Non è Salvini

In questi giorni sta divampando la polemica sui politici, es. Salvini, ed il riferimento a Dio ed alla religione da loro fatto. A tal proposito, riprendo questo articolo del dott. Domenico Airoma, Procuratore aggiunto presso il tribunale di Napoli Nord, e Vice Presidente Centro Studi “Rosario Livatino”. È un intervento che mette in evidenza qualcosa di più profondo che la semplice e spicciola polemica del politico di turno che nomina Dio.

Matteo Salvini

Matteo Salvini

 


No, non è Matteo Salvini il problema. Salvini, in realtà, ha solo fatto venir fuori una questione molto più seria, che riguarda il rapporto fra religione e politica.

Se è vero che «Dio è di tutti», come ha ammonito il cardinale Pietro Parolin, è anche vero che non tutti gli uomini politici intendono essere di Dio; anzi, gli uomini che hanno patito i campi di concentramento nazionalsocialisti ed il GuLag comunista, così come oggi il povero Vincent Lambert in Francia, non sono altro che le icone sanguinanti di un Cesare che si è fatto Dio. Ed è altrettanto vero che ancor meno sono gli uomini politici che confessano pubblicamente di non estromettere Dio e i Suoi diritti dall’orizzonte del bene comune. Sicché quando il nome di Dio viene evocato da un uomo politico, il clamore è inevitabile e il sospetto che quel nome sia stato pronunziato invano altrettanto legittimo.

Invocare Dio da parte di chi è chiamato a governare «è sempre molto pericoloso», dice ancora una volta il cardinale Parolin. Ma perché? Che succede quando un uomo politico dichiara pubblicamente di tenere in conto Dio nell’esercizio delle proprie funzioni?

Il Catechismo della Chiesa Cattolica, al n. 2147, è molto chiaro: «Le promesse fatte ad altri nel nome di Dio impegnano l’onore, la fedeltà, la veracità e l’autorità divine. Esse devono essere mantenute, per giustizia. Essere infedeli a queste promesse equivale ad abusare del nome di Dio e, in qualche modo, a fare di Dio un bugiardo». Insomma, se è vero che la gravità di una promessa si misura dal soggetto che la subisce, altrettanto può dirsi per una promessa non mantenuta quando viene fatta a Dio. Il quale non si lascia ingannare, magari pensando che basti istituire un ministero per la Famiglia, e dinanzi al quale è difficile giustificarsi appellandosi al “contratto di governo”.

Ma la questione, come detto, è molto più seria. E non a caso divide i cattolici e non solo. Perché non è solo la politica partitica che divide. Ciò che divide è il fine della politica e, quindi, il fine del governo della cosa pubblica. Perché se davvero Dio deve essere di tutti, allora la questione è come rispettare il piano di Dio sugli uomini, cioè fare in modo che le istituzioni rispettino, innanzitutto, la legge che è scritta nel cuore degli uomini.

«Non si tratta di per sé di imporre particolari “valori confessionali”, ma di concorrere alla tutela di un bene comune che non perda di vista il riferimento vincolante della ‘sfera pubblica’ alla verità della persona e alla dignità della convivenza umana», come ha ricordato la Commissione Teologica Internazionale nel recente documento La libertà religiosa per il bene di tutti, approvato da Papa Francesco. Ed è proprio questo che divide: prendere atto che la modernità ideologica ha fallito pretendendo di costruire un mondo contro Dio che è finito che ritorcersi contro l’uomo, oppure continuare a flirtare con questo mondo, illudendosi – i cristiani in primis ‒ di potersi concepire «come membri di una “società neutrale” che, nei principi e nei fatti, non lo è», avverte ancora la Commissione Teologica.

In definitiva, la questione è se il fine della politica, e del cristiano in politica, sia la civiltà cristiana oppure un filantropismo annacquato, che può servire, forse, per fare propaganda per l’otto per mille. Che però non convince. Non scalda i cuori. Non spinge a costruire cattedrali.

 

Fonte: Alleanza Cattolica




Card. Sarah: Benedetto XVI, “Le sue parole ci confortano e ci rassicurano”. Lei è un testimone, un “martire” della verità”.

Notevole riflessione del card. Robert Sarah sugli “appunti” di Benedetto XVI sulla crisi degli abusi sessuali nella Chiesa. Intervento in francese tradotto in inglese da Edward Pentin.

Eccolo nella mia traduzione.

Card. Robert Sarah e Il Papa Emerito Benedetto XVI

Card. Robert Sarah e Il Papa Emerito Benedetto XVI

 

Il cardinale Robert Sarah ha elogiato i recenti “appunti” del Papa emerito Benedetto XVI sulla crisi degli abusi sessuali del clero, affermando che essi si sono “dimostrati essere una vera fonte di luce nella notte della fede che tocca tutta la Chiesa”.

Il cardinale, che avrebbe dovuto discutere il suo nuovo libro Le soir approche et déjà le jour baisse in un incontro del 14 maggio a Roma, ha invece sorpreso l’uditorio di intellettuali francesi invitati e diplomatici vaticani dedicando interamente il suo intervento alle riflessioni di Benedetto.

Benedetto aveva scritto le note in coincidenza con il vertice dei vescovi vaticani del 21-24 febbraio sulla protezione dei minori nella Chiesa.

Nel suo intervento, pubblicato in versione integrale in francese dal giornalista vaticanista veterano Sandro Magister, il cardinale Sarah ha detto che Benedetto è un “martire della Verità” che vede “correttamente” la crisi. Le sue riflessioni hanno potuto toccare il “cuore più profondo” della crisi, ha detto, ma le reazioni ad esse hanno “a volte rasentato l’isteria intellettuale” e il cardinale Sarah ha detto di essere “colpito dalla miseria e dalla stupidità di diversi commenti”.

Il prefetto guineano della Congregazione per il culto divino ha iniziato il suo intervento sottolineando che Benedetto XVI ha “brillantemente illustrato, esposto e mostrato” le “idee fondamentali” che egli stesso ha analizzato nel suo nuovo libro: le crisi della fede, il sacerdozio, la Chiesa, l’antropologia cristiana, così come “il crollo spirituale e la decadenza morale dell’Occidente e tutte le conseguenze”.

Riassumendo la tesi di Benedetto in una citazione del testo, ha detto il cardinale Sarah: “Perché la pedofilia ha raggiunto tali proporzioni? In ultima analisi, la ragione è l’assenza di Dio”. Questo è il “principio architettonico” di tutta la riflessione di Benedetto, ha detto il cardinale, che spesso è tornato a sottolineare questo punto.

“La spaventosa moltiplicazione degli abusi ha una sola e unica causa ultima: l’assenza di Dio”, ha detto, aggiungendo un’altra citazione di Benedetto che “solo dove la fede non determina più le azioni dell’uomo sono possibili tali crimini”.

La crisi dell’abuso sessuale è “sintomo di una crisi più profonda: la crisi della fede, la crisi del senso di Dio”, ha proseguito il cardinale Sarah, aggiungendo che Benedetto ha voluto indicare qualcosa di “molto più profondo e radicale” della semplice deviazione dottrinale come causa.

Ha continuato dicendo che “da nessuna parte Benedetto afferma che l’omosessualità è causa di abusi”, ma allo stesso tempo il cardinale ha attirato l’attenzione su studi che mostrano la “tragica estensione tra il clero delle pratiche omosessuali” o atti “semplicemente contrari alla castità” – una “manifestazione dolorosa” di un clima dove c’è “assenza di Dio e perdita di fede”.

Si è preso il compito di chiarire a coloro che hanno accusato Benedetto di “ignoranza storica” poiché egli aveva suggerito di aver imputato la crisi alla rivoluzione sessuale del 1968. La crisi è iniziata prima di questo, ha detto, e “naturalmente Benedetto lo sa bene”. Il suo riferimento alla rivoluzione era “proprio per dimostrare che la morale della crisi del 1968 era già di per sé una manifestazione e sintomo della crisi della fede e non una causa ultima”.

Riflettendo su come Benedetto ha mostrato come si è generata questa crisi di fede, ha detto che essa comporta, in primo luogo, “il completo abbandono della legge naturale come fondamento della morale”.

Questo ha portato alla “seconda fase”, che è stata una questione di teologia morale “definita esclusivamente ai fini dell’azione umana”, dove “nulla è fondamentalmente sbagliato” e ci sono “solo giudizi di valore relativo”.

Il terzo passo è stato quello di affermare che il magistero della Chiesa potrebbe insegnare infallibilmente solo in materia di fede e non di morale. Benedetto afferma che esiste un “insieme minimo di valori morali” che sono “indissolubilmente legati al principio fondamentale della fede”, ha detto, e che rifiutando il magistero morale, “togliamo dalla fede ogni legame con la vita concreta”.

Vivere come se Dio fosse assente ha lasciato la persona umana “disperatamente sola” con le sue “intenzioni soggettive e la sua coscienza solitaria”, ha osservato il cardinale Sarah. La morale si riduce alle sole “motivazioni e intenzioni” del soggetto umano. Il rifiuto della legge naturale “porta inevitabilmente al rifiuto della nozione” di moralità oggettiva e, di conseguenza, “non ci sono più atti oggettivamente e intrinsecamente sbagliati”, ha osservato.

Papa San Giovanni Paolo II ha cercato di combattere questa tendenza con la sua enciclica Veritatis Splendor del 1993, e riassumendo ancora una volta la posizione di Benedetto XVI, il Cardinale Sarah ha detto che “se nessun valore è così oggettivo da morire per esso, è perché Dio stesso non è più una realtà oggettiva che vale il martirio”.

Al centro della “crisi della teologia morale” vi è quindi un “rifiuto dell’assoluto divino”, ha detto il cardinale – cosa che ha racchiuso in un’altra citazione, questa volta presa dallo scrittore russo Dostoevskij: “Se Dio non esiste, tutto è lecito!”

Ad esempio, il cardinale Sarah ha sottolineato che “l’ideologia del 1968 ha talvolta cercato di rendere legittima la pedofilia” perché se un atto morale dipende solo dalle “intenzioni e dalle circostanze, allora nulla è definitivamente impossibile” o “radicalmente contrario alla dignità umana”.

“È l’atmosfera morale di rifiuto di Dio, il clima spirituale di rifiuto dell’oggettività divina, che rende possibile la proliferazione degli abusi sui minori e la banalizzazione degli atti contrari alla castità tra i chierici”, ha affermato il cardinale Sarah. E citando Benedetto, ha detto in un mondo dove le norme del bene e del male non esistono più, “allora il potere è l’unico principio” e “la verità non conta”.

È ritornato all’analisi di Benedetto sulle conseguenze di questa crisi di fede sulla Chiesa, e in particolare sui sacerdoti che sono “i primi ad essere colpiti dalla crisi di fede”. Ha ricordato l’osservazione del Papa emerito sui seminari “trasformati in luoghi secolarizzati”, dove “cricche omosessuali” hanno potuto fiorire. Ancora una volta, ha detto che questa era “non tanto la causa” dell’abuso quanto “il segno della dimenticanza di Dio” che era “già ampiamente affermata”.

La “cosa più grave”, ha detto, è che di fronte a questo degrado, gli educatori “non hanno detto nulla, o hanno volontariamente promosso la concezione orizzontale e mondana del sacerdozio”. Ha detto che è “impressionante” vedere l’oggettività di Dio “eclissata da una forma di religione della soggettività umana”, e che “l’autoreferenzialità” ha avuto l’effetto di negare il “riferimento a Dio”.

Dimenticando Dio si “apre la porta a tutti gli abusi”, ha detto il cardinale Sarah, aggiungendo che “purtroppo ci sono sacerdoti che, praticamente, non credono più, pregano pochissimo, non vivono più i sacramenti come dimensione vitale del loro sacerdozio”.

“Sono diventati tiepidi e quasi atei”, ha detto.

La Chiesa non dovrebbe quindi stupirsi degli abusi, ha detto. “Se Dio non esiste, tutto è permesso! Se Dio non esiste in termini concreti, tutto è possibile!

Passando agli aspetti canonici delle riflessioni di Benedetto, il cardinale ha osservato che se le “intenzioni soggettive” di una persona diventano l'”unica realtà”, allora tale “idolatria del soggetto esclude di fatto qualsiasi punizione, sia dei teologi eretici che dei chierici abusivi”.

Questo porta ad abbandonare i “piccoli” e a non punire i colpevoli. Un tale senso di impunità è “vero clericalismo”, ha detto. “Sì, il clericalismo è l’atteggiamento di rifiutare pene e punizioni” di fronte alle violazioni della fede e della morale. “Il clericalismo che papa Francesco ci chiama a sradicare consiste in definitiva in questo soggettivismo impenitente dei chierici”! ha detto il cardinale Sarah.

Concorda anche con l’ammonimento di Benedetto contro la creazione della Chiesa “a nostra immagine”.  Ha detto che è proprio perché “abbiamo ceduto a” questa tentazione e “abbiamo messo da parte Dio che vediamo oggi il moltiplicarsi dei casi di abuso. Non cadiamo di nuovo nella stessa trappola!” E ha anche messo in guardia dal dire che la Chiesa è colpevole di un “peccato collettivo” o che contribuisce a una “struttura di peccato”. Un tale approccio porta al “puro soggettivismo”, ha detto.

La Chiesa, ha detto, non è in crisi – anzi, “noi siamo in crisi”. E la via d’uscita è semplice. Ancora una volta, citando Benedetto, il cardinale Sarah ha detto: “Se la causa della crisi è la dimenticanza di Dio, allora rimettiamo Dio al centro!” Ha detto che dobbiamo mettere la “Presenza Reale al centro della Chiesa e delle nostre liturgie” e rinnovare la “fede nella presenza di Gesù nel Santissimo Sacramento”.

Con il Papa emerito, ha detto di essere “profondamente convinto” che gli abusi sui minori aumenteranno “se non adoriamo il corpo eucaristico del nostro Dio, se non lo trattiamo con timore gioioso e riverente”.

“Il diavolo vuole farci dubitare”, ha detto. “Vuole farci credere che Dio sta abbandonando la sua Chiesa”, ma citando ancora una volta Benedetto, ha detto che è ancora “il campo di Dio” con “pesci buoni e cattivi” e proclamare questi due aspetti è “un servizio necessario alla Verità”.

Benedetto lo dimostra, ha detto. “La sua presenza orante e docente in mezzo a noi, nel cuore della Chiesa, a Roma, lo conferma per noi. Sì, in mezzo a noi c’è il buon grano di Dio”.

Il cardinale Sarah ha chiuso ringraziando Benedetto per essere fedele al suo motto episcopale di “collaboratore della Verità”.

“Le sue parole ci confortano e ci rassicurano”, ha detto.  Lei è un testimone, un “martire” della verità”.

 

Finte: National Catholic Register




Card. Burke: “Il paziente in ‘stato vegetativo permanente’ è una persona con una dignità umana fondamentale e deve, quindi, ricevere cure ordinarie e proporzionate”

Nelle ultime ore dalla Francia sono giunte buone notizie, sembra che il caso di Vincent Lambert possa svilupparsi per il meglio. Per intanto, è bene che vengano chiariti alcuni concetti chiave, utili al caso. In questo compito ci aiuta il card. Raymond Burke, nella intervista rilasciata a  Jeanne Smits, che vi propongo nella mia traduzione.

 

card. Raymond Burke

card. Raymond Burke (AP Photo/Riccardo De Luca)

LifeSite: Eminenza, ha certamente sentito parlare del caso di Vincent Lambert in Francia, un uomo tetraplegico e cerebroleso di 42 anni, minacciato di morire nei prossimi giorni, a meno che il ricorso giudiziario dell’ultimo minuto non interrompa il processo (come infatti è avvenuto, ndr), perché le autorità sanitarie e amministrative hanno deciso di non idratarlo e nutrirlo perché è stato ritenuto essere in un cosiddetto “stato vegetativo” e che “non avrebbe voluto vivere così”. Questo caso tocca questioni serie riguardanti il rispetto dovuto alla vita umana innocente. Qual è la sua, o più precisamente, qual è il punto di vista della Chiesa su questa situazione?

 

S.E. Cardinale Raymond Burke: Sono profondamente preoccupato per la situazione di Vincent Lambert, per timore che venga messo a morte per omissione di nutrizione e idratazione come tragicamente accaduto nel caso di Terri Schindler Schiavo negli Stati Uniti d’America il 31 marzo 2005, e di Eluana Englaro in Italia il 9 febbraio 2009. Sono profondamente preoccupato per Vincent Lambert e per le molte altre vittime dell’eutanasia, perché è chiaro che, se il rifiuto di nutrizione e idratazione fosse giustificato nel caso di Vincent Lambert, nessuno che si trovasse in una condizione di grave indebolimento potrebbe godere del rispetto fondamentale per la sua vita.

Ritirare l’alimentazione e l’idratazione, sia essa fornita con mezzi naturali o artificiali, è eutanasia per omissione, cioè, secondo la definizione di eutanasia fornita da Papa San Giovanni Paolo II, nella sua Enciclica Evangelium vitae (25 marzo 1995): “un’azione o un’omissione che di natura sua e nelle intenzioni procura la morte, allo scopo di eliminare ogni dolore” (n. 65). Papa san Giovanni Paolo II, nella stessa Lettera enciclica, ha chiarito che l’insegnamento sull’eutanasia “si basa sulla legge naturale e sulla parola scritta di Dio” (n. 65).

Il primo precetto della legge naturale è la protezione e la promozione di tutta la vita umana, specialmente della vita umana che è fortemente appesantita da esigenze particolari, da gravi malattie o da anni di avanzata età.

 

LifeSite: Nel caso di Vincent Lambert, le autorità francesi stanno sostenendo che la sua mancanza di autocoscienza e di coscienza del mondo che lo circonda – che è di fatto contestata, poiché reagisce in particolare a sua madre – indica che egli si trova in uno “stato vegetativo” in cui non avrebbe voluto trovarsi. Queste circostanze – stato vegetativo e desiderio della persona stessa – sono mai una giustificazione per somministrare cibo e acqua?

Cardinale Burke. La Congregazione per la Dottrina della Fede, in risposta a due domande riguardanti la somministrazione di cibo e acqua ad una persona in quello che viene chiamato “stato vegetativo” (1° agosto 2007), ha dato un’interpretazione autorevole della legge naturale in questi casi: Il paziente in “stato vegetativo permanente” è una persona con una dignità umana fondamentale e deve, quindi, ricevere cure ordinarie e proporzionate che comprendono, in linea di principio, la somministrazione di acqua e cibo anche con mezzi artificiali”. Come osserva la risposta: “In questo modo la sofferenza e la morte per fame e disidratazione sono impediti”. L’unica eccezione è il caso in cui il corpo non può più assimilare acqua o cibo.

Papa San Giovanni Paolo II ha illustrato l’insegnamento sul dovere morale di fornire “le normali cure dovute ai malati in questi casi”, che comprendono l’alimentazione e l’idratazione, nel suo discorso ai medici cattolici riguardo alla cura di coloro che si dice siano in “stato vegetativo” (20 marzo 2004). Ha dichiarato: “Vorrei sottolineare in particolare come la somministrazione di acqua e cibo, anche se fornita con mezzi artificiali, rappresenti sempre un mezzo naturale di conservazione della vita, non un atto medico. Il suo uso, inoltre, dovrebbe essere considerato, in linea di principio, ordinario e proporzionato, e come tale moralmente obbligatorio, nella misura in cui e fino a quando non si ritiene di aver raggiunto la propria finalità, che nel caso di specie consiste nel fornire nutrimento al paziente e nell’alleviare la sua sofferenza….. La valutazione delle probabilità, fondata sulla diminuzione delle speranze di guarigione quando lo stato vegetativo si prolunga oltre un anno, non può eticamente giustificare la cessazione o l’interruzione delle cure minime per il paziente, compresa l’alimentazione e l’idratazione” (n. 4).

 

LifeSite: Ritiene corretto applicare le parole “stato vegetativo” ad un essere umano?

Cardinale Burke: Il termine, “stato vegetativo”, deve essere usato con grande cura, perché può portare a vedere chi soffre la condizione come meno uomo. Come ha osservato Papa San Giovanni Paolo II nel suo appena citato discorso: Di fronte a pazienti in condizioni cliniche simili, c’è chi mette in dubbio la persistenza della stessa “qualità umana”, quasi come se l’aggettivo “vegetativo” (il cui uso è ormai consolidato), che descrive simbolicamente uno stato clinico, potesse o dovesse invece essere applicato ai malati in quanto tali, sminuendone di fatto il valore e la dignità personale. In questo senso, va notato che questo termine, anche quando fosse limitato al contesto clinico, non è certamente il più felice se applicato agli esseri umani. In contrapposizione a tali tendenze di pensiero, sento il dovere di riaffermare con forza che il valore intrinseco e la dignità personale di ogni essere umano non cambiano, indipendentemente dalle circostanze concrete della sua vita. L’uomo, anche se gravemente malato o disabile nell’esercizio delle sue funzioni più alte, è e sarà sempre un uomo, e non diventerà mai un ‘vegetale’ o un ‘animale'”. (n. 3) Nella Lettera enciclica Evangelium vitae, egli ricorda anche un principio morale fondamentale: “È noto, inoltre, il principio morale, secondo il quale anche il semplice dubbio di essere in presenza di una persona viva impone già l’obbligo del pieno rispetto e dell’astensione da ogni atto che miri ad anticipare la morte della persona” (n. 95).

 

LifeSite: Come cattolici, abbiamo un ruolo particolare in questa situazione in cui molte leggi positive vanno contro la legge naturale che richiede il rispetto della vita umana innocente?

Cardinale Burke: Data la gravità della situazione, in particolare per Vincent Lambert e, in generale, per tutte le persone in condizioni simili, le persone di buona volontà e i cattolici, in particolare, hanno l’obbligo di esigere che lo stato e le strutture sanitarie rispettino la dignità inviolabile della vita umana innocente, specialmente la vita dei nostri fratelli e sorelle con pesanti fardelli di bisogni speciali, malattie gravi o anni avanzati, che hanno il primo titolo per la cura dello stato e la cura del prossimo. Nel caso di Vincent Lambert, il nostro dovere di sostenere la legge naturale significa insistere affinché gli venga fornita la normale cura di una persona nella sua condizione.

Fonte: LifeSiteNews

 




Colombo: Di fronte alla drammatica vicenda di Vincent Lambert non possiamo rimanere indifferenti

don Roberto Colombo - scienziato

don Roberto Colombo – scienziato

 

 

di Roberto Colombo

 

Nel corso dei secoli singoli uomini, famiglie, categorie di soggetti, popolazioni o intere etnie hanno subito ingiustizie, discriminazioni e violenze. La storia integrale delle lacrime, del sangue e della morte da esse prodotte resta ancora da scrivere. E nuove pagine si aggiungono anche oggi. Tra di esse sono da annoverare quelle che Papa Francesco ha ripetutamente additato — con un’efficace immagine — come i prodotti della “cultura dello scarto”: donne, bambini (nati e non ancora nati) e uomini “colpevoli” solo di essere “diversi” perché unfit (incapaci, disabili, non adatti alla vita).

Le “non-ragioni” per questa esclusione dal novero dei meritevoli di accoglienza, rispetto e tutela (per dirlo con una parola, di amore) vanno dal colore della pelle alla terra di provenienza, dalla miseria materiale o morale alla religione professata, dai difetti dello sviluppo psicofisico prenatale e infantile alla senescenza segnata da gravi patologie degenerative, dagli stadi terminali della malattia inguaribile agli stati di assente o minima coscienza e relazionalità.

L’accoglienza, il rispetto e la tutela di ogni vita umana, in qualunque condizione si trovi, è oggi il punto più debole (eppure decisivo) della società, della politica e dello stato. Non accogliere tutti equivale a scartare qualcuno, praticamente a farlo fuori (moralmente, giuridicamente o fisicamente): tertium non datur.

Se questo è accaduto anche in passato, ciò che ferisce il cuore e indigna l’animo — e rende inaccettabile la “congiura del silenzio” imposta dal “politicamente (s)corretto” — è, al presente, il sovrapporsi di una “cultura dell’indifferenza” trasversale alle società e alle politiche. «Quest’attitudine egoistica, di indifferenza, ha preso oggi una dimensione mondiale, a tal punto che possiamo parlare di una globalizzazione dell’indifferenza. […] L’indifferenza verso il prossimo e verso Dio è una reale tentazione anche per noi cristiani». Noi che abbiamo conosciuto che «Dio non è indifferente al mondo, ma lo ama fino a dare il suo Figlio per la salvezza di ogni uomo» (Papa Francesco, Messaggio per la Quaresima 2015).

In questi giorni siamo provocati dagli ultimi sviluppi di una drammatica vicenda umana, familiare, clinica, etica e giuridica che ha avuto origine agli inizi del decennio corrente. Nel Centre Hospitalier Universitaire (Chu) di Reims, Francia, un uomo di 42 anni, Vincent Lambert, è ricoverato da dieci anni in conseguenza di un trauma cranico legato ad incidente stradale e che ora lo fa vivere in uno stato clinico diagnosticato da alcuni specialisti come “di coscienza minima” (état pauci-relationnel o état de conscience minimal plus) e da altri come “vegetativo cronico” (état végétatif chronique). Dopo una lunga vicenda medico-legale e giudiziaria, che ha recentemente visto entrare in merito anche corti e comitati internazionali, i medici del Chu che hanno chiesto di sospendere ogni cura, anche quelle fisiologicamente essenziali per la vita (non sono in corso terapie specifiche volte a sanare la patologia cerebrale di cui soffre in quanto non sono disponibili trattamenti medici o chirurgici appropriati) come l’idratazione e la nutrizione, sembrano ormai quasi arrivati alla data in cui attueranno — con l’autorizzazione del tribunale amministrativo competente — il loro proposito di morte, sostenuti in questo dalla moglie di Vincent, ma strenuamente avversati dai suoi genitori, che difendono il diritto alla vita del loro figlio.

Pur trovandosi in una condizione di grave incapacità relazionale con il mondo esterno e le persone a lui vicine (nulla potendosi dire con ragionevole certezza sulla eventuale riduzione o assenza della sua “coscienza interna” o “profonda”), il paziente non è connesso ad un ventilatore (la respirazione è autonoma) né sottoposto a stimolazione cardiaca (il battito è spontaneo), e neppure oggetto di terapie intensive o subintensive che possano configurare una situazione clinica ed etica di “accanimento terapeutico”.

I periti clinici nominati dal tribunale amministrativo di Châlons-en-Champagne nel novembre 2018 «considerano che la risposta ai bisogni fondamentali primari (alimentazione, idratazione, escrezione, prevenzione cutanea, igiene di base) non configura, per certi pazienti in stato vegetativo comprovato, come per Vincent Lambert, un accanimento terapeutico [“acharnement thérapeutique”] o una ostinazione irragionevole [“obstination déraisonnable”]» (Rapport, p. 24).

Alla stessa conclusione erano giunti 70 medici e specialisti clinici che avevano studiato i dati disponibili del paziente, aggiungendo inoltre che «è evidente che Vincent Lambert non è in fin di vita» e le sue condizioni cliniche, pur gravi, sono abbastanza stabili (pubblicato in: «Le Figaro», 18 aprile 2018).

Questa obiettiva osservazione clinica esclude che sia appropriato medicalmente e corretto eticamente applicare a questo malato il giusto principio di rispettare il sopraggiungere ormai inevitabile della morte e non opporsi al decorso naturale dell’agonia con interventi inappropriati che prolungano solamente la sofferenza del morente. Come ha ricordato Papa Francesco, solo quando il malato versa in queste condizioni, rispettarne il decorso naturale senza accanimento terapeutico costituisce «una scelta che assume responsabilmente il limite della condizione umana mortale, nel momento in cui prende atto di non poterlo più contrastare. “Non si vuole così procurare la morte: si accetta di non poterla impedire”, come specifica il Catechismo della Chiesa Cattolica (n. 2278). Questa differenza di prospettiva restituisce umanità all’accompagnamento del morire, senza aprire giustificazioni alla soppressione del vivere. Vediamo bene, infatti, che non attivare mezzi sproporzionati o sospenderne l’uso, equivale a evitare l’accanimento terapeutico, cioè compiere un’azione che ha un significato etico completamente diverso dall’eutanasia, che rimane sempre illecita, in quanto si propone di interrompere la vita, procurando la morte» (Messaggio ai partecipanti al Meeting Regionale Europeo della World Medical Association sulle questioni di “fine vita”, 7 novembre 2017).

Proprio l’interruzione della vita del paziente in stato di coscienza minima o vegetativo risulta essere, nell’oggetto scelto e nell’intenzione dell’azione, l’effetto della sospensione di idratazione e nutrizione, come ha ricordato la Congregazione per la dottrina della fede proprio in riferimento al caso di questi malati cronici: «La somministrazione di cibo e acqua, anche per vie artificiali, è in linea di principio un mezzo ordinario e proporzionato di conservazione della vita. Essa è quindi obbligatoria, nella misura in cui e fino a quando dimostra di raggiungere la sua finalità propria, che consiste nel procurare l’idratazione e il nutrimento del paziente. In tal modo si evitano le sofferenze e la morte dovute all’inanizione e alla disidratazione. […] Un paziente in “stato vegetativo permanente” è una persona, con la sua dignità umana fondamentale, alla quale sono perciò dovute le cure ordinarie e proporzionate, che comprendono, in linea di principio, la somministrazione di acqua e cibo, anche per vie artificiali» (Risposte a quesiti della Conferenza Episcopale Statunitense circa l’alimentazione e l’idratazione artificiali, 1 agosto 2007).

Come hanno ricordato recentemente l’arcivescovo di Reims, monsignor Éric de Moulins-Beaufort, e il vescovo ausiliare della stessa diocesi, monsignor Bruno Feillet, nella situazione di Vincent «è in gioco l’onore di una società umana non lasciare che uno dei suoi membri muoia di fame o di sete e fare tutto il possibile per mantenere fino alla fine le cure appropriate. Permettersi di rinunciarvi perché una tale cura ha un costo o perché sarebbe inutile lasciar vivere la persona umana rovinerebbe lo sforzo della nostra civiltà. La grandezza dell’umanità consiste nel considerare come inalienabile e inviolabile la dignità dei suoi membri, specialmente i più fragili», in qualunque condizione essi si trovino. «Preghiamo ancora e invitiamo a pregare affinché la nostra società francese non si impegni sulla via dell’eutanasia» (13 maggio 2019). E «l’eutanasia è una grave violazione della Legge di Dio, in quanto uccisione deliberata moralmente inaccettabile di una persona umana. […] Per eutanasia in senso vero e proprio si deve intendere un’azione o un’omissione che di natura sua e nelle intenzioni procura la morte, allo scopo di eliminare ogni dolore» (San Giovanni Paolo II, Lettera enciclica Evangelium vitae, n. 65).

Attirando «l’attenzione di nuovo su Vincent Lambert», Papa Francesco già un anno fa ha sottolineato: «Vorrei ribadire e confermare che l’unico padrone della vita dall’inizio alla fine naturale è Dio. Il nostro dovere è fare di tutto per custodire la vita», anche di un malato come lui. Un dovere morale e civile che non ci può lasciare indifferenti finché la vita di questi nostri fratelli e sorelle in stato di coscienza minima o vegetativo — in Europa ve ne sono decine di migliaia — non venga adeguatamente tutelata, accolta e promossa, sottraendoli all’abbandono sanitario e all’eutanasia attraverso cure adeguate e luoghi di cura idonei che coinvolgano non solo le équipe di specialisti, ma anche i familiari e gli amici.

Staccare l’idratazione e la nutrizione significa spegnere la corrente elettrica che consente al nostro sistema nervoso di controllare il buon funzionamento del nostro corpo e non fornire più metaboliti, energia, elettroliti e acqua per la fisiologia umana. È contro la vita e la dignità della persona. Anche se una legge o una sentenza consentono questa azione, essa resta inaccettabile e indegna di una società fondata sul rispetto e l’accoglienza della vita di tutti.

 

(Roberto Colombo – Facoltà di Medicina e Chirurgia Università Cattolica del Sacro Cuore)

 

Fonte: L’Osservatore Romano