Video: Paola Bonzi, testimonianza davanti alla Basilica di Santa Chiara ad Assisi

Paola Bonzi con Giovanni Paolo II tratta dal suo profilo Facebook

Paola Bonzi con Giovanni Paolo II tratta dal suo profilo Facebook

 

Oggi, nella giornata in cui facciamo memoria di  Santa Chiara, vogliamo ricordare Paola Bonzi, che è salita al cielo venerdì scorso, con una testimonianza che ha fatto nell’aprile scorso davanti alla Basilica di Santa Chiara ad Assisi, durante la Marcia notturna per la Vita.

Paola Bonzi aveva 76 anni, è morta a Brindisi per l’improvviso aggravarsi di una malattia. Dal 1984 grazie all’aiuto del “suo” Cav sono nati 22.633 bambini.

 




Card. Pell: “abbiamo motivo di essere turbati dall’Instrumentum Laboris del Sinodo amazzonico”

Il cardinale George Pell ha scritto una lettera di ringraziamento ai sostenitori per le loro preghiere, dicendo che è “turbato” dai preparativi per il prossimo sinodo in Amazzonia.

Ce lo spiega Ed Condon in questo articolo sul Catholic News Agency.

Card. George Pell

Card. George Pell

 

Il cardinale George Pell ha scritto una lettera di ringraziamento ai sostenitori per le loro preghiere, dicendo che è “turbato” dai preparativi per il prossimo sinodo in Amazzonia.

Il testo della lettera manoscritta di due pagine – le cui immagini sono state condivise da CNA e confermate da fonti vicine a Pell – è stato distribuito tra un gruppo dei più stretti sostenitori di Pell in Australia.

Nella lettera, datata 1° agosto, scritta dal Melbourne Assessment Prison, il cardinale dice tra l’altro che è stato sostenuto nella sua incarcerazione dalla sua fede e dalle preghiere dei fedeli, e che sta offrendo la sua sofferenza in prigione per il bene della Chiesa.

“La consapevolezza che la mia piccola sofferenza possa essere usata per buoni fini attraverso l’unione alla sofferenza di Gesù mi dà uno scopo e una direzione”, scrive Pell nella lettera. “Le sfide e i problemi della vita ecclesiale devono essere affrontati con lo stesso spirito di fede”.

Pell continua dicendo che “abbiamo motivo di essere turbati dall’Instrumentum Laboris del Sinodo amazzonico”, che è stato pubblicato a giugno in vista della riunione di ottobre.

Quel documento, che è stato fonte di notevoli discussioni e commenti, comprende la discussione sul tema dell’ordinazione dei cosiddetti viri probati, o “uomini di provata fede” sposati, per rispondere alla carenza di vocazioni sacerdotali.

Il documento di lavoro, che chiede “una Chiesa con un volto indigeno”, raccomanda inoltre che il Sinodo identifichi “un ministero ufficiale che possa essere conferito alle donne, tenendo conto del ruolo centrale che svolgono nella chiesa amazzonica”.

“Questo non è il primo documento di scarsa qualità che la segreteria del Sinodo abbia prodotto”, scrive Pell. 

Il cardinale, evidentemente riferendosi al notevole dibattito e alle critiche suscitate dall’agenda proposta dal Sinodo – che ha incluso anche alcuni inviti a modificare la sostanza da usarsi per celebrare la Messa – nota anche che “il cardinale G. Müller, già [prefetto] della Congregazione per la Dottrina della Fede, ha scritto un’ottima critica” (vedi anche qui, e qui). 

“Non sono un esperto della regione”, dice Pell, pur rilevando di aver viaggiato in alcune parti della regione, ma avverte che “come in Amazzonia, molta acqua deve ancora scorrere prima del Sinodo”.

“Un punto è fondamentale, la Tradizione apostolica, l’insegnamento di Gesù e degli Apostoli, tratto dal Nuovo Testamento e insegnato da Papi e concili, dal Magistero, è l’unico criterio dottrinale per ogni insegnamento sulla dottrina e la pratica”.

“Amazzonia o non Amazzonia, in ogni luogo, la Chiesa non può permettere che qualsiasi confusione, e tanto meno qualsiasi insegnamento contrario, danneggi la Tradizione Apostolica”, ha detto.

Il cardinale ha sottolineato la necessità dell’unità negli elementi essenziali dell’insegnamento di Cristo, invocando anche la carità in ogni cosa.

“Dobbiamo sempre ricordare che la Chiesa è una sola, non solo nel senso che le buone famiglie rimangono unite, qualunque siano le loro differenze, ma perché la Chiesa di Cristo si fonda nella Chiesa cattolica, che è il corpo di Cristo”.

Dopo la condanna nel tribunale della contea di Victoria per cinque capi d’accusa per abusi sessuali su minori nel dicembre dello scorso anno, Pell è stato condannato a marzo a sei anni di carcere, di cui deve scontare almeno tre anni e otto mesi.

Esperti legali e commentatori hanno discusso il peso delle prove prodotte contro Pell durante il processo, osservando che la condanna si basa esclusivamente sulla testimonianza di una delle presunte vittime di Pell.

(…) I giudici stanno valutando la loro decisione dall’udienza di giugno. Fonti vicine al caso hanno detto alla CNA che una decisione è attesa entro le prossime due settimane. (…)

 

 




Rimini, monumento a don Luigi Giussani

Il comitato organizzatore formato da Marco Ferrini, Antonio Smurro e Sergio de Sio ha commissionato un monumento alla grande figura di don Luigi Giussani, fondatore di Comunione e Liberazione, del quale è in corso la causa di beatificazione.  Il monumento sarà inaugurato a Rimini. Tale comitato ci ha inviato il seguente comunicato stampa che volentieri pubblico.

Rimini, Monumento a don Giussani

Rimini, Monumento a don Giussani

Enigmatico e umano:

lo schema alla lavagna di don Giussani

irrompe come nuovo “segno” stradale a Rimini

 

Lunedì 19 agosto in zona Palacongressi l’inaugurazione del monumento

alla presenza delle Autorità civili e religiose

 

 

Che cosa sono quelle frecce direzionali con sopra una “X”, che campeggiano nella rotonda che porta al Palacongressi? Se lo stanno domandando molti riminesi e ancor più i turisti provenienti dall’autostrada e diretti al mare, da quando – tra la fine di luglio e l’inizio di agosto – è stato completato un nuovo originale manufatto. Si tratta di una scultura sui generis, commissionata da Marco Ferrini, Antonio Smurro e Sergio de Sio, sostenuta dalla società civile e progettata dall’architetto Marco Benedettini, allo scopo di ricordare una grande figura: don Luigi Giussani, fondatore di Comunione e Liberazione di cui è in corso la causa di beatificazione. L’intenzione è quella di ricordare il sacerdote lombardo non certo in stile formale e celebrativo, bensì in modo da suscitare una domanda, uno stimolo razionale, e proporre la risposta, così come ha sempre fatto “il Giuss” durante la sua vita, incontrando e intessendo legami con intere generazioni di studenti, lavoratori e adulti per annunciare loro Gesù Cristo “presente qui ed ora”.

La scultura, dunque, si è incaricata di un compito ambizioso e non facile: ricostruire uno schema che Giussani era solito tracciare alla lavagna, mentre insegnava al liceo o in università, quando interveniva alle “Scuole di Comunità” (incontri di catechesi che contraddistinguono il metodo educativo da lui stesso ideato) oppure nel corso di conferenze e incontri pubblici in Italia e tanti altri paesi del mondo. Lo schema dell’«enigma come fatto nella traiettoria umana» (si veda la spiegazione analitica nella scheda di approfondimento allegata). L’invenzione grafica di don Giussani, in estrema sintesi, raffigura i termini del rapporto tra l’uomo e Dio lungo la vicenda umana: nello svolgersi della storia, che procede nel suo corso, gli uomini hanno tentato e tentano di immaginare e di stringere rapporto con il “quid” che la ragione stessa – se correttamente aperta alla realtà e non richiusa nella sua misura – riconosce come il proprio destino; tutti questi tentativi, nobili ma insufficienti, vengono superati dalla discesa stessa della “X” nella storia, cioè dalla compromissione di Dio con l’uomo. In poche parole, è un modo per illustrare a un pubblico vasto l’Incarnazione, cioè il dogma centrale della fede cristiana, mediante una suggestiva immagine logico-razionale, adatta allo stile comunicativo tecnico-scientifico che predomina nella cultura odierna.

Lo schema ha fatto il giro del mondo: tanto per avere un’idea, se ne è parlato anche al Palazzo di vetro, quando nel maggio 1999 venne presentato alle Nazioni Unite il libro All’origine della pretesa cristiana, occasione nella quale alcuni autorevoli rappresentanti di altre culture e religioni apprezzarono – pur dal loro diversissimo punto di vista – la dimostrazione giussaniana «che il cristianesimo rappresenta il supremo esempio dell’entrata di Dio nel regno della storia umana»; «mentre Giussani rimane saldamente ancorato a una teologia cristiana, propone strade innovative per darne ragione» (citazioni del rabbino Neil Gillman e dell’ambasciatore dello Stato islamico dell’Afghanistan Razan A.G. Farhadi tratte da A. Savorana, Vita di don Giussani, Milano 2013, pag. 1052).

C’è appena il bisogno di ricordare un tema già noto alla pubblica opinione locale, e cioè il notevole influsso ed impatto della figura di Luigi Giussani nel territorio e fra la popolazione riminese: fin dagli anni Settanta sono stati svolti, soprattutto nel capoluogo ma anche in altre località della provincia, innumerevoli convegni annuali (studenti, lavoratori, adulti) del movimento e della Fraternità laicale da lui guidati, tradizione che continua ancora oggi per decine di migliaia di aderenti; già ben quaranta edizioni del Meeting per l’amicizia fra i popoli – iniziativa nata dai seguaci di Giussani – si sono svolte, per molti anni nella zona della vecchia Fiera–attuale Palacongressi, poi nella Fiera nuova, con la partecipazione di centinaia di migliaia di visitatori; fin dal 1962, dall’incontro con il compianto don Giancarlo Ugolini, il metodo educativo di Giussani ha messo saldamente le radici a Rimini e provincia; del resto fu proprio “viaggiando verso Rimini”, nei primissimi anni Cinquanta – discutendo in treno con un gruppo di studenti liceali e scoprendo “la loro enorme, cosmica e spaventosa ignoranza” del cristianesimo – fu così che nel giovane sacerdote ambrosiano nacque l’intuizione che lo portò da quel momento in poi ad impegnarsi a fondo proprio nell’educazione dei giovani; viaggiando verso Rimini nacque in lui «la voglia che la gente capisca», «non il mio parere o quel che dice il mio partito», ma «ciò per cui il cuore è fatto; che la gente capisca un po’ di più il destino per cui è fatta» (A. Savorana, Vita di don Giussani cit., pag. 146-7); quel destino reso graficamente nella “X” che si cala dentro la traiettoria della storia umana, come tutti possono vedere oggi nel monumento.

 

L’inaugurazione alla presenza delle Autorità civili e religiose è in programma lunedì 19 agosto 2019 alle ore 9 del mattino, al centro della rotatoria fra via Monte Titano, viale Simonini e via della Fiera; rotatoria che – su iniziativa di un comitato di cinque ex sindaci di Rimini – era stata intitolata al nome di Luigi Giussani il 24 agosto 2014.

 

 

Nota tecnica sul monumento

Il basamento e la parete di circa due metri di altezza sono in antiche pietre d’Istria, materiale di recupero da lavori di scavo e di proprietà comunale.

Sui due lati (mare e monte) sono stati apposti gli elementi dello schema grafico in acciaio cor-ten. Illuminazione e verde di decorazione fanno il resto.

Il progetto è stato autorizzato dalla Soprintendenza alle Belle Arti di Ravenna.

La realizzazione è stata a cura del gruppo dei promotori, che si sono fatti carico di tutti gli oneri.

Il manufatto è stato donato al Comune di Rimini.

 

Inaugurazione monumento Giussani - invito

 

APPROFONDIMENTO E DOCUMENTAZIONE

(dal libro All’origine della pretesa cristiana )

 

Capitolo terzo

L’ENIGMA COME FATTO NELLA TRAIETTORIA UMANA

 

Il pretendere una rivelazione riassume la situazione dello spirito umano nel concepire e realizzare il rapporto col divino secondo un’alternativa che questo schema esprime. La linea orizzontale rappresenta la traiettoria della storia umana sopra la quale incombe la presenza di una X : destino, fato, quid ultimo, mistero, « Dio » . L’umanità, in qualunque momento della sua traiettoria storica, teoricamente o praticamente ha cercato di capire il rapporto che intercorreva tra la propria realtà contingente, il proprio punto effimero e il senso ultimo di esso; ha cercato di immaginare e vivere il nesso tra il proprio effimero e l’eterno. Supponiamo ora che l’enigma della X , l’enigmatica presenza che incombe oltre l’orizzonte, senza della quale la ragione non potrebbe essere ragione, poiché essa è affermazione di significato ultimo, penetrasse nel tessuto della storia, entrasse nel flusso del tempo e dello spazio, e con forza espressiva inimmaginabile si incarnasse in un « Fatto » tra noi. Ma che significa « incarnarsi » , in questa ipotesi? Significa supporre che quella X misteriosa sia diventata un fenomeno, un fatto normale rilevabile nella traiettoria storica e agente su di essa.

Questa supposizione corrisponderebbe alla esigenza della rivelazione. La possibilità che il mistero che fa le cose arrivi a implicarsi nella traiettoria storica, coinvolgendosi direttamente e personalmente con l’uomo, sarebbe irrazionale escluderla: abbiamo già visto come per natura nostra non possiamo prescrivere confini al mistero.

Perciò, data la possibilità del fatto e la razionalità dell’ipotesi, che ci resta da fare di fronte a essa? L’unica cosa da fare è domandarsi: è accaduto o no?

[…]

Nell’ipotesi che il mistero sia penetrato nell’esistenza dell’uomo parlandogli in termini umani, il rapporto uomo-destino non sarà più basato su sforzo umano, come costruzione e immaginazione, su uno studio volto a una cosa lontana, enigmatica, tensione di attesa verso un assente. Sarà invece l’imbattersi in un presente. Se Dio avesse manifestato nella storia umana una sua volontà particolare, avesse tracciato una sua strada per raggiungerlo, il problema centrale del fenomeno religioso non sarebbe più il tentativo, che pure esprime la più grande dignità dell’uomo, di «fingersi» il dio: il problema starebbe tutto nel gesto puro della libertà che accetti o rifiuti. Questo è il capovolgimento. Non è più centrale lo sforzo di una intelligenza e di una volontà costruttiva, di una faticata fantasia, di un complicato moralismo: ma la semplicità di un riconoscimento; un atteggiamento analogo a chi, vedendo arrivare un amico, lo individua tra gli altri e lo saluta.

(Luigi Giussani, All’origine della pretesa cristiana: Volume secondo del PerCorso, Milano 2011, pagine 33-35)

 

Spiegazione disegno di don Giussani

Spiegazione disegno di don Giussani




Io ex transgender, dalla mia esperienza, vi spiego i danni della “transizione chirurgica”

Dalla propria esperienza alle esperienze di altri: Walt Heyer, un ex “trans gender” che ha subito su di sé i danni della “transizione chirurgica” senza ricevere l’aiuto psicologico per i problemi che davvero lo affliggevano, racconta la storia di come la chirurgia sia troppo spesso usata come risposta ai disagi psichici. L’approccio “trans-affermativo” sia psicoterapico che medico è praticamente l’unica proposta fatta ai pazienti con disturbi dell’identità di genere e ricalca vecchi errori e crea nuove infelicità.

La traduzione dell’articolo di Walt Heyer è a cura di Annarosa Rossetto.

 

Walt Heyer, ex transgender

Walt Heyer, ex transgender

 

 

La diagnosi di disforia di genere, definita come un conflitto tra il sesso biologico di una persona e quello con cui si identifica, è così generica che può abbracciare una grande varietà di altri disturbi. Ma una volta che gli specialisti “del genere” individuano la diagnosi di disforia di genere, smettono di cercare altro. Se un paziente o un genitore preoccupato rivela qualcosa come un abuso o una malattia mentale che potrebbe essere un fattore scatenante, gli specialisti non lo considerano pertinente. Persino l’abuso di droghe o alcol viene ignorato. Travolti dalla generica diagnosi di disforia di genere, persone innocenti ricevono un trattamento non reversibile, di “affermazione di genere”.

 

Disturbi diversi

 

Riesumando ciò che è stato sepolto sotto la diagnosi di disforia di genere, possiamo formulare una teoria riguardante il motivo per cui così tante persone rimpiangono il cambiamento sessuale e mi contattano per un aiuto per riparare i danni subiti. Forse la disforia di genere in alcuni casi è un sintomo, non una diagnosi, che indica altre patologie che potrebbero beneficiare di un trattamento diverso dagli ormoni e dagli interventi chirurgici di transessualismo.

Le persone in difficoltà per il loro genere di solito cercano aiuto dagli “specialisti di genere” che hanno il paraocchi. Sentono “disagio di genere” e concludono, spesso in fretta, che il trattamento “affermativo trans gender” è l’ unica opzione per ogni paziente. Ma uno sguardo alla varietà di tipi di disagio rispetto al proprio genere – nessuno dei quali trae giovamento da ormoni e interventi chirurgici di “rassegnazione sessaule” – mostra quanto sia errata questa ipotesi.

Il travestitismo, o cross-dressing, è quando a un uomo piace vestirsi con abiti femminili ma non vuole essere una donna e per il resto vive normalmente da maschio. L’ APA non considera il cross-dressing un disturbo di  travestismo fino a quando non è accompagnato da eccitazione sessuale.

Le drag queen , ovvero imitatori di donne, sono maschi e per lo più omosessuali.  Quando si travestono, si presentano come caricature di donne vestite in modo sgargiante.

L’autoginephilia è quando gli uomini sperimentano eccitazione erotica al pensiero o all’immagine di se stessi come donne.

Le patologie psicologiche presenti in quasi il 70% delle persone con disforia di genere includono disturbi d’ansia (disturbo di panico, disturbo d’ansia sociale, disturbo post-traumatico da stress), disturbi dell’umore (depressione maggiore, disturbo bipolare, ecc.), disturbi alimentari (anoressia nervosa, bulimia nervosa, ecc.), disturbi psicotici, disturbi dissociativi e disturbi dell’abuso di sostanze. Il disturbo dissociativo è stato riscontrato nel 29,6% di chi ha disforia di genere e il 45,8% ha avuto un’alta prevalenza di episodi depressivi maggiori nel corso della vita.

La disforia di genere a insorgenza rapida (ROGD , è un fenomeno relativamente recente osservato in adolescenti precedentemente normali, principalmente ragazze, che improvvisamente annunciano il loro desiderio di passare al sesso opposto. Le prime ricerche suggeriscno che potrebbe essere una forma di contagio sociale, provocato dall’angoscia per la pubertà e dall’influenza dei social media e dalle rappresentazioni accattivanti del transgenderismo.

Allora, chi è veramente transgender? Alcuni sostengono che è tutto quanto sopra, ma direi che rimane una domanda aperta senza risposta. Ma una cosa è chiara: i pazienti meritano di ricevere diagnosi migliori e piani di trattamento meno invasivi rispetto al semplice lancio sulla corsia preferenziale per la transizione.

 

Dalla mia casella di posta

 

Le persone mi scrivono chiedendo consigli su come “detransizionare”, cioè smettere di identificarsi come transgender e tornare a vivere secondo il loro sesso biologico. Ognuno di loro, dopo alcune discussioni e riflessioni personali, ha indicato qualcosa nella sua storia, come abusi infantili, traumi, disturbi mentali o problemi familiari, che ha portato ciascuno di loro a voler abbandonare la realtà del proprio sesso e adottare un’identità alternativa. Questi potrebbero essere i casi in cui la disforia di genere è un sintomo, non una diagnosi, e che potrebbero beneficiare di un trattamento diverso dagli ormoni e dagli interventi chirurgici intersessuali.

Ad esempio, una persona che è stata abusata sessualmente potrebbe desiderare di diventare membro del sesso opposto nel tentativo inconscio di proteggersi da ulteriori abusi. Oppure, un adolescente può provare dismorfia corporea – un’ossessione per qualche aspetto del suo aspetto – che porta all’idea scorretta che il suo sesso sia sbagliato e che il corpo debba essere cambiato.

Attraverso la propria esperienza di vita, e sfortunatamente spesso solo con il senno di poi, le persone con rimpianto vedono chiaramente che gli ormoni e gli interventi chirurgici di genere non hanno risolto ciò che li affligge e invece li hanno danneggiati ulteriormente. Questi sono casi in cui i terapeuti si sono precipitati a raccomandare ormoni – potenti farmaci con effetti collaterali conosciuti e sconosciuti – prima di escludere la presenza di altri problemi che rispondono a terapie meno radicali. La maggior parte afferma di desiderare che i “terapisti di genere” avessero affrontato le altre questioni prima di fornire loro una qualche terapia di “affermazione di genere” che alla fine ha fatto più male che bene.

Preferirei vedere un approccio “va piano e guarda più in profondità”, soprattutto per i giovani (i cui genitori devono essere inclusi e non essere esclusi dal processo). Alcuni attivisti trans denigrano questo approccio come “gatekeeping” (“rimanere al cancello” nel senso di perdere tempo, n.d.t.) . Ma la medicina dovrebbe imporre standard e restrizioni per proteggere i pazienti dai danni e lavorare per il loro rifiorire, non semplicemente essere un dispensario per qualunque cosa i pazienti richiedano.

 

Due esempi: Feticismo sessuale e Disturbi psicologici

 

La storia di James Shupe è un esempio di come la generalizzazione della diagnosi di disforia di genere non affronti l’autoginofilia, un feticismo sessuale in cui gli uomini “cross dress” sono attratti sessualmente verso la propria immagine come donna.

Shupe lo spiega in questo modo nel suo articolo sul Daily Signal :

Il dottor Ray Blanchard ha una teoria impopolare che spiega perché qualcuno come me potrebbe essere stato attratto dal transgenderismo. Afferma che ci sono due tipi di donne transgender: omosessuali che sono attratti dagli uomini e uomini che sono attratti dal pensiero o dall’immagine di se stessi come femmine.

È una cosa difficile da ammettere, ma io appartengo a quest’ultimo gruppo. Siamo classificati come autoginephilia.

Dopo aver guardato la pornografia per anni mentre ero nell’esercito ed ero sposato con una donna che resisteva alle mie richieste di diventare la mia donna ideale, sono diventato io quella femmina, invece. Almeno nella mia testa.

Come molti altri che sono arrivati ​​a identificarsi come persone transgender e in seguito si sono pentiti, Shupe da bambino è stato abusato sessualmente ma non è mai stato diagnosticato o trattato correttamente. I terapeuti hanno fallito nell’aiutare Shupe guardando al sintomo senza cercare più in profondità la causa.

Un secondo esempio è Blair Logsdon, la cui storia mostra come la diagnosi generica di disforia di genere ignori i problemi psicologici di base. Nella sua ricerca di sollievo per il suo disturbo di genere, ha chiesto e ottenuto 167 inutili interventi chirurgici di “affermazione di genere” tra il 1987 e il 2005, guadagnandosi un posto nel Guinness dei Primati.

Nel 1987, all’età di 26 anni, Logsdon subì il primo di molti interventi di chirurgia estetica per cambiare il suo aspetto da maschio a trans-femmina. Nel giro di pochi mesi, aveva già dichiarato di essersi pentito profondamente di essere una donna transessuale, ma ha continuato per decenni a chiedere ulteriori interventi, sia femminilizzanti che maschilinizzanti. I dottori e i chirurghi hanno sempre obbedito, fallendo nella loro responsabilità di “prima non nuocere” e hanno tratto profitto dall’esecuzione di 167 interventi chirurgici deturpanti.

 

Contesto storico

 

L’esecuzione di interventi chirurgici per curare i disturbi psicologici non è iniziata con gli interventi di riassegnazione del sesso.

A partire dal 1913, il Dr. Henry Cotton divenne famoso per il trattamento di pazienti psicologicamente in difficoltà con un tipo di chirurgia radicale, sperimentale e irreversibile. Nel periodo precedente alla scoperta di batteri e antibiotici, il Dr. Cotton rimuoveva varie parti del corpo dei pazienti, come denti, colon e persino testicoli per dimostrare la sua teoria che tutte le malattie mentali erano il risultato di infezioni. Quando alcuni pazienti inevitabilmente morivano per le complicazioni del “trattamento” del Dr. Cotton, li conteggiava nella colonna dei successi perché non soffrivano più.

Per decenni, a partire dagli anni ’30, il dott. Walter Freeman e James Watts hanno lasciato il segno nella storia della Medicina trattando i disagi psicologici con la lobotomia frontale, una pratica barbara sperimentale che utilizzava un punteruolo da ghiaccio per disconnettere parti del cervello dei pazienti. Come i pazienti di Cotton, dopo la procedura i pazienti di Freeman “non soffrivano più” ma cambiavano radicalmente.

 

Trattamenti di oggi per la disforia di genere

 

L’idea sbagliata di trattare il disagio psicologico tagliando parti del corpo continua con i cosiddetti trattamenti di “affermazione di genere” (in realtà sono affermazioni transessuali di genere) che rimuovono o aggiungono il seno, rimodellano i genitali e somministrano potenti ormoni “incrociati” per mascolinizzare o femminilizzare l’aspetto fisico , con conseguenze fisiche e psicologiche per tutta la vita per le vittime innocenti.

Per cinquant’anni, l’esperimento di fornire ormoni intersessuali e interventi chirurgici per il trattamento del disturbo di genere ha portato a errori chirurgici, infelicità, rimpianto e suicidi . Un ampio studio in Svezia, una società transgender-affermativa, mostra che il tasso di suicidio per le persone dopo il trattamento transgender-affermativo era diciannove volte quello della popolazione generale.

Negli ultimi dieci anni le persone mi hanno espresso il loro stupore per come questa chirurgia di mutilazione genitale possa persino essere legale. Diversi uomini che mi hanno scritto di recente hanno usato la frase “ferita aperta” per descrivere le loro pseudo-vagine create chirurgicamente.

 

La mia storia

 

La mia posizione su questo argomento è stata plasmata dalla mia esperienza con la disforia di genere prima e dopo un intervento chirurgico di riassegnazione di sesso e da anni di e-mail ricevute da altre persone con simili rimpianti.

Quando il mio terapista di genere, il dottor Paul Walker, mi disse che l’unico trattamento efficace per il mio grave disturbo di genere erano gli ormoni e la chirurgia, ho purtroppo seguito le sue raccomandazioni.

All’inizio ero felice come transessuale, ma nel giro di pochi anni mi sono sentito peggio di prima. I consulenti erano divisi nella loro valutazione. Alcuni dicevano che avevo un disturbo dissociativo mentre altri non erano d’accordo. Indipendentemente dall’etichetta, quello che so è che vivere per otto anni nel personaggio femminile che avevo adottato non aveva risolto i miei problemi, ma invece li aveva aggravati. Ho cominciato ad avere istinti suicidi.

La cosiddetta terapia di “affermazione di genere” mi ha portato quasi a porre fine alla mia vita. Ringrazio Dio di non averlo fatto. Anni di trattamenti strazianti sotto numerosi terapisti, perseguire fedelmente la sobrietà e l’incontro con Gesù Cristo hanno ripristinato la mia salute mentale. Ho fatto una “de-transizione”, mi sono sposato con una (vera) donna e ora racconto la mia storia per mettere in guardia altri. Vivo con le cicatrici e gli effetti di interventi chirurgici non necessari e con conseguenze a lungo termine.

I miei detrattori dicono che non sono mai stato transgender. Dicono che una diagnosi di disturbo dissociativo annulli la mia esperienza. Se questo è il criterio quindi, secondo lo studio citato prima, quasi il 30% della popolazione trans perderebbe la qualifica di transgender. Oltre ad essere intollerante e non compassionevole, tale argomento mira a mettere a tacere chiunque sia stato danneggiato da un trattamento transgender-affermativo. Le persone possono sostenere punti di vista opposti su una questione, ma affermare che l’esperienza di un danno subito da parte di “professionisti di genere” non è valida o è un “discorso d’odio” perché differisce da quella di altri non può trovare posto in una discussione pubblica.

 

Le diagnosi stanno provocando danni alle persone

 

Nel clima odierno, dove i solidi fatti scientifici della pratica medica sono abbandonati a favore del politicamente corretto, persone di tutte le età vengono travolte da diagnosi di disforia di genere e non possono sfuggire all’essere curate in modo improprio con terapie trans gender-affermative.

La diagnosi di disforia di genere pone prematuramente le persone sulla strada della transizione, banalizzando e respingendo altre concause come l’abuso di alcol e droghe, feticismi sessuali e disturbi psicologici coesistenti. Patologizza bambini che sperimentano innocentemente ruoli di genere o che mostrano vari tipi di ansia. Il risultato è un danno fisico e psicologico, infelicità, rimpianto e un significativo aumento dei suicidi.

Come le procedure ormai screditate dei medici Cotton, Watts e Freeman, il “trans-trattamento” che viene oggi idolatrato finirà per avere lo stesso destino delle lobotomie, dell’estrazione dei denti e della rimozione del colon, finiti nel mucchio di vecchi orribili e  sfatati esperimenti perpetrati su persone innocenti facendo loro del male.

Come ho scritto nel mio libro, Paper Genders , tagliare il seno, imbottire i pazienti di ormoni del sesso opposto, rimuovere o rimodellare i genitali maschili, impiantare uno pseudo-pene su una femmina: tutti i trattamenti transgender di oggi sono barbari e dovrebbero essere fermati. Un giorno queste questioni saranno decise in tribunale e si spera che le pratiche dannose vengano limitate, ma “un giorno” è troppo tardi per coloro che vengono irretiti nell’ideologia trans oggi.

L’ondata di chi ha rimpianti sta arrivando. Io la sto già vedendo.