Zverina: “[Cristiani d’Occidente] È ormai difficile che vi ritroviamo e vi distinguiamo in questo vostro strano mondo”

La primavera di Praga

La primavera di Praga

 

 

di Sabino Paciolla

 

Padre Jozef Zverina nasce 3 maggio 1913 a Stritezi u Trebice, in Moravia. Dopo gli studi filosofico-teologici svolti all’università lateranense di Roma, durante gli anni della seconda guerra mondiale, fu internato in un campo di concentramento tedesco. Questo fu il primo impatto con il potere totalitario, quello nazista. Un secondo lo ebbe con il regime comunista cecoslovacco negli anni Cinquanta, quando il 24 gennaio 1952 fu arrestato e condannato a 22 anni di carcere per “spionaggio e alto tradimento”. Inizialmente viene rinchiuso nell’antica fortezza di Mirov, in Moravia: “Nelle celle eravamo tutti mischiati, preti e laici, prigionieri politici e carcerati comuni. Ci costrinsero a lavori diversi(…). Al termine dei primi tre mesi di prigionia fui di nuovo condotto in manette a nuovi interrogatori: non ne ho mai saputo il perché (…). L’interrogatorio durò nove mesi, in isolamento assoluto. Dopodiché, venni trasferito al Campo 4, nella regione di Jachimov dove il lavoro forzato consisteva nell’estrarre minerali di uranio che venivano poi trasportati in Unione Sovietica: partivano due o tre convogli ferroviari al giorno. Durante le operazioni di carico, passavano per le mie mani da 40 a 60 tonnellate al giorno. Poi venni trasferito in un campo di lavori forzati meno duro fisicamente, ma assai più pericoloso: vi si producevano dei preparati per esperimenti di laboratorio per conto dell’Unione Sovietica. Non c’era nessun sistema di protezione contro le irradiazioni, la polvere e il gas radon (uno dei gas rari, che si forma ed emana da elementi radioattivi)”.

Graziato dopo 15 anni, fu costretto all’isolamento alla periferia di Praga. In questo periodo formò clandestinamente molte persone alla sua «teologia dell’agape». Divenne una delle personalità più autorevoli della rinascita religiosa e civile in Cecoslovacchia. Collaboratore del cardinal Tomasek, nel 1977 sottoscrisse il documento n. 1 di “Charta 77” e nel dicembre 1989, durante l’imponente manifestazione popolare a Praga, Vaclav Havel lo invitò a parlare davanti a una folla di oltre mezzo milione di persone. Nel samizdat presentava le vicende della Chiesa universale, e intanto allacciava contatti con alcuni cristiani dell’Occidente ai quali dedicò una sua  famosa lettera. 

La sua Lettera ai Cristiani d’Occidente del 1970, che presento piu sotto, divenne un testo di riferimento per chi in quegli anni aveva particolarmente a cuore il destino della persona tanto in Occidente quanto in Oriente. 

La lettera di Zverina dalla Cecoslovacchia arriva in maniera rocambolesca in Italia, dove viene pubblicata per la prima volta in Occidente. Infatti,  Zverina la consegnò a Massimo Guidetti, storico milanese allora giovane ricercatore a Praga, il quale la tradusse e la portò in Italia a don Giussani, che la fece pubblicare e diffondere. Siamo nel 1970. Zverina, sotto l’esperienza della dittatura comunista, fu messo a dura prova. In quelle circostanze maturarono in lui le domande esistenziali più profonde e trovò sostegno nella fede. E fu proprio quella esperienza che lo spinse ad indirizzare quella lettera ai cristiani dell’Occidente poiché, ai suoi occhi, stavano smarrendo la loro identità cristiana. A suo parere i cristiani di Occidente apparivano affogare nella vita agiata e nel lusso del consumismo, annacquando quanto di più caro avevano ricevuto: la fede in Cristo. In una parola si stavano omologando. 

Questa lettera è ancor più importante per noi oggi perché viviamo in un clima accentuatamente esposto al politically correct, dentro e fuori la Chiesa. 

Come scriveva Zverina: “Forse significa che vi siete lentamente perduti in essa? Purtroppo sembra che facciate proprio così. È ormai difficile che vi ritroviamo e vi distinguiamo in questo vostro strano mondo”.

E’ per questo che la propongo. 

 

Don Francesco Ricci (a sinistra) e padre Josef Zverina

Don Francesco Ricci (a sinistra) e padre Josef Zverina

 

«Fratelli, voi avete la presunzione di portare utilità al Regno di Dio assumendo quanto più possibile il saeculum, la sua vita, le sue parole, i suoi slogans, il suo modo di pensare. Ma riflettete, vi prego, cosa significa accettare questa parola. Forse significa che vi siete lentamente perduti in essa? Purtroppo sembra che facciate proprio così. È ormai difficile che vi ritroviamo e vi distinguiamo in questo vostro strano mondo. Probabilmente vi riconosciamo ancora perché in questo processo andate per le lunghe, per il fatto che vi assimilate al mondo, adagio o in fretta, ma sempre in ritardo. Vi ringraziamo di molto, anzi quasi di tutto, ma in qualcosa dobbiamo differenziarci da voi. Abbiamo molti motivi per ammirarvi, per questo possiamo e dobbiamo indirizzarvi questo ammonimento. 

“E non vogliate conformarvi a questo secolo, ma trasformatevi rinnovando la vostra mente, affinché possiate distinguere qual è la volontà di Dio, ciò che è bene, ciò che gli è gradito, ciò che è perfetto” (Rm 12,2). 

Non conformatevi! Mè syschematízesthe! Come è ben mostrata in questa parola la radice verbale e perenne: schema. Per dirla in breve, è vacuo ogni schema, ogni modello esteriore.
Dobbiamo volere di più, l’apostolo ci impone: “cambiare il proprio modo di pensare in una forma nuova!” – metamorfoûsthe tê anakainósi toû noùs. Come è espressiva e plastica la lingua greca di Paolo! Di contro a schêma o morphé – forma permanente – sta metamorphé – cambiamento della creatura. Non si cambia secondo un qualsiasi modello che è comunque sempre fuori moda, ma è una piena novità con tutta la sua ricchezza (anakainósis). Non cambia il vocabolario ma il significato (noûs). 

Quindi non contestazione, desacralizzazione, secolarizzazione, perché questo è sempre poco di fronte alla anakaínosis cristiana. Riflettete su queste parole e vi abbandonerà la vostra ingenua ammirazione per la rivoluzione, il maoismo, la violenza (di cui comunque non siete capaci). 

Il vostro entusiasmo critico e profetico ha già dato buoni frutti e noi, in questo, non vi possiamo indiscriminatamente condannare. Solo ci accorgiamo, e ve lo diciamo sinceramente, che teniamo in maggior stima il calmo e discriminante interrogativo di Paolo: “Esaminate voi stessi per vedere se siete nella fede, fate la prova di voi medesimi. O non conoscete forse neppure che è in voi Gesù Cristo?” (2 Cor 13,5).

Non possiamo imitare il mondo proprio perché dobbiamo giudicarlo, non con orgoglio e superiorità, ma con amore, così come il Padre ha amato il mondo (Gv 3,16) e per questo su di esso ha pronunciato il suo giudizio. 

Non phroneîn – pensare -, e in conclusione hyperphroneîn – arzigogolare -, ma sophroneîn – pensare con saggezza (Cfr. Rm 12,3). Essere saggi così che possiamo discernere quali sono i segni della volontà e del tempo di Dio. Non ciò che è parola d’ordine del momento, ma ciò che è buono, onesto, perfetto. 

Scriviamo come gente non saggia a voi saggi, come deboli a voi forti, come miseri a voi ancor più miseri! E questo è stolto perché certamente fra di voi vi sono uomini e donne eccellenti. Ma proprio perché vi è qualcuno occorre scrivere stoltamente, come ha insegnato l’apostolo Paolo quando ha ripreso le parole di Cristo, che il Padre ha nascosto la saggezza a coloro che molto sanno di questo (Lc 10,21)»

 

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Dr. Nitschke: Ecco a voi la macchina che vi consentirà “una morte molto tranquilla, elegante e quasi euforica”.

La "navicella della morte" del dott. Phillip Nitschke

La “navicella della morte” del dott. Phillip Nitschke

 

di Sabino Paciolla

 

Il dott. Phillip Nitschke è un creativo, ma con un unico problema: la passione per la morte. Infatti, è chiamato “Il dott. morte”. E’ un degno esempio di quella cultura nichilista che sempre più si sta diffondendo nei paesi occidentali.

Perchè il dott. Phillip Nitschke è un creativo della morte? Cosa ha inventato? Sempòlice, attrezzi e servizi per il sostegno al suicidio assistito e per l’eutanasia. E’ un chiaro esempio di dove può arrivare la cultura della morte.

Ad esempio, ha inventato la navicella che porta alla morte. E’ una “capsula del suicidio” stampata in 3D,  vista per la prima volta nel 2012, prodotta per uccidere i pazienti con azoto. Essa contiene bombole di azoto liquido che viene rilasciato quando viene attivato dalla persona che è posta al suo interno, causando il crollo dell’ossigeno a livelli molto bassi tali da portare alla morte la persona. La bombola viene poi staccata dalla capsula che può essere usata come bara per l’occupante. Per tale motivo, tale capsula viene chiamata anche “camera a gas glorificata”. 

Nitschke, orgoglioso della sua creazione, l’ha presentata al workshop chiamato ‘Disrupting Death’, nel Queensland, in Australia, finalizzato ad informare le persone su come porre fine alla loro vita. Rivolto a coloro che hanno più di 50 anni o ai malati terminali, il workshop sostiene che la capsula suicida può uccidere con “stile ed euforia”. Sì, proprio con “stile ed euforia”. Infatti, guardate lo stile ultima moda della navicella, una bara che prima ti uccide e poi accoglie le tue povere spoglie.

Parlando a Exit International, gruppo pro-eutanasia, di cui ne è il fondatore, Nitschke ha detto: “L’idea di usare una macchina per avere il controllo assoluto è stata davvero un mio interesse a lungo termine. Così, una persona può, con il minimo coinvolgimento, entrare nella macchina e premere un pulsante per una morte molto tranquilla, elegante e quasi euforica”.

Non contento di questa invenzione, il dott. Nitschke ha creato un servizio video per poter vedere le persone che si uccidono in tempo reale. Secondo il Daily Mail, Nitschke ha sostenuto che il servizio video, che gli permette di vedere le persone che si suicidano in tempo reale, migliorerà la qualità della morte assistita. Nitschke ha detto: “Questo è tutto molto nuovo. Alcune persone che hanno pianificato di fare questo passo sono state molto generose. A loro non dispiace che la loro morte venga osservata perché sono consapevoli che siamo molto interessati ad avere buone informazioni”.

Da quando il servizio video è stato ideato, già due australiani hanno trasmesso in diretta streaming i loro suicidi a Nitschke , mentre altri due dovrebbero seguirli.

 

Persone vulnerabili

 

Il gruppo pro-eutanasia, Exit International, è stato fondato da Nitschke nel 1997 e sostiene il suicidio legale assistito e l’eutanasia. Nitschke ha recentemente partecipato ad una conferenza a Perth, in Australia, nella quale ha aggiornato i suoi seguaci sui metodi del suicidio, indipendentemente dalla salute fisica degli aspiranti. E’ stato in questa conferenza che il “dott. morte” si è trovato di fronte ad una giovane donna (guardate il video)

Sfidando Nitschke sul palco, la donna ha detto: “Ci sono giovani che sono morti, persone con depressione. È sbagliato, è totalmente irresponsabile, lui era un medico, è sbagliato. Chieda scusa per quello che è successo a mio padre. Le informazioni che lei pubblica uccidono le persone che non sono in uno stato d’animo razionale per prendere questa decisione”.

La donna ha affermato che suo padre, di 60 anni, si è suicidato due anni fa, dopo aver ricevuto consigli dal gruppo di Nitschke. Ha detto che suo padre soffriva di depressione ma non aveva una malattia terminale.

 

Vetrina del Suicidio 

 

Michael Robisnon, SPUC Scotland Director of Communications ha detto: “Le convinzioni e le invenzioni di Nitschke sono oltremodo depravate. Creazioni come una capsula suicida o un servizio di live-streaming sono tattiche usate per sfruttare le persone vulnerabili mostrando il suicidio come se fosse elegante o glamour”.

Robinson ha continuato: “Stiamo ora assistendo al devastante impatto che Nitschke e il suo gruppo dedito all’eutanasia sta avendo sulla vita delle persone vulnerabili. Le creazioni e la pubblicità di Nitschke trasmettono un messaggio mortale: che alcune vite contano più di altre e che uccidere conta più del curare”.

 

 

 

 

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La trappola delle “passioncelle”

“Quando è concesso prendersi una cotta durante una relazione (e quando, invece, no). C’è una grande differenza tra una cotta innocente e l’infedeltà emotiva”. Questo il titolo ed il sommario di un articolo di un giornale che hanno tratto l’attenzione di Giorgia Brambilla. Ma veramente c’è una differenza tra una “cotta innocente” e “l’infedeltà emotiva”? E che significano questi termini? Articoli di questo genere ci passano tutti i giorni sotto il nostro distratto sguardo, sedimentandosi nel nostro subconscio. E’ su questo che ha voluto riflettere Giorgia Brambilla in questo articolo che ci propone. 

 

Uomo che guarda una bella donna

 

di Giorgia Brambilla

 

«Sì, puoi vivere una relazione felice e impegnata e prenderti una cotta per un’altra persona allo stesso tempo. E no, questo non ti rende un partner pessimo o una persona spregevole», leggo sulla pagina dell’Huffingtonpost del 9 agosto (qui).

Qui non è questione se “si può o non si può”. La morale non è superficiale “moralismo”, va in profondità, si chiede chi è l’uomo, come “funziona” e soprattutto cosa è bene per lui. Chi conosce lo spirito umano, grazie alla luce sulla ragione che viene dalla fede, non si limita a fare la “dietrologia” di quel sentimento o a indicarne i limiti oltre ai quali è il caso di andare dallo specialista. L’aspetto psicologico è importante, ma incompleto. Bisogna andare più a fondo, scendere nelle latebre del cuore umano e svelarne i meccanismi, recuperando quella visione di stampo antropologico che con san Tommaso considera la relazione tra sentimenti, intelletto e volontà.

Non c’è dubbio che atti diversi abbiano valutazioni morali differenti. Così come sentire attrazione per qualcuno non è come consentire assecondando tale sensazione fino a consumarla anche fisicamente sono atti diversi; nemmeno insultare qualcuno è la stessa cosa di ucciderlo. Tuttavia, Nostro Signore – che ha detto «Avete inteso che vi fu detto “Non uccidere”, ma io vi dico (…) chi dice al fratello, “pazzo”, sarà sottoposto al fuoco della Geenna» (Mt 5, 21.22)– va dritto al cuore dell’uomo, arrivando a dire: «avete inteso che fu detto “Non commettere adulterio; ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore» (Mt 5,27-28).

Chi conosce davvero l’essere umano – e chi meglio di Nostro Signore? – non si limita a condannare l’adulterio propriamente detto, ma mette in guardia da una dinamica molto profonda che oggi si tende a sottovalutare, anche sulla scia del tempo in cui viviamo, votato purtroppo all’emotivismo. Sto parlando dell’infedeltà del cuore, che si manifesta in quelle che san Francesco di Sales chiama “passioncelle”, oggi “flirts”, ovvero relazioni pesudo-affettive tra persone già vincolate da una vocazione (matrimoniale o religiosa) basate sull’innamoramento (amor cumplacentiae), che non giungono quasi mai all’adulterio propriamente detto, ma si alimentano idealisticamente di sospiri, attese e brevi momenti insieme.

Con questo breve contributo, vorremmo invitare il cuore di ogni lettore, sposato o consacrato (sacerdote, suora, ecc.), a non sottovalutare le “cotte”, a non pensare che esse avvengano “per caso”, svelandone il meccanismo interiore e rivelargli che un continuo lavoro su di sé, corroborato dalla Grazia di Dio, e una serena, ma seria, vigilanza sulle passioni può prevenirle.

 

Un semplice caffè insieme, un messaggio con l’emoticon a forma di cuore, trovarsi a fantasticare su quella persona. Chi oserebbe dire che si tratta di adulterio? «Tuttavia gli uomini e le donne vi rimangono catturati», leggiamo nella Filotea di san Francesco di Sales. Il santo non era uno psicologo né conosceva il meccanismo della dopamina – il neurotrasmettitore responsabile del cosiddetto “circuito della ricompensa” – ma da profondo conoscitore del cuore umano ha espresso parole durissime sulle “passioncelle”, forse tra le più dure di tutta la Filotea. Egli aveva ben presente che queste dinamiche, questi innamoramenti, apparentemente innocui, possono diventare assai pericolosi, e non solo per il rischio di cadere nell’adulterio propriamente detto (che sarebbe certamente un peccato grave e una grave offesa al sacramento del matrimonio), ma per il livello di schiavitù che ci provocano questi sentimenti, anche laddove fossero unicamente autoreferenziali. Nel capitolo XVIII scrive:

Il noce reca molto danno ai campi e alle vigne in cui è piantato, perché è grande ed assorbe tutte le sostanze della terra, che così non riesce a nutrire anche le altre piante; il suo fogliame è così folto che fa un’ombra grande e spessa. Per di più attira i passanti che, per prenderne i frutti rovinano e calpestano tutt’intorno. Queste passioncelle producono danni simili all’anima; l’occupano talmente e condizionano così potentemente i suoi movimenti, che essa non è più disponibile per alcun’altra opera buona; sicché il cuore ne è rovinato e calpestato (..); rubano l’amore e di conseguenza anche il cuore, a Dio, alla moglie, al marito, a chi era dovuto.

Nella Filotea, i “flirts” vengono presentati come qualcosa che distoglie l’anima dal vero amore e dunque dal vero bene e la dirige verso qualcosa di effimero che piace, ma al tempo stesso consuma l’intimo dell’uomo, in virtù della dinamica stessa del desiderio. Lasciato alla sua dinamica spontanea, il desiderio, infatti, rende schiavi dell’impulso immediato.

Incominciamo allora a comprendere perché il desiderio occupa un posto di rilievo nel Decalogo e ancora di più nella Legge nuova di Cristo. Qui si comprende anche l’attenzione che viene data nel Vangelo allo “sguardo” e alla sua valenza morale, in quanto espressione di ciò che l’uomo ha nel suo cuore, ovvero la profondità dell’actus interior.

È da notare che Cristo fa dipendere la valutazione morale del “desiderio” dalla stessa dignità personale dell’uomo e della donna e non solo dal fatto che siano sposate o meno. Lo scopo della Legge è appunto quello di mettere un limite al desiderio muto e cieco, perché esso oscura il rispetto per l’altro e, in realtà, anche per se stessi. Ecco perché il desiderio richiede un’analisi che non sia solo psicologica ma soprattutto etica, e il motivo risiede nel fatto che vi è un valore che viene leso. Secondo la descrizione biblica, infatti, «il desiderio è l’inganno del cuore umano nei confronti della perenne chiamata dell’uomo e della donna (..) alla comunione attraverso un dono reciproco», come scrive Giovanni Paolo II in “Uomo e donna li creò”.

Nella catechesi di Cristo, il “desiderio” non si è ancora trasformato in un’azione esteriore, ancora non è divenuto l’“atto del corpo”: tuttavia, è già in gioco il valore del corpo, in quanto il suo significato sponsale cessa di essere tale proprio a motivo della concupiscenza. L’uomo, “desiderando”, “guardando per desiderare”, sperimenta in modo più o meno esplicito il distacco da quel significato del corpo, che sta alla base della comunione delle persone. Quindi, paradossalmente, vi è un doppio binario, da un lato permettendo al mio cuore di innamorarsi, pur essendo già legato da un vincolo matrimoniale o da una vocazione sacerdotale o religiosa, lo indebolisco perchè lo porto a dividersi, dall’altro non rispetto neanche la persona di cui mi invaghisco, che, in quanto persona merita anch’essa un amore vero, fondato e reale e non di diventare oggetto delle mie fantasie o desideri.

Uso la parola “reale” perché il primo segno della concupiscenza è proprio l’incapacità di vedere l’altro per quello che è, prima di tutto come persona, ovvero quell’essere che richiede di essere amato per se stesso (amor benevolentiae), diventando un oggetto del mio piacere e del mio desiderio; in secondo luogo, perché il primo fraintendimento che ci provocano i sentimenti consiste proprio nel ritenere reale ciò che non lo è. Lo ripeto: il flirt è solo un miraggio. È una “dose” di benessere, «che ti dà la sensazione intensa di sentirti vivo», leggevo proprio ieri su una rivista femminile; non costituisce una vera relazione con l’altro, fatta di impegno e dedizione, crescita personale e di coppia nella durezza della realtà, per imparare ad amare l’altro per se stesso; è piuttosto la ricerca di un’“oasi” che, come tale, non è reale.

L’ambito morale, allora, nel quale siamo soliti considerare l’infedeltà, si amplifica divenendo esistenziale: l’amore è l’atto che realizza nel modo più completo l’esistenza della persona ed è la dimostrazione del grado di perfezione della persona. Infatti, la sua capacità di volere il bene dell’altro suppone una certa volontà di perfezionarlo in quanto persona: «l’amore vero perfeziona l’essere della persona e ne realizza l’esistenza. L’amore falso porta a risultati opposti: è quello che si orienta verso un bene apparente o, nella maggior parte dei casi, verso un bene vero ma in un modo non corrispondente alla natura di quel bene», scrive K.Wojtyla in “Amore e responsabilità”.

Questo, di conseguenza, dimostra quanto ci sia bisogno di scendere in profondità di noi stessi per conoscere il nostro cuore spesso distratto da “altri amori” e per raggiungere, invece, quella “purezza” di cui ci parla il Vangelo (cf. Mt 5, 8). La parola “adulterare”, in effetti, se ci pensiamo, indica modificare la purezza di qualcosa, mescolandola a sostanze di qualità inferiore. Al contrario, la purezza di un materiale è data proprio dalla mancanza di contaminazioni. Si pensi, a un metallo come l’oro, all’aria, all’acqua, ecc. L’accezione morale non è lontana da quella chimica: il cuore puro è tutto d’un pezzo, “indiviso” e quindi fedele.

Sembra un traguardo irraggiungibile: cosa passiamo fare, oltre a chiedere la Grazia di Dio, per arrivare alla “purezza di cuore”? Sicuramente cominciando ad essere coerentemente esigenti verso noi stessi – abolendo la flaccidità del “non è poi così grave!” – allenandoci gioisamente all’autodominio, ovvero quella capacità di dirigersi rettamente verso il vero bene. Come, concretamente? Allontanando con coraggio e fermezza tutto ciò che può “contaminare” la purezza dell’amore che ci lega al coniuge o a Dio. Educando il proprio sguardo oppure evitando le occasioni che possano causare un “cortocircuito” affettivo; ma, ancora di più vigilando sulle proprie emozioni con un “check” up sereno ma attento. Non dobbiamo temere di dire no, se incontrare una certa persona può turbarci, né pensare di offenderla se rifiutiamo un invito a pranzo con lei, ad esempio: in realtà, come abbiamo visto, in questo modo stiamo esprimendo massimo rispetto a lei e anche a noi stessi (per non parlare del coniuge che ci aspetta a casa o di Dio stesso se siamo sacerdoti o suore). Questi incontri, per quanto fugaci – un caffè quanto può durare? – mettono in moto tutto un processo emotivo che precede tale incontro che ci distrae dal vero amore a cui siamo vincolati e che merita tutta la nostra concentrazione e il nostro costante impegno. L’attesa infiamma i nostri sensi e ci fa vivere in una specie di realtà parallela, al pari di una droga. Ed è proprio quella “dose” che l’individuo cerca, in realtà, non la persona reale, ingannando lei e se stessa.

Del resto, «non abbiamo amore a sufficienza nemmeno per ciò che è necessario! Già è molto se ne abbiamo abbastanza per amare Dio; ciononostante, miserabili come siamo, lo disperdiamo e dilapidiamo in cose sciocche, vane e frivole, come se ne avessimo troppo!», afferma Francesco di Sales nel capitolo già citato.

Questo orientamento della volontà e quindi dei sentimenti, viene chiamato da Tommaso “amor benevolentiae”; è l’amore nella sua forma più alta, ed è precisamente la salvezza del desiderio, perché dà priorità al dono e alla ricerca del bene. Umanamente è ciò che si sperimenta come “pace del cuore”- contrapposta alla tipica inquietudine che sperimenta chi vive un “flirt” –  quella tranquillitas ordinis che ricorda l’armonia interiore precedente il peccato originale, quando nell’uomo le facoltà inferiori (passioni) erano sottomesse a quelle superiori (ragione e volontà).

Oggi di queste tre dimensioni dell’essere umano si parla poco; si è persa quella formazione affettiva (cioè dell’affectus), tramite la quale – fin da bambini – la ragione e la volontà imparano a dirigere serenamente le passioni evitandoci, per quanto possibile per la nostra natura ferita, l’instabilità di una vita succube dell’emotività.

Dopo questa veloce riflessione, possiamo dire che sebbene la persona della “cotta”, così come descritta dalla notizia di riferimento, non avesse alcuna intenzione di “tradire” né di arrivare addirittura all’adulterio propriamente detto, tuttavia, questi sentimenti non vanno affatto presi alla leggera e con prudenza vanno allontanati dal proprio cuore, prevenendoli con una formazione solida e costante della volontà, per non rischiare di trovarsi con una bomba in mano davvero difficile da disinnescare.