Dalle macerie di San Lorenzo al voto alle donne, fino all’ancoraggio occidentale: la Repubblica festeggi il Papa che l’ha tolta dalle grinfie di totalitarismi opposti.
di Fabio Vessillifero
La storia del rapporto di papa Pio XII con l’Italia è spesso menomata da tagli netti o semplificazioni ideologiche mentre essa, in realtà, si presenta come un affresco monumentale dove la riflessione speculativa e la preghiera si intersicano con la carità e l’eroismo silenzioso di un uomo che, salito al Solio di Pietro, ha saputo dare vita ad una nazione esangue, violentata prima dalla massoneria risorgimentale e poi dal fascismo e dalla guerra. C’è un momento preciso, un battito di ciglia drammatico, in cui l’Italia cessa di esistere come compagine statale e rischia l’evaporazione stessa come popolo: è la mattina del 9 settembre 1943. Mentre il re Vittorio Emanuele III, la regina Elena, il principe ereditario Umberto e l’intero vertice del governo guidato dal maresciallo Pietro Badoglio fuggono precipitosamente lungo la via Tiburtina verso Pescara per imbarcarsi sulla corvetta Baionetta alla volta di Brindisi, l’esercito italiano viene abbandonato a se stesso, privato di ordini chiari, e i ministeri si svuotano in un silenzio spettrale. In quel preciso istante si spalanca una vertigine istituzionale spaventosa che evoca, con simmetria impressionante, il dramma del V secolo dopo Cristo. Come allora gli imperatori d’Occidente, deboli o terrorizzati, scappavano lasciando che il Papa affrontasse da solo la furia degli invasori alle porte di Roma, così nel 1943 l’unica autorità reale, autoctona e credibile a rimanere dritta e ferma dentro le mura della capitale è Pio XII. Eugenio Pacelli assume nei fatti, prima ancora che nei titoli diplomatici, quel ruolo antico e solenne di Defensor Civitatis, difensore della città e scudo morale di un’intera popolazione civile rimasta tragicamente orfana.
Quando lo Stato scappa, il Papa resta: il duello sotterraneo con le SS
La sovranità del Pontefice non ha nulla di teorico o di astratto, ma è un duello logorante, giocato millimetro dopo millimetro contro un’occupazione nazista spietata. Roma si fregia del titolo formale di “Città Aperta”, ma sotto la cenere brucia il terrore poliziesco della Gestapo comandata da Herbert Kappler e il ferreo controllo militare del Feldmaresciallo Albert Kesselring. In questo scenario da incubo, il Papa muove la diplomazia vaticana sul filo del rasoio, affiancato da diplomatici di carriera come l’ambasciatore tedesco Ernst von Weizsäcker, in un gioco frenetico di equilibri volto a salvare la città dalla distruzione totale e dal transito delle truppe della Wehrmacht dirette al fronte di Cassino. Quando Kappler impone l’infame ricatto dei cinquanta chili d’oro alla comunità israelitica romana, pena la deportazione immediata di duecento persone, il Vaticano non esita a offrire segretamente l’oro mancante attingendo ai propri tesori. E quando la furia nazista si abbatte comunque sul Ghetto la mattina del 16 ottobre 1943, la Segreteria di Stato vaticana avvia un negoziato febbrile dietro le quinte, facendo chiaramente intendere che il Papa sarà costretto a una protesta pubblica e solenne: un segnale che spinge i diplomatici tedeschi a frenare la prosecuzione della retata per non compattare il mondo cattolico contro la Germania nazista ormai in crisi. Ma il capolavoro assoluto della carità pacelliana si consuma spalancando i confini dell’extraterritorialità. Al di là di quella linea bianca tracciata dalle SS sui sampietrini di Piazza San Pietro, figure leggendarie come il monsignore irlandese Hugh O’Flaherty e il tedesco padre Pancrazio Pfeiffer sfidano apertamente la Gestapo, orchestrando una fittissima rete sotterranea che riesce a nascondere e salvaguardare ben seimilacinquecento persone tra partigiani e soldati alleati evasi. Più di centocinquanta conventi e monasteri di clausura — per i quali il Papa sospende eccezionalmente l’obbligo canonico del recesso pur di accogliere i perseguitati —, parrocchie e istituti religiosi aprono le loro porte su preciso ordine del Pontefice per nascondere cinquemila ebrei e migliaia di ricercati politici. Perfino nelle stanze private della villa papale di Castel Gandolfo trovano rifugio intere famiglie, e nel letto del Papa nascono bambini che i genitori sceglieranno di chiamare Eugenio o Pio in segno di perenne, commossa gratitudine. È la medesima travolgente riconoscenza che segnerà l’animo del Rabbino Capo di Roma, Israel Zolli, testimone oculare di questo immenso sforzo protettivo; nel 1945, compiendo un profondo cammino interiore accelerato dall’aver visto il volto autentico della carità cristiana, riceverà il battesimo assumendo il nome di Eugenio Pio Zolli, legando per sempre la sua rinascita spirituale al nome del Pontefice.
Camicie rosse e tonache bianche: l’asilo dove nacque il CLN
Fuori infuria la caccia all’uomo, ma dentro i palazzi della Chiesa si sta già attivando l’incubatore politico della futura Repubblica Italiana. Nel Pontificio Seminario Romano Maggiore al Laterano, zona protetta dal diritto internazionale e posta sotto la discreta vigilanza del rettore monsignor Roberto Ronca, si compie un paradosso umano e politico senza precedenti: leader ideologicamente distantissimi, marxisti, socialisti, cattolici e liberali, dividono la mensa dei seminaristi e dormono nelle celle dei chierici sotto falsi nomi per sfuggire alle perquisizioni della polizia fascista di Pietro Koch. Sotto la protezione della Segreteria di Stato e del Sostituto monsignor Giovanni Battista Montini (il futuro Paolo VI), il leader socialista Pietro Nenni — registrato nei libri interni come “Signor Negri” — vive clandestinamente con la sua famiglia accanto a Ivanoe Bonomi, Meuccio Ruini e ad altri padri della patria, trasformando il Laterano nella sede operativa del Comitato di Liberazione Nazionale Centrale. In quelle stanze si coordinano le azioni della Resistenza e si discute la svolta istituzionale dell’Italia, mentre a breve distanza, tra gli scaffali della Biblioteca Apostolica Vaticana, Alcide De Gasperi viene assunto e protetto come regolare impiegato, al riparo dalle violenze che avrebbero potuto condurre l’intera futura classe dirigente a condividere il tragico destino dei martiri delle Fosse Ardeatine.
Rosmini contrabbandato a macchina: le radici clandestine della Costituzione
La salvaguardia fisica di questi uomini, tuttavia, sarebbe rimasta un guscio vuoto se fosse mancata un’architettura ideale capace di ricostruire moralmente il Paese dalle macerie dell’educazione statolatra fascista. Ed è qui che la storia della Resistenza si salda in modo mirabile con una semina culturale silenziosa e potentissima, custodita dall’eredità filosofica e giuridica del Beato Antonio Rosmini. Nel biennio burrascoso della guerra, mentre al Nord l’Ossola è scossa dai combattimenti, al Sacro Monte Calvario di Domodossola il Preposito Generale dell’Istituto della Carità, padre Giuseppe Bozzetti, intuisce che il regime si sta dissolvendo e che la nuova Italia avrà bisogno di una base rocciosa per le sue leggi. Non esistendo ancora le fotocopiatrici, padre Bozzetti incarica un giovane e fidelissimo religioso, don Tullio Bertamini, di copiare instancabilmente a macchina centinaia di pagine della Filosofia del Diritto e di altri testi politici rosminiani, facendoli recapitare in segreto ad amici qualificati, primo fra tutti l’avvocato Achille Marazza, membro del C.L.N. Alta Italia. Finita la guerra, nel fervore della ricostruzione, la Casa Generalizia di Via di Porta Latina a Roma diventa il fulcro di questa trasmissione intellettuale: padre Bozzetti, la cui prolusione accademica sul problema ontologico aveva già destato profonda ammirazione, tiene corsi straordinari sulla persona umana frequentati da oltre cento professori universitari e giuristi. In quei cenacoli, dove si respira l’influenza culturale di figure come don Clemente Riva e Giuseppe De Rita, il pensiero di Giuseppe Capograssi si incontra e si intreccia con quello di altri grandi studiosi, favorendo persino incontri riservatissimi tra l’onorevole Giuseppe Dossetti e Palmiro Togliatti, che proprio a Porta Latina trovano i punti di convergenza per le proposte congiunte che avrebbero presentato nell’aula di Montecitorio.
La persona è il diritto: come fregare la statolatria a colpi di codice
Il motore di questa rinascita è l’intuizione folgorante che padre Bozzetti aveva fatto propria fin dal 1899 leggendo Rosmini: la persona non è semplicemente un soggetto che possiede dei diritti attribuiti dall’alto, ma essa stessa è il diritto sussistente. Questo principio personalista viene tradotto in dottrina giuridica da Giuseppe Capograssi, il massimo filosofo del diritto del Novecento italiano, uomo di profonda santità laicale che fin dalla giovinezza aveva nutrito il proprio animo con le opere ascetiche di Rosmini, come testimoniano le sue lettere intime raccolte nei Pensieri a Giulia. Capograssi infonde questa sensibilità nella stesura finale del Codice di Camaldoli del luglio 1943, rielaborando il testo originario per slegarlo dalle pure parafrasi ecclesiastiche e ancorarlo ai concetti di libertà di coscienza e di dovere di partecipazione. Quando l’Assemblea Costituente si mette al lavoro, l’influenza di questo pensiero informa in modo definitivo i Principi Fondamentali della Carta del 1948. Essa risplende nell’Articolo 2, dove la formula personalista di Dossetti impone che la Repubblica “riconosca” e garantisca i diritti inviolabili, sancendo che essi preesistono allo Stato e che lo Stato è in funzione dell’uomo, capovolgendo il dogma fascista. Si ritrova nell’Articolo 3, nel compito di rimuovere gli ostacoli economici per il pieno sviluppo della persona umana, e vibra nell’Articolo 4, dove si introduce il dovere di concorrere al progresso non solo materiale, ma spirituale della società, un richiamo diretto alle tre forme della carità rosminiana. Perfino l’Articolo 7, nel definire lo Stato e la Chiesa indipendenti e sovrani ciascuno nel proprio ordine, recepisce l’ideale rosminiano dell’armonia organica, rifiutando sia il confessionalismo servile sia il giurisdizionalismo soffocante dello Stato laicista (qui).
Quando suonò l’ora delle donne: i sindaci in tonaca e il popolo vivo
Pio XII non osserva questo processo da spettatore distaccato, ma ne è il mentore dottrinale e l’ispiratore politico. Con il fondamentale Radiomessaggio di Natale del 1944, compie una svolta teologica epocale, legittimando solennemente la democrazia come la forma di governo più idonea a salvaguardare la dignità umana e tracciando una linea invalicabile tra la coscienza vigile del “popolo” e l’inerzia della “massa”, manipolabile dai demagoghi di ogni segno. Consapevole che la democrazia ha bisogno di un radicamento sociale immenso, il Papa spinge con forza per l’estensione del suffragio universale alle donne, pronunciando nell’ottobre del 1945 parole vibranti che scuotono le coscienze femminili, chiamandole all’impegno attivo perché la loro ora è suonata e il voto è uno stretto dovere di coscienza per difendere la famiglia e la moralità pubblica. Questa pedagogia civile si incarna sul territorio italiano nella straordinaria epopea dei “Vescovi-Sindaci”. Nelle province devastate, dove i prefetti fascisti sono fuggiti e le nuove autorità democratiche non si sono ancora insediate, i palazzi vescovili diventano i veri municipi. Sotto la regia e il mandato di neutralità e carità ricevuto da Pacelli, vescovi come il Cardinale Ildefonso Schuster a Milano, il Cardinale Pietro Boetto a Genova — che giunge a firmare l’atto di resa del generale tedesco Meinhold salvando le industrie e il porto — o il Cardinale Elia Dalla Costa a Firenze si interpongono fisicamente tra i comandi militari per bloccare le fucilazioni degli ostaggi, negoziare lo scambio dei prigionieri e impedire l’applicazione della tattica hitleriana della terra bruciata, salvando una parte immensa del patrimonio storico e artistico della nazione.
Il 18 aprile e lo scudo atlantico: digerire l’America per sputare Stalin
Il coronamento politico di questo immenso sforzo di salvaguardia si consuma nella primavera cruciale del 1948. Di fronte alle elezioni del 18 aprile, con il rischio imminente che l’Italia finisca inghiottita dall’orbita totalitaria e materialista dell’Unione Sovietica di Stalin, ripetendo il dramma del colpo di Stato comunista avvenuto a Praga poche settimane prima, Pio XII affida a Luigi Gedda il compito di risvegliare le coscienze del Paese. Gedda, unendo la capillarità delle strutture dell’Azione Cattolica alla modernità assoluta delle tecniche di comunicazione e dei manifesti murali d’impatto, fonda in pochissimo tempo ventimila Comitati Civici. Questa mobilitazione travolgente spinge la Democrazia Cristiana di Alcide De Gasperi a una storica maggioranza assoluta, garantendo il mantenimento del pluralismo democratico e della libertà di religione codificati nella Carta entrata in vigore il 1° gennaio di quell’anno. È una collaborazione formidabile ma segnata da nobili e profonde divergenze: De Gasperi rivendica con orgoglio la laicità dello Stato e l’autonomia della politica, respingendo nel 1952 l’Operazione Sturzo e le alleanze con la destra caldeggiate dal Vaticano per il Comune di Roma. Eppure, l’asse tra il Papa e lo statista trentino realizza un capolavoro geopolitico senza eguali. Pio XII, pur nutrendo una radicata e aristocratica diffidenza culturale verso l’americanismo, percepito como un modello di vita individualista, edonista e materialista capace di scardinare l’anima cristiana d’Europa tanto quanto il marxismo, accetta con realismo geopolitico l’ancoraggio dell’Italia al blocco occidentale, alla NATO e al Piano Marshall, offrendo alla neonata Repubblica il terreno economico e la sicurezza militare necessari per far fiorire la democrazia.
La congiura del silenzio nei libri di testo e la verità dei fatti
Questa parabola immensa di rinascite istituzionali, morali e civili — che trova una conferma metodologica persino nell’applicazione di quel “metodo periferico” capograssiano che consiste nel partire dai piccoli per risvegliare le energie vive di una comunità — viene oggi sistematicamente, volutamente e dolorosamente ignorata dai manuali scolastici e dalle celebrazioni ufficiali del 2 giugno. I libri di testo, appiattiti da decenni su un’impostazione ideologica e risentendo dell’egemonia culturale di una vulgata che riduce la nascita della Repubblica alla sola lotta armata partigiana, applicano una vera e propria congiura del silenzio. La retorica delle cerimonie di Stato preferisce celebrare il mito di una fondazione laica nata dal nulla, ricordando la colpevole fuga dei sovrani Savoia ma cancellando con un colpo di spugna la presenza monumentale del Papa. Si nasconde agli studenti che i padri costituenti hanno potuto scrivere i loro articoli solo perché lo scudo di un Pontefice in tonaca bianca li ha sottratti alla morte, e che la linfa vitale della Carta provengono da quella tradizione personalista e rosminiana che la Chiesa ha custodito nell’ora del fango e del crollo totale dello Stato. Ma i silenzi dei palazzi ufficiali non possono cancellare la realtà dei fatti: finché la Costituzione manterrà al proprio centro la dignità intangibile della persona umana anziché la divinità dello Stato, essa continuerà a testimoniare, nella sua struttura più intima e segreta, che Pio XII è stato a tutti gli effetti il vero, autentico e insostituibile Padre della Repubblica Italiana.
Il paradosso finale: un’eredità universale blindata nel silenzio
Esiste tuttavia un paradosso finale, un ultimo e sferzante sigillo a questa congiura della memoria, che si consuma proprio nel cuore sacro della cristianità. Oggi la tomba di Pio XII, situata nelle Grotte Vaticane, non è accessibile alla normale visita dei fedeli e dei pellegrini, rimanendo confinata in un’area sotterranea interdetta al pubblico passaggio. Questo isolamento fisico sembra quasi la metafora plastica dell’ostracismo culturale che colpisce la sua memoria. Si pretende di confinare nel buio e nel silenzio un pontefice che, al contrario, ha impresso segni indelebili, giganteschi e solenni non solo nella cronaca italiana, ma nella storia e nella spiritualità del mondo intero. Provenendo dai ranghi più alti dell’attività diplomatica della Santa Sede — dopo gli anni cruciali trascorsi come Nunzio in Germania e poi come Cardinale Segretario di Stato —, Eugenio Pacelli possedeva una forma mentis e una cultura internazionale che gli permettevano di non ragionare mai per angusti confini provinciali. Il suo sguardo, abituato a decifrare le grandi correnti geopolitiche, abbracciava l’intero globo. Fu questo sguardo universale, unito a una profonda dottrina e a un senso eroico del ministero sacerdotale, a consentirgli di guidare la Chiesa e l’umanità attraverso la tempesta della Seconda Guerra Mondiale e i primi, gelidi inverni della contrapposizione atomica. Negargli oggi la visibilità della sepoltura, così come negargli il posto d’onore che gli spetta tra i padri della democrazia italiana nelle cerimonie civili, non è solo un atto di ingratitudine: è il disperato e vano tentativo di arginare un’eredità storica e spirituale planetaria che appartiene ormai, di diritto, alla coscienza del mondo intero.
(Fabio Vessillifero è uno pseudonimo)
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Tutto vero, e tutto possibile per la profonda unione mistica a Dio di Papa Pacelli.
Notevole, anche se è argoento “fuori tema” di questo articolo, il discernimento di Pio XII riguardo ai fenomeni mistici della sua epoca. Mi par di ricordare che un avvertimento di un’anima mistica (mi pare fosse Madre Speranza), da lui preso sul serio, gli salvò la vita, quando fu bombardata la residenza di Castel Gandolfo.
Tobia
Una iniziativa Vaticana ora praticamente sconosciuta: venne istituito un centro pontificio per la ricerca di notizie di famigliari superava le limitazioni dei sistemi di comunicazione tradizionali.
Tra le carte lasciate dalla mia nonna materna che risiedeva a Firenzea, un piccolo foglietto pontificio risalente all’ inverno 2943-44, quando la linea Gotica spaccava la penisola in due, la rassicurava sulle condizioni di salute dei famigliari in provincia di Vicenza. Non c’era telefono, la posta non passava il fronte.
Anni 1944-1944