Abascal: “In diversi modi. Bisogna capire gli elementi culturali per riferirsi a questo personaggio. Nel linguaggio di sant’Ignazio è lo spirito cattivo che ti porta a fare le cose che vanno contro lo spirito di Dio. Esiste come il male personificato in diverse strutture ma non nelle persone, perché non è una persona, è una maniera di attuare il male. Non è una persona come lo è una persona umana. È una maniera del male di essere presente nella vita umana. Il bene e il male sono in lotta permanente nella coscienza umana, e abbiamo dei modi per indicarli. Riconosciamo Dio come buono, interamente buono. I simboli sono parte della realtà, e il diavolo esiste come realtà simbolica, non come realtà personale.”

A questo punto, forse occorre ricordare al padre gesuita che il Catechismo della Chiesa Cattolica al n. 391 dice: “La Scrittura e la Tradizione della Chiesa vedono in questo essere un angelo caduto, chiamato Satana o diavolo. La Chiesa insegna che all’inizio era un angelo buono, creato da Dio. « Diabolus enim et alii dæmones a Deo quidem natura creati sunt boni, sed ipsi per se facti sunt mali – Il diavolo infatti e gli altri demoni sono stati creati da Dio naturalmente buoni, ma da se stessi si sono trasformati in malvagi».

Quindi, caro Sosa Abascal, “creato da Dio”, cioè una creatura, non un “personaggio” della nostra immagine o “una maniera di attuare il male“.

Al n.392 del Catechismo si legge: “diavolo è peccatore fin dal principio » (1 Gv 3,8), « padre della menzogna » (Gv 8,44).”

Al n.413: « Dio non ha creato la morte e non gode per la rovina dei viventi […]. La morte è entrata nel mondo per invidia del diavolo » (Sap 1,13; 2,24).

Dunque, il diavolo, Satana, è una persona reale che esiste nell’invisibile reame spirituale.

E infatti, nel Vangelo di Matteo (4, 1-11) è Gesù stesso che parla con il diavolo. In quel passo evangelico si legge: 

Allora Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto per esser tentato dal diavolo. E dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, ebbe fame. Il tentatore allora gli si accostò e gli disse: «Se sei Figlio di Dio, di’ che questi sassi diventino pane». Ma egli rispose: «Sta scritto: Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio». Allora il diavolo lo condusse con sé nella città santa, lo depose sul pinnacolo del tempio e gli disse: «Se sei Figlio di Dio, gettati giù, poiché sta scritto: Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo,ed essi ti sorreggeranno con le loro mani, perché non abbia a urtare contro un sasso il tuo piede». Gesù gli rispose: «Sta scritto anche: Non tentare il Signore Dio tuo». Di nuovo il diavolo lo condusse con sé sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo con la loro gloria e gli disse: «Tutte queste cose io ti darò, se, prostrandoti, mi adorerai». Ma Gesù gli rispose: «Vattene, satana! Sta scritto: Adora il Signore Dio tuo e a lui solo rendi culto». Allora il diavolo lo lasciò ed ecco angeli gli si accostarono e lo servivano.

Dopo tutto quello che abbiamo sentito da padre Sosa Abascal, potremmo concludere che aveva senz’altro ragione Baudelaire quando nel XIX secolo diceva: “La più bella astuzia del diavolo è di convincervi che non esiste”.

 

 

 

 

 

 

Aggiornamento del 22.08.2019

Ho un amico sacerdote che è esorcista, e qualche mese fa mi ha detto cose ben diverse da quelle affermate da padre Arturo Sosa Abascal.

per questo leggete questo aggiornamento:

Associazione Internazionale Esorcisti

Comunicato alla Stampa 

A.I.E. 

Associazione Internazionale Esorcisti

sulla dichiarazione di padre Arturo Sosa Abascal al Meeting di Rimini 

Roma, 22 agosto 2019

 

 

 

Comunicato Stampa dell’Associazione Internazionale Esorcisti

 

L’Associazione Internazionale Esorcisti (AIE) con il presente comunicato fa seguito alle dichiarazioni rese dal Preposito generale della Compagnia di Gesù padre Arturo Sosa Abascal nel corso di un’intervista apparsa sul periodico online “Tempi.it” (Meeting. «Il diavolo esiste solo come realtà simbolica», 21 agosto 2019).

Una delle domande rivolte nell’intervista al religioso, invitato a Rimini al Meeting di Comunione e Liberazione per tenere un incontro sul tema “Imparare a guardare il mondo con gli occhi di Papa Francesco”, ha avuto per oggetto l’esistenza del diavolo.

Padre Sosa Abascal ha fra l’altro così dichiarato: “Esiste come il male personificato in diverse strutture ma non nelle persone, perché non è una persona, è una maniera di attuare il male. Non è una persona come lo è una persona umana. È una maniera del male di essere presente nella vita umana. Il bene e il male sono in lotta permanente nella coscienza umana, e abbiamo dei modi per indicarli. Riconosciamo Dio come buono, interamente buono. I simboli sono parte della realtà, e il diavolo esiste come realtà simbolica, non come realtà personale”.

Di fronte a queste gravi e disorientanti affermazioni, peraltro già espresse in passato da padre Sosa Abascal al supplemento di El Mundo, è doverosa qualche puntualizzazione dottrinale alla luce del magistero, anche dell’attuale Pontefice.

Se è vero che nei confronti del magistero ordinario bisogna rapportarsi con “ossequio di intelletto e volontà”, bisogna considerare, infatti, che il magistero solenne espresso nel Concilio Lateranense IV su angeli e demoni implica una vincolante adesione di fede. La posizione di Abascal, pertanto, si pone all’infuori del magistero ordinario e straordinario-solenne. (Grassetto mio, ndr)

L’esistenza reale del diavolo, quale soggetto personale che pensa e agisce e che ha fatto la scelta di ribellione a Dio, è una verità di fede che fa parte da sempre della dottrina cristiana. Tale verità viene ribadita da un documento della Congregazione della fede, pubblicato da «L’Osservatore Romano» il 26 giugno 1975. Il testo esamina in maniera circostanziata la dichiarazione del concilio Lateranense IV, di cui riconosce l’importanza teologica, in relazione anche al diavolo e ai demoni: «L’enunciato che li concerne si presenta come un’affermazione indiscussa della coscienza cristiana». Esso, infatti, è inserito nel simbolo di fede, che il concilio ha riproposto a tutta la Chiesa, e, pertanto, appartiene alla regola universale della fede. Del resto tale insegnamento corrisponde a tutta la tradizione dei Padri della Chiesa e dei Papi.

In precedenza Paolo VI, il 15 novembre 1972, durante l’udienza generale del mercoledì, affronta il tema in questione. Partendo dal male esistente nel mondo, egli dichiara che esso è «occasione ed effetto di un intervento in noi e nel nostro mondo di un agente oscuro e nemico, il demonio. Il male non è più soltanto una deficienza, ma un essere vivo, spirituale, pervertito e pervertitore. Terribile realtà. Misteriosa e paurosa». Prosegue affermando decisamente la necessità di credere che il diavolo è un essere creato da Dio (che successivamente con libera scelta, ha radicalmente ed irrevocabilmente rifiutato Dio e il suo Regno) e non come un principio assoluto indipendente o come semplice simbolo del male: «Esce dal quadro dell’insegnamento biblico ed ecclesiastico chi si rifiuta di riconoscere» la realtà del demonio. A sostegno di questa tesi sono riportate numerose citazioni bibliche, dopo le quali il Papa ribadisce che il diavolo «è il nemico numero uno, è il tentatore per eccellenza. Sappiamo così che questo essere oscuro e conturbante esiste davvero».

Papa Francesco, dopo la sua elezione al soglio pontificio (2013), in diverse circostanze ha ribadito con insistenza e fortemente la realtà del demonio. Nella sua Esortazione Apostolica Gaudete et exultate (19 marzo 2018) si è soffermato a lungo sulla tematica demoniaca, puntualizzando nel cap. 5 alcune brevi ma incisive delucidazioni. Il pontefice prende l’avvio dal fatto che la vita cristiana, nel suo cammino verso la santità, è un combattimento permanente (n.158), in cui occorre forza e coraggio per resistere alle tentazioni del diavolo. Ciò costituisce il dato concreto che non si può trascurare, anzi forma le condizioni per rafforzare la propria configurazione spirituale (n.159). Il Papa precisa che quando si parla della lotta contro il demonio, non si tratta di un contrasto con la mentalità mondana né con le inclinazioni personali verso il male, ma più puntualmente ci si riferisce a una lotta contro un essere reale, «che è il principe del male». Con questa espressione viene sottolineata la dimensione di soggetto o persona nella sua concretezza, cioè una entità sussistente reale, che si chiama ed è il Maligno. Gesù stesso lo ha sconfitto e se ne rallegra (Lc 10,18).

Il Papa spiega che ai tempi di Gesù si poteva intendere una malattia, quale l’epilessia, come un’azione demoniaca, tuttavia bisogna riconoscere che Gesù ha compiuto molteplici liberazioni di ossessi. L’azione diabolica conferma la reale esistenza del diavolo e la sua costante presenza, fin dall’inizio della creazione, come risulta dalle prime pagine delle Scritture, in riferimento al racconto genesiaco della seduzione del serpente verso la prima coppia umana, Adamo ed Eva. Quindi non si può sostenere che «il demonio non esiste o non agisce». Il pontefice dice che Gesù stesso, quando ha insegnato ai discepoli la preghiera del Padrenostro, ha posto come ultima richiesta di essere liberati dal male: «L’espressione che lì si utilizza non si riferisce al male in astratto», ma propriamente e concretamente si indica il Maligno, che è un essere personale, il tentatore.

Il Papa fa un accenno agli errori che si diffondono attorno alla figura di Satana (n.161): «Non pensiamo dunque che sia un mito, una rappresentazione, un simbolo, una figura o un’idea. Tale inganno ci porta ad abbassare la guardia, a trascurarci e a rimanere più esposti». L’affermazione è chiara e non ammette dubbi o discussioni sull’esistenza reale di Satana. Rientra nella dottrina della Chiesa che va accettata e creduta. Se si nega tale verità, prosegue il papa, si cade facilmente sotto le grinfie del diavolo, che «come leone ruggente va in giro cercando chi divorare» (1 Pt 5,8).

Quindi la Chiesa fondandosi sulla Sacra Scrittura e sulla Tradizione Apostolica ufficialmente insegna che il demonio è una creatura e un essere personale, e mette in guardia da coloro che, come il padre Sosa lo ritengono solo un simbolo.

Come Associazione Internazionale Esorcisti, ci piace terminare riportando quanto affermato dalla Conferenza Episcopale Italiana al n. 5 della Presentazione della versione italiana nuovo Rito degli Esorcismi, promulgato dalla Santa Sede il 22 novembre 1998 (De exorcismis et supplicationibus quibusdam):

«Il discepolo di Cristo, alla luce del Vangelo e dell’insegnamento della Chiesa, crede che il Maligno e i demoni esistono e agiscono nella storia personale e comunitaria degli uomini. Il Vangelo, infatti, descrive l’opera di Gesù come una lotta contro Satana (cf. Mc 1, 23-28; 32-34; 39; 3, 22-30 e passim). Anche la vita dei suoi discepoli comporta una battaglia che “non è contro creature fatte di carne e di sangue, ma contro i Principati e le Potestà, contro i dominatori di questo mondo di tenebra, contro gli spiriti del male (Ef 6, 12)».

Infine, oltre a prendere atto della chiara posizione di Papa Francesco espressa nei saluti inviati ai partecipanti ai Convegni Internazionali degli Esorcisti, per approfondire la conoscenza dell’insegnamento della Sacra Scrittura e del Magistero della Chiesa circa la reale esistenza e attività del mondo demoniaco, consigliamo la lettura delle seguenti relazioni riportate nel blog dell’Associazione Internazionale Esorcisti: aiepressoffice.com

 

L’insegnamento sul diavolo nel Catechismo della Chiesa Cattolica (CCC)

Relazione del Vescovo Mons. Raffaello Martinello.

 

  1. L’azione straordinaria di Satana nel mondo: aspetti teologici e magisteriali.               Relazione del Vescovo Mons. Giovanni Rinaldi.
  2. L’esorcismo nella Pastorale ordinaria della Chiesa.                                                            Relazione del Cardinale Salvatore De Giorgi.
  3. L’origine del male nell’universo creato buono da Dio
  4. Studio a cura dell’Associazione Internazionale Esorcista.
  5. San Martino Di Tours, Vescovo esorcista.   Articolo a cura dell’Associazione Internazionale Esorcista.

 

Associazione Internazionale Esorcisti [A.I.E.]

Casella Postale 212

00120 Città del Vaticano SCV

 

 

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“Dio è un’attrazione turistica”, dice il vescovo anglicano mentre scivola sulla giostra posta nella cattedrale.

La cattedrale anglicana di Norwich ha installato nella sua navata un scivolo gigante retró di carnevale per cercare di portare la gente in chiesa.

C’è lo racconta articolo Christine Rousselle, intitolato “’God is a tourist attraction’ Anglican bishop says on cathedral carnival ride, pubblicato sul Catholic News Agency. Eccolo nella mia traduzione. 

 

Revd. Johnathan Meyrick, vescovo anglicano

Revd. Johnathan Meyrick, vescovo anglicano

 

Un controverso parco divertimenti eretto nella cattedrale di Norwich è stato smantellato dopo 11 giorni dall’allestimento.

Rt. Revd. Johnathan Meyrick, il vescovo anglicano di Lynn, ha pronunciato un sermone a metà dello scivolo durante la liturgia finale che si è tenuta nella cattedrale con lo scivolo presente.

“Dio è un’attrazione turistica”, ha detto Meyrick, sostenendo che Dio “avrebbe “goduto” per la gioia che l’attrezzo ha portato ai visitatori. Durante il periodo in cui è stato installato lo scivolo, oltre 20.000 persone sono venute a visitare la cattedrale di quasi mille anni.

Mentre si stima che circa 10.000 persone sono scivolate sulla giostra di 50 piedi di altezza, la mossa ha attirato critiche sia da parte degli anglicani che dei cattolici.

Il reverendo Right Dr. Gavin Ashenden, ex cappellano della Regina – Governatore supremo della Chiesa d’Inghilterra – ha definito l’evento un “errore” e ha giudicato un fraintendimento “per cosa è fatta una cattedrale”.

“Per un luogo così, intriso di mistero e meraviglia, [utilizzato] per ottenere piacere sensoriale e distrazione, significa avvelenare proprio la medicina che offre all’anima umana”, ha detto Ashenden alla BBC.

Nella predica, Meyrick ha difeso la decisione di collocare lo scivolo retrò di carnevale nella cattedrale, dicendo che Dio vuole essere “attraente” per l’umanità, e “per noi perché ci divertiamo, con gli altri e con il mondo intorno a noi e questo glorioso scivolo serve proprio a questo”.

 

Revd. Johnathan Meyrick, vescovo anglicano

Revd. Johnathan Meyrick, vescovo anglicano

 

“Divertirci è una buona cosa da fare e Dio si divertirà nella giostra con noi e con tutte quelle persone che qui hanno trovato divertimento, gioia e risate”, ha aggiunto.

Un sacerdote domenicano ha detto alla CNA che la giostra, insieme ad altre attrazioni di carnevale portate in un’altra cattedrale inglese, è un segno che la Chiesa d’Inghilterra ha smarrito le priorità.

Thomas Petri, O.P., vicepresidente e decano accademico della Casa Domenicana degli Studi, non è d’accordo con il vescovo della Chiesa d’Inghilterra, dicendo che la sua retorica è “abbastanza vicina alla pericolosità”.

“Non direi che Dio vuole essere attratto a noi. Egli è attraente per noi. È tutto ciò che è affascinante nel mondo, tutto ciò che è buono e bello e desiderabile e piacevole”, ha detto Petri in un’intervista con la CNA.

Petri ha definito l’insinuazione che Dio si è dovuto abbassare per essere attraente per l’umanità come “assurda”.

“Tutto ciò che Dio fa, lo fa in maniera perfetta, perché è già attraente”, ha detto Petri. “Siamo noi che non possiamo vedere questo a causa della nostra peccaminosità”.

Lo scivolo gigante è stata una delle due installazioni insolite che sono state collocate nelle cattedrali della Chiesa d’Inghilterra quest’estate.

In luglio, la cattedrale di Rochester ha collocato un campo da minigolf a nove buche nella navata centrale. Le buche presentano modelli di ponti e il campo sarà aperto fino al 1° settembre.

Petri ha criticato questi sforzi della Chiesa d’Inghilterra per attirare la gente verso gli edifici impauriti, definendoli suggestivi di un senso distorto delle priorità per gli edifici ecclesiastici creati per indirizzare le persone verso Dio.

Egli ha detto alla CNA che mentre Dio è presente ovunque, anche nel carnevale, la costruzione di luoghi di culto – che si tratti di una chiesa, tempio, sinagoga o altro – è stata ordinata da Dio e sono luoghi speciali per questo scopo.

La costruzione di edifici per il culto non è stata “qualcosa che abbiamo inventato noi”, ha detto Petri. “Questo è qualcosa che Dio ha rivelato, rivelato nelle scritture, che ci devono essere luoghi sacri dove dobbiamo adorarlo e lodarlo. Non abbiamo il diritto o l’opzione di fare qualcosa di diverso da questo in quei luoghi”, ha detto.

“Ed è per questo che quando si cerca di portare il profano, il carnevale, nella chiesa e nel luogo costruito direttamente per adorare Dio e per elevare la mente e il cuore a Dio, non solo è confuso, è scandaloso”, ha detto Petri.

“È un’inversione delle sue priorità”.

La cattedrale di Norwich fu costruita nell’XI e XII secolo, e i lavori iniziarono nel 1096. Come molti edifici ecclesiastici storici nel Regno Unito, è stata cattolica per molti secoli, fino alla fondazione della Chiesa d’Inghilterra durante la riforma protestante.

 

 

cattedrale anglicana di Norwich, con lo scivolo gigante al suo interno

cattedrale anglicana di Norwich, con lo scivolo gigante al suo interno, una giostra retró




Condanna Card. Pell, il comunicato della Sala Stampa Vaticana

Di seguito riporto il testo del comunicato ed il video della Sala Stampa Vaticana sulla conferma della condanna in appello del card. George Pell

Card. George Pell

Card. George Pell

Il comunicato della Sala Stampa della Santa Sede

Ribadendo il proprio rispetto per le autorità giudiziarie australiane, come dichiarato il 26 febbraio in occasione del giudizio in primo grado, la Santa Sede – riferisce il direttore della Sala Stampa vaticana, Matteo Bruni – prende atto della decisione di respingere l’appello del cardinale George Pell. In attesa di conoscere gli eventuali ulteriori sviluppi del procedimento giudiziario, ricorda che il cardinale ha sempre ribadito la sua innocenza. E che è suo diritto ricorrere all’Alta Corte. Nell’occasione, insieme alla Chiesa di Australia, la Santa Sede conferma la vicinanza alle vittime di abusi sessuali e l’impegno, attraverso le competenti autorità ecclesiastiche, a perseguire i membri del clero che ne siano responsabili.

 




Il card. George Pell perde l’appello sulla condanna per abusi sessuali

Un articolo di Ed Condon e JD Flynn della CNA nella mia traduzione.

 

Card. George Pell

Card. George Pell

 

La condanna del cardinale George Pell è stata confermata dalla Corte d’Appello di Victoria. Dopo che un panel d’appello ha annunciato la sua decisione in un procedimento giudiziario il 21 agosto, il cardinale è stato ricondotto in prigione.

“A maggioranza (2 a 1), la Corte d’Appello ha respinto l’appello del cardinale George Pell contro la sua condanna per la commissione di reati sessuali. Egli continuerà a scontare la sua condanna a 6 anni di reclusione. Rimarrà idoneo a richiedere la libertà sulla parola dopo aver scontato 3 anni e 8 mesi della sua condanna,” ha detto Anne Ferguson, Presidente della Corte Suprema di Victoria, nel suo discorso di apertura.

“I reati per i quali il cardinale Pell è stato giudicato colpevole da una giuria del tribunale di contea sono stati un’accusa di penetrazione sessuale di un bambino di età inferiore ai 16 anni e quattro accuse di atto osceno con un bambino di età inferiore ai 16 anni. Il processo è durato cinque settimane. La giuria ha deliberato per diversi giorni. Il verdetto della giuria è stato unanime”, ha osservato Ferguson.

Pell è rimasto stoico nel banco degli imputati mentre la decisione veniva letta. Le sue mani non erano ammanettate, ma era affiancato da quattro guardie di sicurezza. Era vestito in abiti da chierico, piuttosto che con l’uniforme della prigione che ora potrebbe indossare per almeno i prossimi tre anni.

Era di fronte la Corte mentre i giudici spiegavano la loro decisione, con le mani al suo fianco. Al contrario dal suo modo di fare abituale, Pell non ha preso appunti, poiché la sua condanna è stata confermata.

In una dichiarazione rilasciata ore dopo l’annuncio della decisione, il portavoce di Pell, Katrina Lee, ha scritto che “il cardinale Pell è ovviamente deluso dalla decisione odierna”.

“Tuttavia, il suo team legale esaminerà a fondo la sentenza al fine di determinare una richiesta di libertà speciale all’Alta Corte”, ha aggiunto Lee.

“Mentre prende atto della decisione non all’unanimità di 2-1, il cardinale Pell mantiene la sua innocenza”.

“Ringraziamo i suoi numerosi sostenitori.”

Da parte sua, il giudice Ferguson ha notato: “La condanna del cardinale Pell e questo appello hanno attirato l’attenzione di tutti, sia in Australia che altrove. È una figura di primo piano nella Chiesa cattolica ed è conosciuto a livello internazionale”.

“Come ha commentato il giudice del processo, il presidente Kidd, quando ha condannato il cardinale Pell, c’è stata una critica vigorosa e talvolta emotiva nei confronti del cardinale ed è stato diffamato pubblicamente in alcuni ambienti della comunità”.

“C’è stato anche un forte sostegno pubblico al Cardinale da parte di altri. Infatti, è giusto dire che il suo caso ha diviso la comunità”.

Il cardinale è stato condannato l’11 dicembre 2018, con cinque accuse di aver abusato sessualmente di due chierichetti dopo la messa domenicale, mentre era arcivescovo di Melbourne nel 1996 e 1997. Il CNA ha riferito l’anno scorso che il suo processo iniziale, che comprendeva un ordine di silenzio mediatico, si è concluso con l’annullamento del processo; questo fatto è stato confermato da Ferguson nel procedimento del 21 agosto.

Il cardinale, che rimane arcivescovo e membro del Collegio cardinalizio, è stato riportato in prigione subito dopo l’aggiornamento del tribunale. È stato tenuto in isolamento per 176 giorni. A Pell non è consentito celebrare la messa in prigione.

Ora può essere trasferito dalla struttura di accoglienza e valutazione in cui è attualmente detenuto in un altro carcere nel Victoria.

Il ricorso di Pell è stato respinto per tutti e tre i motivi che la difesa ha presentato.

I giudici sono stati divisi sul primo motivo di appello di Pell, per quanto riguarda la questione se le prove presentate contro Pell fossero irragionevoli e impossibili.

In particolare si poneva la questione se i paramenti liturgici di Pell avrebbero potuto essere spostati o sollevati nel modo descritto dal denunciante, il quale sosteneva che Pell si era esposto e aveva costretto due ragazzi a commettere atti sessuali mentre era completamente vestito con i suoi paramenti della messa. Mentre la difesa sosteneva che una tale azione sarebbe stata fisicamente impossibile, due giudici d’appello hanno deciso che quella era una questione legittimamente decisa dalla giuria.

I giudici sono stati unanimi nel respingere altri due argomenti, riguardanti questioni procedurali: uno che sosteneva che l’accusa di Pell non seguiva il protocollo, e l’altro che denunciava che un’animazione della cattedrale in cui Pell sarebbe stato accusato di aver abusato sessualmente di ragazzi del coro non poteva essere mostrata durante le argomentazioni finali.

Ferguson, il giudice Chris Maxwell e il giudice Mark Weinberg, hanno espresso il loro verdetto nell’aula 15 della Corte Suprema di Victoria.

Ventisei giornalisti accreditati e circa 60 membri del pubblico hanno ascoltato la decisione dei giudici annunciata mercoledì mattina. Il fratello di Pell, David, ex direttore delle comunicazioni del cardinale, Katrina Lee, e il cancelliere dell’arcidiocesi di Sydney, Chris Meaney, erano tutti tra la folla.

Ferguson ha detto che i giudici avevano preso la decisione dopo che ciascuno di loro aveva guardato il video delle prove fornite da 12 dei 24 testimoni che sono apparsi nel processo.

“Ognuno dei giudici ha letto la trascrizione [del processo], alcune parti di esso più volte,” Ferguson ha aggiunto, riferendosi alle più di 2.000 pagine di documenti relativi al processo.

La sessione si è aperta con il giudice Wienberg, che ha registrato il suo dissenso dal parere della maggioranza, affermando che mentre era d’accordo con gli altri giudici nel respingere il secondo e il terzo motivo di ricorso, che erano reclami tecnici e procedurali, non era d’accordo sul fatto che il giudizio di colpevolezza della giuria avrebbe potuto essere al di là di ogni ragionevole dubbio sulle prove presentate.

Ferguson e Maxwell hanno concluso diversamente.

Laddove il motivo di irragionevolezza è invocato, il compito della corte d’appello è quello di decidere se, nel complesso delle prove, fosse possibile per la giuria essere soddisfatti oltre ogni ragionevole dubbio che l’accusato fosse colpevole”, ha spiegato Ferguson.

“Dopo aver esaminato l’insieme delle prove, due dei giudici….. hanno deciso che era possibile per la giuria essere soddisfatti oltre ogni ragionevole dubbio”, ha detto Ferguson.

“In altre parole, quei giudici hanno deciso che non c’era nulla sulle prove del denunciante, o sulle prove di opportunità, il che significava che la giuria ‘deve aver avuto un dubbio'”.

Ferguson ha detto che l’opinione dissenziente di Weinberg ha trovato che le prove del singolo accusatore “contenevano discrepanze, mostravano inadeguatezze, e mancavano oltremodo di valore probatorio in modo da indurlo ad avere un dubbio sulla colpevolezza [di Pell]”, e ha definito il racconto dell’accusatore del secondo episodio di abuso “del tutto improbabile e abbastanza poco convincente”.

“Secondo il punto di vista del giudice Weinberg c’era una significativa quantità di prove convincenti e, in alcuni casi, impressionanti che suggerivano che il racconto del denunciante era, in un senso realistico, ‘impossibile’ da accettare”.

“Tuttavia”, ha concluso Ferguson, “il ricorso per irragionevolezza è stato respinto perché gli altri due giudici hanno avuto una visione diversa dei fatti”.

Da quando Pell è stato accusato per la prima volta di aver abusato sessualmente di minori, il cardinale ha mantenuto la sua innocenza.

Pell ha un’altra strada da percorrere per presentare una Appello all’Alta Corte australiana di Canberra. Un tale tentativo è ritenuto dagli esperti legali che abbia scarse possibilità di successo, dato il risultato della corte d’appello.

Gli avvocati di Pell hanno detto che lui non chiederà una pena più breve. Il cardinale, 78 anni, dovrebbe ora affrontare un procedimento vaticano sulla possibilità che abbia commesso crimini canonici.

 

 

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Inquietanti paralleli tra Piazza Tienanmen ed i disordini ad Hong Kong

Orville Schell, scrittore, accademico e attivista americano, era presente in quel maggio dell’89 a piazza Tienanmen, vide in diretta gli orrori che lì si consumarono, e ne scrisse in Piazza Tiananmen per The New York Review of Books. Proprio per questo, risulta molto interessante questo articolo che mette in evidenza le molte similitudini tra le manifestazioni che furono soffocate nel sangue a Piazza Tienanmen e quelle che si stanno svolgendo in queste settimane ad Hong Kong. Sappiamo bene come andò a finire a Pechino. Speriamo e preghiamo che il passato non si ripeta, perché il regime è immutato.

Ecco l’articolo di Orville Schell, direttore Arthur Ross del Centro sulle relazioni USA.-Cina presso l’Asia Society di New York, ripreso dal Foreign Affairs, nella mia traduzione. 

 

Piazza Tienanmen nel maggio 1989, Pechino (AP Photo/Jeff Widener)

Piazza Tienanmen nel maggio 1989, Pechino (AP Photo/Jeff Widener)

 

All’inizio, quando i manifestanti cominciarono a riversarsi nelle strade della città, i cittadini furono sorpresi dalla loro audacia e colpiti dal loro idealismo, apertura e slancio di fronte alla potenza del Partito Comunista Cinese. Le richieste dei manifestanti erano limitate e responsabili, il loro comportamento civile e le loro marce ordinate. Eppure, man mano che il loro numero cresceva, si sono lasciati coinvolgere in un inebriante senso di possibilità – la speranza che questa volta potessero essere ascoltati. Quando si sono imbattuti nelle linee di polizia, invece di arrendersi hanno continuato ad andare avanti in modo provocatorio ma pacifico. Funzionari governativi e organi del partito li hanno denunciati come fomentatori non patriottici delle turbolenze sociali, ma hanno trasformato gli insulti in combustibile per un movimento in espansione. In breve tempo, [le proteste] avevano occupato il cuore della città.

Passarono le settimane e i manifestanti, preoccupati di perdere tensione, cambiarono tattiche, reinventandosi e conquistando ulteriori elementi della società e dando così nuova vita al loro movimento. I funzionari di partito si risentirono molto dell’affronto di centinaia di migliaia di giovani insubordinati che li sfidavano e paralizzavano il centro città, ma a causa di alcune importanti occasioni nazionali imminenti, non volevano reprimere. Ma non avrebbero nemmeno negoziato con i giovani facinorosi. E così le manifestazioni continuarono a crescere e a diventare più caotiche.

Queste sono le linee generali delle proteste di piazza Tienanmen che si sono svolte in sette settimane nel 1989, e anche delle proteste che si stanno svolgendo ora a Hong Kong. Trent’anni fa, il leader supremo indignato del partito, Deng Xiaoping, alla fine non è riuscito a trattenersi: il 4 giugno diede ordine alle truppe che massacrarono i manifestanti. Gli allarmanti paralleli tra allora e oggi rendono difficile non temere che Hong Kong possa giungere a una conclusione altrettanto feroce.

 

LA LUNGA OMBRA

 

Nella primavera del 1989, ho riferito in Piazza Tiananmen per The New York Review of Books. Per chiunque fosse lì, Tiananmen ora getta una lunga ombra sulle manifestazioni di Hong Kong. Queste manifestazioni sono iniziate all’inizio di giugno, in opposizione a un disegno di legge che avrebbe permesso di deportare nella Repubblica popolare cinese (RPC) coloro che fossero stati accusati di aver commesso crimini. Molti a Hong Kong consideravano la legge una flagrante violazione dell’accordo “un paese, due sistemi” siglato con il Regno Unito nella dichiarazione congiunta del 1984 che garantiva all’ex colonia britannica “un alto grado di autonomia” e la capacità di mantenere per 50 anni il proprio sistema giuridico e i propri tribunali. Ma anche dopo la presentazione di quel disegno di legge, dieci settimane di proteste crescenti hanno trasformato la reputazione di Hong Kong: un tempo nota come una entrepôt commerciale contraddistinta da un puro spirito commerciale, è diventata una sorta di manifesto del dissenso politico di massa.

 

 

Nel 1989, all’inizio delle proteste di Tienanmen, la leadership del Partito Comunista Cinese era inizialmente relativamente acquiescente. Ma poi, il 26 aprile, dopo che il Comitato permanente si era riunito a casa di Deng, il People’s Daily ha pubblicato un editoriale provocatorio in prima pagina che denunciava i manifestanti come “un numero estremamente ridotto di persone con ulteriori scopi” che avevano organizzato una “cospirazione pianificata” per “far precipitare l’intero paese nel caos” e “negare la leadership del [Partito comunista cinese] e del sistema socialista”. Impugnando le loro motivazioni e il patriottismo, l’editoriale ufficiale fece infuriare i manifestanti e chiuse la porta a qualsiasi riconciliazione mentre le loro richieste erano ancora minimali. Il giorno dopo, dal quartiere universitario a Piazza Tienanmen, nel cuore di Pechino, fu lanciata una nuova e massiccia marcia che dette al movimento un nuovo slancio di energia.

Così è andata a Hong Kong. Quando Carrie Lam, amministratore esecutivo di Hong Kong, ha denunciato il movimento inizialmente pacifico come una “rivolta” – probabilmente agli ordini di Pechino – la sua retorica incendiaria ha alimentato il movimento di protesta proprio come aveva fatto l’editoriale di Deng. Di conseguenza, il 22 giugno, quando ha ritirato il disegno di legge sull’estradizione che aveva scatenato le proteste e si è scusata per la sua incapacità di gestire la situazione (“ora annuncio che il governo ha deciso di sospendere l’esercizio dell’emendamento legislativo, di riavviare la nostra comunicazione con tutti i settori della società, di fare un maggior lavoro di spiegazione e di ascoltare i diversi punti di vista della società”), era troppo poco e troppo tardi. Rifiutando di “ritirare” definitivamente il disegno di legge o di avviare una trasparente inchiesta sui pestaggi dei manifestanti da parte della polizia, non ha soddisfatto nemmeno minimamente le richieste dei manifestanti. Invece di cedere, [gli autori delle proteste] hanno ampliato sia le loro azioni che le loro richieste, invitando Lam a ritirare le accuse di rivolta contro i manifestanti, a introdurre riforme democratiche e a dimettersi dall’incarico. Il 17 giugno, sono riusciti a portare nelle strade circa due milioni di sostenitori, più di un quarto della popolazione della città, creando una delle più grandi proteste pubbliche della storia dell’umanità. Poi, aggiungendo l’insulto al danno, hanno dichiarato uno “sciopero generale”.

 

Hong Kong proteste agosto 2019 (Tyrone Siu/REUTERS)

Hong Kong proteste agosto 2019 (Tyrone Siu/REUTERS)

 

Gli studenti di Piazza Tienanmen sapevano che il partito avrebbe esitato ad agire militarmente prima del 15 maggio 1989, quando il presidente sovietico Mikhail Gorbaciov doveva arrivare a Pechino per uno storico incontro al vertice con Deng. Così i manifestanti di Hong Kong hanno preso conforto dal presupposto che Pechino avrebbe esitato a prendere provvedimenti violenti prima del 1° ottobre, quando la Repubblica Popolare Cinese avrebbe celebrato il suo 70° anniversario.

Mentre lo scoppio iniziale di entusiasmo ha cominciato a svanire, i manifestanti di Hong Kong hanno preso spunto dalla strategia del 1989, abbracciando nuove tattiche per mantenere il loro movimento attivo. A Tienanmen, i manifestanti avevano lanciato un drammatico sciopero della fame; a Hong Kong, invece di cercare di continuare le manifestazioni di massa di strada (che li ha esposti  alla repressione sempre più aggressiva della polizia), i manifestanti si sono rivolti a una strategia di azioni disperse di “flash mob” adatte al loro movimento senza leader. All’inizio si erano concentrati sulla zona “centrale” del centro di Hong Kong, coordinando le loro grandi marce per via elettronica (usando applicazioni come Telegram); ora hanno sottolineato il loro slogan “Be Like Water” (sii come l’acqua, ndr) e hanno fatto ricorso a tattiche di guerriglia di tipo maoista, decentrando le loro azioni di strada e facendo proselitismo attraverso centinaia di cosiddette Mura Lennon sparse per la città, dove i sostenitori potevano mostrare i loro commenti sui variopinti Post-it Notes.

Il 27 luglio, con il movimento ancora in crescita, l’Ufficio affari di Hong Kong e Macao, che risponde al governo cinese a Pechino, ha risposto. Ha denunciato “gli atti malvagi e criminali commessi da elementi radicali” e ha avvertito che “se il caos dovesse continuare. . . ….tutta Hong Kong ne soffrirà”. Il People’s Daily ha aggiunto che la polizia di Hong Kong “non dovrebbe esitare” o avere “preoccupazioni psicologiche a prendere le misure necessarie”. Ai manifestanti è stato ricordato che per legge le autorità di Hong Kong hanno il potere di richiedere il sostegno militare di Pechino per “il mantenimento dell’ordine pubblico”. Ma, lungi dall’intimidire i manifestanti, tali avvertimenti sono serviti ad alimentare ulteriori proteste, proprio come quelli di piazza Tienanmen.

 

“MANI NERE”

 

A Pechino, nel 1989, un importante punto di svolta è arrivato a metà maggio. Quello che era stato in gran parte un movimento di studenti, intellettuali e professionisti cominciò ad attirare nuovi elementi sociali – “gente comune”, lavoratori, e alcuni cosiddetti del popolino, molti dei quali provenienti dalle province. Con queste nuove reclute sono arrivate folle più numerose, ma anche lamentele più ampie, alle quali non si poteva porre rimedio con un’unica concessione governativa.

Quando sono iniziate le proteste di Hong Kong, anch’esse erano composte per lo più da giovani idealisti con richieste specifiche incentrate sul mantenimento dell’autonomia di Hong Kong. Ma man mano che sono cresciuti e hanno portato una più ampia gamma di sostenitori, altre questioni, come la crisi abitativa e la mancanza di prospettiva di carriera per molti giovani, sono entrate a far parte del movimento, insieme a una nuova rabbia, sia per la violenza della polizia che per la più ampia irresponsabilità dei funzionari di Hong Kong e Pechino. Si è instaurato un circolo vizioso familiare: le dichiarazioni ufficiali di condanna hanno aiutato le proteste ad attirare un più ampio sostegno e hanno anche portato ad una propensione verso tattiche più estreme e violente, che a loro volta hanno portato a reazioni ufficiali ancora più dure.

Poiché gli scontri della polizia a Hong Kong sono diventati più frequenti, sono apparsi nuovi slogan: “Free Hong Kong, Democracy Now”; “Hong Kong Independence”; “Retake Hong Kong, Revolution of Our Times”. La leadership di Pechino, che considera il mantenimento dell’unità nazionale una delle sue missioni più sacre, ha preso questi slogan che accennano all’indipendenza come attacchi alla sovranità cinese. Oltraggi di questo tipo hanno reso difficile per il presidente Xi Jinping, come Deng prima di lui, prendere in considerazione anche la possibilità di comunicare con i manifestanti, e tanto meno di fare loro concessioni. Invece, i funzionari di partito hanno rilasciato dichiarazioni sempre più oscure e militanti. “Vogliamo avvertire tutti i criminali di non giudicare erroneamente la situazione e di mantenere il controllo per la debolezza. . . . Un colpo di spada del diritto li aspetta in futuro”, ha dichiarato un funzionario all’inizio di questo mese. Il direttore dell’Ufficio affari di Hong Kong e Macao ha accusato i manifestanti di aver evidenziato “le chiare caratteristiche della rivoluzione del colore”, un riferimento inquietante alle rivolte popolari nell’ex blocco sovietico che i funzionari di Pechino ritengono siano state fomentate dagli Stati Uniti. I funzionari locali hanno continuato a insistere sul fatto che le proteste dovessero finire prima che potesse iniziare un’indagine sulla violenza della polizia, eliminando ogni speranza di un compromesso pacifico.

Proprio come hanno fatto i manifestanti di Tienanmen nel 1989, il movimento di Hong Kong ha continuato a cambiare, cercando di reinventare e rinvigorire se stesso. Con l’intensificarsi della resistenza della polizia, il movimento si è spostato dalle strade delle città a spazi pubblici simbolici come la stazione ferroviaria di Tsim Sha Tsui e poi l’aeroporto internazionale di Hong Kong, dove folle massicce di manifestanti hanno causato un grave sconvolgimento. Mentre gli incontri con le autorità si facevano più violenti, il 14 agosto un giornalista di un giornale di proprietà del partito, il Global Times, è stato catturato e picchiato dai manifestanti, poiché lo avevano scambiato per un agente di sicurezza. I funzionari di Pechino hanno accusato i manifestanti di agire “come terroristi”.

 

 

Quando il movimento di Hong Kong ha superato la soglia delle sette settimane fissata in piazza Tienanmen e ha continuato a prendere slancio, una sorta di intervento è diventato sempre più probabile. Il 1° agosto, la guarnigione dell’Esercito di liberazione del popolo di Hong Kong ha pubblicato un video provocatorio che mostrava le truppe che intraprendevano esercizi di controllo delle rivolte urbane. “Abbiamo la determinazione, la fiducia e la capacità di salvaguardare la sovranità, la sicurezza e gli interessi di sviluppo della Cina e di salvaguardare la prosperità e la stabilità a lungo termine di Hong Kong”, ha avvertito un portavoce del PLA. Le riprese video delle truppe radunate in uno stadio appena oltre il confine di Shenzhen hanno cominciato a circolare subito dopo, creando un senso che ricorda in modo inquietante il 20 maggio 1989, quando fu dichiarata la legge marziale e i manifestanti di piazza Tienanmen seppero che le truppe del PLA stavano già bivaccando fuori città. Poi, i funzionari di partito hanno cominciato ad accusare – come avevano fatto durante Piazza Tienanmen – che i disordini a Hong Kong erano opera di “mani nere” provenienti dagli Stati Uniti, suggerendo che le proteste erano state causate da manipolazioni straniere piuttosto che da un sentimento democratico locale.

 

DIMMI COME FINISCE TUTTO QUESTO

 

Poiché gli eventi di Hong Kong si sono intensificati senza alcuno scenario plausibile di risoluzione, hanno acquisito una preoccupante aria di determinismo. Con le due parti che scivolano ineluttabilmente verso una maggiore polarizzazione, diventa sempre più difficile immaginare di fare le concessioni necessarie senza rischiare una inaccettabile perdita di faccia e sacrificio di principi fondamentali. (Poiché il movimento di protesta è essenzialmente senza leader, non è chiaro con chi le autorità potrebbero negoziare, anche se lo volessero.) E mentre il movimento continua e si fa sempre più arrabbiato, diventa più probabile che produca proprio quei tipi di casus belli che darebbero a Pechino un pretesto per un intervento. Infatti, mentre i mezzi di propaganda della RPC hanno cominciato ad avvertire il 13 agosto, Pechino vedeva “germogli di terrorismo” che dovevano essere puniti, “senza clemenza, senza pietà”.

 

 

Le manifestazioni di piazza Tienanmen hanno insegnato che i potenti movimenti di dissenso contro il Partito comunista cinese sono quasi sempre destinati a finire in uno scontro. Perché? Perché tali sfide sono intollerabili per un sistema unipartitico leninista che non ammette la nozione di dissenso e i cui leader sono perennemente preoccupati di mostrare debolezza. Sono state tali preoccupazioni che hanno privato Deng della flessibilità di cui aveva bisogno – e che molti altri alti funzionari volevano esercitare – per evitare il finale violento e umiliante che ha colpito la Cina nel 1989. Con il governo locale apparentemente paralizzato, a meno che le manifestazioni non si plachino magicamente da sole, arriverà un momento in cui qualcuno da qualche parte dovrà fare qualcosa a Hong Kong. Xi Jinping non ha mai esitato ad attaccare verbalmente quando sente che “la Madrepatria cinese” viene respinta, rimproverata o disonorata. E quando si tratta di affrontare i movimenti di protesta alimentati dall’idealismo democratico, ha pochi strumenti a cui attingere se non la vera e propria repressione.

“Qualsiasi repressione violenta sarebbe del tutto inaccettabile”, ha detto il 10 agosto Mitch McConnell, leader della maggioranza del Senato degli Stati Uniti. “Il mondo sta guardando”.

Ma anche il 4 giugno 1989 il mondo stava guardando, su collegamenti satellitari in diretta, quando i leader cinesi hanno ucciso e ferito centinaia, se non addirittura migliaia, di manifestanti in piazza Tienanmen. La Cina è, naturalmente, un posto molto diverso oggi, e i suoi leader sono dolorosamente consapevoli dei costi globali di una repressione militare in stile Tienanmen a Hong Kong. Ma data l’assenza di evidenti approcci alternativi all’escalation del confronto, non è facile immaginare come altrimenti finirà.

 

 

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