Sono 100 anni che i comunisti si occupano dei figli degli italiani.

Kollontaj

 

 

di Nicola Pasqualato 

 

Sono 100 anni che i comunisti si occupano dei figli degli italiani. Era infatti il 1907 quando San Pio X promulgò l’Enciclica Pascedi Domici Gregis. Il Papa trevigiano profetizzò, e condannò duramente, il male che avrebbero portato le nuove dottrine che si stavano insinuando nella società ai primi del secolo scorso. Queste nuove dottrine iniziavano ad essere mescolate, furbescamente e lentamente alla verità per effetto all’attività dei nuovi pensatori. Questi pensatori iniziarono a contaminare la didattica e la pedagogia con il preciso scopo di soppiantare la regalità sociale di Gesù Cristo, spostando cioè il baricentro educativo progressivamente dalla famiglia come creazione naturale di Dio, all”Uomo fatto da sé, conseguendo così l’effetto della sua decostruzione. Contestualmente al pensiero categorico di Gesù iniziava a farsi strada il Pensiero Politicamente Corretto. Accanto ad espressioni nette e categoriche di Gesù come “…il vostro parlare sì, sì; no, no; il di più viene dal maligno”, iniziavano a prendere piede nuove posizioni possibiliste, concilianti, alternative e relativiste sui diversi temi etici della vita, della morte, dell’amore, del matrimonio e di tanti altri temi. La regalità sociale di Gesù era così minata. Lo stato confessionale, cioè uno stato laico che però privilegiava e tutelava un orizzonte valoriale cristiano, fu messo da parte.

 

In Italia, dell’immediato dopoguerra, nonostante che i totalitarismi sanguinari del ‘900 avessero dimostrato la pericolosità della gestione dell’educazione dei bambini consegnata nelle mani dello Stato, lezione che spinse gli estensori della Dichiarazione dei Diritti Universali dell’uomo a prescrivere, all’art. 26, che la priorità educativa nel genere di educazione da imparire ai figli spetta ai genitori, la scuola, le università, il cinema, la letteratura e la televisione furono largamente, sistematicamente intrise dal pensiero della supremazia dello Stato sulla famiglia rispetto ai figli, sconfessando, di fatto, il precetto. Perche accadde questo? Questo accade perché la rivoluzione Russa era ancora culturalmente viva e vitale anche nel mondo occidentale, e portò i suoi effetti nelle pedagogie del mondo occidentale imponendo il suo principale stigma: la famiglia come male assoluto. Questo concetto fu inizialmente senza dubbio decretato autorevolmente da Alexandra Kollontaj, primo Ministro dell’Educazione e commissario ai

Alexandra Kollontaj e Anghinolfi

Alexandra Kollontaj e Anghinolfi

Servizi sociali del Governo Lenin, la quale scriveva – “Nella Russia sovietica, i commissariati per la pubblica istruzione e per l’assistenza sociale stanno facendo molto per assistere la famiglia. (…) La società comunista considera l’educazione sociale delle nuove generazioni uno dei cardini del nuovo ordine. La vecchia famiglia meschina e circoscritta, dove litigiosi genitori s’interessano solo della loro prole, non è in condizione di allevare l’individuo nuovo”. Saranno i campi da gioco, gli asili, gli istituti e gli altri centri dove il bambino passerà la maggior parte della sua giornata, sotto la supervisione di personale qualificato, ad offrirgli l’ambiente in cui crescere da comunista consapevole, che riconosce il bisogno della solidarietà fra compagni, del reciproco aiuto e della dedizione alla collettività”.

 

Il pedagogista sovietico per eccellenza Anton Semenovic Makarenko scriveva: “Educare l’uomo significa educare in lui le linee di prospettiva sulle quali troverà la sua felicità di domani….Esso consiste nell’organizzare

Anton Makarenko

Anton Makarenko

nuove prospettive, nell’utilizzare quelle già esistenti sostituendole gradualmente con altre di maggior pregio… ma bisogna in ogni caso far nascere e stimolare gradualmente le prospettive di un intero collettivo, fino a portarle a coincidere con le prospettive di tutta l’unione” (Sovietica ndr).

 

La domanda che molte persone oggi si pongono circa i fatti di Bibbiano, cioè perché la sinistra taccia su tutta la linea, trova la sua naturale spiegazione nel fatto che essa si è sempre occupata dei bambini con un approccio anti familistico, pertanto, non trova nulla di singolare od inconsueto nell’allontanamento dei figli dai genitori e nella loro rieducazione lontani dai genitori ad opera del collettivo, se non, forse, nella misura in cui si sia, in qualche caso, ecceduti in alcune procedure, ma nulla di più di questo. A sinistra non può esservi, dunque, piena consapevolezza per riconoscere il male nell’orrore denunciato dagli investigatori della Procura di Reggio, e questo a causa del legame di continuità con le pedagogisti che ispirarono la rivoluzione d’Ottobre. Men che meno, per lo stesso motivo, la sinistra possiede gli strumenti morali per comprendere la portata di quanto accaduto.

Dalla pedagogia russa della Kollontaj del 1919 sembra infatti essere trascorso solo un giorno se si legge il post su facebook di Federica Anghinolfi che scrive, “in questo paese è ancora troppo forte l’idea della famiglia patriarcale padrona dei figli”.

La sinistra insiste da cento anni ad imporre un paradigma educativo eversivo. Ci chiediamo perché l’ideologia marxista sia ancora così forte e diffusa nelle agenzie educative italiane.

Chi ha rinunciato ad educare alla centralità della famiglia? Perché i nipotini di Marx hanno conquistato tutto questo terreno nei Collegi, nelle Università, nella comunicazione e nella formazione, in generale, delle coscienze. 

Ogni bambino nasce in seno alla famiglia, e solo per effetto di un’educazione colpevolmente eversiva diventa di sinistra. Col pretesto della laicità dello stato è stata imposta la dittatura dell’ateismo e della famiglia come luogo del male. Questa sterilizzazione del legame familiare ha portato l’intera società ad essere indifferenti sullo scandalo di Bibbiano. Il collettivo è rappresentato dal sistema ipotizzato dagli inquirenti mentre la famiglia rappresenta il vecchio ed ammuffito luogo di violenze.

Perché oggi, con il dilagare dei progetti gender mascherati da “progetti di educazione all’affettività” e respinti con sempre maggiore forza e consapevolezza da un numero sempre maggiore di genitori, non viene imposto il rispetto dell’enunciato dell’art. 26 della Dichiarazione Universale?

Dobbiamo lasciare ancora in mano a costoro i figli degli italiani? E’ questo che vogliamo? E’ questa strada che intendiamo continuare a percorrere? L’educazione torni ad essere in mano alle famiglie.

La Famiglia torni al centro.




Essere cattolici, oggi– “La fede in Dio è gioia”

Manifestanti al Circo Massimo in occasione del Family Day, Roma, 30 gennaio 2016. ANSA/ANGELO CARCONI

Manifestanti al Circo Massimo in occasione del Family Day, Roma, 30 gennaio 2016. ANSA/ANGELO CARCONI

 

di Gilberto Gobbi

 

“La fede in Dio è gioia”

“Voi siete afflitti, ma la vostra afflizione si cambierà in gioia… Voi ora siete nella tristezza; ma vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà e nessuno vi potrà togliere la vostra gioia” (Gv 16,20-23).

Premessa – L’argomento, così come è stato proposto, esula di norma dalle mie trattazioni. Per anni, su questi argomenti ho preferito riflettere e agire più che parlare.

Di fronte, però, alla bellezza e alla gioia del cristianesimo, alla gioia di essere cristiano-cattolico, ritengo non solo possibile, ma necessario esprimere ciò che penso.

Con ciò mi comprometto, come ho fatto nei vari periodi della mia lunga vita professionale sia nell’insegnamento sia come psicologo/psicoterapeuta.

Vi dirò probabilmente tante cose “ovvie”, scontate, in particolare per chi da anni cerca di vivere la propria fede cattolica con impegno, in tutti gli ambiti della sua vita quotidiana.

Ebbene, da anni sono convinto che occorre ritornare a proporre l’ovvio, l’evidente, a parlare del dato di realtà, a riportare le persone a ragionare con la propria testa, a ricordarci che l’uomo è un essere razionale, non tecnologico, ma razionale e affettivo, e come tale è intenzionale, cioè opera secondo obiettivi, mete da raggiungere, ed è un essere simbolico e come tale capace di scoprire significati e dare significato e senso alla vita propria, cioè dare risposte congrue agli interrogativi della vita. Noi siamo abituati a interrogare la vita, e facciamo fatica a renderci conto che invece è la vita a interrogarci: a noi spetta dare risposte.

Questa breve relazione sarà in parte anche un abbozzo interpretativo della realtà storica, fuori e dentro la Chiesa, e in parte una breve testimonianza di una vita spesa tra famiglia, professione e volontariato.

La gioia della fede – L’argomento è la gioia, non una gioia qualunque, ma quella gioia dovuta e conseguente alla fede in Dio.

Vediamo come nel linguaggio comune, la gioia è associata ad un’emozione, ad uno stato d’animo passeggero. Tuttavia, se approfondiamo e andiamo alla sua lontana etimologia sanscrita constatiamo che il suo significato originario ha un contenuto profondo e misterioso, che rinvia al termine di yuj, tradotto come “unione dell’anima individuale con lo spirito universale”. Ha in sé il senso della sacralità della gioia, che si è perso nel tempo, il legame del terreno con il celeste, dell’uomo con il divino e degli uomini tra loro.

Così, ripristinato il suo senso originario, percepiamo come la gioia investa indirettamente tutti gli aspetti della vita e ci riporti al concetto di “gioia di vivere” come sentimento edificante, avvertito da tutta la coscienza, in quanto coinvolge le dimensioni dell’essere. Da una semplice emozione, essa si trasforma quindi in sentimento, in stato; diventa una manifestazione dell’unione dell’anima individuale con una dimensione superiore. In questo modo la gioia invade tutto l’essere e connette “l’alto” e “il basso”, lo spazio interno e quello esterno, il soggetto e l’oggetto, l’individuo e gli altri.

Per inciso, ritengo necessaria una distinzione semantica tra gioia e felicità (concetti spesso confusi nella loro sinonimia).

La parola felicità, come viene intesa oggi, è per lo più associata al concetto di benessere e, più spesso ancora, ad uno stato di benessere materiale. L’emozione della gioia, invece, è connessa a qualcosa di profondo e trasforma immediatamente il modo di comportarsi di una persona, che è visibile nel cambiamento dell’espressione facciale, che è tra le manifestazioni più facili da decodificare e da riprodurre, come segno della gioia. La gioia inoltre si manifesta attraverso il sorriso e il riso.

Qui, però, stiamo parlando della gioia dovuta alla fede in Dio. Va sempre ricordato che la fede è discendente (va da Dio all’uomo) e come tale è un dono, mentre la religione è ascendente (dall’uomo a Dio), in quanto vi è una predisposizione alla trascendenza, all’apertura a Dio, cioè alla religiosità.

Noi sappiamo che per il cattolico la fede in Dio è una relazione personale con una Persona, il Cristo: è l’incontro con Lui, che è Alfa e Omega della vita gioiosa del cristiano.

Gesù e la gioia – Una breve panoramica e vediamo come Gesù insista molto sulla gioia: “Questo vi ho detto perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena” (Gv 15,11).

Egli prega per i suoi discepoli “perché abbiano in sé stessi la pienezza della sua gioia” (Gv 17,13).

Si premura di assicurarli che la loro tristezza per la sua passione e morte si cambierà in gioia quando lo vedranno resuscitato e glorioso: “Voi siete afflitti, ma la vostra afflizione si cambierà in gioia… Voi ora siete nella tristezza; ma vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà e nessuno vi potrà togliere la vostra gioia” (Gv 16,20-23).

Esorta i suoi a pregare il Padre per provare la gioia di essere esauditi: “Chiedete e otterrete, perché la vostra gioia sia piena” (Gv 16,24).

Gesù si esprime con tenerezza e con forza perché chi lo segue comprenda la proposta di vita cristiana, che passa attraverso la croce e ha come sfondo e traguardo la gioia.

È terribilmente falsa la presentazione del cristianesimo come “nemico della gioia” (A. France) o “maledizione della vita” (Nietzsche).

 

  1. Paolo e la gioia – S. Paolo esorta i cristiani a conservare sempre e ovunque la gioia: “Fratelli miei, state lieti nel Signore” (Fil 3,1); pertanto: “Rallegratevi nel Signore; ve lo ripeto ancora, rallegratevi: la vostra affabilità sia nota a tutti gli uomini” (Fil 4,4-5).

Paolo ci ripete che “Il regno di Dio… è giustizia, pace e gioia nello Spirito Santo” (Rm 14,17).

Quindi l’Apostolo giustifica questa sua insistenza sulla gioia del cristiano appellandosi proprio alla volontà di Dio: “State sempre lieti, pregate incessantemente, in ogni cosa rendete grazie: questa è infatti la volontà di Dio in Cristo Gesù verso di voi” (1Ts 5,18).

Così il cristiano deve essere gioioso perché lo Spirito di Dio produce in lui la gioia: “Il frutto dello Spirito è amore, gioia…” (Gv 5,22).

La gioia di credere – Tutto il nostro essere è fatto per la gioia. La gioia è richiesta dalla stessa natura dell’uomo, è un suo bisogno, è un suo diritto. S. Agostino afferma che “Non si può trovare uno che non voglia essere felice”.

Quel che è vero per ogni uomo lo è a maggior ragione per il cristiano. Egli deve avere la sua tipica gioia dovuta alla fede.

Papa Benedetto XVI ci dice: “La gioia è una forma d’amore”, per cui dove si vuol che cresca la gioia, bisogna seminare amore.

Papa Francesco identifica la gioia del cristiano così: “È nel dono di sé, nell’uscire da sé stessi, che si ha la vera gioia” (…) “Non lasciatevi rubare la speranza. Quella che ci dà Gesù” (Domenica delle Palme 2013).

Paolo VI conferma che “la gioia cristiana suppone un uomo capace di gioie naturali”.

Gilbert Keith Chesterton dice: “La grande gioia non raccoglie boccioli di rosa finché può; i suoi occhi sono fissi sulla rosa immortale descritta da Dante. La grande gioia ha in sé il senso dell’immortalità; lo splendore stesso della giovinezza sta nella sensazione di avere lo spazio necessario per distendere le gambe”.

Il cristiano vive la gioia della Buona Novella, della Salvezza, del rapporto personale con Gesù, il Cristo, Salvatore e Risorto.

Così in Cristo la gioia è il frutto visibile di una fede viva e nella storia dell’uomo diviene il dono che il cristianesimo ha fatto al mondo.

Illuminata dalla parola di Dio e dalla sua grazia, la vita dei cattolici diventa una festa: essi sono davvero la Pasqua del mondo.

Connotazioni del periodo storico – Il cristiano-cattolico vive in questa società, questo è il periodo della vita che gli è stata data e concessa. In questa epoca gioca la sua presenza e testimonianza.

Una prima domanda: che cosa esige la fede cattolica?

  1. Giussani, che aveva capito i segni del tempo, così si esprimeva:

“Il cristianesimo ha un grave difetto (ironia!): esige degli uomini vivi, degli uomini che usano la coscienza, la loro sensibilità e volontà, e che perciò non siano già alienati, incapsulati, incatenati da quella propaganda che è la più grande arma di ogni potere, ora resa irrimediabilmente efficace dalla scaltrezza e sofisticazione quasi infinita degli strumenti di influsso sul pensiero, dei mass media e del resto.[…] Dicevo in classe: ragazzi, Spartaco era uno schiavo e aveva i piedi legati da catene. Però aveva testa e cuore liberi. Adesso noi abbiamo le gambe libere ma la testa e il cuore schiavizzati dalla propaganda che il potere, di qualunque specie esso sia, opera” .

Il quadro della realtà d’oggi è fosco. Questo è il periodo postmoderno, come viene detto, ed è dominato da una antropologia post-ontologica, che si è dimenticato l’essenza della persona, la sua sostanziale realtà.

In sintesi, il periodo è caratterizzato da:

– dittatura del relativismo in ogni ambito, etico, morale, comportamentale, nei confronti della natura in particolare nel campo biologico;

– dominio del desiderio e del piacere individuale come autodeterminazione;

– soggettivismo che diviene negazione della soggettività e della differenziazione;

– possibilismo;

– massificazione e omologazione al pensiero unico;

– estrema scissione tra mente e corpo;

– tendenza ossessiva del prendersi cura del proprio sé, della propria mente e del proprio corpo;

– da una parte negazione della religiosità e dall’altra l’attuazione del sincretismo religioso, fondato su una religione fluida, a propria immagine, adattabile alle proprie esigenze, che comporti la soluzione dei conflitti religiosi.

In pratica: non vi è certezza né dell’oggi né del domani, perché tutto è modificabile e relativo. Un oggi e un domani fluidi. E come tale vanno vissuti dall’uomo postmoderno che si deve adattare a questo nuovo clima.

I fondamenti di questo nuovo umanesimo – transumanesimo – radicano e prosperano in un cambiamento radicale della percezione, che l’uomo ha di sé stesso e del suo relazionarsi con la natura e con il cosmo e della concezione della propria dignità. Sembra esserci la perdita della consapevolezza della propria dignità e dei propri limiti.

Vi è il progetto di una dominazione tecnica della natura. L’uomo moderno è morso dal dubbio su sé stesso, non è più sicuro che Dio gli abbia conferito una dignità superiore a quella degli altri oggetti della natura e quindi rimedia a ciò cercando di dominarla. È la testimonianza di una disperazione rispetto alla realtà dell’uomo, la perdita della fiducia e la ricerca spasmodica di una nuova realtà umana.

La tendenza è verso il miglioramento dell’uomo, della sua realtà psicologica, in modo che non abbia più bisogno della morale. Un uomo virtuoso, senza interrogativi sulla vita, che non abbia più bisogno di Dio. Un uomo senza peccato e senza colpa non ha più bisogno di Dio. Raggiunge l’autosufficienza. L’uomo, nel voler decidere da solo ciò che è bene e ciò che è male, lascia la sapiente guida del Dio che lo ama e, senza rendersene conto, accoglie come consigliere l’astuta serpe!

Scienza e tecnologia – Nel secolo XX era già stata teorizzata con una certa frequenza la previsione della progressiva perdita del fenomeno religioso fino ad ipotizzarne la scomparsa, o quasi. E si era fatta prepotente la possibilità/necessità del sincretismo religioso.

Va riconosciuto che, per un tempo piuttosto lungo, l’ipotesi della perdita religiosa è stata oggetto di dibattito e di prese di posizione, spesso schematiche e troppo semplicistiche, che non hanno permesso di comprendere nella sua reale ampiezza il cambiamento di larghi strati della popolazione nei confronti del cristianesimo.

In alcuni ambienti, però, l’ipotesi della scomparsa della religione è stata letta come l’esito finalmente prossimo di una maturazione della persona e un adattamento più o meno generalizzato alle esigenze di una cultura caratterizzata dal progresso scientifico. Il mancato approfondimento delle motivazioni delle trasformazioni in atto nei confronti della religione ha ulteriormente accentuato l’atteggiamento scientifico-fideista e la tendenza di aderire acriticamente al mito del progresso scientifico e alla contrapposizione irriducibile tra fede religiosa e conoscenza/razionalità. Pertanto, nell’ambito scientifico e razionale, cioè a livello antropologico-culturale e sociologico, il persistere della “domanda religiosa” viene quasi sempre interpretata e quindi valutata come manifestazione di una tendenza regressiva di ampie fasce dell’umanità, cioè il cosiddetto “reflusso religioso a fasi ancestrali.

Contemporaneamente tra gli studiosi delle varie discipline sociali si è diffusa la convinzione che la nostra epoca sia caratterizzata dalla scienza e dalla tecnologia. Di conseguenza, con un diverso grado di consapevolezza, si è anche costituita la mentalità della relativizzazione del concetto di natura e allo stesso tempo la coincidenza del concetto di cultura con quello di tecnologia.

Questi due aspetti hanno un’influenza imprevedibile sull’immaginario umano in vari campi, in particolare su quello etico-valoriale e sulla stessa comprensione dei fenomeni storici passati, in cui il riferimento religioso era profondamente connesso ad una gamma vasta di fenomeni naturali. Il mancato riferimento religioso potrà accentuare lo stato di incertezza sulle proprie radici e sulla propria collocazione nel mondo.

Ne consegue il crollo di una buona parte dell’universo simbolico del passato, in cui il linguaggio privilegiato era caratterizzato dall’esperienza religiosa. Su tale esperienza la persona, fino a pochi decenni fa, cresceva e poneva le basi della propria vita individuale e sociale, perché il concetto di natura aveva un grande potere aggregante e il tempo era commisurato su dimensioni comprensibili da un procedere prevedibile. Ora la persona si vive, suo malgrado, come spettatore, senza un suo specifico potere di intervento, in un orizzonte in cui tutto tende alla dissolvenza. Senza il riferimento religioso, un intero patrimonio artistico, letterario, musicale, architettonico, che ha formato il mondo interno di generazioni, d’improvviso diviene significativo per pochi e comunque in senso totalmente diverso. Per molti è un patrimonio insignificante, da guardare, ma incomprensibile, se non come retaggio d’un passato arcaico. In tale situazione la logica tecnologica ha un peso determinante sui cambiamenti epocali che stiamo vivendo, in particolare sta riducendo sempre di più il valore e il significato della soggettività e, per quanto sembri paradossale, tende a considerare la soggettività più un fattore di disturbo che un valore.

Legittimare l’umano – Rémi Brague, filosofo francese, afferma che “ogni volta che la società ha fatto fuori il divino, l’abbiamo visto tornare sotto la forma di dei poco simpatici; richiedono tutti un sacrificio umano”.

Occorre, pertanto, legittimare l’umano, apportare valide ragioni alla sua sussistenza, per poter continuare ad esistere.

Occorre tornare a parlare di virtù, di comandamenti o più semplicemente di bene. Non siamo noi a far sì che una cosa sia buona. È per questo che oggi occorre riparlare di principi non negoziabili e proporli con forza e convinzione.

Su questo Papa Benedetto è intervenuto con molta chiarezza e fermezza il 30 marzo del 2006: “Per quanto riguarda la Chiesa cattolica, l’interesse principale dei suoi interventi nell’arena pubblica è la tutela e la promozione della dignità della persona e quindi essa richiama consapevolmente una particolare attenzione su principi che non sono negoziabili. Fra questi ultimi, oggi emergono particolarmente i seguenti:

– tutela della vita in tutte le sue fasi, dal primo momento del concepimento fino alla morte naturale;

– riconoscimento e promozione della struttura naturale della famiglia, quale unione fra un uomo e una donna basata sul matrimonio, e sua difesa dai tentativi di renderla giuridicamente equivalente a forme radicalmente diverse di unione che, in realtà, la danneggiano e contribuiscono alla sua destabilizzazione;

– tutela del diritto dei genitori di educare i figli.

Benedetto XVI prosegue con fermezza:

“Questi principi sono iscritti nella natura umana stessa e quindi sono comuni a tutta l’umanità. L’azione della Chiesa nel promuoverli non ha dunque carattere confessionale, ma è rivolta a tutte le persone, prescindendo dalla loro affiliazione religiosa”.

In contrapposizione, l’attuale società, invece, propone:

– eutanasia,

– eugenetica,

– fecondazione eterologa,

– aborto libero,

– gender nelle scuole.

– liberalizzazione delle droghe,

– adozione Gay,

– eliminazione dell’obiezione di coscienza,

– matrimonio gay,

– eliminazione incentivi alle famiglie numerose,

– divorzio lampo.

Domande – Nella mia coscienza di cristiano/cattolico, ed insieme nella mia identità di membro laico della Chiesa cattolica e dello Stato italiano, vi sono delle domande, che urgono dolorosamente una risposta:

– È possibile essere cattolici e vivere appieno il tempo attuale in tutto ciò che offre, o per essere cattolici oggi si deve per forza vivere il presente in modo schizofrenico, rifiutando sin dalle fondamenta la modernità e ciò che ne è conseguito, sognando magari i bei tempi andati?

– Si può essere laici – non laicisti -, cioè senza una radicale antipatia per tutto ciò che sta nelle sfere del sacro e senza dover necessariamente far conseguire a questo aggettivo un’abiura totale della fede cristiano/cattolica?

Identità, stato, fede, libertà, vita, etica, politica, ecc., sono dei termini, ognuno dei quali assume un colore diverso a seconda della lente attraverso cui viene filtrato. Se la lente è tenuta nelle mani di un cattolico trasmette un colore, se tenuta nelle mani di un laico/laicista riflette tutt’altro. La realtà filtrata da queste due identità contrapposte – laici/cattolici o laici/laicisti – non riesce a trovare una sintesi, che accomuni tutti.

Così verifichiamo che la Chiesa cattolica è una delle ultime linee di difesa contro il male, e non si può permettere a una ribellione fuorviata di distruggerla né dall’esterno né dall’interno.

La Chiesa non deve mai sottomettersi o essere assimilata al mondo. Siamo nel mondo ma non del mondo, e dobbiamo tenere gli occhi fissi sulla nostra patria celeste.

Sappiamo che le opere fanno parte della testimonianza della fede.

Tuttavia, vi possono essere dei momenti storici in cui appare come se la Chiesa stia per cedere alle lusinghe del mondo. A ciò è appropriata una metafora.

La metafora dei confini allentati, sguarniti, mal presidiati del campo religioso tradizionale, in cui emerge un’accresciuta libertà degli individui nel “far da sé” in campo etico e spirituale, permette di rendersi conto di come gli sconfinamenti siano resi più facili, la curiosità nei confronti del mistero possa orientarsi verso più direzioni, la stanchezza nei confronti della fede tradizionale possa trovare sollievo nella via a fianco della propria parrocchia dove un guru o un centro di meditazione aprono i battenti che sembrano poter scardinare il cuore più della routinizzata messa domenicale, o all’interno dei centri commerciali.

Tutte le persone intelligenti nei media, negli ambienti governativi e in quelli accademici, che ci incoraggiano ad abbracciare aborto, contraccezione, eutanasia e matrimonio omosessuale, non possono sbagliarsi. In fondo, tutti sanno che idee nuove e fresche devono chiaramente prevalere su due millenni di oscurantismo dovuto agli insegnamenti della Chiesa.

È alla luce del sole come la società civile stia proseguendo nella sua campagna di destabilizzazione e di negazione della Chiesa Cattolica. La società attuale ha fatto suo il pensiero di Feuerbach:

«L’uomo sarà felice solo quando avrà finalmente ucciso quel Cristianesimo che gli impedisce di essere uomo. Ma non sarà attraverso una persecuzione che si ucciderà il Cristianesimo, ché semmai la persecuzione lo alimenta e lo rafforza. Sarà attraverso l’irreversibile trasformazione interna del Cristianesimo in umanesimo ateo con l’aiuto degli stessi cristiani, guidati da un concetto di carità che nulla avrà a che fare con il Vangelo» .

Molti si sono lasciati ingannare dalla bugia che ci sta propinando il mondo, per la quale dovremmo ribellarci all’autorità della Chiesa e del papa decidendo da noi quali insegnamenti seguire e quali non seguire.

Se sentiamo la necessità di essere ribelli, perché non convogliare questa energia in una direzione più positiva, una direzione che guidi al Cielo? Se vogliamo essere ribelli, ribelliamoci contro il mondo e abbracciamo la via verso il Cielo che passa per la Chiesa Cattolica.

Tipologia

Il cattolico, in quanto tale, ha una sua visibilità e deve essere cosciente di una evidente realtà: che in questo tipo di società, l’essere cattolico, testimone del messaggio di un Crocifisso, significa appartenere ad una minoranza, non solo, ma essere esposto a persecuzione. È un dato di realtà.

Se analizziamo la situazione dei credenti, che si dicono cattolici, verifichiamo che vi sono varie categorie, che mi permetto di sintetizzare nelle seguenti:

1- Una prima categoria: il cattolico emancipato e adulto. È il cattolico moderno, che si ritiene capacissimo di decidere da sé ciò che è morale e giusto. Vive una schizofrenia tra la fede personale e la testimonianza, l’educazione e l’esperienza concreta della vita, cioè vive una profonda ambivalenza tra appartenenza ed identità cattolica. Di fronte ai principi non negoziabili, ha una sua ben precisa concezione, che esprime senza remore:

– “In coscienza non posso non votare a favore dell’aborto…, perché…”

– “Chi sei tu per giudicarmi e giudicare? Le persone sono libere di decidere la loro vita…”

– “Personalmente non negherei mai la libertà a nessuno… di…

– “La laicità dello stato esige che…”

Si potrebbe continuare. È da anni e anni che si sentono ripetere queste affermazioni.

Ritengo che l’apatia e il relativismo morale crescenti, fortemente influenzati da una cultura imbevuta di materialismo senza limiti morali, abbiano spinto vari credenti verso il grave pericolo dell’apostasia. Sono cristiani che, anziché vivere religiosamente nel mondo, finiscono per vivere mondanamente nella religione (ben impastoiati nelle strutture visibili della religione, perché da quella mica si distaccano, anzi), praticano una pericolosa dicotomia: credente nel privato, agnostico nel politico

2) Il cattolico che vive un complesso persecutorio, soggetto ad una specie di psicopatologia paranoica, caratterizzata dai seguenti atteggiamenti:

– la religione viene vissuta come puro fatto personale;

– la prudenza e la circospezione connotano il suo comportamento: non ci si deve esporre, perché si diviene causa di reazioni inconsulte, mai provocare perché ciò comporta eventuale persecuzione, si è presi di mira;

– caratteristiche: fuga nell’intimo; indifferenza e lamentale di fronte alla vita sociale; paura della visibilità; rifiuto del coinvolgimento; chiusura nelle sacrestie (nascondimento – catacombe);

– molta prudenza: perché si tiene famiglia, ecc. ecc.

– costanti lamentele per la situazione precaria dell’essere cristiani.

3) Il cattolico che vive e testimonia la propria fede con semplicità. Gli atteggiamenti possibili:

– impegnato in vari ambiti a vivere e a dare testimonianza della vita di fede;

– impegnato nella conoscenza e nell’approfondimento della propria fede (per formarsi sempre di più una “coscienza illuminata”, come ricordava da Paolo VI);

– preghiera, Sacramenti e Verità rivelate sono il suo alimento quotidiano;

– disponibile a pagar in prima persona per la propria fede;

– impegnato su fronti diversi, mai disponibile al compromesso di fronte ai principi non negoziabili. Peer questo l’attuale vescovo di Trieste, monsignor Crepaldi, in una sua omelia diceva: “Ecco perché il laicato va formato, affinché abbia quei criteri per giudicare la realtà senza lasciarsi dettare i tempi e i modi da altri.”

Una breve annotazione: alle persone, che vivono la propria fede con coerenza, da parte della nuova psicologia e psichiatria, sotto l’aspetto psicologico, viene attribuita una personalità con caratteristiche di conservatorismo, autoritarismo, tendenza ai pregiudizi, lasciando impregiudicato che si tratti di conseguenze o fattori predisponenti. Il conferimento di omofobia è solo uno degli aspetti attribuiti dall’attuale società.

Come essere un vero cattolico – Il noto teologo Hans Küng, che non è in odore di completa ortodossia, nel 2006 ha cercato di dare risposta alla domanda “Che cosa significa essere cristiano?”, attraverso una serie di tesi/enunciazioni, pubblicate in tedesco il 23 luglio 2005 e tradotte in italiano in Regno/Documenti, 7-2006, p. 263 /272.

Nella prima enunciazione afferma: “Cristiano è solo chi cerca di vivere la propria umanità, socialità e religiosità a partire da Cristo. Chiaro e tondo: cristiano non è quindi semplicemente chi cerca di vivere in modo umano o anche sociale e magari religioso”.

Nella terza tesi continua: “Essere cristiano significa vivere, agire, soffrire e morire in modo veramente umano nel mondo di oggi alla sequela di Gesù Cristo”. Pertanto “L’elemento distintivo dell’agire cristiano è la sequela di Cristo”.

Non solo, perché nella tesi 18 afferma: “Anche per la Chiesa Gesù deve restare normativo in ogni cosa”. A questo proposito Hans Küng aggiunge un altro elemento indispensabile: l’accettazione della Chiesa, che ha come sua missione quella di custodire il messaggio del Fondatore e trasmetterlo integralmente, senza adulterazioni.

A questo riguardo Benedetto XVI si è espresso con la sua solita chiarezza:

“Fra Cristo e la Chiesa non c’è alcuna contrapposizione: sono inseparabili, nonostante i peccati degli uomini che compongono la Chiesa. È pertanto del tutto inconciliabile con l’intenzione di Cristo uno slogan di moda: “Cristo sì, Chiesa no”. Questo Gesù individualistico scelto è un Gesù di fantasia. Non possiamo avere Gesù senza la realtà che Egli ha creato e nella quale si comunica. Tra il Figlio di Dio fatto carne e la sua Chiesa v’è una profonda, inscindibile e misteriosa continuità”.

Come è evidente, per Kung vi sono alcuni elementi indispensabili senza i quali non è possibile considerarsi cristiani/cattolici: Cristo come punto di riferimento assoluto non Cristo come ‘ornamento’, come ‘distintivo’, del quale ci si fa belli, ma come ‘sequela’, ‘imitazione’. Solo quando il cristiano fa propria l’impostazione della vita, che Cristo ha presentato nelle sue varie sfaccettature: individuale, sociale, familiare, politica, solo allora quell’individuo può dirsi ‘cristiano’, seguace di Cristo.

Il pensiero di S. Paolo: “Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù” (Fil., II, 5).

Non è facile essere cattolici.

Breve conclusione – “I cristiani in ogni continente sono i portatori non solo di scienza e tecnica, di sviluppo e di principi democratici, ma soprattutto del principio di dignità umana – che è sacra e inviolabile – perché considerano l’uomo come figlio di Dio. E ogni figlio di Dio è sempre un fine e mai può essere un mezzo per realizzare una politica o un’ideologia: sta proprio qui la potenza messianica dei martiri cristiani, che costruiscono il regno dei cieli cominciando già sulla terra, e non lo fanno con le armi ma con la loro disarmata testimonianza. I martiri dell’ultimo secolo si manifestano al mondo come agli inizi del Cristianesimo: segno di speranza e voce che si alza a favore dei poveri e delle vittime dell’ingiustizia” .

Non posso se non terminare con l’invito di Papa Benedetto fatta ai giovani alla GMG del 2011:

“In questa veglia di preghiera, vi invito a chiedere a Dio che vi aiuti a riscoprire la vostra vocazione nella società e nella Chiesa e a perseverare in essa con allegria e fedeltà. Vale la pena accogliere nel nostro intimo la chiamata di Cristo e a seguire con coraggio e generosità il cammino che ci propone”.




Correggere padre James Martin s.j…..di nuovo!

Torniamo a parlare di p. James Martin. Questa volta con l’articolo di p. Fr. Dwight Longenecker un sacerdote statunitense, che dopo aver studiato Teologia in Inghilterra, era stato ordinato sacerdote nella confessione Anglicana. In seguito alla sua conversione alla Chiesa Cattolica nel 1995 è tornato negli Stati Uniti e ammesso al sacerdozio cattolico.  L’articolo è a proposito di una polemica in corso negli Stati Uniti che molto rivela degli errori dottrinali e pastorali del Gesuita di cui abbiamo spesso parlato, ad esempio qui, qui, qui e qui.

Padre James Martin, gesuita

Padre James Martin, gesuita

“Jim l’ambiguo” ci riprova con la sua solita miscela di mezze verità, sentimentalismo subdolo e infida segnalazione della virtù.

In un lungo thread su Twitter aveva piagnucolato per il trattamento da parte del vescovo verso una scuola superiore cattolica sul licenziamento di un insegnante che aveva contratto un matrimonio omosessuale. Consentitemi di dire innanzitutto che questo post  non  riguarda in particolare il problema LGBT o l’omosessualità. Non ho opinioni personali su questo a parte l’insegnamento della Sacra Scrittura e il Catechismo della Chiesa Cattolica.

Ma padre Jim sì. Tweets: (per comodità di lettura mettiamo il post su Facebook, n.d.t.)

 

(Trad: L ‘ Arcivescovo di Indianapolis ha negato la richiesta di un liceo gesuita di tenere la loro tradizionale “Messa dello Spirito Santo” per iniziare l’anno scolastico. Perché? Perché la scuola si è rifiutata di licenziare un insegnante gay che si era sposato civilmente.

In altre parole, l’Arcivescovo nega l’Eucaristia agli studenti delle scuole superiori in quella scuola all’inizio del loro anno scolastico. In altre parole, sta evitando ai preti “in piena regola” e in piena regola di celebrare una Messa per i giovani. La scuola gesuita Brebeuf ha fatto un ricorso alla Congregazione per l’educazione cattolica del Vaticano.

Per contestualizzare, l’Arcidiocesi aveva detto in precedenza che sia la vita privata che quella professionale dei dipendenti della scuola devono “trasmettere” e “sostenere” l’insegnamento cattolico. Ma non richiede che le scuole licenzino i cattolici che sono divorziati e risposati senza annullamento, che utilizzano il controllo delle nascita, che utilizzano la Fivet, o che non partecipano alla Messa tutte le domeniche (tutte cose contro l’insegnamento cattolico). Né richiede che le scuole licenzino i dipendenti protestanti, ebrei o agnostici (le cui vite non “sostengono” l’insegnamento cattolico). Non chiede loro di licenziare gli insegnanti che non donano ai poveri (contro il Vangelo, che è il cuore dell’insegnamento cattolico).

Gli unici dipendenti le cui vite sono poste sotto un microscopio morale sono le persone LGBT. Questo è chiaramente discriminatorio. Negare l’Eucaristia agli scolari per questo motivo non fa altro che peggiorare la situazione.

Dichiarazione di William Verbryke, SJ, il presidente della scuola: https://brebeuf.org/update-from-brebeuf-jesuit-president-fr-bill-verbryke-s-j/

NB: L’Arcivescovo permette di celebrare la Messa giornaliera delle 7:45 AM (tipicamente, nelle scuole superiori per un numero ridotto di ragazzi, anche se tutti gli studenti e la facoltà sono invitati) ma non per la tradizionale “Messa dello Spirito Santo,” dove l’intero corpo studenti e la facoltà sono presenti. Il che rende la logica della faccenda ancora più inspiegabile.)

 

Ancora una volta fendiamo la nebbia del sentimentalismo di “Jim l’ambiguo” e la deliberata confusione sulle questioni. P. Jim sottolinea l’ipocrisia di molti cattolici. Saltano la Messa, non donano ai poveri, sono divorziati risposati, usano il controllo delle nascite, insegnano in una scuola cattolica, oppure sono protestanti o ebrei.

Dice che il trattamento verso le persone LGBT che sono le uniche messe sotto un “microscopio morale”.  No. Non è vero. Le persone LGBT non vengono poste al microscopio morale più di altri dipendenti. Non è il fatto che siano LGBT o addirittura che possano essere attivamente LGBT.

Il problema è che si sono sposati.

Che cos’è il matrimonio? È un’azione pubblica e formale che porta a una condizione permanente. Ti sposi e rimani sposato per tutta la vita. Questo è il matrimonio. Secondo l’insegnamento cattolico il matrimonio è un sacramento che può essere contratto solo tra un uomo e una donna. Pertanto un matrimonio omosessuale è una rinuncia formale, pubblica e permanente alla vita e all’insegnamento cattolici.

Inoltre, poiché il matrimonio è un sacramento, un matrimonio omosessuale per un cattolico è una profanazione del sacramento tanto quanto lo è calpestare l’ostia consacrata, urinare nel fonte battesimale o profanare il confessionale.

E quella profanazione del sacramento è un’azione pubblica e formale.

Questo non rientra, quindi, nella stessa categoria del saltare la Messa, non dare soldi ai poveri, usare la contraccezione o la fecondazione in vitro o essere sposati dopo un divorzio senza annullamento.

Un matrimonio omosessuale è, per sua stessa natura, non solo una profanazione del sacramento e un ripudio pubblico della fede cattolica, ma è anche permanente e irrimediabile. Cioè, la condizione non può essere modificata. Tutti gli altri peccati possono essere modificati. Puoi confessare di saltare la Messa e iniziare ad andare a Messa. Puoi smettere di usare i contraccettivi. Se sei ebreo o protestante potresti convertirti. Puoi confessare l’uso della fecondazione in vitro e non farlo di nuovo. Se sei divorziato e risposato c’è la possibilità che tu possa ottenere un decreto di nullità e regolarizzare il tuo matrimonio, e se ciò non è possibile potresti vivere insieme come fratello e sorella senza peccato.

Ma un matrimonio omosessuale è, per sua natura, un ripudio pubblico permanente non solo del sacramento del matrimonio, ma anche della fede cattolica. L’unico modo per rimediare sarebbe che la coppia dello stesso sesso divorziasse e vivesse una vita casta.

Il problema più grande qui non è solo il falso insegnamento di “Jim l’ambiguo”, ma il fatto che deve  sapere  che sta fuorviando i fedeli. È un gesuita. Dovrebbero essere tra i più brillanti e i migliori, giusto? Sono quelli con la formazione e l’istruzione cattoliche superiori, giusto?

Pertanto, dobbiamo presumere che padre Martin sappia esattamente cosa sta facendo non solo per normalizzare questo comportamento, ma anche per incoraggiare la profanazione di un sacramento della Chiesa cattolica di cui (ci ricorda costantemente) è un “sacerdote in piena regola”.

Quale altro “sacerdote in piena regola” può cavarsela nel difendere pubblicamente, ripetutamente e rumorosamente la profanazione di un sacramento della chiesa e nell’attaccare un vescovo che cerca di definire e difendere la fede? Un altro qualunque sacerdote sarebbe autorizzato a difendere pubblicamente la profanazione di un sacramento in questo modo?

Facciamo conto che il sacramento in questione non sia il sacramento del matrimonio, ma il sacramento della confessione. Facciamo conto che per ragioni sentimentali e “pastorali” un prete abbia fatto sesso con una penitente nel confessionale.  Immaginiamo ora che un altro prete difenda quel prete e blateri una montagna di assurdità sentimentali su come il prete fosse “pastorale” e sapesse che la donna in questione “aveva bisogno di amore genuino” e come il prete abbia “offerto cura e attenzione verso la donna e come stesse costruendo ponti per le donne bisognose nella parrocchia”.

E che quel prete che ha difeso la profanazione del sacramento continui a lamentarsi innocentemente “Ma io sono un prete in piena regola! Sono un prete in piena regola! Sono un prete in piena regola! ”

Tutti gli suggerirebbero di sentirsi in colpa piuttosto che di sentirsi in regola.