“Tuttavia, alla luce dei dati disponibili, le terze dosi di vaccino somministrate in modo più ampio sembrano premature. Un recente punto di vista su The Lancet ha sottolineato che le politiche per la somministrazione di dosi di richiamo alle popolazioni già vaccinate devono basarsi su un’attenta considerazione di benefici e rischi e devono essere informate da un attento, equilibrato e pubblico esame dei dati disponibili piuttosto che dalla politica.”

Di seguito rilancio un editoriale di The Lancet Reumatology che vi propongo nella mia traduzione. 

 

vaccino-covid-vaccinazione
foto ANSA
 
A settembre, la Food and Drug Administration (FDA) degli Stati Uniti ha inferto un duro colpo all’ampio piano del presidente Biden di erogare la terza dose di vaccini COVID-19 a tutti gli adulti, autorizzando invece il vaccino Pfizer-BioNTech solo per le persone di età pari o superiore a 65 anni e quelle ad alto rischio o ad esposizione professionale. Raccomandazioni simili sono state implementate nel Regno Unito per le persone immunodepresse e per tutte le persone di età pari o superiore a 50 anni. Israele è stato il più aggressivo nel perseguire le terze dosi di vaccino, ora le offre a tutti coloro che hanno più di 12 anni e richiede una terza dose di vaccino per ottenere un green pass che consente l’ingresso a ristoranti, palestre e altri luoghi al chiuso. Ma con vaste fasce della popolazione globale che devono ancora ricevere una singola dose, la moralità di una spinta aggressiva per dosi di richiamo è stata ampiamente messa in discussione.
 
In effetti, la copertura vaccinale del 55-70% tra gli adulti negli Stati Uniti, nel Regno Unito e nell’UE è in netto contrasto con le altre regioni del mondo: solo il 4% della popolazione africana è stato vaccinato e più di 50 paesi in tutto il mondo non sono riusciti a soddisfare l’obiettivo dell’OMS di vaccinare completamente almeno il 10% della popolazione entro la fine di settembre 2021. L’80% dei circa 5,5 miliardi di dosi di vaccino somministrate finora sono state destinate a paesi ad alto e medio reddito. Di oltre un miliardo di dosi di vaccino che i paesi ad alto reddito si sono impegnati a donare, meno del 15% è stato consegnato finora. Alla luce di queste dure realtà, il direttore generale dell’OMS Tedros Adhanom Ghebreyesus ha ora chiesto una moratoria globale sulle dosi di richiamo fino alla fine del 2021, per consentire a ogni Paese di vaccinare almeno il 40% della propria popolazione. Ma molti paesi ad alto reddito stanno comunque spingendo avanti.
 
Al di là delle questioni etiche sull’equità globale dei vaccini, non è ancora chiaro se le dosi di richiamo siano davvero necessarie per la maggior parte della popolazione. Per i pazienti immunocompromessi, in particolare quelli che assumono agenti che riducono le cellule B e alcuni altri farmaci, l’accumulo di dati mostra che le risposte anticorpali e delle cellule T generate dal vaccino sono spesso molto inferiori rispetto ai riceventi non immunodepressi. In uno studio, solo la metà dei pazienti che assumevano farmaci anti-CD20 ha generato anticorpi contro la proteina spike SARS-CoV-2 dopo la vaccinazione completa, rispetto al 100% dei vaccinati sani. Dati emergenti suggeriscono che una terza dose può aiutare a potenziare la risposta immunitaria in tali pazienti, in una recente serie di casi, l’80% dei pazienti con malattie autoimmuni che non hanno avuto una risposta anticorpale rilevabile alle prime due dosi di vaccino ha risposto bene a una terza dose. In quanto tale, la raccomandazione per la terza dose di vaccino nei pazienti immunocompromessi è stata accolta con favore da molti reumatologi.
 
Tuttavia, alla luce dei dati disponibili, le terze dosi di vaccino somministrate in modo più ampio sembrano premature. Un recente punto di vista su The Lancet ha sottolineato che le politiche per la somministrazione di dosi di richiamo alle popolazioni già vaccinate devono basarsi su un’attenta considerazione di benefici e rischi e devono essere informate da un attento, equilibrato e pubblico esame dei dati disponibili piuttosto che dalla politica. Con la chiara evidenza che la vaccinazione completa (cioè due dosi) è efficace per oltre il 90% nella protezione da malattie gravi e ospedalizzazione, inclusa la variante delta più trasmissibile, gli autori concludono che “anche se alla fine si può ottenere un certo guadagno dal potenziamento, non supererà i vantaggi di fornire una protezione iniziale ai non vaccinati”.
 
Gran parte del dialogo sulla necessità di terze dosi di vaccino è incentrato sull’evidenza che le risposte anticorpali diminuiscono nei mesi successivi alla vaccinazione e alle cosiddette infezioni che bucano la protezione offerta dal vaccino. Ma mancano prove che suggeriscano che livelli più elevati di anticorpi circolanti equivalgano necessariamente a una migliore protezione, e nessuno studio ha ancora mostrato prove convincenti per la diminuzione della protezione contro le infezioni gravi nel tempo. Vale anche la pena notare che la diminuzione dei livelli di anticorpi riflette in gran parte la naturale progressione della risposta immunitaria; quando la minaccia immediata è contenuta, le cellule immunitarie si allontanano dalle difese attive (p. es., la produzione di anticorpi) e si spostano verso lo sviluppo della memoria immunitaria, con cellule con esperienza di antigene pronte a rispondere rapidamente a un attacco ripetuto. Inoltre, un’enfasi eccessiva sull’immunità calante e sulle infezioni che bucano la difesa offerta dal vaccino sminuisce la robusta efficacia della vaccinazione completa e potrebbe essere controproducente per gli sforzi di migliorare l’adozione del vaccino.
 
Man mano che più dati si accumulano e più popolazione mondiale riceve il vaccino primario, le priorità si sposteranno giustamente sulle domande riguardo la somministrazione di vaccini di richiamo di routine e sul modo migliore per formularli. Fino ad allora, vaccinare il mondo dovrebbe rimanere la priorità.
 
Facebook Comments
Print Friendly, PDF & Email